Oltraggiati i Martiri delle Foibe a Genova

Il Comitato 10 Febbraio esprime sdegno per l’affissione di manifestini che oltraggiano i Martiri delle Foibe. Merlino (Presidente C10F) “Nostalgici di Tito in azione, il Comune si costituisca parte civile.”

“No Foibe, No Party”. Questo il triste slogan contenuto in manifestini affissi abusivamente nei giorni scorsi a Genova.

Genova no foibe no party

A denunciare per primo questa grave offesa ai Martiri delle foibe e alla città intera è stato il consigliere comunale Antonino Sergio Gambino, al quale si è subito associato l’editore e intellettuale Andrea Lombardi. Alla denuncia degli esponenti genovesi si associa il Comitato 10 Febbraio.

“I nostalgici del comunismo assassino del Maresciallo Tito colpiscono ancora – conclude Merlino – adesivi dal contenuto disgustoso sono stati affissi in città da elementi ben conosciuti dell’antifascismo locale, che non trovano di meglio da fare che continuare a diffondere appelli all’odio.

Invitiamo l’amministrazione comunale, che sappiamo sensibile all’argomento, a defiggere i deliranti manifestini e soprattutto a costituirsi parte civile in un procedimento a carico di chi ha ideato e attuato l’affissione abusiva.

Questo triste episodio – conclude Merlino – deve spingere il Comune, i cittadini e le associazioni a intensificare le iniziative culturali e di confronto democratico, per espellere da Genova chi sminuisce o nega il dramma delle foibe e l’esodo dal confine orientale d’Italia.

Noi, come sempre, siamo a disposizione per raccontare la verità”.

Il Comitato 10 Febbraio in ricordo delle vittime delle “Marocchinate”

Marocchinate

Il Comitato 10 Febbraio aderisce alla “Giornata Nazionale in memoria delle vittime delle marocchinate” che si svolgerà martedì 18 maggio 2021.

L’evento, organizzato dall’associazione nazionale vittime delle marocchinate, presieduta dal ricercatore storico Emiliano Ciotti, intende commemorare le donne e gli uomini italiani che, nel periodo 1943-1944, subirono le violenze dei militari coloniali inquadrati nell’Esercito Francese. Crimini di guerra conosciuti con il triste appellativo di “marocchinate”.

“Quella delle violenze compiute dal Corpo di Spedizione Francese in Italia è un’altra tragedia da troppo tempo dimenticata – commenta Emanuele Merlino, presidente del Comitato 10 Febbraio – una pagina strappata dalla storia nazionale che è stata tenuta nascosta, come lo sono stati in passato le foibe e l’esodo di 350mila italiani dal confine orientale d’Italia.

Un fenomeno – prosegue Merlino – che iniziò nel luglio 1943 in Sicilia con lo sbarco degli Alleati e proseguì in Campania, Lazio e Toscana, toccando picchi di inaudita ferocia in Ciociaria e nell’Isola d’Elba.

Aderiamo all’appello lanciato dal presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate – conclude Merlino – e invitiamo i nostri iscritti e simpatizzanti a organizzare l’evento nelle proprie città.”

Petizione al Ministero dell’Istruzione

Miur logo

Petizione della Prof.ssa Maria Ballarin al Ministero dell’Istruzione in merito all’insegnamento nelle scuole della storia del confine orientale italiano. 

Al Ministro dell’Istruzione, On. Lucia Azzolina

Al Presidente dell’AIE, dott. Ricardo Franco Levi

 

 

Egregio Ministro, Illustre Presidente,

la sottoscritta professoressa Maria Ballarin, a nome dell’Associazione Nazionale Dalmata e del Comitato 10 febbraio chiede alle S.V. che venga inserito nelle linee guida per la materia Storia del quinto anno dei licei di ogni ordine, nella sezione dedicata al primo novecento, l’argomento “La fine della seconda guerra mondiale e le conseguenze del trattato di pace di Parigi per l’Italia”.

 

Allo stato attuale, infatti, il tema in questione, fondamentale per una piena comprensione della storia contemporanea italiana, continua a non essere esplicitamente menzionato, nonostante le numerose richieste fatte in tal senso, da molti anni e in ogni sede istituzionale dalle Associazioni degli Esuli.

 

La scansione attuale per il primo novecento, infatti, è la seguente:

“L’inizio della società di massa in Occidente; l’età giolittiana; la prima guerra mondiale; la rivoluzione russa e l’URSS da Lenin a Stalin; la crisi del dopoguerra; il fascismo; la crisi del’ 29 e le sue conseguenze negli Stati Uniti e nel mondo; il nazismo; la shoah e gli altri genocidi del XX secolo; la seconda guerra mondiale; l’Italia dal Fascismo alla Resistenza e le tappe di  costruzione della democrazia repubblicana” (Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali, di cui all’articolo 10 ,comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica, 15 marzo 2010, n. 89, in relazione all’articolo 2, comma 1 e 3 del medesimo regolamento).

Tale scansione non si discosta, in merito all’argomento suddetto, da quanto compariva nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 1457 del 6 novembre 1960, nel quale venivano stabiliti i programmi delle scuole superiori. Leggiamo infatti: ”…Le guerre mondiali; la Resistenza; la lotta di liberazione e la Costituzione della Repubblica italiana; ideali e realizzazioni della democrazia; tramonto del colonialismo;  istituzioni e organizzazioni per la cooperazione tra i popoli; Comunità Europea”.

Considerando che l’editoria scolastica attinge dai programmi ministeriali i contenuti basilari delle pubblicazioni per ogni disciplina, si può affermare che l’istituzione preposta alla formazione della coscienza civile degli Italiani, sessant’anni fa ha steso deliberatamente una pietra tombale su una delle pagine più controverse della storia italiana contemporanea.

Faccio rispettosamente presente alla S.V. che sulla regione Venezia Giulia, completa di tutta l’Istria, e sulla Dalmazia vi è una poderosa mole di studi indubbiamente scientifici e scevri da interpretazioni ideologiche o settarie, che spazia su ogni campo del sapere, e che dà conto della complessità culturale, sociale, civile, religiosa e antropologica di tali territori.

Inoltre, il travaglio delle genti giuliane, istriane, fiumane e dalmate è stato riconosciuto dal Parlamento della Repubblica, che ha istituito il Giorno del Ricordo con la Legge 30 marzo 2004, n. 92.  A seguito della quale si sono tenute e si tengono commemorazioni ufficiali in tutte le sedi, dal Quirinale, al Senato, dalla Camera dei Deputati, ai Comuni, alle Regioni, alle Province.

Il Presidente Carlo Azeglio Ciampi, il 10 febbraio 2005 all’altare della Patria, alla presenza dei picchetti d’onore dell’esercito, della Marina Militare e dell’Aeronautica Militare, onorò solennemente tale memoria, i presidenti Napolitano e Mattarella hanno pronunciato discorsi inequivocabili in merito.

Il MIUR sin dal 2010 ha istituito, con successo, un Seminario nazionale di formazione per docenti di ogni ordine e grado sul tema del Confine orientale, i cui atti del 2010 sono stati pubblicati, insieme a un concorso per gli studenti delle scuole di ogni odine e grado che, nelle sue ultime edizioni, ha visto svolgersi le premiazioni proprio all’interno della Camera dei Deputati e al Senato.

All’interno del Seminario MIUR del 2013 è stata posta con decisione la questione delle lacune nell’editoria scolastica, presentando istanze in merito alla professoressa Ethel Serravalle, dell’AIE, partecipante al Seminario stesso.

Moltissimi docenti e studenti degli istituti di ogni ordine e grado sono coinvolti in conferenze e approfondimenti sul tale materia da più di un decennio.

Alla luce di quanto brevemente esposto, manca tuttavia, tranne rare e lodevoli eccezioni, una trattazione dell’argomento completa e articolata nei testi scolastici di storia.  C’è una divaricazione tra la sempre maggiore sensibilità dell’opinione pubblica sull’argomento e l’assenza dello stesso dalla trattazione manualistica.

Tale lacuna grave può essere risolta solo con l’inserimento del tema in questione nelle linee guida ministeriali, che impegna gli editori a redigere testi in cui l’argomento venga correttamente trattato, senza scalfire in alcun modo la libertà d’insegnamento dei Docenti.

 

Confidando nella Vostra cortese attenzione, porgo distinti saluti,

 

Maria Ballarin

 

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La memoria condivisa su foibe ed esodo è possibile?

CONCLUSI I LAVORI DEL CONVEGNO AND E C10F PER CAPIRE SE IN ITALIA SI PUO’ PARLARE DI MEMORIA CONDIVISA

UN’ANALISI A 360 GRADI FATTA DA STORICI, GIORNALISTI, INSEGNANTI, DIRIGENTI DI ASSOCIAZIONI CONCLUSA CON LA TOCCANTE TESTIMONIANZA DI DIANA COSSETTO, PARENTE DELLA MARTIRE NORMA SEGUITO IN DIRETTA DA OLTRE 2000 PERSONE 

“Una memoria condivisa è utopia, il lavoro da fare è su una memoria accettata e questo lavoro passa da un dialogo culturale internazionale e da una progettazione capillare, con particolare attenzione alle scuole”. Questo quanto emerso da “Giorno del Ricordo: memoria condivisa?”, il convegno online In occasione del Giorno del Ricordo 2021, organizzato dall’Associazione Nazionale Dalmata e dal Comitato 10 Febbraio. Un successo per la diretta Facebook sulle pagine delle due realtà, con oltre 2000 contatti solo nel live di ieri. Una riflessione a tuttotondo sul grado di metabolizzazione della storia del Confine Orientale da parte del nostro Paese: dalle Istituzioni alla scuola, dalla cultura ai mass media.

«A quasi vent’anni dall’istituzione della Legge per il Giorno del Ricordo – ha detto Carla Isabella Elena Cace, Presidente Associazione Nazionale Dalmata – è venuto il momento di fare il punto sullo stato delle cose in Italia e non soltanto di celebrare, per quanto importante. Perché, nonostante le graditissime dichiarazioni del presidente Mattarella, che ha parlato chiaramente di “pulizia etnica”, assistiamo purtroppo a rigurgiti di giustificazionismo e riduzionismo che animano una minoranza chiassosa e, purtroppo, ascoltata da una parte dei mass media. Ma, soprattutto, volevamo capire quale fosse la strada da intraprendere per far arrivare la nostra storia a una società multimediale e globale. Credo siano emersi molti spunti interessanti sui quali lavoreremo”.

card 10 febbraio AND ok

«Nel Settecentenario di Dante – ha proseguito Emanuele Merlino, Presidente Comitato 10 Febbraio e Vicepresidente Associazione Nazionale Dalmata – terremo a Firenze un’orazione sul Giorno del Ricordo, nella terra di quel grandissimo cantore dell’esilio che, non primo ma certamente il più grande, ricordava i confini dell’Italia che, storicamente e culturalmente, comprendono l’Adriatico Orientale. La Cultura è un collante sostanziale cui agganciare la storia del Confine Orientale”.

«Il Giorno del Ricordo – ha sottolineato l’On. Roberto Menia, promotore Legge del Ricordo – è stata una vittoria di fronte all’Italia intera non solo una parte politica, perché ha restituito un pezzo di memoria a tutto il nostro popolo, mentre fino a quel momento era stato semplicemente un ricordo doloroso e affettuoso delle nostre famiglie e delle associazioni degli esuli. La memoria non può essere “condivisa”, troppe sono state le lacerazioni, ma il rispetto è dovuto e l’accettazione di ogni memoria è segno di civiltà».

«La cultura è un legame fondamentale – ha rimarcato il Prof. Alessandro Masi, Segretario Generale della Società Dante Alighieri – e dalla cultura si deve partire. Per fortuna è finita l’epoca in cui i Leoni di San Marco venivano distrutti o sostituiti addirittura con monumenti che raffiguravano aitanti combattenti che trafiggevano lo sconfitto leone di San Marco. Oggi si progettano restauri importanti, e questo è un segno dei tempi che cambiano. Una collaborazione con l’altra sponda dell’Adriatico è fondamentale”.

«Nei decenni passati – ha ricordato Ellis Tommaseo, Vicepresidente AND in collegamento da New York – negli Stati Uniti non esistevano associazioni che ricordassero l’esodo giuliano-dalmata. Il ricordo era limitato a consessi “familiari” e nulla più. Tutto è cambiato con l’istituzione del Giorno del Ricordo, che ci ha permesso di collaborare con i consolati e con le istituzioni pubbliche. Sulla memoria condivisa, devo dire che anche se molte cose sono cambiate, la strada è lunga. Un esempio su tutti: a breve inaugurerà una mostra sull’importanza della cultura croata, con i personaggi croati che hanno dato lustro al mondo. Bene, tra i nomi ce ne sono moltissimi che croati certo non sono. Due fra tutti: San Girolamo e Marco Polo. Ecco, se vogliamo che i tempi cambino davvero, prima di tutto serve onestà intellettuale».

«Purtroppo esiste ancora una pubblicistica pruriginosa – ha detto il Prof. Giuseppe Parlato, storico, direttivo AND, presidente Fondazione Spirito-De Felice – che trova ospitalità in certa stampa. Ci sono sacche di memoria classista, ancorata alle dinamiche comuniste, che non fa bene, non solo in quanto “divisiva”. Allora dobbiamo guardare alla storia, a quello che è successo, ossia all’eliminazione di tanti italiani, considerati “nemici del popolo”: fascisti, non fascisti, antifascisti. Era una prassi che tra l’altro non si limitava agli italiani, ma a tutti quelli che venivano visti come ostacoli alla costruzione della Grande Jugoslavia. Perciò, se la memoria condivisa può essere un miraggio, è possibile e raggiungibile una Storia condivisa. E le istituzioni devono rispondere”.

«Nel 2021 ci stiamo ancora domandando se è possibile una storia condivisa? Lo dico provocatoriamente – ha affermato Jan Bernas, giornalista, scrittore e fotografo – ma la risposta è ovviamente no. Non esistono memorie condivise e, purtroppo, non esistono neanche storie condivise. Io dico che l’obbiettivo che ci dobbiamo porre è quello dell’europeizzazione di questa storia. Non ci dobbiamo stupire né tantomeno preoccupare delle uscite come quella del libro di Gobetti, e dell’odio che le storie che scrive porta con sé, perché noi abbiamo vinto! Abbiamo vinto la sfida del ricordo e della conservazione di quella memoria, portandola ad essere nazionale, da che era solo “familiare”. Il nuovo spirito di rilancio che l’Associazione Nazionale Dalmata, con il nuovo corso giovane e dinamico porta, sarà fondamentale per questo cambio di passo”.

“Il problema del libro di Gobetti non è tanto in quel che dice – ha sottolineato la Prof.ssa Maria Ballarin, insegnante e scrittrice e direttivo AND – quanto nel fatto che quella triste ‘narrazione’ è ancora oggi purtroppo diffusissima nel mondo della scuola, frutto di decenni in cui un lavoro capillare e poderoso ha fatto sì che nei manuali scolastici, negli istituti storici, nelle case editrici e via dicendo, si nascondesse e si stravolgesse la nuda verità dei fatti. Come si fa ad arrivare a una memoria condivisa se nei più diffusi manuali di storia si scriveva che nelle città dell’Istria e della Dalmazia i giuliano-dalmati erano ‘decine’? Il muro è ancora molto, molto alto. Il nostro sforzo di divulgazione ha fatto sì che la verità venisse conosciuta da migliaia e migliaia di italiani, ma il lavoro fondamentale è far capire alle istituzioni scolastiche che la storia va conosciuta senza barriere ideologiche”.

«Ho fatto un’analisi di quello che è apparso sulla stampa croata – ha spiegato la dott.ssa Daria Garbin, storico e direttivo AND – negli ultimi anni. Se in Italia non si parla ancora abbastanza di questi argomenti, sulla stampa croata si accenna giusto qualcosa nel Giorno del Ricordo, presentato come un’occasione di propaganda sfruttata da tutti i partiti italiani, di destra e di sinistra, per loro finalità. Dobbiamo ricordare che durante la transizione dalla ex-Jugoslavia alla Croazia sono stati protetti molti aguzzini non solo degli italiani di queste terre, ma di tutti gli oppositori del maresciallo Tito (i morti non italiani furono centinaia di migliaia). Ecco perché ad ogni 10 febbraio, la stampa croata non fa altro che far rientrare la tragica vicenda delle foibe e dell’Esodo nella retorica della resistenza antifascista. Esiste però una stampa indipendente che ha cominciato a diffondere la storia per quel che fu davvero. È un percorso ancora lungo, ma ci fa ben sperare”.

«Mio padre era cugino di Norma. Erano coetanei – ha chiuso i lavori con la sua toccante testimonianza Diana Cossetto, partente di Norma Cossetto – e avevano vissuto un’infanzia e un’adolescenza serene. Nel 1943 lei era universitaria a Padova, perciò si vedevano nei giorni in cui tornava a casa. Mio padre era militare, suonava il trombone nella banda militare di Spalato. Dopo l’8 settembre cominciarono a prelevare gli italiani casa per casa. Presero anche mio nonno, che non aveva alcun legame col fascismo. E presero Norma una prima volta, poi tornò a casa: le chiesero di aderire alla guerra partigiana ma si rifiutò. Dopo qualche giorno tornarono a prenderla e la portarono a Parenzo. Sua sorella Licia riuscì ad andare a trovarla, e tornò piangendo perché aveva trovato Norma irriconoscibile, assente e prostrata. La rividero solo quando era già morta, quando i partigiani fuggirono all’arrivo dei tedeschi e fu possibile riesumare il suo corpo dalla foiba. Mio padre restò ancora qualche anno, resistendo alle provocazioni di quelli che cercavano ancora i “nemici del popolo”. C’erano spie dappertutto e le sparizioni continuavano anche a guerra finita. La situazione era ormai invivibile e davanti al terrore non restò altro che lasciare, con grande sofferenza, la sua terra. Non ha mai smesso di amarla ed ha voluto essere sepolto lì. E sono sicura che sarebbe felice del nostro impegno per la preservazione del ricordo.

 

“E allora il Giorno del Ricordo?”

ECCO PERCHÉ L’“OPERAZIONE EDITORIALE” DI LATERZA È INACCETABILE

Nota a cura dell’Associazione Nazionale Dalmata e del Comitato 10 Febbraio

 

Che senso ha il “Giorno del Ricordo” in Italia se una casa editrice del valore di Laterza, proprio a ridosso della commemorazione nazionale, fa uscire un volume come quello di tal Eric Gobetti, “E allora le foibe?”, anziché dare spazio a storici seri? Cadono le braccia e la stanchezza aumenta davanti a provocazioni come questa (perché è una provocazione). Il primo istinto sarebbe quello di ignorarle, lasciandole alla loro giusta misura, che si avvicina allo zero. Ma stavolta non possiamo tacere.

Partiamo da una premessa doverosa: siamo i primi sostenitori della sacrosanta libertà di stampa, di parola e anche di satira. “E allora le foibe?” riprende una celebre battuta di Caterina Guzzanti con la quale il personaggio da lei interpretato interrompeva qualsiasi critica, in particolare a presunte aderenze al razzismo, all’antisemitismo etc, pronunciando questa frase a ripetizione. A qualcuno di noi questa battuta ha sempre fatto male, ma la comicità prevede un certo grado di cattiveria o toni “politicamente scorretti”. E in un contesto del genere, seppur di cattivo gusto, è tollerabile.

Diverso è il caso di un libro che vuole essere “storico”. Il pamphlet di Gobetti, infatti, viene pubblicato da Laterza nella collana dal significativo titolo “La Storia alla prova dei fatti”. Peccato però che si tratti invece della Storia alla prova dell’ideologia, della faziosità, del giustificazionismo e, per così dire, dell’ignorazionismo (che vuol dire ignorare in maniera selettiva dei fatti che potrebbero confutare la propria tesi) sulle vicende del confine orientale d’Italia. Fare ironia sui morti e sul dramma di migliaia di connazionali, in questo caso, è intollerabile.

  • IL TITOLO: Chiediamo a Laterza una spiegazione riguardo a questa scelta infausta. Spiegazione doverosa, visto che offende la memoria dei morti, dei familiari delle vittime, degli italiani tutti. O lo Stato e le sue leggi sono una presa in giro o lo è questa operazione.

D’altra parte (e ci torneremo) che il dramma delle foibe e dell’esodo faccia parte appieno, e con i toni da noi sempre espressi, della storia d’Italia l’hanno certificato i presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, solo per citare gli ultimi, che non possono essere certo definiti “neofascisti” o “propagandisti politici” e di sicuro non celebrerebbero al Quirinale una data se, come dice il Gobetti, è “memoriale fascista”. Ma gli editor di Laterza erano forse in vacanza nonostante la pandemia?

 

  •  LE INTIMIDAZIONI: Nell’introduzione, Gobetti denuncia tentativi di censura, intimidazioni e la presenza delle forze dell’ordine ad alcune sue conferenze. Ce ne dispiace, ma noi abbiamo avuto il latte versato sui binari quando dovemmo lasciare le nostre città per salvarci la pelle e nonostante tutto non abbiamo mai voluto il male di nessuno. E certamente non vogliamo il male di Gobetti che, piuttosto, ci preoccupa. Perché l’abbiamo vissuto in prima persona e lo ricordiamo con i nomi di parenti e amici senza tomba che non riuscirono a scampare alla furia titina, a quel mondo che il Gobetti idealizza.

Abbiamo, tra l’altro, cercato invano sue dichiarazioni quando i nostri storici subiscono ben di peggio o i monumenti vengono vandalizzati.

 

  • QUANDO IL MITO DI TITO OFFUSCA L’INTELLETTO: Sui social Gobetti si sbizzarrisce infatti a postare foto mentre omaggia il Maresciallo Tito come se per lui fosse un mito: non certo un buon biglietto da visita per chi si vorrebbe storico imparziale… Non per niente è proprio sulla storia che il suo libro inciampa ripetutamente. Come quando confonde civilizzazione e nazionalismo: “Non c’è dubbio che questa regione sia stata parte, per alcuni secoli, dell’Impero romano e che, in seguito, nell’età medioevale e moderna, abbia subìto una significativa influenza veneziana. Tuttavia identificare queste realtà statali come “italiane” è storicamente assurdo”. Gobetti ignora (o finge di ignorare) che chi le ha definite “italiane da sempre” non parla di Stato ma di Cultura: lingua, usi e costumi – anche artistico-architettonici – che caratterizzano quel territorio. E questi sì sono indiscutibilmente italici. Senza citare la Geografia scritta dal greco Strabone, basterebbe ricordare con Dante che “Sì come ad Arli, ove il Rodano stagna, Sì come a Polapresso del Quarnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna”.

La Venezia Giulia viene liquidata da Gobetti superficialmente come un’area che “è stata una parte per alcuni secoli dell’Impero Romano”, mentre si è trattato di una delle regiones in cui Augusto nel 7 d.C. suddivise l’Italia, cuore pulsante dell’Impero, precisamente la X Regio Venetia et Histria con capitale Aquileia.  Non proprio un territorio qualsiasi… Bizantini e Veneziani si sono succeduti per secoli, nella parte occidentale della penisola istriana, lasciando impronte indelebili non solo sulla lingua, ma sull’organizzazione dello Stato, delle economie, dell’urbanistica, della cristianizzazione, della cultura e dell’arte.  Tutti gli abitanti dell’area ne hanno fruito e per tutti, nei secoli, la lingua veicolare e spesso anche ufficiale è stata il veneziano. Una civiltà a cui ha fatto riferimento tutta l’area alto-adriatica ben prima che si introducesse l’idea di nazione.

Subito dopo, Gobetti liquida il plebiscito chiesto dagli italiani della Venezia Giulia del 1946 come un “plebiscito para-democratico per imporre un cambiamento di regime”, tacendo il fatto che la carta della Società delle Nazioni prevedeva il diritto di autodeterminazione dei popoli.

Ancora, Gobetti insiste nel dire che lo Stato-Nazione sembra comparire in Italia nel 1918: niente da dire sulla slavizzazione imposta in queste terre dalla Corona Asburgica?

Per confutare la pulizia etnica, poi, Gobetti afferma che i partigiani prima e il governo jugoslavo poi, non hanno mai agito su base etnica contro la componente italiana, ma solo perseguendo chi era compromesso con il regime fascista. Essendo evidente che abbia voluto ignorare l’enorme mole di studi contemporanei in merito, ci limitiamo a pensare che avrebbe potuto dare un’occhiata al “Manuale Čubrilović”, il breviario usato dalla polizia di Tito per liberarsi rapidamente e definitivamente degli italiani, visto che sembra avere più dimestichezza con quel tipo di documenti…

 

  • L’ALLERGIA DI GOBETTI ALLA VERITA’ PROPUGNATA DALLE PIU’ ALTE CARICHE DELLO STATO

Senza entrare in ambito storiografico, che lasciamo per un approfondimento più puntuale disponibile sui nostri siti e sulle pagine Facebook delle Associazioni, rispondiamo semplicemente con le parole di Sergio Mattarella: “Non si trattò – come qualche storico negazionista o riduzionista ha voluto insinuare – di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni”.

Tanti innocenti, colpevoli solo di essere italiani e di essere visti come un ostacolo al disegno di conquista territoriale e di egemonia rivoluzionaria del comunismo titoista. Impiegati, militari, sacerdoti, donne, insegnanti, partigiani, antifascisti, persino militanti comunisti conclusero tragicamente la loro esistenza nei durissimi campi di detenzione, uccisi in esecuzioni sommarie o addirittura gettati, vivi o morti, nelle profondità delle foibe. Il catalogo degli orrori del ’900 si arricchiva così del termine, spaventoso, di “infoibato”. Anche il Presidente Emerito della Repubblica Giorgio Napolitano (neofascista anche lui?) è stato chiarissimo: “Così, si è scritto, in uno sforzo di analisi più distaccata, che già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono ‘giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento’ della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una ‘pulizia etnica’ ”.

E allora le foibe Gobetti

 

  • I NEMICI IMMAGINARI: Abbonato agli stereotipi, Eric Gobetti scrive che per gli italiani dell’area gli slavi erano nemici da sempre. Una palese falsità. Basterebbe intervistare qualche esule per scoprire la gran quantità di famiglie dove sono convissute e si sono mescolate tante etnie diverse, in modo del tutto pacifico. Sicuramente ci sono state tensioni, anche scontri e violenze, anche da parte italiana – nei nostri libri ne parliamo diffusamente – ma per Gobetti non è la somma che fa il risultato: per far quadrare i conti lui parte dal risultato che vuole dimostrare.

 

  • METODO DI STUDIO “BUTTIAMOLA IN CACIARA”: Nell’euforia sintetica del Gobetti le uccisioni risalgono tutte al 1943 o alla primavera del 1945. Purtroppo, invece, le uccisioni e le sparizioni continuarono in tempo di pace, ben oltre il primo maggio. È, poi, disgustoso l’approccio alla tragica storia di Norma Cossetto, identificata come “fascista convinta”, come a dire “se l’è cercata”… Per quanto riguarda l’assenza di donne e bambini nelle foibe, come spiega il ritrovamento dei cadaveri di tanti adolescenti in due foibe scoperte nel settembre scorso in Slovenia?

Inoltre l’autore utilizza qualche dichiarazione, quantomeno poco avveduta, per dire che noi parliamo delle foibe e dell’esodo in contrapposizione o come contrappeso alla Shoah. Si tratta, evidentemente, di due vicende molto diverse per motivazioni e numeri. E comunque – senza fare la fatica di andarsi a leggere i numerosi testi dove ne abbiamo parlato – sarebbe sufficiente seguire le pagine Facebook delle nostre associazioni per scoprire che ricordiamo bene la terribile persecuzione subita dagli ebrei, anche nostri conterranei.

 

  • ESPULSIONE: Ennesimo stereotipo gobettiano: secondo lui non è mai stato emesso un decreto di espulsione, sono gli italiani che se ne sono andati grazie alla possibilità di scegliere, optare, liberamente per l’espatrio. La gente se ne andava non per le violenze a strascico di fine guerra, ma perché “percepiva” come nemico il nuovo potere dopo decenni di propaganda fascista.

Andasse a dire una cosa del genere a un esule ancora vivente…

Gobetti non sa, o finge di non sapere, come avvenivano le “opzioni”, quante volte queste venivano respinte o non prese in considerazione, con conseguenze pesantissime per gli optanti stessi.

Altra perla: la gente fuggiva perché in Italia si stava bene, c’era opulenza… Sembra di leggere la descrizione degli esuli fatta su “Rinascita” e non solo, nel ’46 e ’47: “Fastidiosi parassiti, piccolo borghesi che cercano di rosicchiare un po’ di fortuna”.

L’Esodo viene poi diluito nel mare magnum degli spostamenti coatti di popolazioni avvenuti al termine della Seconda Guerra Mondiale, senza coglierne le caratteristiche specifiche, trattando con una leggerezza imbarazzante le condizioni dei Centri Raccolta Profughi e inesistenti appaiono i riferimenti ai beni degli esuli con cui lo Stato italiano pagò le riparazioni di guerra alla Jugoslavia.

 

  • QUANDO NON SAPPIAMO CHE FARE, INVENTIAMO: Non commentiamo le dichiarazioni relative al film “Red Land” perché sono deliranti, ma sul fatto che il fumetto “Foiba Rossa” sia pubblicato con il finanziamento della Regione Veneto possiamo dire chiaramente che il metodo storico utilizzato da Gobetti è quello dell’invenzione.

 

 

  • Se oltre 300.000 persone sono scappate via dalla propria terra a causa di una “psicosi collettiva”, crediamo che la stessa abbia colto l’entourage di Laterza nel trattare Gobetti come uno storico squalificando la credibilità di quella che fu una casa editrice di pregio e, peggio, offendendo la verità e il dolore, che gli anni possono solo mitigare ma non cancellare, di chi ha perso tutto a causa del comunismo e del Maresciallo Tito.