La Divisione Decima nella difesa del confine orientale

La battaglia di Tarnova della Selva allontanò le avanguardie titine da Gorizia

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Si svolgerà il prossimo fine settimana a Gorizia il consueto raduno annuale dei Combattenti della Decima Flottiglia Mas – Rsi, un evento che ha sempre visto il coinvolgimento istituzionale del Comune isontino e, in tempi recenti, anche contromanifestazioni da parte delle sigle dell’antifascismo locale. La manifestazione avviene sempre in questo periodo, per collegarsi ai giorni della battaglia di Tarnova della Selva, di cui quest’anno ricorre il 73° anniversario: si tratta di un episodio della Seconda guerra mondiale al confine orientale che ebbe per protagonisti alcuni reparti della Divisione Decima, costituita dal Principe Junio Valerio Borghese dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Questa grande unità, sorta a partire dalla fanteria di marina ed arricchitasi in seguito con varie specialità (incursori, alpini, bersaglieri, artiglieri, genieri), rivendicò sempre la propria autonomia operativa nei confronti delle Forze Armate comandate dal Generale Rodolfo Graziani, essendosi costituita ancor prima della Repubblica Sociale Italiana. Così facendo, entrò in attrito non solo con Mussolini ed i suoi gerarchi, ma anche con le autorità militari germaniche, con particolare riferimento alle attività nella Venezia Giulia. Quest’ultima, infatti, rientrava nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di governatorato militare tedesco in cui i poteri della RSI erano alquanto effimeri. Anche grazie alle relazioni stilate dalla maestra Maria Pasquinelli, dapprima testimone degli eccidi compiuti dai partigiani di Tito a Spalato dopo l’8 settembre e poi capace di raccogliere testimonianze delle contemporanee stragi nelle foibe istriane, in Borghese si rafforzò la convinzione che a guerra finita, una volta collassato il dispositivo militare tedesco, a Trieste, Gorizia, Fiume ed in Istria il vuoto di potere sarebbe stato riempito dalle truppe “titine” che avrebbero nuovamente infierito sulla comunità italiana e rivendicato l’annessione di quelle terre alla rinascente Jugoslavia.

Vennero quindi costituiti presidi di fanteria di marina a Trieste, Pola e Fiume (al termine del conflitto sarebbero stati annientati dai partigiani jugoslavi) e un robusto contingente della Decima si acquartierò a Gorizia, ove le autorità nazionalsocialiste avevano conferito ampi poteri ai collaborazionisti sloveni, per cui la presenza di quei battaglioni divenne per i goriziani anche un simbolo di italianità. Si sfiorò, infatti, il ricorso alla armi allorché tedeschi e domobranci (le milizie anticomuniste slovene) intimarono invano di ammainare il tricolore che era stato issato sul pennone della caserma in cui si erano dislocate le truppe di Borghese.

Durante il gelido inverno 1944-’45 la località di Tarnova della Selva che dominava Gorizia fu affidata al Battaglione Fulmine, in cui rientrava la Compagnia Volontari di Francia, un reparto costituito da figli di emigranti italiani nati o cresciuti in Francia che vollero arruolarsi dopo la disfatta dell’8 settembre per riscattare l’onore di una Patria che molti di loro non avevano neanche mai visto (la loro storia è stata raccontata da Andrea Vezzà nel libro I ragazzi di quai de Bacalan. I «Volontari di Francia» della Xma MAS, Ritter, Milano 2012). Questo distaccamento si trovò tra il 19 ed il 21 gennaio accerchiato nella borgata da soverchianti forze partigiane, che cominciarono ad assaltare i bunker del perimetro difensivo allestito dai difensori, i quali resistettero strenuamente fino all’arrivo dei rinforzi (battaglioni Valanga, Sagittario e Barbarigo con il supporto di forze di polizia e di mezzi corazzati tedeschi). Spezzato l’accerchiamento, i superstiti furono fatti evacuare e questa vicenda bellica rimase impressa nella memorialistica di entrambi i contendenti: da parte repubblicana, rappresentò il sacrificio di decine di soldati per salvare l’italianità di Gorizia; sul fronte partigiano, ancor oggi a Tarnova un imponente monumento edificato sui resti di una casamatta celebra i caduti di quella battaglia. Un prezioso apparato fotografico che testimonia la durezza di quei combattimenti e la tenacia dei giovani italo-francesi è custodito presso l’Istituto di Ricerche Storiche e Militari dell’Età Contemporanea Carlo Alfredo Panzarasa, il quale fu il reduce di quel reparto che generosamente ideò e fondò l’istituto che è oggi dedicato alla sua memoria ed è ospitato alla Casa del Combattente di Trieste (via XXIV Maggio 4), e valorizzato in varie pubblicazioni (Andrea Vezzà, Immagini in armi sul confine orientale, UNCRSI, Trieste 2010, e Bruna Pompei – Piero Delbello, Volontari di Francia: da Bordeaux alla Venezia Giulia nella 10. MAS per l’onore d’Italia 1943-1945, Italo Svevo, Trieste 2006).

Lorenzo Salimbeni 

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