La Dichiarazione tripartita mai realizzata

Il 20 marzo 1948 le potenze occidentali promisero all’Italia la restituzione del Territorio Libero di Trieste

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
confine

“I governi americano, britannico e francese hanno deciso di raccomandare che il Territorio Libero di Trieste sia posto di nuovo sotto la sovranità italiana, ciò che appare la soluzione migliore se si vuol tener conto delle aspirazioni democratiche della popolazione e della necessità di restaurare la pace e la stabilità in quella regione”: era questa la parte più significativa della Dichiarazione tripartita emessa il 20 marzo 1948 dopo che da oltre un anno la questione del TLT era lungi dal risolversi.

Il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, infatti, aveva lasciato in sospeso la sorte del capoluogo giuliano, delineando la costituzione di un Territorio Libero di Trieste suddiviso in una Zona A sotto amministrazione militare anglo-americana (sostanzialmente Trieste e la sua attuale provincia) ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava (i distretti di Capodistria – oggi in Slovenia – e di Buie, oggi Croazia), in attesa che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite designasse un Governatore. Quest’ultima figura a inizio 1948 non era stata ancora individuata e invece il regime jugoslavo procedeva con una strisciante annessione delle terre sotto il suo controllo. Eppure un’amministrazione militare prevede, in base al diritto internazionale, che una potenza occupante garantisca con le sue truppe l’ordine pubblico e la tranquillità dei residenti, mantenendo il rispetto della legislazione precedentemente in vigore, pur essendo la sovranità statuale in sospeso.

Dalla linea di demarcazione tra le due Zone fino al fiume Quieto (confine meridionale del TLT), invece, le leggi italiane erano diventate carta straccia, la comunità dei nostri connazionali viveva in un clima di repressione delle istanze patriottiche e prendevano vigore le istituzioni del nascente regime di Tito. Nello scenario internazionale si era altresì spezzato l’idillio in seno alla coalizione antifascista e Winston Churchill aveva già avuto modo di denunciare nel suo discorso all’università statunitense di Fulton che una cortina di ferro stava spezzando l’Europa da Stettino a Trieste, appunto. Ma l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale era anche concentrata sull’Italia repubblicana, chiamata per la prima volta alle urne il 18 aprile 1948: si trattava di un appuntamento elettorale in cui le istanze occidentali, rappresentate dalla Democrazia Cristiana in primis, erano chiamate a confrontarsi con uno dei più robusti partiti comunisti dell’Europa occidentale, di cui alcuni temevano possibili svolte rivoluzionarie per giungere al potere, approfittando degli arsenali occultati al termine della guerra civile dai partigiani comunisti.

Volendo confortare lo spirito patriottico, le tre potenze occidentali proposero al Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi la restituzione della Zona A del costituendo TLT all’Italia (che già contribuiva all’amministrazione con personale civile) oppure la dichiarazione che tutto il Territorio doveva tornare sotto la sovranità italiana, cosa di difficile attuazione visto il consolidato radicamento dell’esercito e dello stato jugoslavo nella Zona B. Temendo di venire accusato di essere rinunciatario nei confronti della Zona B accettando la restituzione della sola Zona A, lo statista trentino si accontentò della dichiarazione, che comunque ebbe un effetto importante all’interno della campagna elettorale, soprattutto perché mise il PCI di fronte alle proprie responsabilità di partito che in politica estera doveva attenersi dapprima ai desiderata del Cremlino e solamente in seconda battuta a quelli che erano gli interessi nazionali. Di fronte alle prevedibili proteste di Belgrado nei confronti della Dichiarazione tripartita, infatti, Mosca rifiutò di aderire all’opzione formulata dagli ex alleati della Seconda guerra mondiale, costringendo la sua emanazione in Italia a tenersi defilata sulla vicenda.

Tale Dichiarazione, la cui realizzabilità risultava in effetti complessa, rimase tuttavia un punto di riferimento assiduo per le rivendicazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati e per i triestini, i quali proprio il 20 marzo 1953 organizzarono una manifestazione in cui chiesero il rispetto del documento pubblicato 5 anni prima: da lì cominciò un’escalation di eventi che avrebbero condotto alle Giornate di novembre, con morti e feriti tra i manifestanti giuliani ad opera della polizia civile del TLT.

Anche dopo l’esito delle elezioni politiche favorevole alla DC, la questione del ritorno del TLT alla sovranità italiana restò di attualità (Lord Bevin ribadì il concetto davanti alla Camera dei Comuni il successivo 4 maggio), tuttavia le mire egemoniche di Tito nei confronti dei partiti comunisti albanese, bulgaro e greco, l’insoddisfazione del regime titoista per un appoggio sovietico in politica internazionale che si faceva sempre più tiepido ed il timore di Stalin che Tito volesse metterne in discussione la leadership nel comunismo internazionale portarono ad una clamorosa rottura.

Il 28 giugno il Cominform, strumento di coordinamento dei partiti comunisti nel mondo, espulse il Partito comunista jugoslavo ed il regime di Belgrado ne approfittò per riciclarsi come uno dei paesi fondatori del cosiddetto blocco dei Non allineati (cioè schierati né con gli USA né con l’URSS nell’ambito della Guerra fredda), perseguendo una via autonoma al socialismo. Il regime di Belgrado seppe proporsi come interlocutore dei Paesi occidentali, giungendo in seguito ad un’alleanza di carattere difensivo con due membri della NATO come la Grecia e la Turchia (Accordi di Bled, 1954), godendo nel frattempo di un trattamento di favore nell’ambito della questione di Trieste. L’Italia era uno Stato aderente alla NATO ed un alleato ormai integrato, la Jugoslavia doveva essere avvicinata e pertanto restituire tutto il TLT alla sovranità italiana era diventato definitivamente irrealizzabile: il Memorandum di Londra prima (1954) ed il Trattato di Osimo in seguito (1975) sanciranno come confine internazionalmente riconosciuto quella che inizialmente era solamente una linea di demarcazione.

 Lorenzo Salimbeni

I Centri di Raccolta Profughi in Italia

Nuove pubblicazioni descrivono i luoghi in cui vennero concentrati i nostri connazionali provenienti dall’Adriatico orientale

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Stazione terminale della via crucis dell’esodo del 90% della comunità italiana radicata da secoli sulle coste dell’Adriatico orientale, i 109 Centri Raccolta Profughi sparpagliati nel territorio italiano, isole comprese, hanno rappresentato anche per anni e lustri la squallida accoglienza per migliaia di istriani, fiumani e dalmati nell’immediato dopoguerra.

Vecchie caserme, ex campi di prigionia del periodo bellico e scuole furono adattati ad accogliere in assoluta promiscuità ed in condizioni igienico-sanitarie oltremodo precarie centinaia di nuclei famigliari, che restavano a lungo separati dai parenti, dalle amicizie della località d’origine e spesso accolti con diffidenza dalla popolazione del luogo che li ospitava. Non si trattava solamente della propaganda comunista che dipingeva la comunità dell’esodo, rappresentativa di tutte le divisioni politiche e sociali dell’italianità adriatica, alla stregua di un’accozzaglia di fascisti in fuga dal paradiso socialista che Tito andava edificando nella rinata Jugoslavia e nelle terre che erano state italiane. C’era anche una pregiudiziale dovuta al fatto che i nuovi arrivati ricevevano da parte degli enti pubblici risorse che per il resto della popolazione civile scarseggiavano e poco si sapeva delle sofferenze, dei lutti e delle privazioni che questi nuovi arrivati avevano sopportato.

Ognuno di questi Centri di Raccolta Profughi rappresenta una storia a sé stante, fatta di sacrifici, sforzi per ricostruirsi un’esistenza, nuove tragedie e speranze deluse al punto da intraprendere la via di un esilio addirittura oltre oceano. Risulta quindi meritorio che sempre più giornalisti e ricercatori storici attivi sul territorio inizino ad indagare e ad analizzare queste vicende, contestualizzandole non solo come pagine di una storia locale che va riscoperta, ma anche come tasselli di una più complessa vicenda di sradicamento, allontanamento e reinserimento.

Segnaliamo innanzitutto che è in uscita la nuova edizione, ampliata ed arricchita di nuovi spunti, di “Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza” di Fabio Lo Bono, operatore culturale siciliano che ha portato alla luce la storia del campo profughi di Termini Imerese attraverso decine di presentazioni della sua opera presso scuole ed amministrazioni comunali, così come pure presso le comunità italiane in Istria e Carnaro. Tra le note di pregio di questa pubblicazione autoprodotta, rientrano le interviste fatte ad alcuni di coloro i quali vissero l’esperienza di questo campo profughi, da cui si può evincere ad esempio il brusco impatto fra le abitudini emancipate delle ragazze fiumane e l’austero contesto sociale siciliano dell’epoca. Impreziosito da una copertina firmata da Alfio Krancic, vignettista di origine fiumana che da giovane visse l’esperienza dell’esodo, questo lavoro è un punto di riferimento per quanti vogliano andare ad esplorare le vicende di questi siti vagliando fonti archivistiche, orali e giornalistiche dell’epoca.

È quanto ha fatto ad esempio il giornalista massese Matteo Marchini, il quale ha dedicato la sua Tesi di Laurea proprio a “I profughi giuliano-dalmati nella provincia di Massa-Carrara”. Presentata l’anno scorso durante un evento collegato al Giorno del Ricordo da parte del locale comitato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, tale ricerca illustra quella che fu la dura vita degli ospiti dei CRP allestiti a Marina di Massa e a Marina di Carrara.

È invece giunto al suo terzo lavoro dedicato a questi argomenti il professor Elio Varutti, il quale, dopo “Il Campo Profughi di via Pradamano a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo. 1945-2007” (ANVGD Udine, 2007) e “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960” (Stringher, Udine 2015), ha recentemente dato alle stampe “Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni” (Provincia di Udine, 2018). 200 fotografie e 330 testimonianze contribuiscono a definire un percorso che inizia con coloro i quali abbandonarono la Dalmazia annessa al Regno di Jugoslavia già negli anni Venti, per giungere a quanti transitarono per la struttura friulana prima di venire smistati ad altra destinazione, passando per i villaggi giuliani che accolsero definitivamente le famiglie dei profughi.

Verrà, infine, presentato la mattina di sabato 17 marzo a Carpi in provincia di Modena “I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli. Raccolta degli atti del Convegno Nazionale di Studi sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica”: “Il campo di Fossoli – spiega il generale Giampaolo Pani, presidente del Comitato provinciale di Modena dell’ANVGD – è noto come struttura di prigionia fascista durante la Seconda guerra mondiale: è nostra intenzione ricordare ufficialmente che in seguito fu adibito a centro profughi, che accolse centinaia di nostri connazionali in fuga dal regime di Tito”.

Lorenzo Salimbeni

Il mare Adriatico, lago di Venezia

La Serenissima garantì quella convivenza etnica poi demolita dal divide et impera asburgico

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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I primi a provarci furono i più ferventi sostenitori del Regno dei Serbi, Sloveni e Croati sorto al termine della Prima Guerra Mondiale; nel corso della Seconda Guerra Mondiale si cimentarono gli ustaša prima e in seguito i nazionalisti croati che si erano infiltrati nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia di Tito; venne infine il turno degli ultra-nazionalisti della Croazia indipendente negli anni Novanta: durante il secolo breve ci hanno provato davvero in tanti a scalpellarli o a farli saltare in aria, ma i leoni alati della Repubblica di Venezia scolpiti resistettero e fanno ancor oggi bella mostra di sé nei portali delle città della costa istriana e dalmata. In queste effigi alle volte il Vangelo è spalancato sulle pagine recanti la citazione “Pax tibi Marce evangelista meus”, ma spesso è chiuso sotto una zampa leonina, mentre l’altra sguaina la spada, a fronteggiare i nemici di Venezia.

Da Capodistria, nell’attuale Slovenia, fino a Cattaro, spettacolare insenatura nell’odierno Montenegro, l’epoca medioevale e moderna vide fiorire le fortune commerciali della Serenissima, la quale non si peritava di commerciare con l’entroterra dominato dai turchi nemmeno nel momento in cui le sue galee scaricavano le proprie bordate sui vascelli del Sultano. Uscita nel 1358 dalla sfera d’influenza veneziana, la Repubblica di Ragusa svolse un ruolo ancor più accentuato nei rapporti con un retroterra spesso descritto dalle cronache dell’epoca come grezzo, selvaggio ed arretrato. Formalmente vincolato al Regno d’Ungheria prima ed alla Sublime Porta successivamente, lo Stato raguseo rappresentò la quinta repubblica marinara d’Italia e vide crollare le proprie fortune sia per lo spostamento dei grandi traffici verso le rotte atlantiche, sia in seguito ad un terrificante terremoto che devastò la città nel 1667.

Il trattato di Campoformido del 1797 segnò la fine dell’indipendenza di Venezia, ceduta con gran delusione di Ugo Foscolo e di altri patrioti all’Impero d’Austria nell’ambito della spregiudicata diplomazia napoleonica. Se l’ultimo Doge di Venezia depose le insegne di San Marco il 12 maggio, la località montenegrina di Perasto mantenne la propria libertà fino al 23 agosto, giorno in cui all’arrivo delle truppe austriache il conte Giuseppe Viscovich, capitano della guardia, seppellì l’ultimo gonfalone della Repubblica sotto l’altare del duomo dopo aver pronunciato quel discorso che culminava nella frase: Ti con nu, nu con ti (Tu con noi, noi con te) che avrebbe fatto da motto, tra gli altri, alla squadriglia aerea Serenissima di Gabriele d’Annunzio nella Grande Guerra.

L’effimera Repubblica di Venezia del 1848-’49 nacque innanzitutto come desiderio di recuperare un’autonomia ed una libertà che il dominio asburgico avevano fortemente ridimensionato. Nel momento in cui i gonfaloni del leone di San Marco avevano ripreso a sventolare, molti dall’Istria e dalla Dalmazia giunsero a dare man forte, non ultimo Niccolò Tommaseo da Sebenico, uno dei padri nobili della lingua italiana che rivestì incarichi di rilievo nel governo. Da una dimensione municipalista e localista, tale esperienza insurrezionale avrebbe rapidamente assunto caratteristiche più marcatamente patriottiche, richiamando in sua difesa combattenti provenienti da tutta Italia. Nelle decadi successive il ricordo delle libertà godute ai tempi della Serenissima avrebbe creato l’humus ideale per l’azione patriottica ed irredentista in Istria ed in un secondo momento pure in Dalmazia. In quest’ultima regione, infatti, si era sviluppata una vera e propria nazionalità dalmata, in cui l’idioma italico faceva da lingua franca in un litorale spezzettato in centinaia di isole e isolotti ed una costa dominata dalle montagne, laddove altrettanto articolata era la nazionalità delle popolazioni ivi residenti, tra italiani, croati, serbi ed albanesi. Solamente dopo la Terza Guerra d’Indipendenza le autorità della duplice monarchia cominciarono a guardare con sospetto la componente italiana ed avviarono il nefasto principio del divide et impera, favorendo la componente croata a scapito delle altre. L’allargamento del suffragio, l’apertura di scuole con lingua d’insegnamento croata, l’uso di tale idioma nelle pubbliche amministrazioni ed il contestuale ridimensionamento dell’italiano condussero ad una croatizzazione che avrebbe portato le nuove generazioni a distaccarsi dal lealismo proprio del vecchio partito autonomista dalmata e ad avvicinarsi a posizioni irredentiste.

Le autorità asburgiche favorirono, inoltre, tra fine Ottocento ed inizio Novecento l’immigrazione dall’entroterra sloveno verso Trieste e Gorizia, al fine non solo di iniettare manodopera nel porto e nei nascenti impianti industriali, ma anche e soprattutto di fronteggiare la crescente italianità che dagli strati borghesi cominciava a diffondersi anche a livello popolare, soprattutto grazie alle suggestioni alimentate dalle imprese garibaldine. I “regnicoli” (cittadini del Regno d’Italia che venivano a lavorare in territorio austro-ungarico) trovarono sempre più difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale e produttivo, nel quale invece si consolidavano sloveni e croati, grati e leali nei confronti di Vienna per le libertà ed i riconoscimenti alla propria identità che avevano ottenuto. Tutte queste tensioni fuoriuscirono dai consessi elettivi locali e portarono anche a scontri di piazza tra opposte fazioni nazionali, ma soprattutto sarebbero confluite nelle motivazioni nazionaliste della Grande Guerra.

Lorenzo Salimbeni 

Le persecuzioni dei preti nell’Istria di Tito

Il volume di Pietro Zovatto ricorda modalità e vittime della politica antireligiosa jugoslava

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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Nella storia del confine orientale italiano il fattore religioso ed i sacerdoti hanno svolto spesso un ruolo di prima fila. A partire dal tardo Ottocento, allorché il clero slavo dell’entroterra goriziano, triestino ed istriano si adoperò per consolidare la coscienza nazionale slovena e croata: si trattava di quelle che Engels definì “nazioni senza storia”, ma in tale contesto prendevano forma per contrapposizione al sempre più vigoroso irredentismo italiano e sotto la protezione delle autorità del cattolicissimo impero austro-ungarico. L’Imperatore Francesco Giuseppe, Cattolico ed Apostolico, aveva, infatti, apprezzato il lealismo ostentato dai suoi sudditi sloveni e croati dalla “Primavera dei popoli” del 1848 in poi, premiandolo con una serie di politiche che, tutelandone le specificità a scapito della comunità italofona, di fatto creava i presupposti per un pernicioso divide et impera. Il Regno d’Italia cui guardavano i separatisti italiani, inoltre, presentava connotati massonici anticattolici esacerbati dalla questione romana, che si era conclusa con l’annessione del Lazio e la fine del potere temporale dei Papi. L’austroslavismo, prospettando sviluppi in senso trialistico (una terza corona slava da affiancare a quelle austriaca e magiara) ovvero federalista per la composita compagine imperiale, costituiva un caposaldo per l’affermazione della propria specificità culturale sotto l’egida asburgica, capace di tenere a bada i tumultuosi italiani e ben lungi dallo jugoslavismo capeggiato dalla Serbia ortodossa che sarebbe uscita irrobustita dalle Guerre balcaniche (1912-’13).

Indubbiamente favorita da un maggior numero di vocazioni rispetto alla società italiana locale ed impreziosita dall’operazione di recupero della liturgia paleoslava in glagolitico, la gerarchia ecclesiastica slavofona avrebbe poi attraversato il cimento della Prima guerra mondiale e dell’annessione all’Italia, nonché le restrizioni linguistiche imposte dal fascismo. Molto più duro e repressivo si sarebbe rivelato l’approccio del comunismo titoista nei confronti della chiesa, la quale doveva essere ridimensionata all’interno del nuovo stato comunista: sacerdoti sloveni, croati ed italiani avrebbero sperimentato violenze, sopraffazioni e perfino il martirio in odium fidei. «Preti perseguitati in Istria 1945-1956 Storia di una secolarizzazione» (Luglio, Trieste 2017) di Pietro Zovatto mette a fuoco una vicenda che rientra nel complesso progetto di disarticolazione della società giuliano-dalmata da parte del nascente regime di Tito.

Pochi anni fa hanno conquistato le attenzioni della cronaca i casi dei sacerdoti istriani don Francesco Bonifacio e don Miro Bulešić, beatificati dopo aver subito il martirio nel corso dell’adempimento delle proprie mansioni pastorali nel tumultuoso dopoguerra. A don Angelo Tarticchio, invece, spetta la palma del protomartire, in quanto massacrato durante la prima ondata di uccisioni di massa in seguito al vuoto di potere creato dal collasso politico ed istituzionale dell’8 settembre 1943: torturato, evirato e scaraventato in una foiba, quando fu riesumato aveva il capo cinto da una corona di filo spinato. Ricostruendo la vicenda, Zovatto ricorda i vescovi di Pola Radossi, di Fiume Camozzi e di Zara Munzani, anch’essi partecipi dell’esodo che coinvolse il 90% della comunità italiana, ma soprattutto il ruolo di Antonio Santin. Vescovo di Trieste e Capodistria, dopo essere assurto al rango di defensor civitatis nella primavera del 1945 caratterizzata dal tracollo militare tedesco e dai 40 giorni di uccisioni, deportazioni e violenze titine nella Venezia Giulia, si trovò a gestire una diocesi attraversata dalla Linea Morgan, stabilita dall’accordo di Belgrado del 9 giugno ’45 e che definiva una Zona A sotto Amministrazione militare angloamericana (Trieste, Gorizia e Pola) ed una Zona B sotto Amministrazione militare jugoslava (il resto della Venezia Giulia). In quest’ultima regione era in effetti iniziato un percorso di annessione alla rinascente Jugoslavia che prevedeva l’allontanamento ovvero l’eliminazione dei punti di riferimento per la nascita di un’opposizione ed in tal senso i preti diventarono un bersaglio privilegiato. Santin stesso rischiò il linciaggio allorché si recò a Capodistria il 19 giugno 1947 in occasione della festa patronale di San Nazario, mentre le sue prediche dalla cattedra triestina quando assumevano toni di denuncia nei confronti delle violenze titine scatenavano ulteriori misure repressive a carico del clero dall’altra parte della Linea Morgan. Fughe rocambolesche di sacerdoti finiti nelle liste di proscrizione dell’Ozna (la polizia segreta jugoslava), aggressioni sul sagrato delle chiese, processioni di fedeli che sfidarono le autorità jugoslave reclamando ed ottenendo la liberazione dei propri sacerdoti dalle carceri: non solo i preti italiani, ma anche quelli sloveni e croati furono vittime di questo clima di terrore.

Lorenzo Salimbeni 

Presentazione di “Foiba rossa” a Pomezia

Giovedì 8 marzo alle ore 17:00 presso la Biblioteca comunale di Pomezia (RM) il Comitato 10 Febbraio di Pomezia ospiterà Emanuele Merlino, l’autore, insieme al disegnatore Beniamino Delvecchio, del fumetto “Foiba rossa. Norma Cossetto storia di un italiana” (Ferrogallico, Milano 2018).

L’iniziativa avrà luogo volutamente il giorno della Festa delle donne, poiché vogliamo ricordare questo caso di femminicidio ed il martirio della giovane studentessa istriana in nome dell’italianità aggredita dai partigiani comunisti di Tito.

 

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