Lo sguardo di Mazzini sull’Adriatico orientale

Il patriota genovese colse le distinzioni nel mondo slavo che gravitava sulle terre irredente

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
LettereSlave

Nel 1866 Giuseppe Mazzini espresse profonda preoccupazione riguardo le sorti degli italiani che al termine della Terza guerra d’indipendenza si trovarono ancora sotto la dominazione austriaca: egli si riferiva a quanti abitavano a Trento, Trieste, Gorizia ed in Istria (la cui natura plurale non gli era sconosciuta, ma riteneva che un plebiscito ne avrebbe sancito l’annessione all’Italia), laddove la Dalmazia era considerata lo sbocco al mare del mondo slavo retrostante e non bastavano certo le piccole comunità italiane che ne punteggiavano la costa a giustificarne la rivendicazione totale. A proposito di questo mondo, non solamente nelle Lettere slave, ma anche in altre sue pubblicazioni, Mazzini distinse chiaramente quattro grosse famiglie che insistevano sul territorio dell’Europa orientale, estrema propaggine di un ceppo etnico che già allora si estendeva pure ben al di là degli Urali e per ciascuna di esse delineava ruoli e prospettive.

Il gruppo principale si era raccolto attorno ai russi, ma l’impostazione mazziniana ne aborriva la forma di Stato, poiché lo Zar era visto come un autocrate reazionario al pari dei sovrani asburgici che controllavano la penisola italica: lo stesso panslavismo che tanto animava i patrioti slavi era visto dal Mazzini come una possibile longa manus moscovita per estendere l’influenza nella penisola balcanica in particolare, in nome della comunanza religiosa ortodossa ovvero di una certa affinità linguistica. Era d’altro canto colpa di Francia e Inghilterra che non avevano recepito in maniera significativa le istanze indipendentiste serbe e greche se poi questi due popoli avevano guardato con favore alla Russia, unica potenza ad essersi impegnata convintamente a sostegno della loro causa.

D’altro canto era con il ceppo polacco che l’apostolo dell’unità d’Italia coglieva maggiori affinità rispetto alla situazione italica, a prescindere dal fatto che proprio dal coordinamento delle associazioni segrete Giovine Italia, Giovane Germania e Giovane Polonia sarebbe nata la Giovane Europa. I polacchi, infatti, già dall’epoca napoleonica avevano iniziato a partecipare ai moti e conflitti in cui si sosteneva di lottare per la libertà dei popoli, anche lontano dai propri confini, condividendo perciò l’impostazione mazziniana che voleva creare un movimento popolare diffuso per disarticolare i grandi imperi che tenevano soggiogata l’Europa.

Boemi, moravi e slovacchi erano poi identificati come un unicum, quasi a prefigurare la Cecoslovacchia che sarà; veniva, infine, la famiglia degli slavi del sud, in cui la Serbia era stata il capofila nel cammino per la conquista dell’indipendenza. A Mazzini non potevano certo spiacere le formazioni di guerriglieri serbi dette čete (centurie, da cui i četnici noti alle cronache militari pure nel secolo seguente), antesignane di quella guerra per bande che dimostrava una diffusione dell’idea nazionale anche negli strati popolari, la cui collaborazione appariva fondamentale per la riuscita di questa strategia al pari della conoscenza del territorio e della complicità di una natura boscosa e montuosa come l’orografia serba appunto forniva. Una simile tecnica di guerriglia era ritenuta conveniente pure per l’Italia, tanto che nel suo saggio Istruzioni per le Bande Nazionali ci sarà un compendio di istruzioni, tattiche e suggerimenti per portare avanti questo tipo di lotta.

Nel mondo slavo in generale, ma fra gli slavi del sud in particolare, Mazzini aveva poi modo di compiacersi in merito al ruolo attivo che svolgevano i bardi ed i cantori nel tenere compatto il popolo attorno ad un focolaio di saghe e leggende intrise di storie mitiche e tradizioni, laddove i poeti italiani erano a suo dire chiusi nella classica torre d’avorio, alieni al popolo e compiaciuti di un’arte fine a se stessa senza alcun appiglio con le glorie patrie. A tal proposito, identificò uno dei miti più forti nel mondo serbo in quello di Kosovo Poljie e della battaglia che vi si era consumata il 28 giugno 1389, Vidovdan (il giorno di San Vito). D’altro canto lo stesso sentimento nazionale albanese trova in una certa misura origine in questa regione contesa: nel 1878, infatti, la Lega di Prizren, sorta per rivendicare le autonomie della comunità albanese al Congresso di Berlino, fu il primo nucleo identitario schipetaro, laddove nell’Albania propriamente detta il lealismo nei confronti della dominazione ottomana appariva inalterabile. Gli albanesi del Kosovo erano invece rimasti impressionati dall’entusiasmo dei loro conterranei serbi, ancorché ridotti a minoranza da una serie di ondate migratorie consumatesi nei secoli, al cospetto del consolidarsi dello Stato serbo. Il rafforzarsi di siffatti nazionalismi in area balcanica avrebbe portato all’epoca anche ad alcune convergenze trasversali, ad esempio nella Dalmazia, in cui la coscienza croata andava consolidandosi e le riforme elettorali asburgiche avrebbero dato via via ampio spazio ai rappresentanti croati nei consessi elettivi, tanto da indurre la vecchia classe dirigente dalmata del partito liberale autonomista di lingua e cultura italiana a fare fronte comune con gli esponenti della minoranza serba.

Lorenzo Salimbeni 

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