La Corsa del Ricordo raddoppia

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il 12 febbraio si svolgerà la quarta edizione a Roma e da quest’anno un nuovo traguardo: l’esordio nel capoluogo giuliano il 17 settembre

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Alla Sala Rossa delle Piscine del Foro Italico l’ASI ha presentato il programma della Corsa del Ricordo 2017, che grazie alla collaborazione avviata dalle Associazioni Sportive e sociali Italiane con la Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati quest’anno avrà luogo anche a Trieste.

Il Presidente nazionale dell’ASI Claudio Barbaro ha esordito dicendosi molto lieto della collaborazione instaurata con il Comune di Trieste e la Bavisela, associazione sportiva triestina molto nota nell’ambito dell’atletica leggera per la sempre impeccabile organizzazione dell’omonima maratona, un ormai tradizionale appuntamento del maggio triestino capace di coinvolgere migliaia di partecipanti, fra corsa competitiva e non competitiva.

Il presidente della FIDAL Lazio Fabio Martelli ha portato il saluto del presidente nazionale Alfio Giomi e, assicurando agli organizzatori della Corsa tutto il supporto logistico necessario, si è rammaricato del fatto che spesso ci dimentichiamo di essere italiani e dei valori patriottici: un evento come questo può migliorarci in tal senso.

“La Corsa del Ricordo è un veicolo importantissimo per trasmettere la memoria – ha proseguito il Presidente di FederEsuli Antonio Ballarin – ed è importante che alla manifestazione di Roma, in cui si verificò un forte insediamento di esuli, si sia aggiunta quella di Trieste, località che presenta la maggior concentrazione di esuli in tutta Italia”. Ballarin ha quindi spiegato che a Trieste si correrà il 17 settembre per commemorare il settantennale dell’entrata in vigore effettiva del Trattato di Pace, risalente al 15 settembre 1947.

In rappresentanza del presidente Nicola Zingaretti, Roberto Tavani ha ribadito il sostegno della Regione Lazio alla realizzazione di questa manifestazione, la quale consente di conoscere le strade e la gente del Quartiere Giuliano-Dalmata, che a suo tempo accolse migliaia di profughi connazionali. Quanto all’amministrazione Raggi e a quella del Municipio, il riscontro è stato finora irrilevante. E’ invece intervenuto con un messaggio di saluto l’ex sindaco Gianni Alemanno, sotto il cui mandato avvenne la prima edizione della Corsa del Ricordo e si definirono i dettagli per l’inaugurazione della Casa del Ricordo.

Commosso l’intervento dell’Assessore allo sport e cultura del Comune di Trieste Giorgio Rossi, profugo all’età di sei anni da Umago, nell’Istria oggi croata: “Dopo decenni di silenzio per opportunità politica – ha affermato – va elogiata la sensibilità dimostrata dagli organizzatori, i quali hanno dimostrato che anche lo sport può essere importante per ricordare. Colgo l’occasione per ringraziare anche Roberto Menia, primo firmatario della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, e garantisco l’impegno della giunta che rappresento per rendere la Corsa del Ricordo un appuntamento fisso pure a Trieste”.

Andrea Blandino di GEB Software ha quindi presentato la rinnovata veste grafica del sito www.corsadelricordo.it (con contenuti anche di carattere storico e culturale voluti dall’art director Fabio Argentini) ed il nuovo logo della Corsa.

Il presidente regionale dell’ASI Luca Cipolletti si è dichiarato emozionato nel presentare questa quarta edizione di Roma, che prevede il consueto circuito nel Quartiere Giuliano-Dalmata, mentre riguardo il tracciato triestino si sta studiando un percorso imperniato sulla Foiba di Basovizza. Il suo omologo del Friuli Venezia Giulia Enzo Esposito ha quindi evidenziato il valore aggiunto che la macchina organizzativa della Bavisela (in sala c’era il presidente Fabio Carini) conferirà alla corsa triestina.

È stato infine portato un messaggio di saluto da parte di Donatella Schürzel, presidente del Comitato provinciale di Roma e vicepresidente nazionale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ed hanno manifestato la vicinanza del mondo giuliano-dalmata all’evento Carla Cace (Comitato 10 Febbraio), Marino Micich (Archivio Museo Storico di Fiume) e Roberto Sancin (Associazione Triestini e Goriziani a Roma e Giuliani nel Mondo).

 

Lorenzo Salimbeni

Foibe, l’insofferenza per la verità

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

La guerra contro la verità dei vandali che distruggono e deturpano monumenti e targhe in ricordo di pagine di storia italiana

Lanciano

L’elenco degli atti vandalici ai danni dei simboli a ricordo della dolorosa vicenda delle foibe e della più complessa questione del confine orientale, è in continuo aggiornamento. Un po’ come i bollettini di guerra. D’altronde quella che manipoli di avversari della verità portano avanti, non è altro che una guerra. Alla verità, appunto. Frutto di un’insofferenza che mostrano rispetto alla storia che riemerge dalla polvere nella quale era stata gettata.

Lanciano, in provincia di Chieti, ne è un esempio. Anni di lavoro sul territorio con le Istituzioni e le scuole per far conoscere e poi ricordare quella dolorosa pagina di storia italiana per troppo tempo nascosta nella soffitta delle omertà, hanno contribuito e contribuiscono al riconoscimento di una verità ed alla crescita della consapevolezza nelle giovani generazioni. E sicuramente hanno turbato gli animi di chi, o non ha la capacità di riflettere, oppure colpevolmente vorrebbe continuare a negare quello che fino a prima aveva contribuito a nascondere.

Ma non si ferma il vento con le mani. E nemmeno l’ennesimo atto vandalico al Monumento ai Martiri delle Foibe che nel 2011 abbiamo, grazie alla collaborazione dell’allora Amministrazione comunale di Lanciano, installato nel centro della città della provincia di Chieti, in Abruzzo, può certamente arrestare quella brezza che ha il profumo della verità. Un vento che spira forte in questo angolo di Italia, e che ha trovato pronte le vele dei Sindaci e dei Dirigenti Scolastici, salvo qualche sporadica quanto penosa eccezione. Che pure abbiamo prontamente condannato, dall’alto del nostro amore per questa Patria nel cui museo dei ricordi dobbiamo metterci anche il sangue. Che non è bello da vedere, ma serve a ricordare che c’è qualcuno prima di noi che lo ha perso; così come nel museo dei ricordi, al ripiano più basso, quello che vedono più facilmente i bambini, dobbiamo metterci l’insofferenza per la verità sulla tragedia delle foibe. Perché tutti, un giorno, possano rendersi conto di quanto male qualcuno ha continuato a procurare al Paese ed ai suoi figli più belli.

Lanciano è un piccolo esempio. Prima una parte dell’installazione, ora un’altra che viene danneggiata. Ma si sistema, sia chiaro. Sia chiaro soprattutto a chi, in questo caso come nelle decine di altri sparsi nello Stivale, crede di cancellare la storia a colpi di spray e calci. Certo, c’è il dolore degli esuli nel vedere come il ricordo di quello che hanno sofferto debba essere anche solo sfiorato da chi evidentemente non si sente figlio di questa Nazione. Ma la verità riconosciuta è la vittoria più grande che i nostri nonni, padri e fratelli abbiano potuto avere. E non gliela toglie nessuno. Perché è facile smontare un monumento, ma è altrettanto facile ricostruirlo. Difficile, anzi impossibile è invece smontare la fortezza della verità. Si mettano l’anima in pace, i vandaletti del quartierino.

Marco di Michele Marisi

Una nuova replica a giustificazionisti e negazionisti delle Foibe

Il 20 dicembre 2016 il sito de L’Internazionale ha pubblicato una “Lettera aperta sul Giorno del Ricordo” dai contenuti giustificazionisti e a tratti negazionisti riguardo la tragedia delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata: http://www.internazionale.it/notizie/2016/12/20/lettera-aperta-giorno-del-ricordo

Lorenzo Salimbeni, segretario del Comitato scientifico del C10F, ha redatto questa replica, che è stata sottoscritta da rappresentanti delle associazioni degli esuli istriani, fiumani, personalità accademiche e dell’informazione, nonché dal Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio Michele Pigliucci.

 

Roma, 23 dicembre 2016

 

Oggetto: risposta alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo”

 

Egregio Direttore,

Spettabile Redazione,

 

con riferimento alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo” pubblicata sul sito www.internazionale.it in data 20 dicembre 2016, chiediamo cortesemente la possibilità di replicare e di effettuare alcune precisazioni a nome delle molteplici associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati e loro discendenti, nonché degli storici e dei ricercatori che aiutano l’associazionismo giuliano-dalmata nello svolgimento della ricerca scientifica e della divulgazione riguardo la “complessa vicenda del confine orientale”.

La lettera che avete pubblicato, infatti, con un repertorio di citazioni in gran parte capziose, obsolete e superate dalla più recente storiografia, si insinua nel filone del cosiddetto “giustificazionismo”, con accenni di “riduzionismo” che stridono con la sintesi tutto sommato corretta ed efficace da voi realizzata lo scorso 10 febbraio 2016: in quanto diretti interessati dalle vicende cui è dedicato il Giorno del Ricordo, riteniamo di poterlo affermare con maggiore autorevolezza di chi su questa storia interviene con finalità strumentali e senza mascherare il proprio livore ideologico.

Ciascuna delle affermazioni contenute nella Lettera aperta è facilmente confutabile ed è un esercizio retorico al quale ci siamo purtroppo abituati, in quanto costoro da più anni vanno ripetendo le medesime argomentazioni, che poi vengono rovesciate dalla testimonianza diretta di chi quella storia la visse per esperienza diretta ovvero dal lavoro sine ira ac studio di storici obiettivi.

Prima di tutto l’italianità delle terre contese fra Italia e nascente Jugoslavia al termine della Seconda guerra mondiale risulta fuor di discussione: il diritto internazionale ed il diritto di guerra sanciscono che annessioni unilaterali (la provincia di Lubiana all’Italia nell’aprile 1941, l’Istria alla Jugoslavia a metà settembre 1943 e la Zona di Operazioni Litorale Adriatico alla Germania nell’ottobre 1943) non sono da tenere in considerazione fino alla ratifica di un trattato di pace (il che sarebbe avvenuto solamente nel 1947)  che sancisca la conclusione dello stato di guerra e stabilisca confini internazionalmente riconosciuti. Con riferimento alla materia in esame, confini internazionalmente riconosciuti furono quelli stabiliti dal Trattato di Saint-Germain (1919), dal Trattato di Rapallo (1920) e dal Trattato di Roma (1924), in base ai quali Trieste, Gorizia, Istria, Fiume e Zara risultavano appartenenti all’allora Regno d’Italia e tali andavano considerate dal punto di vista del diritto fino al Trattato di Parigi del fatidico 10 febbraio 1947, entrato in vigore il successivo 15 settembre.

Negli anni Venti e Trenta il regime mussoliniano, in continuità con quanto impostato dallo Stato liberale sabaudo al suo arrivo in queste terre, tentò un’opera di bonifica etnica, ma i suoi risultati furono meno catastrofici per le comunità slovene e croate autoctone di quanto denunciato, nella misura in cui la resistenza jugoslava ebbe poi modo di radicarsi fra la popolazione “alloglotta”, le componenti slave rimasero sul territorio e resistettero all’assimilazione dando anzi vita a reazioni armate (gruppi terroristici TIGR e Borba, attentati a simboli di italianità e non solo a rappresentanti del regime fascista), laddove dopo il conflitto la politica di fratellanza italo-slava sbandierata dal regime di Tito portò, come se non fossero bastate le vittime delle due ondate di foibe, alla sparizione di altri italiani ed all’esodo del 90% della comunità autoctona italofona. Siccome più avanti si cerca di sminuire il peso delle morti perpetrate dall’esercito di liberazione jugoslavo e dalle sue quinte colonne locali contestualizzando il tutto in una prospettiva più ampia, sarebbe invece maggiormente opportuno ricordare che contemporaneamente a questo tentativo di snazionalizzazione il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni colpiva altrettanto pesantemente la comunità austriaca della Slovenia settentrionale (Domenica di sangue di Marburg/Maribor), gli italiani di Dalmazia (quasi 20.000 persone in fuga da Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù costituirono il cosiddetto “Esodo dimenticato”) e gli albanesi del Kosovo (progetto di trasferimento coatto di migliaia di albanesi in Turchia).

Di certo non tutte le 1700 foibe istriane sono state usate per scaraventarvi, spesso ancora vivi, i prigionieri torturati e sommariamente processati da parte delle milizie facenti capo a Tito, ma non si ritiene di “aumentare l’enfasi sensazionalistica della propaganda irredentista” se si puntualizza che invece già nel 1941 il terreno carsico del Montenegro consentì ai partigiani jugoslavi di gettare in alcune foibe soldati italiani (in spregio alle convenzioni di guerra che tutelavano i prigionieri), che nel litorale dalmata esponenti di spicco della comunità italiana furono annegati in mare e che molte operazioni di recupero delle salme dalle foibe furono rese impossibili dalla carenza di materiale speleologico adeguato, dall’andamento accidentato di questi inghiottitoi e dall’avanzato stato di decomposizione dei resti umani che rendeva irrespirabile l’aria per chi scendeva decine di metri in profondità allo scopo di effettuare ricognizioni e recuperi. 2.500 persone forse non sono state gettate tutte quante nella vecchia miniera di Basovizza (sicuramente un centinaio di militi della Guardia di Finanza di Trieste che, dopo aver combattuto il 30 aprile 1945 contro gli occupanti tedeschi nel corso dell’insurrezione cittadina, sarebbero poi stati trucidati in quanto rappresentanti di uno Stato italiano che si voleva cancellare dalla Venezia Giulia), ma sicuramente fra Basovizza, Monrupino, Abisso Plutone, Corgnale ed altri abissi della zona il quantitativo dei morti può raggiungere tale cifra. Siffatti esercizi di contabilità mortuaria, tuttavia, sono degni dei negazionisti dell’Olocausto che argomentano sulle cifre dei morti nelle camere a gas e nei forni crematori; a prescindere dal numero delle vittime, l’efferatezza delle tecniche di uccisione condanna questi crimini (avvenuti a guerra finita): persone cadute nel vuoto legate col fil di ferro ai polsi di prigionieri precedentemente uccisi e rimaste agonizzanti in fondo alla foiba per giorni interi prima di morire, fucilazioni e sventagliate di mitra a colonne di prigionieri sul ciglio della foiba, cani neri buttati nella foiba al termine di queste esecuzioni di massa in ossequio ad agghiaccianti rituali scaramantici.

Ricondurre poi la prima ondata di uccisioni nelle foibe istriane (avvenute contemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalato e in altre località della Dalmazia) ad un episodio di “jacquerie” è una tesi ormai superata: l’opera postuma di Elio Apih “Le Foibe giuliane” (Leg, Gorizia 2010, a cura di Roberto Spazzali) ha corroborato la chiave di lettura fornita a suo tempo dal prof. Arnaldo Mauri e cioè che si è trattato dell’applicazione di una metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyn a danno degli ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939 e successivamente in altri ambiti dell’Europa orientale, consistente nell’eliminazione delle figure di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classe dirigente, in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi comunisti, sovente privi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giulia gli opposti nazionalismi italiano e slavo erano stati fomentati dalle autorità asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola logica del divide et impera. Le mire espansionistiche slovene e croate nei confronti di quelle località della costa adriatica orientale in cui la maggioranza della popolazione era italiana affondavano perciò le radici nella seconda metà dell’Ottocento e trovarono realizzazione non con il progetto di riforma trialista della compagine austro-ungarica a beneficio della componente slava, bensì dietro la bandiera rossa che l’esercito di Tito ostentava. Gli italiani che furono partecipi delle violenze a danno dei propri connazionali confermano il carattere di guerra civile che la Resistenza assunse ed in tale contesto avevano anteposto l’adesione ideologica al comunismo all’appartenenza nazionale (esempio più eclatante il massacro a Porzûs da parte di gappisti delle Brigate Garibaldi – Natisone dei partigiani “bianchi” contrari all’espansionismo jugoslavo in territori abitati a maggioranza da italiani), laddove i loro “compagni” jugoslavi strumentalizzarono il comunismo con finalità nazionaliste.

Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettò imperialista degli slavi del sud latente da tempo e che rivendicava territori in cui vi erano presenze slave (Carinzia austriaca e Friuli Venezia Giulia italiano) nonché la trasformazione degli Stati confinanti balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) in satelliti di Belgrado, andando così a ledere la supremazia sovietica nell’Europa orientale sancita dagli accordi di Yalta fra le grandi potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. In questo progetto espansionista affondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche titine così come gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero sconosciute grazie alla spregiudicata politica estera del dittatore croato che di fatto, pur militando nelle logiche della Guerra Fredda fra i cosiddetti “Paesi Non allineati”, si rivelò un prezioso interlocutore per il blocco occidentale, che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerente le sue vessazioni.

Che poi a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodi di giustizia sommaria e rese dei conti, non sminuisce certo l’impatto della tragedia rappresentata da foibe, deportazioni e campi di concentramento jugoslavi, anzi, dimostra la necessità di approfondimento, analisi e raccolta di testimonianze rilasciate da superstiti o loro congiunti. Il giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane (gran parte delle quali, per quanto odiose, attuate in tempo di conflitto ed applicando le leggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte le potenze belligeranti nelle forme di rappresaglie, campi di internamento e uso di ostaggi) non ha ragion d’essere in una comunità internazionale che si vorrebbe regolamentata dal diritto e dal senso di giustizia come quella che i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano istituire sulle macerie delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italiani e di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella coltre di silenzio che le ha avvolte per decenni, tanto da rendere necessaria l’istituzione di una Giornata del Ricordo dedicata a queste vittime.

I partigiani che “entrarono a Trieste nel maggio 1945” rappresentarono altresì un’invasione e annichilirono i partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, i quali nel capoluogo giuliano non dovettero entrare, in quanto già c’erano, avendo realizzato l’insurrezione cittadina il 30 aprile 1945 per effetto  della quale la guarnigione tedesca era stata già costretta ad asserragliarsi in alcuni presidi e la città era stata liberata. Nei successivi Quaranta giorni la violenza nei confronti degli italiani aumentò indubbiamente e a questo si riferiva l’articolo del 10 febbraio scorso, senza nulla togliere a quanto sofferto da partigiani, ebrei ed antifascisti ad opera dei tedeschi e dei loro collaborazionisti. Le efferatezze consumatesi nel campo di internamento della Risiera di San Sabba rientrano nelle commemorazioni del Giorno della Memoria dedicate allo sterminio perpetrato nell’arcipelago concentrazionista nazista, i crimini del fascismo hanno la loro sanzione nella Festa della Liberazione, il Giorno del Ricordo è il momento in cui l’italianità giuliano-dalmata chiede di ricordare le proprie vittime ed un momento di raccoglimento per commemorare le violenze che ha subito: negare, giustificare e ridimensionare quanto patito costituisce una nuova forma di violenza.

Nella pluralità di voci e di firme che dovrebbero dar vita allo speciale di Internazionale che i firmatari della lettera aperta auspicano, chiediamo che vi sia spazio anche per la testimonianza degli esuli che in prima persona vissero la tragedia dell’esodo, in maniera tale da confutare le ciniche e disumane interpretazioni che sono state qui date alla scelta di esodare. In questa maniera si potrebbe capire quanto doloroso sia stato quel distacco, quanto nessuno si immaginasse di abbandonare la miseria per andare nel paese di Bengodi, quanto la sotterranea finalità di nuocere all’economia jugoslava (dietrologia pura!) fosse assente nelle famiglie intere che abbandonavano una terra in cui erano radicati da generazioni. Il Presidente del Consiglio De Gasperi ed il CLN dell’Istria cercarono in tutti i modi di frenare questa emorragia, l’uno perché confidava in successivi aggiustamenti confinari e per non trovarsi a gestire l’emergenza umanitaria di decine di migliaia di profughi nella disastrata Italia dell’immediato dopoguerra (i 109 Centri Raccolta Profughi furono la improvvisata e dolorosa risposta a questa crisi), l’altro perché auspicava un plebiscito che consentisse alla popolazione di esprimere liberamente la propria appartenenza statuale coerentemente al principio di autodeterminazione dei popoli. È addirittura oltraggioso sostenere che 350.000 persone di ogni estrazione politica e sociale abbiano abbandonato le proprie case lusingati da fantomatiche rosee prospettive economiche, laddove con i loro beni abbandonati e poi nazionalizzati dal regime di Belgrado lo Stato italiano saldò, contravvenendo alle disposizioni del trattato di pace, parte delle riparazioni dovute alla Jugoslavia ed ancora non ha corrisposto un equo indennizzo agli esuli ed ai loro discendenti. La verità è che in Istria e a Fiume il governo militare jugoslavo, in attesa delle decisioni della conferenza di pace, aveva diffuso un clima intimidatorio, perseguitava le manifestazioni di italianità, continuava a far sparire nel nulla i punti di riferimento della comunità italiana e procedeva ad un’annessione strisciante di queste terre, travalicando le caratteristiche di provvisorietà che un Governo Militare dovrebbe avere (garantire l’ordine pubblico e la sicurezza in attesa di una sistemazione definitiva). I gerarchi di Tito e l’OZNA, la sua polizia segreta, avevano invece operato dal maggio 1945 all’inverno 1946-’47 per diffondere un clima di terrore nella popolazione italiana (episodi più eclatanti furono il martirio in odium fidei del beatificato Don Bonifacio e l’attentato dinamitardo di Vergarolla, compiuto in zona di pertinenza angloamericana, con un centinaio di morti e decine di feriti) con il dichiarato intento di farla allontanare: « […] Ricordo che nel 1946 io [Milovan Đilas, ndr] ed Eduard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto» (intervista al periodico Panorama del luglio 1991).

Coerentemente allo spirito della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, le associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati si impegnano oggi affinché questi drammi vengano portati alla conoscenza di tutti senza discriminazioni e distinguo e per il riconoscimento di questa tragedia al pari delle altre grandi catastrofi del Secolo breve. D’altro canto hanno avviato da sette anni un proficuo tavolo di lavoro con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca che ha portato alla realizzazione di concorsi scolastici e di seminari di aggiornamento per i docenti tenuti da insegnanti universitari e storici qualificati. In concomitanza con il Giorno del ricordo 2016 la rivista Storia In Rete ha dedicato un numero monografico alla storia del confine orientale italiano, coinvolgendo storici che da tempo collaborano con le associazioni dell’esodo giuliano-dalmata e la trasmissione televisiva Terra ha realizzato uno speciale, sicché altrettanto interessante potrebbe essere un approfondimento di Internazionale, ma, come sopravvissuti e testimoni della Shoah vengono interpellati in occasione del Giorno della Memoria ed i tentativi revisionisti o negazionisti vengono silenziati, così anche la comunità degli esuli chiede rispetto per i propri lutti, empatia per le proprie sofferenze e assenza di livore e di velleità giustificazioniste nelle ricerche storiche che li riguardano da vicino.

 

Lorenzo Salimbeni (ricercatore storico)

Giuseppe de Vergottini (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e Coordinamento Adriatico)

Davide Rossi (Università degli Studi di Trieste)

Antonio Ballarin (Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati)

Giorgio Baroni (già Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

Lucia Bellaspiga (giornalista inviata speciale de “Avvenire”)

Jan Bernas (giornalista e scrittore)

Manuele Braico (Associazione delle Comunità Istriane)

Guido Brazzoduro (Libero Comune di Fiume in Esilio)

Guido Cace (Associazione Nazionale Dalmata)

Marco Cimmino (insegnante)

Renzo Codarin (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia)

Renzo de’ Vidovich (Fondazione Rustia Traine)

Viviana Facchinetti (giornalista e scrittrice)

Diego Lazzarich (Università degli Studi della Campania)

Fabio Lo Bono (giornalista e scrittore)

Emanuele Mastrangelo (editor e cartografo)

Marco Panti (dirigente scolastico)

Giuseppe Parlato (Università degli Studi Internazionali di Roma)

Michele Pigliucci (Comitato 10 Febbraio)

Alessandro Quadretti (regista)

Pier Franco  Quaglieni (Centro “Pannunzio”)

Paolo Radivo (direttore de “L’Arena di Pola”)

Paolo Sardos Albertini (Lega Nazionale e Comitato Onoranze ai Martiri delle Foibe)

Giorgio Federico Siboni (Università degli Studi di Milano)

Tito Lucilio Sidari (Libero Comune di Pola in Esilio)

Lucio Toth (già Senatore della Repubblica)

 

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L’Italia senza i giuliano-dalmati?

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il MIUR ha organizzato il VII seminario nazionale di aggiornamento per i docenti sulla storia del confine orientale

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Una delle dolenti note nella percezione da parte degli italiani della tragica storia del confine orientale ha da tempo riguardato lo spazio e l’obiettività con cui le tematiche attinenti foibe ed esodo sono state affrontate dai libri di testo scolastici. Molte segnalazioni, con indicazioni precise dei volumi che ignoravano o ridimensionavano la vicenda, sono state da tempo pronunciate dalle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, nonché dalle sigle di rappresentanza studentesca collegate al centrodestra e non sono mancate iniziative di denuncia anche da parte di personalità politiche e istituzionali.

Il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca ha perciò attivato da alcuni anni un tavolo di confronto con le associazioni riunite nella Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, che ha prodotto significativi risultati.

Gran parte del lavoro realizzato da questa assise è consultabile nel sito www.scuolaeconfineorientale.it e inoltre ogni anno viene bandito il concorso nazionale per le scuole “Identità e memoria” (suddiviso in due sezioni, primarie e secondarie) nonché il seminario di aggiornamento per gli insegnanti “Le vicende del confine orientale e il mondo della scuola”. Quest’anno concorso e seminario erano dedicati al tema “Nasce la Repubblica Italiana senza un confine”. Gli elaborati per il concorso possono essere inviati fino al 10 gennaio 2017, laddove l’aggiornamento dei docenti ha avuto luogo lo scorso 6 dicembre proprio presso il MIUR a Roma.

Il Sindaco del Libero Comune di Fiume in Esilio Guido Brazzoduro ha innanzitutto rivolto un messaggio di saluto da parte del mondo dell’associazionismo giuliano-dalmata, laddove il prof. Diego Lazzarich (docente di Storia delle Dottrine Politiche alla Seconda Università di Napoli) ha svolto un inquadramento generale della problematica, inserendo in una rapida ricostruzione degli eventi più importanti del secolo breve nelle terre dell’Adriatico orientale una sezione di vita famigliare, dedicata al nonno pasticcere fiumano esule a Napoli.

La prima relazione è stata quindi tenuto dal prof. Davide Rossi, il quale, insegnando Storia del Diritto all’Università degli Studi di Trieste, si è dedicato alle ricadute del Referendum del 2 giugno 1946 nelle terre contese fra Italia e Jugoslavia: pochi sanno che un decreto legislativo del marzo 1946 sospese nelle province di Bolzano, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara il precedente decreto luogotenenziale che convocava i comizi elettorali in tutta Italia; in linea teorica i cittadini italiani qui residenti avrebbero potuto esprimere il loro voto in un secondo momento, cosa che mai avvenne, escludendo centinaia di migliaia di elettori dalla partecipazione al momento fondativo del nuovo assetto istituzionale italiano. Lorenzo Salimbeni, ricercatore storico che collabora con varie associazioni del settore (Lega Nazionale, Comitato 10 Febbraio, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), ha quindi ripercorso la storia del “confine mobile” dal 1866 (Terza guerra d’indipendenza) al 2013 (adesione della Croazia all’Unione Europea, pur non rientrando ancora nell’area Schengen). Nella sessione pomeridiana i lavori sono stati riaperti dal prof. Raoul Pupo, insegnante di Storia contemporanea dell’ateneo triestino, il quale ha relazionato sul lungo dopoguerra della Venezia Giulia, evidenziando le vicende del settembre 1943 (prima ondata di foibe), la doppia liberazione di Trieste (30 aprile 1945 il CLN, l’indomani i partigiani di Tito con conseguente seconda ondata di stragi) ed i passaggi della diplomazia internazionale sul cui sfondo si è articolato l’esodo giuliano-dalmata. Il dirigente nazionale dell’ANVGD Alessandro Cuk, autore de “La questione giuliana nei documentari cinematografici” (Alcione, Treviso 2012), ha infine proiettato e commentato spezzoni cinematografici e documentaristici che all’epoca hanno informato l’opinione pubblica italiana sull’Esodo, fornendo pure un’anticipazione di “Rosso Istria”, il film dedicato a Norma Cossetto che verrà distribuito l’anno prossimo (https://www.youtube.com/watch?v=r2hdj8VJlCI).

La pittura vive nel teatro attraverso la storia di Giuseppe Lallich

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Apprezzatissimo monologo teatrale di Emanuele Merlino con Mauro Serio nei panni del pittore dalmata

Teatro, pittura e patriottismo hanno caratterizzato il secondo Dessert delle Muse, appuntamento culturale mensile a cura del Comitato 10 Febbraio e della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice: presso la loro sede romana è, infatti, andato in scena martedì 13 dicembre lo spettacolo “La pittura. Il sangue. Il leone. Giuseppe Lallich, dalmata dimenticato”, elaborato da Emanuele Merlino a partire dalle suggestioni del volume “Giuseppe Lallich, dalla Dalmazia alla Roma di Villa Strohl-Fern” (Palladino, Campobasso 2007) di Carla Isabella Elena Cace, principale biografa e conoscitrice del pittore nato a Opeine presso Spalato nel 1867 e deceduto a Roma nel 1953.

Mauro Serio, noto per i trascorsi televisivi degli anni Novanta e attualmente attore teatrale, ha portato in scena un Lallich profondo nei suoi sentimenti patriottici di dalmata irredento, sincero nel ripercorrere le tappe di una maturazione artistica tendente all’eccellenza e disincantato nel tracciare un bilancio esistenziale durante il soggiorno finale della sua vita a Roma nell’ambito della residenza dell’artista e mecenate esule alsaziano Strohl-Fern.

In questa maniera è stato portato sulla scena anche il cosiddetto “Esodo dimenticato”, vale a dire l’abbandono della Dalmazia, annessa al neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nel 1920, da parte di almeno 2.000 italofoni che avevano visto sfumare le promesse fatte all’Italia dall’Intesa al momento della stipula del Patto di Londra (1915) e si trovavano invece in balia delle vessazioni dei nazionalisti croati. Ma prima di abbandonare la sua Dalmazia, Lallich ebbe modo di accreditarsi come valente realizzatore di opere di pittura “etnografica”, dedicandosi alle figure popolari dalmate ed ai Morlacchi in particolare.

Formatosi all’Accademia di Venezia, la quale manteneva un legame profondo con le terre dell’Adriatico orientale su cui aveva esteso i propri domini la Serenissima, il nostro fu poi partecipe del fervore culturale della città di Spalato, in cui il Caffè Troccoli era il punto di ritrovo di intellettuali, artisti e patrioti. Da questa commistione di stimoli si forgia l’artista che ritrarrà Francesco Rismondo, il dannunziano “assunto di Dalmazia”, caduto in circostanze misteriose durante la Prima Guerra Mondiale; si afferma il disegnatore pubblicitario che elabora uno strepitoso manifesto per il maraschino dei Luxardo; Ragusa rivive nelle sue tele in tutto il suo splendore, ma il capolavoro più celebre e celebrato risulta “Il bacio della bandiera”. Qui si condensa l’amore che Lallich e gli italiani di Dalmazia conservavano per la memoria della Repubblica marciana, punto di riferimento dell’italianità adriatica. Non sono solamente gli abitanti di Perasto quelli raffigurati nel commosso gesto di baciare il gonfalone della Serenissima che in un giorno d’estate del 1797 sta per essere sepolto sotto l’altare della chiesa di Perasto dopo che il Conte Viscovich ha commemorato Venezia, da poco annessa all’Austria. In quelle figure semplici, dimesse e genuine vi sono tutti i dalmati che nel periodo irredentista hanno lottato per l’Italia, sono ritratti gli esuli che debbono abbandonare quanto hanno di più caro ed echeggia il celebre discorso del “Ti con nu, nu con ti”, la cui lettura rappresenta uno dei momenti maggiormente significativi di questo monologo teatrale che dopo questo brillante esordio prevede prossimamente nuove date a Roma e a Trieste.

È, infine, possibile vedere integralmente lo spettacolo sul canale YouTube del Comitato 10 Febbraio: https://youtu.be/MVX2HtHSM8w

Lorenzo Salimbeni

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