Va a Lucio De Priamo il Premio “Norma Cossetto – 10 Febbraio”

L’avvocato romano mise a disposizione della Rai immagini inedite dei recuperi delle salme dalle foibe giuliane

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«Io mi sono battuto con orgoglio per far emergere questa pagina di storia censurata, ma non ho fatto nulla di eccezionale: ho eseguito solo il mio dovere di italiano» ha dichiarato con commozione l’avvocato Lucio De Priamo, insignito del Premio “Norma Cossetto – 10 Febbraio” mercoledì 27 giugno presso la Sala del Carroccio del Comune di Roma. Il Comitato 10 Febbraio aveva conferito questo riconoscimento nella sua prima edizione a Simone Cristicchi e a Jan Bernas, per il lavoro di divulgazione sulla storia del confine orientale portato avanti in maniera magistrale con il loro lavoro “Magazzino 18”, stavolta la targa è stata attribuita a colui il quale portò alla luce preziosissime immagini d’epoca allora solo parzialmente diffuse riguardanti i recuperi delle salme degli infoibati dalle cavità del Carso triestino avvenuti nell’estate del 1945. Carla Isabella Elena Cace ha illustrato il senso di questa manifestazione: «Quattro italiani su cinque ancora ignorano il significato delle foibe – ha spiegato la dirigente nazionale del C10F – e noi con questa targa vogliamo ringraziare coloro i quali, anche privi di collegamenti famigliari e territoriali con questi tragici avvenimenti, si sono adoperati per diffonderne la conoscenza»

Coordinando lo svolgimento dell’evento, il ricercatore Arrigo Bonifacio, afferente alla Sapienza e membro del Comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio, ha ricordato l’importanza delle fonti audiovisive ed orali nella ricostruzione storiografica, mentre Guido Cace ha cominciato a spiegare la vicenda che ha visto De Priamo protagonista: «Negli anni Novanta le guerre nella ex Jugoslavia consentirono di far riemergere la storia delle stragi nelle foibe, viste come precedente delle carneficine in corso – ha affermato il presidente dell’Associazione nazionale dalmata – dopo che era calata una coltre di silenzio per mezzo secolo» Il ruolo del Partito comunista italiano nel fiancheggiare i partigiani di Tito nelle loro rivendicazioni territoriali e nelle stragi di nostri connazionali, nonché il riposizionamento di Tito come interlocutore del blocco occidentale nella Guerra fredda dopo la rottura con Stalin nel 1948 sono state individuate come le cause della prolungata rimozione di queste pagine di storia nazionale: «Tramite Claudio Schwarzenberg, all’epoca Sindaco del Libero comune di Fiume in esilio, entrai in contatto con De Priamo – ha proseguito Cace – e assieme vagliammo alcune pellicole che con la mia associazione avevo reperito negli archivi dell’Istituto Luce: si trattava di materiale apparso nei notiziari della Settimana Incom, ma incompleto»

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Entra qui in gioco l’avvocato De Priamo, il quale, prima di intervenire nel dibattito, è stato premiato con la seguente motivazione:

«Per aver scovato, da un cassetto chiuso a chiave, una pagina di storia negata e, con rigore e professionalità, averla inserita nella storia comune della nostra Nazione segnando un prima ed un dopo per la storia del confine orientale.

Per aver dato le immagini, i suoni e il dolore – quel dolore che atterrisce ma che rende vivi – ad una storia d’italianità sconfitta.

Per aver insegnato ovunque fosse possibile che di là dall’acqua esisteva, ed esiste ancora, parte della nostra storia. E parte di noi.

Per aver dimostrato che di un uomo la grandezza si misura dai suoi gesti ma anche e soprattutto da quelli che è capace di ispirare in chi di lui ha il sangue o, ancor di più, in chi di lui segue l’esempio.

Per non aver preteso mai un riconoscimento che non fosse quello di sapere d’aver fatto il proprio dovere.

Per aver dimostrato che “essere italiani due volte” continua a significare che una volta qui si è nati, una volta si è meritato di dirsi italiani.

E infine perché qui, nel luogo ove la civiltà è nata, perché qui dove dalla finestra si vede un’arena che in grande ricorda quella di Pola possono finalmente risuonare delle parole immortali senza timore di essere sprecate, possono esser pronunciate le parole del Vate che da Fiume d’Italia ancora ci spingono ad essere italiani mentre descrivono che l’uomo intero è colui che sa per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”.

Per queste ragioni e per tutte quelle che la nostra storia sa e saprà riconoscere il Comitato 10 Febbraio con tutti i suoi associati – da Trieste a Cagliari, da Trento a Catania e ovunque l’anelito all’italianità si faccia pensiero e azione – assegna all’unanimità il Premio “Norma Cossetto – 10 Febbraio” all’avvocato Lucio De Priamo»

Pur essendo nato e vissuto nella Capitale, De Priamo reca incise nel dna le vicende del confine orientale italiano: «Già a 12 anni scendevo in piazza per Trieste italiana – ha ricordato il premiato – in tempi in cui i militanti comunisti davano la caccia a chi manifestava contro il compagno Tito. Oggi al leader di quel Pci, che era pronto mercanteggiare Trieste e Gorizia con il dittatore jugoslavo, è intitolata una delle principali vie di Roma, ma finalmente anche la storia di chi è morto nelle foibe ottiene spazio e qualche prima forma di giustizia. Ricevere oggi questo premio mi rende orgoglioso e felice, è una vittoria del cuore italiano»

Allorché Cace e Schwarzenberg accompagnarono De Priamo all’Istituto Luce per proiettare le pellicole originali  in suo possesso, ci si rese immediatamente conto che quanto era stato diffuso negli anni Quaranta risultava censurato:  «Il mio amico Stefano Barraco – ha spiegato De Priamo – mi disse che nella cantina di un suo zio residente a Trieste e venuto recentemente a mancare si trovavano dei filmati inediti, per i quali era stato minacciato di morte. Non esitai un attimo ed entrai in possesso di documenti che smontavano le pesanti conclusioni anti-italiane e filo jugoslave dei Combat Film che la Rai aveva proiettato: grazie all’Associazione nazionale dalmata potemmo digitalizzarli e diffonderli, nonché affidarli alla Rai affinché li utilizzasse nella sua programmazione»

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Il Presidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati Antonio Ballarin ha quindi ribadito l’importanza di queste crude immagini e rammentato le molteplici questioni che il popolo dell’esodo ha ancora aperte con lo Stato italiano (dall’indennizzo per i beni abbandonati alla Medaglia d’oro al valor militare da appuntare sul gonfalone del Comune di Zara, la città italiana più bombardata durante la Seconda guerra mondiale). Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo Storico di Fiume del Quartiere giuliano-dalmata alla periferia meridionale di Roma, ha riconosciuto che il fervore patriottico di De Priamo ha avuto riscontro anche in famiglia, poiché il figlio Andrea fu uno dei Consiglieri comunali che maggiormente si spese durante l’amministrazione Alemanno affinché venisse individuata e resa operativa la Casa del Ricordo e fu anche tra i promotori del Viaggio del Ricordo. Chiamato in causa, l’attuale Vicepresidente dell’Assemblea capitolina ha dichiarato di aver maturato la consapevolezza che gli esuli giuliano-dalmati hanno pagato da soli il prezzo della sconfitta dell’Italia intera ed ha perciò indirizzato gran parte della sua azione politica allo scopo di rendere giustizia a questi nostri connazionali: il suo partito, Fratelli d’Italia, ha d’altro canto di recente impedito che a Genova uno spazio pubblico venisse concesso agli organizzatori di un convegno giustificazionista nei confronti delle stragi delle foibe.

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Andando a concludere l’emozionante manifestazione, Emanuele Merlino, Vicepresidente del Comitato 10 Febbraio, ha informato il pubblico che a breve collaborerà con la redazione della popolare trasmissione Rai “Linea Verde” nella realizzazione di una puntata ambientata a Trieste e dedicata alla Foiba di Basovizza, al Magazzino 18 del Porto vecchio, al Centro Raccolta Profughi di Padriciano ed all’Abisso Plutone, mentre il Presidente del C10F Michele Pigliucci ha, infine, ribadito che il Ricordo non può essere confinato alle ricorrenze calendarizzate a ridosso del 10 febbraio, ma deve essere un impegno che dura tutto l’anno.

 

Lorenzo Salimbeni

Seconda edizione del Premio “Norma Cossetto – 10 Febbraio”

Mercoledì 27 giugno la premiazione in Campidoglio

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Il premio “Norma Cossetto – 10 Febbraio”, fortemente voluto dal Comitato 10 Febbraio – associazione di promozione sociale che da oltre dieci anni si occupa delle celebrazioni della ricorrenza del Giorno del Ricordo e di divulgazione della storia dell’italianità nell’Adriatico orientale-, giunge alla seconda edizione. La prima ha visto la consegna del premio, lunedì 21 dicembre 2015 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, a Simone Cristicchi e Jan Bernas, a riconoscimento della meritoria opera divulgativa svolta attraverso lo spettacolo teatrale “Magazzino 18” che tratta proprio del dramma dell’esodo istriano, giuliano e dalmata. Sia l’artista romano che il ricercatore storico e giornalista sono intervenuti alla cerimonia.

Quest’anno la decisione unanime dell’Associazione è stata quella di insignire del premio l’avv. Lucio De Priamo, il quale ha svolto un’opera fondamentale nella divulgazione della storia del Confine orientale attraverso la diffusione di filmati censurati della settimana Incom del 1945, in cui vi sono le riprese dei recuperi di salme nelle foibe del Carso triestino. Si tratta di filmati che oggi gli italiani conoscono, ma senza i quali sarebbe mancato un tassello testimoniale fondamentale per il ricordo di queste pagine di storia patria.

La premiazione avrà luogo mercoledì 27 giugno alle ore 18:00 presso la Sala del Carroccio del Comune di Roma, in Piazza del Campidoglio 8; interverranno Michele Pigliucci (Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio), Antonio Ballarin (Presidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati), Guido Cace (Presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata) e Lucio De Priamo.

 

L’Ufficio stampa
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L’esodo dimenticato dei dalmati dopo la Grande guerra

L’Associazione Nazionale Dalmata ha ristampato il documentario che illustra la sorte dei nostri connazionali dopo il Trattato di Rapallo

Spalato

Grazie al generoso contributo della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, l’Associazione Nazionale Dalmata ha potuto ristampare il dvd “1921 L’esodo ignorato. Il dramma degli italiani di Dalmazia”, apparso in prima edizione una dozzina d’anni fa. Tale documentario è impreziosito da cartine geografiche, cartoline d’epoca e soprattutto immagini provenienti dall’archivio di Manlio Cace, che visse le giornate dell’entusiasmante arrivo dell’Italia il 6 novembre 1918 a Sebenico e la conseguente delusione della cessione al Regno dei Serbi Croati e Sloveni che dette origine all’esodo della sua famiglia, di profonde tradizioni irredentiste, assieme a migliaia di altri dalmati. Questo esilio di circa 20.000 nostri connazionali rappresentò nel modo più drammatico la “vittoria mutilata”.

Martedì 15 maggio il presidente dell’AND Guido Cace ha quindi presentato nella prestigiosa sede della Sala Zuccari nelle pertinenze del Senato della Repubblica tale prezioso documento, che compie innanzitutto una carrellata sui personaggi principali dell’irredentismo dalmata (Ziliotto, Ghiglianovich, Cippico, Salvi e Rismondo tanto per far dei nomi) e rammenta come il Patto di Londra firmato dall’Italia il 26 aprile 1915 contemplasse la cessione di tutta la Dalmazia settentrionale all’Italia in caso di sconfitta dell’Impero austro-ungarico. Vengono ricordati i dalmati che negli anni della Grande guerra subirono il carcere o l’internamento in quanto considerati sovversivi dalle autorità asburgiche, coloro i quali caddero sul campo di battaglia (14 caduti sui 209 dalmati che, esfiltrati in Italia, combatterono nel Regio Esercito) e la misteriosa sorte di Francesco Rismondo (caduto durante un assalto o ucciso durante un tentativo di fuga da una campo di prigionia austriaco?) ed il progetto di effettuare un volo su Zara da parte di Gabriele d’Annunzio per gettarvi volantini propagandistici come già fatto a Trento e a Trieste, ma poi non realizzatosi per la morte del suo pilota.

Giungiamo così alla fine del conflitto, con la nascita di una Fascio nazionale e di una Guardia nazionale a Zara che garantirono l’ordine pubblico fino all’arrivo, il 4 novembre 1918, della Torpediniera 55, che sbarcò le prime truppe italiane che, in nome delle potenze vincitrici, provvidero all’occupazione del territorio dalmata, imbattendosi ben presto nei comitati slavi che invece rivendicavano il litorale adriatico orientale per il nascente stato jugoslavo. Attingendo all’archivio fotografico Cace, il documentario si concentra quindi sugli avvenimenti di Sebenico, ove le torpediniere Pallade e Albatros il successivo 6 novembre sfilarono sotto il tricolore che già garriva sugli spalti del forte San Michele, nonostante l’opposizione degli jugoslavisti locali. Non solo il presidio militare, ma anche ospiti illustri come i nazionalisti Federzoni e Delcroix nonché Guglielmo Marconi giunsero nella città che dette i natali a Niccolò Tommaseo per ribadirne l’italianità.

Ciononostante il Trattato di Rapallo stipulato da Regno d’Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni il 12 novembre 1920 fissò il confine in maniera tale da lasciare solamente Zara sotto la sovranità italiana: nella Fiume dannunziana la risposta sarebbe stata il Natale di sangue, nella Dalmazia annessa al regno dei Karađeorđević ci sarebbe stato l’esodo della quasi totalità delle comunità italiane di Sebenico, Spalato e Traù, per cui 3.000 profughi si fermarono a Zara, altre migliaia si riversarono nella penisola, concentrandosi a Roma e a Trieste in particolare. Questo flusso di esuli si pose in continuità con l’emigrazione di quei dalmati che a fine Ottocento subirono le politiche discriminatorie austro-ungariche che avevano favorito l’ascesa della componente croata, maggiormente lealista rispetto agli italiani sospettati di irredentismo. Sebenico nel 1873, Spalato nel 1882 e in mezzo tante altre amministrazioni comunali passarono dalla tradizionale classe dirigente italiana a quella croata, nel 1905 l’italiano fu bandito dai documenti ufficiali e Zara rimase l’ultimo caposaldo di italianità dalmatica. Frange della storiografia nazionalista croata odierna sembrano ripercorrere questa mentalità snazionalizzatrice allorché presentano la Dalmazia esclusivamente come culla della cultura dalmata glissando sulle sue vestigia romane, veneziane ed italiche.

Commentando quanto appena visto, l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha ricordato come questo tragico esodo sia stato conseguenza del «principio wilsoniano delle nazionalità che dava agli uni e negava agli altri». Il Trattato di Rapallo viene quindi considerato come l’inevitabile conseguenza del fatto che inglesi e francesi avevano promesso nell’Adriatico orientale le stesse terre a interlocutori diversi, caldeggiando poi l’unione del governo serbo in esilio con i comitati jugoslavi fuoriusciti dalla duplice monarchia in maniera tale da giungere alla Dichiarazione di Corfù del 20 luglio 1917 che delineava il futuro Stato jugoslavo. Se Rapallo rappresentò una rinuncia a quanto era stato promesso, ancor più clamorosamente rinunciatario e remissivo si dimostrò secondo il diplomatico il Trattato di Osimo, con cui l’Italia nel 1975 definì ufficialmente il suo confine con la Jugoslavia titoista senza più rivendicare almeno la Zona B (Capodistria e Buie) del mai costituito Territorio Libero di Trieste. Ricordando, infine, i meriti divulgativi dell’Associazione Nazionale Dalmata, Terzi ha menzionato anche il terrificante reportage fotografico “Rapporto sul trattamento degli italiani dopo l’8 settembre 1943” che raccolse le prove delle stragi nelle foibe e della pulizia etnica scatenata dall’esercito partigiano di Tito in Istria. Basato su materiale raccolto dai Servizi segreti della Marina italiana, questo memoriale fu consegnato ad Alcide De Gasperi affinché lo presentasse alla Conferenza di Pace, ma lo statista trentino preferì non utilizzarlo per non spezzare i rapporti politici con socialisti e comunisti, sicché, come Vittorio Emanuele Orlando durante le trattative successive alla fine della Prima guerra mondiale, il rappresentante italiano perorò la propria causa quando ormai tutto era già stato deciso altrove.

Lorenzo Salimbeni

Lo sguardo di Mazzini sull’Adriatico orientale

Il patriota genovese colse le distinzioni nel mondo slavo che gravitava sulle terre irredente

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
LettereSlave

Nel 1866 Giuseppe Mazzini espresse profonda preoccupazione riguardo le sorti degli italiani che al termine della Terza guerra d’indipendenza si trovarono ancora sotto la dominazione austriaca: egli si riferiva a quanti abitavano a Trento, Trieste, Gorizia ed in Istria (la cui natura plurale non gli era sconosciuta, ma riteneva che un plebiscito ne avrebbe sancito l’annessione all’Italia), laddove la Dalmazia era considerata lo sbocco al mare del mondo slavo retrostante e non bastavano certo le piccole comunità italiane che ne punteggiavano la costa a giustificarne la rivendicazione totale. A proposito di questo mondo, non solamente nelle Lettere slave, ma anche in altre sue pubblicazioni, Mazzini distinse chiaramente quattro grosse famiglie che insistevano sul territorio dell’Europa orientale, estrema propaggine di un ceppo etnico che già allora si estendeva pure ben al di là degli Urali e per ciascuna di esse delineava ruoli e prospettive.

Il gruppo principale si era raccolto attorno ai russi, ma l’impostazione mazziniana ne aborriva la forma di Stato, poiché lo Zar era visto come un autocrate reazionario al pari dei sovrani asburgici che controllavano la penisola italica: lo stesso panslavismo che tanto animava i patrioti slavi era visto dal Mazzini come una possibile longa manus moscovita per estendere l’influenza nella penisola balcanica in particolare, in nome della comunanza religiosa ortodossa ovvero di una certa affinità linguistica. Era d’altro canto colpa di Francia e Inghilterra che non avevano recepito in maniera significativa le istanze indipendentiste serbe e greche se poi questi due popoli avevano guardato con favore alla Russia, unica potenza ad essersi impegnata convintamente a sostegno della loro causa.

D’altro canto era con il ceppo polacco che l’apostolo dell’unità d’Italia coglieva maggiori affinità rispetto alla situazione italica, a prescindere dal fatto che proprio dal coordinamento delle associazioni segrete Giovine Italia, Giovane Germania e Giovane Polonia sarebbe nata la Giovane Europa. I polacchi, infatti, già dall’epoca napoleonica avevano iniziato a partecipare ai moti e conflitti in cui si sosteneva di lottare per la libertà dei popoli, anche lontano dai propri confini, condividendo perciò l’impostazione mazziniana che voleva creare un movimento popolare diffuso per disarticolare i grandi imperi che tenevano soggiogata l’Europa.

Boemi, moravi e slovacchi erano poi identificati come un unicum, quasi a prefigurare la Cecoslovacchia che sarà; veniva, infine, la famiglia degli slavi del sud, in cui la Serbia era stata il capofila nel cammino per la conquista dell’indipendenza. A Mazzini non potevano certo spiacere le formazioni di guerriglieri serbi dette čete (centurie, da cui i četnici noti alle cronache militari pure nel secolo seguente), antesignane di quella guerra per bande che dimostrava una diffusione dell’idea nazionale anche negli strati popolari, la cui collaborazione appariva fondamentale per la riuscita di questa strategia al pari della conoscenza del territorio e della complicità di una natura boscosa e montuosa come l’orografia serba appunto forniva. Una simile tecnica di guerriglia era ritenuta conveniente pure per l’Italia, tanto che nel suo saggio Istruzioni per le Bande Nazionali ci sarà un compendio di istruzioni, tattiche e suggerimenti per portare avanti questo tipo di lotta.

Nel mondo slavo in generale, ma fra gli slavi del sud in particolare, Mazzini aveva poi modo di compiacersi in merito al ruolo attivo che svolgevano i bardi ed i cantori nel tenere compatto il popolo attorno ad un focolaio di saghe e leggende intrise di storie mitiche e tradizioni, laddove i poeti italiani erano a suo dire chiusi nella classica torre d’avorio, alieni al popolo e compiaciuti di un’arte fine a se stessa senza alcun appiglio con le glorie patrie. A tal proposito, identificò uno dei miti più forti nel mondo serbo in quello di Kosovo Poljie e della battaglia che vi si era consumata il 28 giugno 1389, Vidovdan (il giorno di San Vito). D’altro canto lo stesso sentimento nazionale albanese trova in una certa misura origine in questa regione contesa: nel 1878, infatti, la Lega di Prizren, sorta per rivendicare le autonomie della comunità albanese al Congresso di Berlino, fu il primo nucleo identitario schipetaro, laddove nell’Albania propriamente detta il lealismo nei confronti della dominazione ottomana appariva inalterabile. Gli albanesi del Kosovo erano invece rimasti impressionati dall’entusiasmo dei loro conterranei serbi, ancorché ridotti a minoranza da una serie di ondate migratorie consumatesi nei secoli, al cospetto del consolidarsi dello Stato serbo. Il rafforzarsi di siffatti nazionalismi in area balcanica avrebbe portato all’epoca anche ad alcune convergenze trasversali, ad esempio nella Dalmazia, in cui la coscienza croata andava consolidandosi e le riforme elettorali asburgiche avrebbero dato via via ampio spazio ai rappresentanti croati nei consessi elettivi, tanto da indurre la vecchia classe dirigente dalmata del partito liberale autonomista di lingua e cultura italiana a fare fronte comune con gli esponenti della minoranza serba.

Lorenzo Salimbeni 

Le tragiche giornate di maggio

Il 1° maggio 1945 Tito vince la “corsa per Trieste”: deportazioni, infoibati e stragi in tutta la Venezia Giulia

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

LapideViaImbriani

Bandiere tricolori, canti patriottici, reduci della guerra, partigiani che hanno fatto la Resistenza e ragazzi sfilano per le strade di Trieste il 5 maggio 1945: raffiche di mitra, morti, fucilate, feriti, urla pronunciate in una lingua straniera e la folla che fugge pongono fine a questa rivendicazione di italianità, di libertà e di democrazia. Sembrava una manifestazione come tante altre di quelle che si succedevano in quei giorni in Italia, ma l’esito è tragico e unico nel suo genere perché l’evento ha luogo nel capoluogo della Venezia Giulia, una provincia di frontiera nella quale la Seconda guerra mondiale non è finita il 25 aprile, ma anzi prosegue con una nuova occupazione straniera, una nuova lotta clandestina e nuove vittime.

L’atipicità della situazione triestina emerge già nell’insurrezione del Comitato di Liberazione Nazionale, che qui avviene appena il 30 aprile, poiché la città era ancora saldamente in mano tedesca nell’ambito della Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di governatorato militare germanico che dopo l’8 settembre ’43 si è esteso su Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, Pola e Fiume annichilendo le autorità della nascente Repubblica Sociale Italiana ed avviando oltre un anno e mezzo di accanita lotta antipartigiana in cui alla dialettica fascismo/antifascismo si sovrapponeva un conflitto per la futura appartenenza territoriale di queste terre di confine. Le autorità naziste, rispolverando il mito di Trieste sbocco al mare della Mitteleuropa (già rappresentata dall’Impero austro-ungarico che dette origine alle fortune portuali ed economiche triestine e adesso incarnata dal Reich millenario di Adolf Hitler), hanno raccolto consenso tra nostalgici asburgici, frange di sloveni ed altri collaborazionisti italofobi e nell’antiguerriglia applicano le tattiche più violente e cruente affinate nei combattimenti contro i partigiani sovietici sul fronte orientale ed enunciate nel manualetto “Bandenkampf”. Il Partito comunista sloveno è egemone tra le forze della resistenza e pone inesorabilmente il destino di queste province all’interno della rinascente Jugoslavia, socialista e federale sotto l’egida di Josip Broz “Tito”. La RSI dispone di poche truppe sul campo: ha potuto solamente allestire alcuni reparti della Milizia Difesa Territoriale (le autorità tedesche hanno vietato la costituzione di reparti della Guardia Nazionale Repubblicana) mentre in Istria e nel Carnaro vi sono nuclei della Divisione Decima, avanguardia di un progetto più articolato di difesa della frontiera orientale che non si è concretizzato. Il CLN è diviso al suo interno poiché i comunisti appoggiano le rivendicazioni slave, comunica poco e male con i vertici di Milano e già debole in partenza subisce particolarmente la repressione nazista tramite delazioni, deportazioni e arresti presso il campo di detenzione della Risiera di San Sabba, in cui avvengono spietati interrogatori, opera un forno crematorio e partono i treni per i campi di concentramento.

A fine aprile si svolge, inoltre, la “corsa per Trieste”: da una parte le armate anglo-americane vogliono conquistare Trieste per sfruttare il porto e di suoi collegamenti con l’Europa centrale come base logistica per la fase finale del conflitto e per i rifornimenti alle truppe che occuperanno Austria e Germania meridionale; dall’altra Tito ha dato ordine di trascurare la liberazione di località come Lubiana e Zagabria, la cui appartenenza alla futura Jugoslavia è fuori discussione, per concentrarsi sull’occupazione di Trieste, Gorizia, dell’Istria e di Fiume, in modo da costituire con la presenza militare nel corso delle imminenti trattative di pace una caparra sull’annessione internazionalmente riconosciuta.

Con il supporto dei militi della Legione triestina della Guardia di Finanza e dei Volontari della Libertà infiltrati nel corpo di polizia della Guardia Civica istituita dal Podestà Pagnini, il CLN triestino riesce il 30 aprile a scatenare nel centro di Trieste l’insurrezione antitedesca, mentre nelle periferie operano i partigiani sloveni e comunisti, di modo che alla fine della giornata le truppe tedesche sono asserragliate in alcuni punti fortificati in attesa di arrendersi ad un esercito regolare. Alle prime luci dell’alba dell’indomani giungono a Trieste le avanguardie dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, anticipando le colonne motorizzate neozelandesi che aprono la strada alle armate alleate e di fatto la città piomba nuovamente nel conflitto.

Le autorità cielleniste vengono esautorate e si ricostituisce un CLN clandestino, si dichiara l’annessione di Trieste alla Jugoslavia (tanto che gli orologi vengono portati sul fuso orario di Belgrado) ed entra in azione l’OZNA, la polizia politica jugoslava, la quale, grazie a liste di proscrizione compilate da comunisti italiani e sloveni locali scatena un’ondata di arresti, processi ed esecuzioni contro i fascisti, considerando però “fascista” chiunque si oppone al progetto annessionistico titoista. In questa maniera non solo persone implicate con il decaduto regime e militari che si sono arresi, ma anche partigiani di ispirazione patriottica, intellettuali ed imprenditori spariscono nel nulla. Chi infoibato, chi deportato verso i campi di concentramento allestiti in Jugoslavia, morendo di stenti durante le marce forzate di avvicinamento ovvero a causa delle terrificanti condizioni detentive. Pure Gorizia, Fiume e Pola vivono quest’incubo, che per l’entroterra istriano rappresenta la replica della prima tragica ondata di uccisioni nelle foibe avvenuta all’indomani dell’8 settembre. La presenza delle truppe angloamericane in città è ininfluente, come dimostrano i morti ed i feriti della manifestazione patriottica del 5 maggio (una lapide oggi li ricorda sul luogo dell’eccidio, all’incrocio tra il centralissimo corso Italia e via Imbriani), poiché non si vuole giungere allo scontro con gli alleati jugoslavi o perché, ragionano cinicamente i vertici britannici soprattutto, queste stragi in futuro potranno tornare utili nell’ambito di una propaganda anticomunista.

Alla luce di queste violenze e crudeltà, che avranno parzialmente fine il successivo 12 giugno, allorché gli occupanti jugoslavi dovranno lasciare Gorizia, Trieste e Pola all’amministrazione militare angloamericana, è chiaro perché per gli esuli istriani, fiumani e dalmati e per tanti giuliani la data del 25 aprile non rappresenta la fine della Seconda guerra mondiale, ma soltanto l’inizio di un calvario caratterizzato da migliaia di morti e da decine di migliaia di esuli.

Lorenzo Salimbeni