25 aprile: non fu Liberazione per tutti gli italiani

Tempo2504

Le giornate successive al 25 aprile 1945 per migliaia di giuliano-dalmati significarono la ripresa delle persecuzioni titine.

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25 aprile, “Festa della Liberazione”, ma non per tutti gli italiani. Nella storia del Confine Orientale del nostro Paese quel giorno del 1945 rappresenta, infatti, uno scollamento rispetto alle vicende che interessarono il resto della nazione nel dopoguerra. E a oltre 70 anni è doveroso ricostruire e divulgare anche l’altra faccia della medaglia, quella taciuta per opportunismo.

Il 25 aprile del 1945 la zona di operazioni “Litorale Adriatico” era ancora sotto il controllo tedesco. Anglo-americani da una parte e partigiani di Tito erano impegnati in quella che gli storici chiamarono “la corsa per Trieste” e solamente il successivo 30 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste riuscì a scatenare la vittoriosa insurrezione cittadina.

Ma la vittoria fu effimera, poiché il primo maggio 1945 iniziarono i terribili Quaranta giorni di occupazione “titina” di Trieste e poi le violenze a Fiume e in tutta l’Istria e la Venezia-Giulia.

In quel periodo almeno 10.000 furono le vittime delle stragi, delle deportazioni, degli infoibamenti, delle violenze consumate dalla truppe jugoslave nei confronti di un territorio che doveva essere annesso alla nascente Jugoslavia comunista e perciò l’italianità locale andava colpita nei suoi vertici e annichilita in maniera tale che risultasse impossibile realizzare un’opposizione democratica e patriottica al progetto espansionista del maresciallo Tito. Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano e di lì a poco padre costituente della Repubblica italiana, aveva esortato non solo i suoi “compagni”, ma tutti i giuliani e fiumani ad accogliere le truppe di Tito come liberatrici.  Ma in realtà si trattò di una nuova occupazione straniera con finalità annessionistiche e caratterizzata da una spietata persecuzione degli oppositori o presunti tali. Dietro la patina del paradiso socialista si celava in realtà la velleità di conquista degli epigoni di quei nazionalisti sloveni e croati che, negli anni finali dell’Impero austro-ungarico, coltivarono il sogno di azzerare la comunità italiana a Trieste, in Istria e Dalmazia e di includere le terre miste italo-slave in una nuova unità amministrativa che fosse espressione esclusiva della comunità slava nell’auspicata riforma trialista della monarchia asburgica.

Il Comitato 10 Febbraio, lungi dal voler polemizzare contro le celebrazione nazionali che potrebbero e dovrebbero essere un momento di unità, auspica che le informazioni storiche e il riconoscimento delle “zone grigie” che si sono volute omettere siano finalmente raccontate e rispettate. Unico interesse dev’essere quello della giustizia e della verità storica. E’ importante che in futuro si ricordi che non per tutta l’Italia il 25 aprile 1945 fu una liberazione e si comprenda che la resistenza al confine orientale italiano fu attraversata da una profonda spaccatura fra chi combatté per un’Italia libera, unita e democratica e chi fu pronto, in ossequio alla fedeltà nei confronti di un’ideologia liberticida quale quella comunista, a conquistare terre da sempre italiane insanguinandole con l’orrore delle Foibe, con le deportazioni e le violenze che obbligarono all’esodo 350.000 nostri connazionali.

Perché dopo quasi un secolo è giusto che le migliaia di connazionali morti per amore dell’Italia possano riposare in pace. Anche e soprattutto in un giorno di festa nazionale.

 

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