La Divisione Decima nella difesa del confine orientale

La battaglia di Tarnova della Selva allontanò le avanguardie titine da Gorizia

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Si svolgerà il prossimo fine settimana a Gorizia il consueto raduno annuale dei Combattenti della Decima Flottiglia Mas – Rsi, un evento che ha sempre visto il coinvolgimento istituzionale del Comune isontino e, in tempi recenti, anche contromanifestazioni da parte delle sigle dell’antifascismo locale. La manifestazione avviene sempre in questo periodo, per collegarsi ai giorni della battaglia di Tarnova della Selva, di cui quest’anno ricorre il 73° anniversario: si tratta di un episodio della Seconda guerra mondiale al confine orientale che ebbe per protagonisti alcuni reparti della Divisione Decima, costituita dal Principe Junio Valerio Borghese dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Questa grande unità, sorta a partire dalla fanteria di marina ed arricchitasi in seguito con varie specialità (incursori, alpini, bersaglieri, artiglieri, genieri), rivendicò sempre la propria autonomia operativa nei confronti delle Forze Armate comandate dal Generale Rodolfo Graziani, essendosi costituita ancor prima della Repubblica Sociale Italiana. Così facendo, entrò in attrito non solo con Mussolini ed i suoi gerarchi, ma anche con le autorità militari germaniche, con particolare riferimento alle attività nella Venezia Giulia. Quest’ultima, infatti, rientrava nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di governatorato militare tedesco in cui i poteri della RSI erano alquanto effimeri. Anche grazie alle relazioni stilate dalla maestra Maria Pasquinelli, dapprima testimone degli eccidi compiuti dai partigiani di Tito a Spalato dopo l’8 settembre e poi capace di raccogliere testimonianze delle contemporanee stragi nelle foibe istriane, in Borghese si rafforzò la convinzione che a guerra finita, una volta collassato il dispositivo militare tedesco, a Trieste, Gorizia, Fiume ed in Istria il vuoto di potere sarebbe stato riempito dalle truppe “titine” che avrebbero nuovamente infierito sulla comunità italiana e rivendicato l’annessione di quelle terre alla rinascente Jugoslavia.

Vennero quindi costituiti presidi di fanteria di marina a Trieste, Pola e Fiume (al termine del conflitto sarebbero stati annientati dai partigiani jugoslavi) e un robusto contingente della Decima si acquartierò a Gorizia, ove le autorità nazionalsocialiste avevano conferito ampi poteri ai collaborazionisti sloveni, per cui la presenza di quei battaglioni divenne per i goriziani anche un simbolo di italianità. Si sfiorò, infatti, il ricorso alla armi allorché tedeschi e domobranci (le milizie anticomuniste slovene) intimarono invano di ammainare il tricolore che era stato issato sul pennone della caserma in cui si erano dislocate le truppe di Borghese.

Durante il gelido inverno 1944-’45 la località di Tarnova della Selva che dominava Gorizia fu affidata al Battaglione Fulmine, in cui rientrava la Compagnia Volontari di Francia, un reparto costituito da figli di emigranti italiani nati o cresciuti in Francia che vollero arruolarsi dopo la disfatta dell’8 settembre per riscattare l’onore di una Patria che molti di loro non avevano neanche mai visto (la loro storia è stata raccontata da Andrea Vezzà nel libro I ragazzi di quai de Bacalan. I «Volontari di Francia» della Xma MAS, Ritter, Milano 2012). Questo distaccamento si trovò tra il 19 ed il 21 gennaio accerchiato nella borgata da soverchianti forze partigiane, che cominciarono ad assaltare i bunker del perimetro difensivo allestito dai difensori, i quali resistettero strenuamente fino all’arrivo dei rinforzi (battaglioni Valanga, Sagittario e Barbarigo con il supporto di forze di polizia e di mezzi corazzati tedeschi). Spezzato l’accerchiamento, i superstiti furono fatti evacuare e questa vicenda bellica rimase impressa nella memorialistica di entrambi i contendenti: da parte repubblicana, rappresentò il sacrificio di decine di soldati per salvare l’italianità di Gorizia; sul fronte partigiano, ancor oggi a Tarnova un imponente monumento edificato sui resti di una casamatta celebra i caduti di quella battaglia. Un prezioso apparato fotografico che testimonia la durezza di quei combattimenti e la tenacia dei giovani italo-francesi è custodito presso l’Istituto di Ricerche Storiche e Militari dell’Età Contemporanea Carlo Alfredo Panzarasa, il quale fu il reduce di quel reparto che generosamente ideò e fondò l’istituto che è oggi dedicato alla sua memoria ed è ospitato alla Casa del Combattente di Trieste (via XXIV Maggio 4), e valorizzato in varie pubblicazioni (Andrea Vezzà, Immagini in armi sul confine orientale, UNCRSI, Trieste 2010, e Bruna Pompei – Piero Delbello, Volontari di Francia: da Bordeaux alla Venezia Giulia nella 10. MAS per l’onore d’Italia 1943-1945, Italo Svevo, Trieste 2006).

Lorenzo Salimbeni 

Una Costituzione nata senza il voto dei giuliano-dalmati

Il 2 giugno 1946 Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara furono estromesse dalle urne

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Si sono celebrati in questi giorni i 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana (primo gennaio 1948), nella quale dovrebbero riconoscersi tutti gli italiani. L’Assemblea Costituente che la redasse venne eletta contestualmente al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sui cui esiti aleggiano da tempi varti dubbi, poiché parecchi sostengono che il risultato sia stato falsato a favore dell’opzione repubblicana. Solamente in tempi recenti si è messo in risalto che a quell’importantissimo appuntamento elettorale, che vedeva il ritorno degli italiani alle urne dopo i plebisciti dell’epoca mussoliniana e gli orrori della Seconda guerra mondiale, fu impedito di partecipare a decine di migliaia di nostri connazionali.

«Dei 573 seggi dell’Assemblea Costituente da assegnare – ha spiegato in più occasioni il professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste – e previsti dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, in realtà ne furono attribuiti soltanto 556, mancando all’appello i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia – Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. Con un ulteriore Decreto Luogotenenziale, di soli sei giorni successivo, fu, per l’appunto, sostanzialmente ritenuto impossibile lo svolgimento delle elezioni in quelle terre di confine, a causa della situazione internazionale»

Il momento fondativo dello Stato italiano uscito dalle macerie del conflitto si svolse pertanto senza coinvolgere i cittadini residenti in terre che, fino alle deliberazioni della Conferenza di Pace ancora in corso, risultavano formalmente sotto la sovranità italiana, in virtù dei trattati di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Rapallo (12 novembre 1920) e Roma (27 gennaio 1924). In quelle sedi il Regno d’Italia aveva ottenuto in maniera internazionalmente riconosciuta gran parte delle terre che rivendicava dall’Austria-Ungheria, definendo successivamente in maniera bilaterale con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il confine sulle Alpi Giulie e in Dalmazia nonché la spartizione dello Stato Libero di Fiume.

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, che secondo la Linea Morgan del 9 giugno 1945 ricadeva nella Zona A sotto amministrazione militare angloamericana, organizzò, tuttavia, il 2 giugno nella propria sede un seggio, facendo quindi pervenire a Roma i risultati, che ovviamente nessuno tenne in considerazione. Si trattò comunque di una manifestazione di italianità che faceva seguito all’imponente fiaccolata notturna del 21 marzo, con cui si volle manifestare la propria identità nazionale alla Commissione alleata che stava rilevando la composizione etnica dell’Istria dopo che nel corso di quel pomeriggio torpedoni di croati provenienti dall’entroterra avevano confuso le acque e dato luogo a scontri e disordini.

Invano giuliani, fiumani e dalmati avevano chiesto di indire in queste terre contese un plebiscito attraverso cui esprimere la propria appartenenza statuale in base al principio di autodeterminazione dei popoli che pur figurava nella Carta atlantica. Alcide De Gasperi non portò avanti tale istanza poiché temeva di dover fare altrettanto con riferimento alle sorti dell’Alto Adige: a Bolzano e dintorni la consultazione si sarebbe svolta regolarmente ed in maniera democratica, premiando sicuramente l’opzione austriaca. Al confine orientale, invece, l’amministrazione militare jugoslava nella Zona B lasciava pochi dubbi in merito alla repressione di qualsiasi forma di contrarietà rispetto all’annessione alla Jugoslavia titoista, come già si era potuto riscontrare in occasione delle elezioni amministrative istriane del 25 novembre 1945, durante le quali anche il boicottaggio delle urne in segno di dissenso fu reso impossibile poiché la gente veniva condotta a votare le liste compattamente filojugoslave con l’uso della forza. D’altro canto l’Italia pagò a caro prezzo la scelta maturata nel 1920 di non ratificare l’annessione delle nuove province attraverso un plebisicito (come era sempre avvenuto in epoca risorgimentale), poiché le autorità civili e militari temevano cospicui residui lealisti nei confronti degli Asburgo da parte della popolazione giuliana.

Grazie all’inserimento nel listone nazionale che eleggeva una quota di rappresentanti in base ai resti provenienti dai vari collegi, poterono figurare tra i padri costituenti almeno il fiumano Leo Valiani (Partito d’Azione) ed il triestino Fausto Pecorari (Democrazia Cristiana).

A parziale compensazione di questi torti, il presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando aprì i lavori ««nel ricordo del dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non hanno votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia».

Lorenzo Salimbeni

La Fondazione Spirito – De Felice presenta i suoi archivi

I fondi Tamaro, Mazzolini, Massi e Papo riguardano il confine orientale italiano

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Lo scorso 15 dicembre la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, con il contributo della Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali del MIBACT, ha realizzato nella propria sede di Piazza delle Muse a Roma il convegno “Le culture politiche italiane negli archivi della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice”. Donazioni, acquisizioni e materiale librario a disposizione dell’istituto hanno consentito ai relatori di spaziare su destra cattolica, nazionalismo, liberalismo, politica monarchica, irredentismo, neofascismo e sindacalismo nazionale: in attesa che gli atti della giornata vengano pubblicati negli Annali della Fondazione, vi sono relazioni che hanno dimostrato particolare attinenza con la storia del confine orientale.

Innanzitutto quella tenuta dal Vicepresidente della Fondazione Gianni Scipione Rossi, incentrata su Attilio Tamaro, storico, giornalista e diplomatico giuliano che incarnò, sviluppò e studiò l’irredentismo di prima della Grande guerra e di cui la fondazione possiede numerose carte e corrispondenze. A lui si deve, fra l’altro, nell’Enciclopedia italiana del 1933 il lemma “Irredentismo”, visto come prosecuzione del Risorgimento, benché gli attivisti presenti nelle terre irredente appunto vi facessero rientrare personaggi e fermenti locali anche precedenti alla Terza guerra d’indipendenza. Volontario del Regio Esercito nel 1915 e poi responsabile della propaganda presso gli alleati dell’Intesa con riferimento alle rivendicazioni italiane nei confronti dell’Austria-Ungheria, a conflitto terminato Tamaro fu deluso per non essere stato nominato direttore del quotidiano di Trieste Il Piccolo e dovette accontentarsi di fare il caporedattore per L’Idea Nazionale, testata dell’Associazione Nazionalista Italiana che però non raggiunse mai il livello dei principali giornali. Entrato nei ranghi della diplomazia con l’infornata “ventottista”, fu in carico ad Amburgo, Helsinki e Berna; espulso dal Partito Nazionale Fascista, non aderì alla Repubblica Sociale nonostante le pressioni ricevute e nel dopoguerra collaborò sotto pseudonimo a Rivolta Ideale.

Proveniva da Trieste anche Ernesto Massi, padre della geopolitica italiana e oggetto di studio da parte di Andrea Perrone, collaboratore della Fondazione Spirito-De Felice e autore di una relazione che ne ha innanzitutto evidenziato la formazione ad ampio raggio, frutto di una sintesi di culture e di lingue diverse, dovuta anche al fatto di aver svolto le scuole elementari a Graz e che il padre era croato (il cognome originario Maček sarebbe stato italianizzato con il Regio decreto del 1927). Attivo nel gruppo d’ateneo della FUCI di Trieste, Massi avrebbe poi fondato con il collega Giorgio Roletto la rivista Geopolitica, sulla cui linea scientifica molto influì il rapporto diretto instaurato con Karl Haushofer, che già nel 1924 aveva avviato la Zeitschrift für Geopolitik. Sul versante politico, Massi rientra tra i padri fondatori della Sinistra nazionale, che presenta come continuazione della Sinistra storica risorgimentale e cui fornisce un ricco e variegato pantheon, nel quale rientrano fra gli altri Mazzini e la sua idea di nazione, Gentile ancorché rappresentante della Destra storica prefascista, Olivetti con il corporativismo, Imbriani e l’Associazione in Pro dell’Italia Irredenta e Romolo Murri, poiché il cattolicesimo in politica era essenziale per la formazione dello stato etico di matrice hegeliana.

Il segretario del Comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio, Lorenzo Salimbeni, ha, infine, relazionato sul fondo Luigi Papo, grande attivista dell’associazionismo degli esuli istriani, fiumani e dalmati al quale si deve soprattutto la meticolosa redazione dell’Albo d’oro. Venezia Giulia e Dalmazia nell’ultimo conflitto: tra i 20.000 nomi qui raccolti figurano pure quelli di centinaia di italiani vittime delle stragi delle foibe e delle deportazioni perpetrate dalle forze partigiane di Tito. Proveniente da una famiglia irredentista, Papo fu esponente del cosiddetto “fascismo di frontiera”, soprattutto durante la RSI, come comandante della terza compagnia del 2° Reggimento Milizia Difesa Territoriale “Istria”, ma nel suo Albo d’oro non mancano, ancorché in maniera incompleta, le vittime della violenta repressione antipartigiana nazista attuata in queste zone, con accenni anche alle uccisioni avvenute alla Risiera di San Sabba. Fondatore nel 1948 del Centro per la Tutela degli Interessi degli Esuli Adriatici, poi Centro Studi Adriatici, che dal 1964 si sarebbe fuso con l’Associazione Nazionale Irredenta, di cui avrebbe costituito una sorta di comitato scientifico, Papo ha affidato alla Fondazione Spirito un ricco epistolario intrattenuto con rappresentanti politici e degli esuli, nonché documenti e ritagli di giornali inerenti località giuliano-dalmate e personaggi collegati alle vicende delle foibe e dell’esodo.

 

Il Natale di sangue di d’Annunzio a Fiume

Le truppe del Regio Esercito posero fine alla Reggenza Italiana del Carnaro

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La marcia di Gabriele d’Annunzio da Ronchi a Fiume il 12 settembre 1919 doveva risolvere con un audace colpo di mano l’impasse in merito alla definizione del confine tra l’Italia ed il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. L’annessione all’Italia del porto del Carnaro non era contemplata dal Patto di Londra, ma fu proclamata dal Consiglio Nazionale fiumano il 30 ottobre 1918, appellandosi al principio di autodeterminazione dei popoli che rientrava in quel programma di 14 punti destinati a garantire la pace al mondo ed in base ai quali il presidente Woodrow Wilson aveva trascinato gli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale. La ridefinizione del confine in Dalmazia rispetto a quanto promesso nella capitale britannica il 26 aprile 1915 e gli ostacoli posti dalle altre potenze vincitrici riguardo l’annessione di Fiume (senza soffermarsi sulla mancata partecipazione alla spartizione dell’Impero Ottomano e delle colonie germaniche) alimentarono la retorica della “vittoria mutilata”, che scosse Gabriele d’Annunzio dal torpore del suo aureo ritiro veneziano.

Nata in ambito militare e nazionalista, la spedizione fiumana avrebbe poi trasformato Fiume in una “città di vita”, scenario di una “quinta stagione” che avrebbe dovuto realizzare gli ideali palingenetici che la guerra aveva suscitato e la conferenza di pace ampiamente frustrato, con particolare riferimento ai nuovi assetti confinari europei ed all’autonomia promessa alle colonie allorché Francia ed Inghilterra dovettero rimpinguare le fila dei propri esangui eserciti con robuste iniezioni di reparti coloniali. La Lega dei Popoli Oppressi e la Carta del Carnaro furono i progetti che meglio incarnarono lo spirito libertario e rivoluzionario che alcuni collaboratori del Vate (Alceste De Ambris, Leon Kochnitzky, Eugenio Coselschi, Ludovico Toeplitz, Giovanni Bonmartini ed Henry Furst) cercarono di imprimere ad una spedizione che rischiava continuamente di ridursi a una leva con cui il Regno d’Italia cercava di destabilizzare il vicino stato jugoslavo intessendo a partire da agenti presenti a Fiume (Giovanni Giuriati, Corrado Zoli e Giovanni Host Venturi) contatti con separatisti croati, sloveni, montenegrini e kosovari. Le relazioni con rappresentanti irlandesi, indiani ed egiziani portarono a nulla causa la mancanza di adeguati finanziamenti con cui alimentare fermenti rivoluzionari, laddove il lavorio alle fragili fondamenta del regno dei Karađeorđević cominciava e farsi minaccioso, sicché il 12 novembre 1920 a Rapallo Roma e Belgrado definirono il loro confine. Fiume sarebbe diventata uno Stato libero (come era avvenuto a Danzica e a Memel); della Dalmazia, solamente Zara assieme a qualche isola sarebbe entrata a far parte del Regno d’Italia; il confine terrestre veniva fissato lungo lo spartiacque delle Alpi Giulie, venendo così incontro alle richieste del Regio Esercito e deludendo le aspettative della Marina italiana, che voleva l’intera Dalmazia per assicurarsi il pieno controllo dell’Adriatico. Deluso da questa sistemazione, d’Annunzio si trovò isolato a protestare, poiché l’Ammiraglio Millo, governatore militare della Dalmazia che nei mesi precedenti gli aveva dato prova di amicizia e fatto credere di essere parimenti pronto all’insubordinazione militare qualora tutta la Dalmazia non fosse stata annessa, rientrò nei ranghi e fece ritirare le proprie truppe dai territori passati sotto la sovranità jugoslava.

Onde evitare ingerenze straniere, il presidente del consiglio Giovanni Giolitti si impegnò a por fine alla sedizione dannunziana che nel frattempo, onde dimostrare la propria vitalità, aveva occupato le isole di Arbe e Veglia. Ancora alcuni militari disertarono per raggiungere Fiume e dare man forte al Comandante, il quale poteva contare su circa 2.500 legionari, ma le truppe agli ordini del generale Caviglia stavano ormai stringendo d’assedio dal mare e da terra il capoluogo quarnerino. Benito Mussolini esortò gli squadristi giuliani a non intervenire, poiché aveva compreso che la causa fiumana era destinata a soccombere; tuttavia il governo temeva ripercussioni sull’ordine pubblico interno qualora fosse stato necessario ricorrere ad un’azione di forza, pertanto approfittò della vacanza natalizia nella pubblicazione dei giornali per procedere con l’attacco alle postazioni difensive approntate dai disertori dannunziani e dai volontari fiumani.

Dal 24 al 29 dicembre si consumò quello che il poeta abruzzese stesso definì il Natale di sangue, il quale provocò 25 morti e 139 feriti nelle truppe regolari e 31 morti e 61 feriti tra gli insorti, fra cui molti civili: avvilito da questo episodio di guerra civile fra italiani, d’Annunzio decise di arrendersi, onde evitare ulteriori lutti e danni alla città, che veniva sottoposta a cannoneggiamento. Il Comandante avrebbe tenuto come suo ultimo discorso pubblico a Fiume una vibrante orazione funebre al cimitero di Cosala, ove furono sepolti i caduti di quelle giornate.

Lorenzo Salimbeni 

 

Tutti contro tutti nella Jugoslavia del 1941-1943

La guerra partigiana di Tito si intersecò con le contrapposizioni ideologiche, nazionaliste e religiose

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Molto spesso i giustificazionisti delle stragi delle foibe compiute dai partigiani nazionalcomunisti “titini” si appellano ai crimini di guerra compiuti dalle truppe italiane in Jugoslavia fra l’aprile 1941 ed il settembre 1943, glissando sul carattere marcatamente anti-italiano assunto dal nazionalismo sloveno e croato, ben presente nel movimento partigiano di Tito e conseguenza della politica del divide et impera esercitata dalle autorità austro-ungariche nella fase conclusiva dell’Impero asburgico.

Il periodo bellico che costoro chiamano in causa è estremamente complicato e presenta un’intricata rete di alleanze, contrapposizioni e conflittualità latenti  di cui la storiografia italiana si è occupata diffusamente in tempi recenti, dopo le pionieristiche opere di Teodoro Sala e di Enzo Collotti, ed i titoli delle opere più significative e scientificamente accurate denotano la particolarità della vicenda trattata. Ha fatto da apripista «L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943)» (Carocci, Roma 2007) di Eric Gobetti, il quale ha poi ampliato lo spettro della sua analisi, che in questo volume riguardava precipuamente le truppe italiane di presidio in Bosnia-Erzegovina, con «Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943)» (Laterza, Roma-Bari 2013), riguardante tanto il difficile rapporto di alleanza con gli ultranazionalisti ustaša croati (incattiviti con l’Italia per la mancata annessione dell’intera Dalmazia allo Stato Indipendente Croato) quanto l’ambigua sinergia sviluppata in funzione anticomunista con le bande paramilitari dei cetnici serbi. Un quadro d’insieme dei tanti teatri operativi che videro le forze del Regio esercito impegnate nella penisola balcanica (Albania, Grecia, Montenegro, Kosovo, Slovenia, Bosnia-Erzegovina) emerge dal poderoso volume «Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945» (Mulino, Bologna 2011) di Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti, mentre è fresca di stampa la nuova edizione aggiornata e ampliata de «I Cetnici nella Seconda guerra mondiale. Dalla resistenza alla collaborazione con l’esercito italiano» (LEG, Gorizia 2017) di Stefano Fabei.

Da queste letture emerge una situazione oltremodo ingarbugliata, sicché nel Regno di Jugoslavia sconfitto e spartito a tavolino dalle potenze dell’Asse nell’aprile 1941 Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria procedettero ad annessioni ed all’istituzione di governatorati militari, Ante Pavelić poté realizzare l’indipendenza croata ed all’Albania sotto controllo italiano dal 1939 fu assegnato il Kosovo. I cetnici, nazionalisti e monarchici, di “Draža” Mihailović furono i primi a scatenare la guerriglia, ma ridimensionarono le loro iniziative onde evitare le rappresaglie nei confronti dei civili; i partigiani comunisti di Tito, invece, si attivarono solamente dopo l’attacco della Germania all’Unione Sovietica ed inizialmente collaborarono con i cetnici, che però si distaccarono una volta appurati i progetti titoisti di creare a guerra finita una Jugoslavia non più monarchica bensì comunista; l’esercito e le milizie di Zagabria scatenarono violenze, deportazioni e stermini nei confronti di serbi, ebrei e zingari per giungere alla pulizia etnica della Grande Croazia, causando non solo la reazione armata dei cetnici, ma anche l’interposizione delle truppe italiane inorridite di fronte alle violenze gratuite frutto di ultranazionalismo e cattolicesimo esasperato; le comunità islamiche sparpagliate tra Bosnia, Erzegovina e Montenegro dovettero subire le incursioni di bande cetniche ferocemente antimusulmane e videro nell’ideologia comunista di Tito una protezione dalle prevaricazioni dei serbo-ortodossi.

Alla guerra di resistenza nei confronti degli occupanti stranieri e dei loro collaborazionisti indigeni, insomma, si sovrappose una guerra civile in cui si incrociavano vecchie contrapposizioni religiose e nuovi contrasti ideologici inerenti i futuri assetti statuali. Di fronte alle attività partigiane i comandi italiani, come tutte le potenze in conflitto, applicarono le leggi di guerra allora vigenti, esortando i sottoposti a ricorrere alla rappresaglia nei termini più duri (coerentemente con la famigerata circolare 3c emessa dal generale Roatta), anche se il generale Robotti ebbe a lamentarsi che «si ammazza troppo poco». Deportazioni nei campi di internamento, fucilazioni di ostaggi e incendi di villaggi conniventi con la guerriglia rappresentarono forme di rappresaglia che esasperarono i rapporti tra civili e italiani (cosa cui Tito mirava insistendo con imboscate ed attentati), ma d’altro canto l’opera di protezione fornita dal Regio esercito a serbi ed ebrei perseguitati dai croati dette origine a “un debito di gratitudine”, come titola il libro di Menachem Shelah (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 2009), la cui famiglia fu salvata dal furore ustaša proprio dai reparti italiani.

Lorenzo Salimbeni