IN VACANZA AD ORSERA: dal balcone sopra casa mia

Sono seduta sopra una comoda poltrona in un balcone, ad Orsera, sopra quella che è, era, casa mia.

Sono, forse, a dieci metri dalla stanza da letto dei miei genitori, quella stanza dove sono nata.

Casa mia è a pochi metri da me, mai stata così lontana.

È silenziosa. Di una casa si può dire che è sola? L’impressione che provo, guardandola, è la solitudine, una grande, immensa solitudine, desolante.

Le risate, i giochi, le grida di noi bambini, le voci dei grandi che si sovrapponevano, la gente che entrava ed usciva dalla “bottega“ sono solo ricordi, i miei, quelli che mi seguono -mi perseguitano?- da tutta la vita.

Sono da qualche giorno ad Orsera ma gli  “scuri” sono sempre chiusi, a qualsiasi ora. Non c’è segno di vita; eppure, in quella casa, qualcuno ci abita, lo conosco, anzi, la conosco.

In questi ultimi anni sono entrata alcune volte a casa mia: una tristezza indicibile.

La cucina è “quasi” la stessa di settant’anni fa; l’avevamo appena fatta ripiastrellare, era di un candore abbagliante. Il candore si è spento, è diventata una vecchia cucina, senza vita. Entrandoci, si prova un immediato senso d’abbandono.

La cucina, la vita di nonna Anna “la fattora”, sempre piena di mille cose da fare: servire i clienti in bottega, cucinare quei piatti squisiti che sempre ci preparava, facendolo anche di notte, se di giorno non aveva il tempo di farlo, attenta ad ogni cosa, ad ogni dettaglio, perché tutto funzionasse perfettamente.

Durante i miei sei anni -1947/1948 con il grande pensiero per me, da accudire, no, da curare con amore, tanto, per non farmi sentire la mancanza di mamma e papà. Con in mente la domanda: la faranno tornare a Trieste, questa mia bambina? Quando? Sono rimasta ad Orsera, ostaggio dei titini,  per un anno, con lei. Indimenticabile, il ricordo delle sue braccia che mi stringevano, amorose.

Il balcone in cui mi trovo è stato costruito sopra il nostro cortile, in fondo, dove, una volta, c’era la tettoia, il regno di zio Bepi.

Sotto la tettoia c’era l’officina dello zio e vi stazionava il “Magirus” verde scuro utilizzato per il trasporto delle merci da vendere in bottega e per il servizio di autotrasporti.

Quel camion lo ricordano ancora ad Orsera ed ancora lo ricordano gli Orsaresi esuli che. ogni tanto, incontro. Era la croce e delizia dello zio, appassionato di meccanica e di continuo intento a mantenerlo in condizioni perfette.

È sera, una delle tante, sull’imbrunire, dopo l’otto settembre 1943.

C’è la guerra, sono incominciate a sparire tante persone che non sono mai più tornate.

Mamma e nonna sono preoccupate non vedendo tornare papà e lo zio. La nonna va davanti al grande portone marrone, quello di accesso al cortile, lo spalanca, quasi ad affrettare il ritorno dei figli; si inginocchia, si china fino ad appoggiare l’orecchio a terra: tenta di captare le vibrazioni del terreno procurate dal camion in arrivo.

Da quell’otto settembre l’ha sempre fatto. La rivedo piegata a percepire il minimo sussulto del terreno, tesa ad udire qualsiasi rumore. Solo quel suo gesto faceva capire l’ansia, la paura che la tormentavano e che, con le parole, non esprimeva mai.

Sono sempre tornati, papà e lo zio, solo a fine novembre 1946 papà non è tornato a casa per quaranta giorni, chiuso nel carcere di Parenzo.

Ho cinque sei anni. Sono nel cortile. Anche qui c’è vita, c’è movimento.

In alto, lontano dalla casa, c’è il grande spazio racchiuso da una rete metallica per le galline ed il gallo. Razzolano tranquilli. Più in là i dindi . Ogni tanto la nonna li lasciava liberi a zampettare per il cortile. Ne ero affascinata. Così brutti. E, quando facevano la ruota e mi rincorrevano, veloci, che spavento!

Si ammalavano facilmente. Nonna, allora, preparava un miscuglio medicinale, li afferrava, spalancava il loro becco e “ficcava” loro in gola quel pastone. Per essere sicura che venisse inghiottito, con la mano, spingeva in giù, lungo il collo quel cibo “miracoloso” che serviva a prevenire i malanni.

Dal balcone sento, vicinissimo, l’abbaiare di un cane. È Bobi? Il nostro vecchio Bobi? Anche lui è rimasto: a Trieste, in un appartamento con otto persone, non ci poteva essere posto anche per lui. Anche lui, una vittima.

Non vedo svolazzare la candida biancheria stesa ad asciugare, mossa dalla brezza che, in questo momento, spira.

Manca anche quella e manca il lieve rumore delle lenzuola mosse dal vento. Manca il volo dei piccioni, il loro tubare: erano tanti.

C’è, tutto intorno, un silenzio innaturale. Forse è il gran caldo che tiene le persone al mare o chiuse in casa.

Mi affaccio e vedo il grande albero di fichi, di cui ero golosissima, imbastardito. Non hanno saputo, voluto, potuto mantenerlo come l’avevamo lasciato, infaticabile produttore di dolcissimi fioroni. Si è tutto allargato in bassi cespugli che si arrampicano persino sull’alto muro di cinta che circonda la corte.

La porta del magazzino è chiusa. Il magazzino non serve più a nulla. Non c’è più la bottega, non c’è più niente da conservare.

Quel portone, altissimo, fatto a volta, che, allora, si apriva e chiudeva innumerevoli volte al giorno è sempre chiuso. La breve strada che permetteva al “camion dei Crasti” di entrare ed uscire è diventata una breve, strettissima stradina attorniata da oleandri: il fiorito parcheggio di alcune automobili.

Cerco, cerco il grande albero di sisole che donava, generosamente, la sua ombra alla sottostante cisterna. Non c’è più. Non si possono più gustare i suoi frutti squisiti.

È sparito il grande cespuglio di rose antiche di fronte alla stanza da letto di mamma e papà. Attraversavi il portoncino che si apriva sul cortile ed eri inondato dal profumo intenso, avvolgente di quelle rose di un opaco color rosa antico. Non ne ho mai più sentito uno uguale.

La cisterna è diventata un ripostiglio. Era inutile. Da tanti anni ad Orsera è arrivato l’acquedotto.

Guardo più lontano, oltre i tetti e vedo spuntare alcune case nuove, senza storia. O meglio, una storia c’è. Sono state costruite per i profughi in fuga dalla guerra in Jugoslavia.

Prima, su quella collina di Brustolade, piccolina, andavo a raccogliere le violette bianche, viola pallido, viola scuro. Era tutta ricoperta di viole.

Ai suoi piedi, al posto di un grande campo di erba Spagna, ora c’è il campo di calcio. In quell’enorme campo di erba medica, un’unica volta, sono andata a giocare trascinandomi dietro i miei piccoli amici, calpestandola e prendendomi un grosso sculaccione, meritato, da nonna Anna.

Avevo disobbedito, avevo fatto un danno perché le mucche ed i muli non mangiavano l’erba calpestata ed abbattuta.

Ora il profumo delle violette non si spande nell’aria e l’erba Spagna, alta, non ondeggia mossa dal vento.

Mi guardo attorno. Tutto mi sembra piccolo. Eppure, guardando una vecchia cartolina di Orsera vista dall’alto mi rendo conto che la corte era proprio grande.

Hanno dimezzato la tettoia, ci hanno costruito una casa, ai bordi di quella mia corte. Più mi guardo intorno e più sono presa dall’angoscia. Sempre, in qualsiasi momento della giornata è vuota, solitaria.

Non c’è neppure l’anziana “gnagna” che scopava e la teneva pulita, sgridandomi se le davo fastidio quando vi lavorava.

Oramai non ci siamo non solo noi, i vecchi abitanti della grande casa; non ci sono le discussioni animate, le esclamazioni di gioia, di rabbia, il loro andirivieni. Sono spariti anche gli animali che con il loro tubare, il loro coccodè, il loro abbaiare, il loro miagolio riempivano di suoni tutta l’aria attorno.

Mi chiedo quanti, come me, rivedendo le loro case, i loro giardini, tutto quello che, una volta, loro apparteneva, tutto quello che amavano, che ancora amano, quanta desolazione, quanto sgomento, quanto sconforto provano?

“Vado a casa mia” dico sempre, ritornando ad Orsera. Ma in quale casa mia vado, se le manca l’anima?

Il Beato Don Bonifacio, rivolto ai suoi ragazzi di Crasizza, aveva chiesto: “Vi ricordate di avere un’anima’?”

La stessa domanda potremmo farcela anche noi, ancora oggi.

Noi, Esuli, che, proprio perché avevamo un’anima, abbiamo avuto la forza, il coraggio, la volontà ferme, irremovibili di andarcene o di fuggire, come ha fatto la mia famiglia, tutti convinti, sicuri che fosse estremamente più importante ciò che eravamo piuttosto di ciò che avevamo.

 

Anna Maria Crasti

“Damnatio memoriae”

Pirano

Annamaria Muiesan, piranese, ne ” Il mio tailleur rosso dai bottoni di bambù ” si pone delle domande su che cos’è la memoria. ” Uno strumento per trarre insegnamento dalle esperienze
vissute o per far sorgere in noi, ansie, tormenti, rimpianti ?”
Le esperienze vissute.Parlando, confrontandomi con parenti, amici, conoscenti, con gli Esuli, non c’è mai stato qualcuno che si sia detto pentito della scelta fatta. Mai pentiti di aver voluto continuare ad appartenere a quella Patria in cui eravamo nati, mai pentiti di aver preso, con angoscia, la terribile decisione dell’abbandono.
Per me che cos’è la memoria ? Come la vivo ? E’ certamente ansia: Quell’affanno che mi prende al pensiero di quanto poco si sa di noi, di quanto poco, ancora oggi, in certi ambienti, si vuol sapere o che di noi si sappia. Un’esponente di un’associazione che, sicuramente, non si appassiona alla nostra Storia, al mio invito a partecipare alla celebrazione del prossimo Giorno del Ricordo, dapprima quasi scombussolata dall’invito, incredula, non sapendo bene che cosa rispondermi “Purchè non si parli in un certo modo, com’è spesso accaduto…” Al che ho risposto che, per conoscere bene la nostra Storia, bisogna andare molto indietro nel tempo. Mi ha replicato che non se ne deve parlare a pezzi.
Noi non ne parliamo mai a pezzi, soprattutto non partiamo mai dall’ultimo pezzo. Probabilmente, per alcuni, raccontare la verità storica, delle nostre origini, della nostra latinità,
dell’essere stati orgogliosamente Veneziani, non felicemente asburgici, ostinatamente Italiani, ostinatamente Irredentisti, non ha alcuna importanza. Soprattutto l’ essere stati non felicemente
asburgici, ma ostinatanente Irredentisti, ostinatamente Italiani è fuori luogo, risorgimentale, quasi inutile, antimoderno.
Per costoro si deve partire da tempi molto più recenti, dalla fine del primo conflitto mondiale al 1945, e la nostra Storia comincia e finisce là. La Storia non può e non deve essere moderna, non deve essere adattata, deve solo essere onesta ed imparziale. Imparzialità che, nei confronti di noi Esuli, non è certamente esistita, innanzittutto nei primi decenni dalla nostra venuta in Patria, nella nostra Patria, quella di tutti gli Italiani: siciliani, laziali, emiliani….e giuliani, fiumani e dalmati.
Ancora, per me che cos’è la memoria ?
E’ sicuramente tormento. Anche dopo più di settant’anni dalla fuga da Orsera. Molti, anche Istriani, si meravigliano della mia sofferenza. Spesso mi sono sentita dire ” Mi dispiace che tu l’abbia vissuta così male.” Le nostre vicende sono state drammatiche. Abbiamo vissuto una tragedia, siamo stati vittime di una pulizia etnica. I nostri nonni, tantissimi, sono morti di dolore, di crepacuore a causa dell’Esodo, dell’aver dovuto tutto abbandonare. I nostri genitori, allora giovani, hanno fatto una fatica immensa per darci una vita decente, per farci diventare quello che oggi siamo. Per questo, mio padre è morto.
Si può tentare di mettere da parte il dramma che ci è piombato addosso, ma non si può vivere, dopo le esperienze passate con viva là e po bon, come dice una nota canzone triestina viva la e po
bon….sempre alegri e mai pasion, viva là e po bon. Certo, molti di noi hanno, almeno in parte, assorbito quella pasion, abbiamo vissuto vite familiari felici, alcuni sono diventati persone importanti, in tutti i campi: Missoni, Benvenuti, Valiani, Bracco….., ma, anche questi non hanno mai allontanato la pasion, il dolore, la Storia.

Il tormento ti scoppia nel cuore al momento del ” Va Pensiero ” cantato nel Duomo di Pola alla fine della Messa per i partecipanti al raduno dei Polesani. In quel momento tutto ti viene alla mente. Siamo gente di mare, non è una valanga, è uno tsumani di ricordi che ti travolge. Le nonne, le torture subite da papà, la sua fuga, subito dopo, la mia fuga con la mamma, la tomba con i tuoi cari là abbandonati, i nostri morti ammazzati, infoibati, quella tua casa dove sei nata, dove, per pochissimi anni hai vissuto, dove i tuoi genitori si sono amati, dove hanno sofferto il terrore. A quel canto il dolore diventa tormento e piangi e singhiozzi. E’ questo il “Va pensiero ” tutta la nostra antica vita.
Ma, per me che cos’è la memoria?

Rimpianti ? Il dizionario enciclopedico italiano così definisce il rimpianto : “Ricordo nostalgico e dolente di persone o cose perdute, o di occasioni perdute.” Rimpiangere: “Rammentare piangendo”. Rimpianto, il mio; per che cosa ? Per quello provato dalle mie nonne: è diventato anche il mio. Il rimpianto della ” Fattora “, la mia nonna paterna. Piena di energia, di forza. Instancabile. Quell’instancabile forza l’ha abbandonata a Trieste, quando, non più parona ha volontariamente, abulicamente ceduto la responsabilità della mater familias alla nuora, mia madre e si è lasciata morire.
Nonna Checca la Notaia. Al contrario di nonna Anna, magrissima, fragile, sia fisicamente che spiritualmente. Aveva perso una figlia di diciannove anni in tre giorni, per una polmonite
fulminante.Non era mai riuscita a superare quello strazio. Lo diceva a tutti ” Me xe restada la fia bruta”, la mia mamma, che brutta non era, ma si è sempre portata dietro un forte complesso
d’inferiorità nei confronti di quella sorella bellissima, adorata. Zia Jolanda era di quella generazione di donne orsaresi una più bella dell’altra. La perdita della figlia aveva gettato la nonna in una
malinconia gentile, oggi si chiama depressione, che l’aveva seguita per tutta la vita. In paese era amatissima e stimata e considerata molto intelligente, tanto che molti compaesani si recavano da lei per farsi consigliare su come fare un testamento e farselo scrivere, con la sua calligrafia elegante ed ordinata.
La Fattora e la Notaia non hanno voluto, forse potuto aspettare di vedere il futuro. Troppa disperata nostalgia. Subito, dopo il 1947, un futuro durissimo, penoso per tutti noi, poi, come il tempo
scorreva, un futuro rassegnato, dolente, ma un po’ più sereno. Questo, il rimpianto delle nonne. Il mio, per il grande amore che mi hanno saputo donare, prezioso, quando i titini non mi permettevano di raggiungere i miei genitori a Trieste. E come lo capisco questo donare tanto amore, ora che il Signore ha concesso a Claudio e me la grande gioia di mandarci Luca, che oggi ha cinque anni. Quando me lo stringo a me, quando gli sussurro ” Ti voglio tanto bene” e mi risponde ” Anch’io, tanto bene alto fino al sole “, quando me lo mangio di baci, lo faccio anche per restituire alle nonne almeno un po’ di quel meraviglioso amore abbondante, pieno, ricco che mi hanno regalato.
Ancora l’immenso rimpianto per la vita che mamma e papà non hanno potuto passare assieme. Si erano amati teneramente, profondamente legati da comprensione e stima, esempio, per noi figli, di come deve essere la famiglia. Si conoscevano da sempre, sono stati sposati per poco più di vent’anni. Nei quindici anni passati a Trieste, Esuli, sono stati vicini due, tre giorni alla settimana ed in quei giorni gli occhi di mamma brillavano di felicità. Dopo la morte di papà, mia mamma non è stata più felice, i suoi occhi non hanno più brillato, non ha mai più cantato. Ancora quanto rimpianto per quel loro amore distrutto. Forse…….se avessimo potuto rimanere nei nostri paesi, se quella furia devastante non si fosse scatenata su di noi, se avessimo potuto restare nelle nostre case, forse papà non sarebbe morto a quarantanove anni, forse……avrebbero vissuto il loro amore fino alla vecchiaia, vicini, uniti come desideravano accadesse, quando, giovani e
innamorati, immaginavano il loro futuro.
Il rimpianto per quella semplice vita di allora che noi vogliamo ricordare solo bella, felice, appagante; per quei profumi che si spandevano nell’aria al fiorire delle ginestre; per quei colori, di primavera, tra mare, cielo, pini e ginestre. I colli che attorniano Orsera erano, sono coperti di giallo, intenso.
Il rimpianto di una vita mai vissuta, solo desiderata, fantasticata. ” Se avessimo potuto restare, se, se…..” Come ben sappiamo la realtà è stata ben diversa. Quei ” forse ” quei ” se ” non si sono
realizzati, sono parte, non piccola, non indifferente, di quella dannazione che è la memoria: il non voler e poter dimenticare.

 

Anna Maria Crasti

Il silenzio dei vivi

Pubblichiamo questa bellissima poesia scritta dal nostro socio Giorgio Valdes di Sestu (CA)

 

Il silenzio dei vivi

Sono chini gli sguardi
e le ferite sanguinano
sul prato di margherite
e sugli stivali degli aguzzini.
Pochi istanti ancora
per sperare di morire
con la carezza del sole e del vento
affidando l’ultimo respiro
agli oleandri in fiore.
Ma l’inghiottitoio è vicino,
in esso il buio è denso
come lava d’orrore.
Pietà implorano i vinti
con una pallottola dritta nel cuore.
Ma solo un colpo v’è nella pistola,
al primo della fila è destinato.
Egli sarà il peso arreso e muto
trascinatore del treno d’uomini
verso l’abisso di rocce taglienti.
Prima sono urla laceranti
poi fievoli lamenti
infine il silenzio
saturo di buio e di morte.
Molte stagioni sono passate
dalla marea cieca dell’orrore
ma nei fondi degli inghiottitoi
dimorano ancora anime
aggrappate alle povere spoglie.
Attendono di essere liberate
dalla Verità della Storia
e di risalire dall’oblio
per trovare pace
nel giardino della memoria.

10 Febbraio 2018
Giorgio Valdes

Nino Benvenuti: ho bisogno del vostro aiuto per raccontare la mia Istria

La lettera di Nino Benvenuti al Comitato 10 Febbraio e ai tanti amici e sostenitori: con l’aiuto di tutti racconterò la mia amata Istria in un cortometraggio

Cari amici,
se la matematica non è un’opinione, il prossimo 26 aprile compirò 80 anni.
Sono salito su un ring oltre 200 volte e ho tanti ricordi, molti dei quali li ho condivisi con voi. Vi ricordate quanti eravamo la notte del 17 aprile 1967? Insieme a me, sul ring, idealmente c’erano 18 milioni di italiani, con le orecchie incollate alla radiolina per la diretta di Paolo Valenti, a gioire per la conquista, al Madison Square Garden di New York, del titolo mondiale dei pesi medi. Ma c’è un ricordo, su tutti, a cui sono particolarmente legato. È quello della nostra terra. Dell’Istria, della Dalmazia. Vorrei dare un contributo a questa terra, per continuare a tenere vivo il ricordo e riempire quelle pagine di storia rimaste bianche per troppo tempo.
Così per i miei 80 anni ho deciso di affrontare una nuova sfida e di vincerla con il vostro aiuto. Quella di raccontare, soprattutto alle giovani generazioni – che non ne conoscono neppure l’esistenza – la storia di un popolo che con grande coraggio e dignità ha affrontato il dramma dell’esodo ma che non è scomparso e vive in tutti noi. Per fare questo, un gruppo di amici mi aiuterà a girare un cortometraggio dove accompagnerò lo spettatore nel ricordo che ci consentirà di ampliare la portata mediatica della nostra storia, di renderla visibile ad un pubblico sempre più vasto.
Il costo complessivo per la realizzazione del cortometraggio si aggira attorno ai 70.000 euro e prevede, oltre che una serie di sinergie economiche private e istituzionali, una raccolta fondi attraverso il coinvolgimento della mia gente, dei miei tifosi, degli sportivi, perché vorrei dare a questo messaggio un significato forte attraverso la più ampia partecipazione.
In questo percorso credo che le Associazioni dalmate e istriane possono darmi una mano, anche con contributi minimi ma è importante che la mia gente mi sia vicino.
Il progetto è coordinato da Mauro Grimaldi, storico dello sport e attualmente vice presidente della Lega Calcio Professionisti. La raccolta avverrà attraverso il sito di crowfunding EPPELA (www.eppela.com) e sarà in linea dal 13 settembre per 40 giorni. Nel sito è presente il progetto e le modalità per fare la donazione, che parte da un contributo minimo di 5 euro, ma ognuno può dare ciò che vuole. Anche poco, perché ogni piccola risorsa sarà utile per raggiungere il nostro obiettivo.
È attiva anche una mail per qualsiasi informazione: infobenvenuti@libero.it e una pagina Facebook coordinata dal “Comitato 10 febbraio”, che ringrazio per la collaborazione in questo progetto.
In alternativa i fondi saranno raccolti anche attraverso un bonifico sul conto corrente 00104607754 presso UNICREDIT (IBAN – IT79W0200805269000104607754).
Il mio sogno è presentarlo il 10 febbraio, in occasione del giorno del ricordo.
Per questo chiedo un piccolo sforzo a tutti perché non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo dimenticare.

Nino Benvenuti

Nino Benvenuti: un cuore oltre il ring
Nino Benvenuti: un cuore oltre il ring

Sul sito dell’Aeronautica Militare, Istria e Dalmazia sono considerate ex-colonie

Grazie alla segnalazione del nostro socio dott. Carlo Cauti, scopriamo che sul sito dell’ Aeronautica Militare l’Istria e la Dalmazia sono elencate tra le “ex colonie italiane”.
Abbiamo subito scritto questa lettera chiedendo che la “svista” venga immediatamente corretta:

exColonieItalia

Gentilissimi,
su segnalazione di un nostro associato, dott. Carlo Cauti, abbiamo notato che sulla vostra pagina http://clima.meteoam.it/nostroArchivio.php si fa riferimento alle “colonie italiane” tra le quali vengono elencate l’Istria e la Dalmazia.
Come associazione culturale ci occupiamo da anni di diffondere la consapevolezza di come le regioni di Venezia Giulia, Quarnano, Istria e Dalmazia non possano essere considerate in alcun modo “colonie”, in quanto da sempre abitate da italiani. La sola regione dell’Istria e del Quarnaro e la città di Zara sono state territorio metropolitano italiano dal 1918 al 1947, e sono state perdute come risarcimento di guerra nei confronti della Jugoslavia.
Si tratta di terre mistilingui (come l’Alto Adige) ma in alcun modo possono essere definite colonie, essendo questo termine riferito a “possedimento di uno stato, di solito situato in territorio lontano (spesso transmarino) e abitato da popolazioni indigene per lo più economicamente sottosviluppate, le quali non godono degli stessi diritti civili dei gruppi etnici provenienti dallo stato dominante” (fonte: Treccani).
Vi preghiamo pertanto di provvedere immediatamente alla correzione della dicitura, sottolineando come questi territori fossero regioni italiane perdute con la guerra, come già Briga e Tenda sul confine occidentale.

Certi di un vostro cortese riscontro, porgo i miei più cordiali saluti.
Michele Pigliucci
Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio