La memoria condivisa su foibe ed esodo è possibile?

CONCLUSI I LAVORI DEL CONVEGNO AND E C10F PER CAPIRE SE IN ITALIA SI PUO’ PARLARE DI MEMORIA CONDIVISA

UN’ANALISI A 360 GRADI FATTA DA STORICI, GIORNALISTI, INSEGNANTI, DIRIGENTI DI ASSOCIAZIONI CONCLUSA CON LA TOCCANTE TESTIMONIANZA DI DIANA COSSETTO, PARENTE DELLA MARTIRE NORMA SEGUITO IN DIRETTA DA OLTRE 2000 PERSONE 

“Una memoria condivisa è utopia, il lavoro da fare è su una memoria accettata e questo lavoro passa da un dialogo culturale internazionale e da una progettazione capillare, con particolare attenzione alle scuole”. Questo quanto emerso da “Giorno del Ricordo: memoria condivisa?”, il convegno online In occasione del Giorno del Ricordo 2021, organizzato dall’Associazione Nazionale Dalmata e dal Comitato 10 Febbraio. Un successo per la diretta Facebook sulle pagine delle due realtà, con oltre 2000 contatti solo nel live di ieri. Una riflessione a tuttotondo sul grado di metabolizzazione della storia del Confine Orientale da parte del nostro Paese: dalle Istituzioni alla scuola, dalla cultura ai mass media.

«A quasi vent’anni dall’istituzione della Legge per il Giorno del Ricordo – ha detto Carla Isabella Elena Cace, Presidente Associazione Nazionale Dalmata – è venuto il momento di fare il punto sullo stato delle cose in Italia e non soltanto di celebrare, per quanto importante. Perché, nonostante le graditissime dichiarazioni del presidente Mattarella, che ha parlato chiaramente di “pulizia etnica”, assistiamo purtroppo a rigurgiti di giustificazionismo e riduzionismo che animano una minoranza chiassosa e, purtroppo, ascoltata da una parte dei mass media. Ma, soprattutto, volevamo capire quale fosse la strada da intraprendere per far arrivare la nostra storia a una società multimediale e globale. Credo siano emersi molti spunti interessanti sui quali lavoreremo”.

card 10 febbraio AND ok

«Nel Settecentenario di Dante – ha proseguito Emanuele Merlino, Presidente Comitato 10 Febbraio e Vicepresidente Associazione Nazionale Dalmata – terremo a Firenze un’orazione sul Giorno del Ricordo, nella terra di quel grandissimo cantore dell’esilio che, non primo ma certamente il più grande, ricordava i confini dell’Italia che, storicamente e culturalmente, comprendono l’Adriatico Orientale. La Cultura è un collante sostanziale cui agganciare la storia del Confine Orientale”.

«Il Giorno del Ricordo – ha sottolineato l’On. Roberto Menia, promotore Legge del Ricordo – è stata una vittoria di fronte all’Italia intera non solo una parte politica, perché ha restituito un pezzo di memoria a tutto il nostro popolo, mentre fino a quel momento era stato semplicemente un ricordo doloroso e affettuoso delle nostre famiglie e delle associazioni degli esuli. La memoria non può essere “condivisa”, troppe sono state le lacerazioni, ma il rispetto è dovuto e l’accettazione di ogni memoria è segno di civiltà».

«La cultura è un legame fondamentale – ha rimarcato il Prof. Alessandro Masi, Segretario Generale della Società Dante Alighieri – e dalla cultura si deve partire. Per fortuna è finita l’epoca in cui i Leoni di San Marco venivano distrutti o sostituiti addirittura con monumenti che raffiguravano aitanti combattenti che trafiggevano lo sconfitto leone di San Marco. Oggi si progettano restauri importanti, e questo è un segno dei tempi che cambiano. Una collaborazione con l’altra sponda dell’Adriatico è fondamentale”.

«Nei decenni passati – ha ricordato Ellis Tommaseo, Vicepresidente AND in collegamento da New York – negli Stati Uniti non esistevano associazioni che ricordassero l’esodo giuliano-dalmata. Il ricordo era limitato a consessi “familiari” e nulla più. Tutto è cambiato con l’istituzione del Giorno del Ricordo, che ci ha permesso di collaborare con i consolati e con le istituzioni pubbliche. Sulla memoria condivisa, devo dire che anche se molte cose sono cambiate, la strada è lunga. Un esempio su tutti: a breve inaugurerà una mostra sull’importanza della cultura croata, con i personaggi croati che hanno dato lustro al mondo. Bene, tra i nomi ce ne sono moltissimi che croati certo non sono. Due fra tutti: San Girolamo e Marco Polo. Ecco, se vogliamo che i tempi cambino davvero, prima di tutto serve onestà intellettuale».

«Purtroppo esiste ancora una pubblicistica pruriginosa – ha detto il Prof. Giuseppe Parlato, storico, direttivo AND, presidente Fondazione Spirito-De Felice – che trova ospitalità in certa stampa. Ci sono sacche di memoria classista, ancorata alle dinamiche comuniste, che non fa bene, non solo in quanto “divisiva”. Allora dobbiamo guardare alla storia, a quello che è successo, ossia all’eliminazione di tanti italiani, considerati “nemici del popolo”: fascisti, non fascisti, antifascisti. Era una prassi che tra l’altro non si limitava agli italiani, ma a tutti quelli che venivano visti come ostacoli alla costruzione della Grande Jugoslavia. Perciò, se la memoria condivisa può essere un miraggio, è possibile e raggiungibile una Storia condivisa. E le istituzioni devono rispondere”.

«Nel 2021 ci stiamo ancora domandando se è possibile una storia condivisa? Lo dico provocatoriamente – ha affermato Jan Bernas, giornalista, scrittore e fotografo – ma la risposta è ovviamente no. Non esistono memorie condivise e, purtroppo, non esistono neanche storie condivise. Io dico che l’obbiettivo che ci dobbiamo porre è quello dell’europeizzazione di questa storia. Non ci dobbiamo stupire né tantomeno preoccupare delle uscite come quella del libro di Gobetti, e dell’odio che le storie che scrive porta con sé, perché noi abbiamo vinto! Abbiamo vinto la sfida del ricordo e della conservazione di quella memoria, portandola ad essere nazionale, da che era solo “familiare”. Il nuovo spirito di rilancio che l’Associazione Nazionale Dalmata, con il nuovo corso giovane e dinamico porta, sarà fondamentale per questo cambio di passo”.

“Il problema del libro di Gobetti non è tanto in quel che dice – ha sottolineato la Prof.ssa Maria Ballarin, insegnante e scrittrice e direttivo AND – quanto nel fatto che quella triste ‘narrazione’ è ancora oggi purtroppo diffusissima nel mondo della scuola, frutto di decenni in cui un lavoro capillare e poderoso ha fatto sì che nei manuali scolastici, negli istituti storici, nelle case editrici e via dicendo, si nascondesse e si stravolgesse la nuda verità dei fatti. Come si fa ad arrivare a una memoria condivisa se nei più diffusi manuali di storia si scriveva che nelle città dell’Istria e della Dalmazia i giuliano-dalmati erano ‘decine’? Il muro è ancora molto, molto alto. Il nostro sforzo di divulgazione ha fatto sì che la verità venisse conosciuta da migliaia e migliaia di italiani, ma il lavoro fondamentale è far capire alle istituzioni scolastiche che la storia va conosciuta senza barriere ideologiche”.

«Ho fatto un’analisi di quello che è apparso sulla stampa croata – ha spiegato la dott.ssa Daria Garbin, storico e direttivo AND – negli ultimi anni. Se in Italia non si parla ancora abbastanza di questi argomenti, sulla stampa croata si accenna giusto qualcosa nel Giorno del Ricordo, presentato come un’occasione di propaganda sfruttata da tutti i partiti italiani, di destra e di sinistra, per loro finalità. Dobbiamo ricordare che durante la transizione dalla ex-Jugoslavia alla Croazia sono stati protetti molti aguzzini non solo degli italiani di queste terre, ma di tutti gli oppositori del maresciallo Tito (i morti non italiani furono centinaia di migliaia). Ecco perché ad ogni 10 febbraio, la stampa croata non fa altro che far rientrare la tragica vicenda delle foibe e dell’Esodo nella retorica della resistenza antifascista. Esiste però una stampa indipendente che ha cominciato a diffondere la storia per quel che fu davvero. È un percorso ancora lungo, ma ci fa ben sperare”.

«Mio padre era cugino di Norma. Erano coetanei – ha chiuso i lavori con la sua toccante testimonianza Diana Cossetto, partente di Norma Cossetto – e avevano vissuto un’infanzia e un’adolescenza serene. Nel 1943 lei era universitaria a Padova, perciò si vedevano nei giorni in cui tornava a casa. Mio padre era militare, suonava il trombone nella banda militare di Spalato. Dopo l’8 settembre cominciarono a prelevare gli italiani casa per casa. Presero anche mio nonno, che non aveva alcun legame col fascismo. E presero Norma una prima volta, poi tornò a casa: le chiesero di aderire alla guerra partigiana ma si rifiutò. Dopo qualche giorno tornarono a prenderla e la portarono a Parenzo. Sua sorella Licia riuscì ad andare a trovarla, e tornò piangendo perché aveva trovato Norma irriconoscibile, assente e prostrata. La rividero solo quando era già morta, quando i partigiani fuggirono all’arrivo dei tedeschi e fu possibile riesumare il suo corpo dalla foiba. Mio padre restò ancora qualche anno, resistendo alle provocazioni di quelli che cercavano ancora i “nemici del popolo”. C’erano spie dappertutto e le sparizioni continuavano anche a guerra finita. La situazione era ormai invivibile e davanti al terrore non restò altro che lasciare, con grande sofferenza, la sua terra. Non ha mai smesso di amarla ed ha voluto essere sepolto lì. E sono sicura che sarebbe felice del nostro impegno per la preservazione del ricordo.

 

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