Istria, Fiume e Zara: i luoghi delle nostre radici

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il ‘Ricordo’ è anche richiamo doloroso, rabbia, nostalgia e disperato amore per la Patria perduta

ArenaPola

Ci sono luoghi incorporei: luoghi dello spirito, che hanno perso la loro dimensione materiale, assumendo i contorni di un pensiero, di una memoria, di un sogno. Essi vivono, incontrovertibilmente, una propria vita: e ci appaiono, come attraverso una visione, tanto fragili da temere che svaniscano in un momento e tanto radicati nella nostra anima da dominarne, in quei momenti, ogni palpito.

Sono i luoghi delle nostre radici, tinti del colore splendente delle nostre estati e del lampo metallico dei nostri inverni: noi siamo quei luoghi e non possiamo liberarci di questa tormentosa meraviglia, come non potremmo strappare da noi una parte del nostro stesso corpo.

Questa appartenenza, questo disperato bisogno della propria casa si moltiplica all’infinito per l’esule: il miraggio stregante delle pietre addolcite dal salmastro e sgretolate dal vento diviene, per chi ha perduto la propria Patria, il più straziante dei richiami, che è insieme rabbia e dolore e nostalgia struggente e disperato amore.

La cosa più mirabile, in questo incantesimo che ci lega alla nostra terra, è che, nel caso degli esuli, esso si trasmette di padre in figlio, si riaccende e si moltiplica nel riaccendersi e nel moltiplicarsi delle stirpi e dei nomi: non muore mai il ricordo né mai muore il rimpianto, ma si tramanda, come un segreto prezioso. Eppure, la Patria grande, quella che stava di là del mare, si è spesso dimostrata matrigna verso i suoi figli più fedeli e sfortunati: ciò nonostante, essi hanno continuato ad amarla di un amore doloroso, quasi increduto e non desiderato, come si ama ferocemente la bella senza misericordia, che ci ha dato tanta pena.

Così, generazione dopo generazione, anno dopo anno, gli esuli sono lì, a guardare di lontano questo luogo dello spirito che si chiama Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, che porta i nomi antichi e generosi di Pola, Zara, Fiume: non lo fanno più nella speranza di tornare padroni in casa propria, ma con la caparbietà di chi ama e che solo chi ama può comprendere. Perché il giorno dedicato al ricordo, il 10 febbraio, è un giorno d’amore, non di proclami, di insulti, di sfide: è il giorno in cui una comunità che venne ferita atrocemente e atrocemente tradita, silenziosamente, pianamente, ricorda i propri morti, le proprie case, la propria felicità passata. Ed è una comunità di donne e di uomini che lavorano, che vivono, che partecipano, che costruiscono, che creano: non sono genti piegate dal peso dei propri ricordi né da quello delle ingiustizie patite.

Essi ricordano, semplicemente, perché non è possibile dimenticare ciò che si è. Non hanno perdonato i carnefici, perché, senza pentimento, non è concepibile perdono, e senza giustizia non è concedibile misericordia: ma sono pacifici, quieti, non si lamentano, non gridano. Perché quello è il loro retaggio: perché così sono stati educati, dai loro antenati come dal loro dolore.

E noi, loro fratelli, in quasi tutto più fortunati, in questo li invidiamo: non li guardiamo con compassione, ma con orgoglio e non li compiangiamo, ma li ammiriamo, per questa loro dignitosa nostalgia e per i loro occhi senza lacrime, di duro cristallo. Li sentiamo, in qualche modo, migliori di noi: quasi che, attraverso la pena dell’esilio, avessero potuto distillare il senso ultimo dell’appartenenza dell’Italia. Come se fossero più Italiani di noi: come se avessero meritato di più, agli occhi della Patria.

Per questo, ricordando, come ogni anno, i martiri infoibati, i popoli scacciati dalle chiese e dalle case, i malaccolti, i disprezzati, oggi non bastano più le parole di solidarietà, ma occorrono parole di vera fraternità: perché in tempi così cupi per la nostra Patria, c’è un estremo bisogno di loro, degli esuli, della loro forza, della loro resistenza. Ci occorre che ci insegnino, che ci siano d’esempio: che ci raccontino quanto si possa desiderare una casa, quando la si è perduta. E, così, come loro, possiamo amare l’Italia di un amore più forte, come loro amano quel brandello di Italia che vive soltanto, ormai, nella loro anima e nei loro pensieri.

Marco Cimmino

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