La scuola italiana dimentica esodo e foibe

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il volume della professoressa Maria Ballarin sul Trattato di pace del 1947 segnala le carenze più evidenti e spiega come si è giunti a questo oblio

Nel settantesimo anniversario del Trattato di pace imposto all’Italia il 10 febbraio 1947 e nel quarantennale della piena entrata in vigore del Trattato di Osimo, che segnò la sanzione definitiva del confine italo-jugoslavo, è importante vedere quale sia l’attenzione che i manuali scolastici ed i programmi ministeriali dedicano a queste ed altre vicende della complessa storia del confine orientale italiano. Il Comitato 10 Febbraio, in sinergia con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, giovedì 23 marzo ha pertanto presentato il volume “Il Trattato di pace 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia” (Leone Editore, Milano 2014) di Maria Ballarin, insegnante e attiva nell’associazionismo degli esuli giuliano-dalmati.

Introducendo l’appuntamento, il presidente nazionale del C10F Michele Pigliucci ha segnalato come anche quest’anno molti collaboratori del Comitato siano intervenuti a momenti di approfondimento promossi da scuole e comuni in tutta Italia, svolgendo un’opera preziosa anche per la definizione dell’identità italiana. Già in passato tali incontri hanno regalato suggestivi spunti di riflessione provenienti dagli studenti: alcuni anni fa ad Aprilia un ragazzino delle Medie aveva ad esempio elaborato un disegno in cui campeggiava la scritta “Anche se fa male, bisogna ricordare”.

Il professor Giuseppe Parlato, autore della prefazione del libro e presidente della Fondazione Spirito, ha evidenziato come le storiografie marxista, cattolica e liberale del dopoguerra si sono soffermate su quanto di cattivo compiuto dall’Italia fascista e omesso completamente ciò che gli italiani hanno subito di cattivo. D’altro canto Palmiro Togliatti era stato lungimirante nel ’47, allorché esortò i giovani “compagni” aventi la passione per studiare a fare gli insegnanti di storia e filosofia: la conseguente egemonia culturale avrebbe consentito di annichilire le ricerche indirizzate a svelare le crudeltà commesse da Tito anche da parte chi si rifaceva alla tradizione risorgimentale (e pertanto teoricamente sensibile nei confronti dei problemi patriottici) nell’ambito dei liberali, dei repubblicani e degli azionisti. I cattolici, invece, idealmente più affini ai devoti austriaci, sloveni e croati che ai patrioti italiani antipapalini e con influenze massoniche, si sono fatti da parte. A fronte di questi silenzi, la pubblicistica degli esuli si è generosamente cimentata con pubblicazioni e memorialistica, ma, salvo pregevoli eccezioni, senza applicare le corrette metodologie storiografiche e restando fuori dai circuiti editoriali più importanti.

Le responsabilità del Pci nel silenzio calato su queste pagine di storia patria sono state ampiamente segnalate nel testo in oggetto, come evidenziato da Lorenzo Salimbeni, segretario del Comitato scientifico del C10F. Quest’ultimo ha inoltre spiegato come la vulgata resistenziale abbia convinto gli italiani di aver vinto la guerra, sicché quel confine orientale, per il quale centinaia di migliaia di giovani si sacrificarono nella Grande guerra, era destinato a sparire dall’attenzione dell’opinione pubblica, affinché non si cogliessero le prove della sconfitta: cessioni territoriali, 20.000 vittime della ferocia titina fra i connazionali abbandonati dallo Stato italiano (tanto dopo l’8 settembre, quanto dopo il 25 aprile, presentati invece come passaggi fondativi della nuova Italia) e 350.000 istriani, fiumani e dalmati costretti a lasciare le terre in cui vivevano radicati da secoli.

“Il mio libro – ha quindi affermato Maria Ballarin – nasce per i colleghi delle Superiori, ai quali nulla è stato spiegato su questi argomenti. I reduci della resistenza che entravano nell’istruzione pubblica, infatti, hanno voluto storicizzare alacremente la loro esperienza partigiana, occultando invece le tragedie delle foibe e dell’esodo”. Dopo decenni in cui la contemporaneità è entrata nella programmazione scolastica dedicandosi alla decolonizzazione ed alle organizzazioni internazionali, annichilendo la storia patria, Ernesto Galli Della Loggia ha ben potuto parlare di “morte della Patria”, ampliando un intervento tenuto ad un convegno sulla dissoluzione della Jugoslavia. L’autrice ha, infine, lanciato un appello affinché le risorse che già collaborano con l’associazionismo degli esuli trovino un coordinamento tale da produrre un testo misto (come da direttive ministeriali: parte su cartaceo, parte online) ovvero un manuale oppure fascicoli di approfondimento grazie ai quali colmare le lacune di tanti docenti.

 

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