Le tragiche giornate di maggio

Il 1° maggio 1945 Tito vince la “corsa per Trieste”: deportazioni, infoibati e stragi in tutta la Venezia Giulia

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

LapideViaImbriani

Bandiere tricolori, canti patriottici, reduci della guerra, partigiani che hanno fatto la Resistenza e ragazzi sfilano per le strade di Trieste il 5 maggio 1945: raffiche di mitra, morti, fucilate, feriti, urla pronunciate in una lingua straniera e la folla che fugge pongono fine a questa rivendicazione di italianità, di libertà e di democrazia. Sembrava una manifestazione come tante altre di quelle che si succedevano in quei giorni in Italia, ma l’esito è tragico e unico nel suo genere perché l’evento ha luogo nel capoluogo della Venezia Giulia, una provincia di frontiera nella quale la Seconda guerra mondiale non è finita il 25 aprile, ma anzi prosegue con una nuova occupazione straniera, una nuova lotta clandestina e nuove vittime.

L’atipicità della situazione triestina emerge già nell’insurrezione del Comitato di Liberazione Nazionale, che qui avviene appena il 30 aprile, poiché la città era ancora saldamente in mano tedesca nell’ambito della Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di governatorato militare germanico che dopo l’8 settembre ’43 si è esteso su Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, Pola e Fiume annichilendo le autorità della nascente Repubblica Sociale Italiana ed avviando oltre un anno e mezzo di accanita lotta antipartigiana in cui alla dialettica fascismo/antifascismo si sovrapponeva un conflitto per la futura appartenenza territoriale di queste terre di confine. Le autorità naziste, rispolverando il mito di Trieste sbocco al mare della Mitteleuropa (già rappresentata dall’Impero austro-ungarico che dette origine alle fortune portuali ed economiche triestine e adesso incarnata dal Reich millenario di Adolf Hitler), hanno raccolto consenso tra nostalgici asburgici, frange di sloveni ed altri collaborazionisti italofobi e nell’antiguerriglia applicano le tattiche più violente e cruente affinate nei combattimenti contro i partigiani sovietici sul fronte orientale ed enunciate nel manualetto “Bandenkampf”. Il Partito comunista sloveno è egemone tra le forze della resistenza e pone inesorabilmente il destino di queste province all’interno della rinascente Jugoslavia, socialista e federale sotto l’egida di Josip Broz “Tito”. La RSI dispone di poche truppe sul campo: ha potuto solamente allestire alcuni reparti della Milizia Difesa Territoriale (le autorità tedesche hanno vietato la costituzione di reparti della Guardia Nazionale Repubblicana) mentre in Istria e nel Carnaro vi sono nuclei della Divisione Decima, avanguardia di un progetto più articolato di difesa della frontiera orientale che non si è concretizzato. Il CLN è diviso al suo interno poiché i comunisti appoggiano le rivendicazioni slave, comunica poco e male con i vertici di Milano e già debole in partenza subisce particolarmente la repressione nazista tramite delazioni, deportazioni e arresti presso il campo di detenzione della Risiera di San Sabba, in cui avvengono spietati interrogatori, opera un forno crematorio e partono i treni per i campi di concentramento.

A fine aprile si svolge, inoltre, la “corsa per Trieste”: da una parte le armate anglo-americane vogliono conquistare Trieste per sfruttare il porto e di suoi collegamenti con l’Europa centrale come base logistica per la fase finale del conflitto e per i rifornimenti alle truppe che occuperanno Austria e Germania meridionale; dall’altra Tito ha dato ordine di trascurare la liberazione di località come Lubiana e Zagabria, la cui appartenenza alla futura Jugoslavia è fuori discussione, per concentrarsi sull’occupazione di Trieste, Gorizia, dell’Istria e di Fiume, in modo da costituire con la presenza militare nel corso delle imminenti trattative di pace una caparra sull’annessione internazionalmente riconosciuta.

Con il supporto dei militi della Legione triestina della Guardia di Finanza e dei Volontari della Libertà infiltrati nel corpo di polizia della Guardia Civica istituita dal Podestà Pagnini, il CLN triestino riesce il 30 aprile a scatenare nel centro di Trieste l’insurrezione antitedesca, mentre nelle periferie operano i partigiani sloveni e comunisti, di modo che alla fine della giornata le truppe tedesche sono asserragliate in alcuni punti fortificati in attesa di arrendersi ad un esercito regolare. Alle prime luci dell’alba dell’indomani giungono a Trieste le avanguardie dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, anticipando le colonne motorizzate neozelandesi che aprono la strada alle armate alleate e di fatto la città piomba nuovamente nel conflitto.

Le autorità cielleniste vengono esautorate e si ricostituisce un CLN clandestino, si dichiara l’annessione di Trieste alla Jugoslavia (tanto che gli orologi vengono portati sul fuso orario di Belgrado) ed entra in azione l’OZNA, la polizia politica jugoslava, la quale, grazie a liste di proscrizione compilate da comunisti italiani e sloveni locali scatena un’ondata di arresti, processi ed esecuzioni contro i fascisti, considerando però “fascista” chiunque si oppone al progetto annessionistico titoista. In questa maniera non solo persone implicate con il decaduto regime e militari che si sono arresi, ma anche partigiani di ispirazione patriottica, intellettuali ed imprenditori spariscono nel nulla. Chi infoibato, chi deportato verso i campi di concentramento allestiti in Jugoslavia, morendo di stenti durante le marce forzate di avvicinamento ovvero a causa delle terrificanti condizioni detentive. Pure Gorizia, Fiume e Pola vivono quest’incubo, che per l’entroterra istriano rappresenta la replica della prima tragica ondata di uccisioni nelle foibe avvenuta all’indomani dell’8 settembre. La presenza delle truppe angloamericane in città è ininfluente, come dimostrano i morti ed i feriti della manifestazione patriottica del 5 maggio (una lapide oggi li ricorda sul luogo dell’eccidio, all’incrocio tra il centralissimo corso Italia e via Imbriani), poiché non si vuole giungere allo scontro con gli alleati jugoslavi o perché, ragionano cinicamente i vertici britannici soprattutto, queste stragi in futuro potranno tornare utili nell’ambito di una propaganda anticomunista.

Alla luce di queste violenze e crudeltà, che avranno parzialmente fine il successivo 12 giugno, allorché gli occupanti jugoslavi dovranno lasciare Gorizia, Trieste e Pola all’amministrazione militare angloamericana, è chiaro perché per gli esuli istriani, fiumani e dalmati e per tanti giuliani la data del 25 aprile non rappresenta la fine della Seconda guerra mondiale, ma soltanto l’inizio di un calvario caratterizzato da migliaia di morti e da decine di migliaia di esuli.

Lorenzo Salimbeni 

I partigiani comunisti triestini eliminati dai titini

La “delazione slava” portò all’eliminazione dei dirigenti del PCI contrari all’espansionismo jugoslavo

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
Frausin_GiganteCon il consolidarsi del regime di Benito Mussolini in Italia, la Francia diventò il luogo in cui gli antifascisti che volevano scampare alla repressione meglio riuscirono a concentrarsi ed organizzarsi. L’invasione tedesca nella primavera del 1940, l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno, la capitolazione francese e l’impostazione filotedesca delle Repubblica di Vichy  resero quel territorio inospitale per questi transfughi, che si sparpagliarono verso lidi più sicuri, nella neutrale Svizzera ovvero in Jugoslavia, scelta che presero in particolare militanti e dirigenti del Partito comunista d’Italia. Costoro entrarono quindi in contatto con il Partito comunista jugoslavo, costretto alla clandestinità dalla “dittatura monarchica” allora vigente, ma in perfetto collegamento con il Comintern di Mosca, la centrale nevralgica di coordinamento tra i partiti comunisti nel mondo. Come illustra il compianto William Klinger nel suo volume “Il terrore del popolo. Storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito” (Trieste, 2012), i dirigenti comunisti sloveni e croati, facendo da tramite nelle comunicazioni tra gli esfiltrati italiani e l’Unione Sovietica, cominciarono a manipolare i messaggi provenienti dall’URSS, al fine di convincere i “compagni” della necessità di assimilarsi al movimento clandestino jugoslavo e soprattutto di accettarne le rivendicazioni territoriali nei confronti della Venezia Giulia, di Fiume e di Zara. Nell’aprile 1941 anche il Regno dei Karađeorđević fu invaso, sconfitto e spartito a tavolino da Germania e Italia sostenute dagli alleati balcanici e nel territorio occupato cominciò a svilupparsi con crescenti successi l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia egemonizzato dai comunisti di Josip Broz “Tito”. La capacità di resistere ai vari cicli operativi antipartigiani, l’accaparramento di armi e munizioni per effetto dello sbandamento militare delle truppe italiane di occupazione dopo l’8 settembre e la liberazione di Belgrado con il supporto dell’Armata Rossa nell’autunno 1944 contribuirono a consolidare questa vera e propria armata e ad incrementare il suo fascino ideologico agli occhi dei comunisti italiani.

Le precarie forze del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste organizzatesi successivamente all’8 settembre ’43 si trovarono ben presto a confrontarsi con i più agguerriti ed efficienti partigiani del Partito comunista sloveno, ben radicati nelle periferie cittadine e nell’altipiano carsico, nonché in collegamento operativo dal 1941 con il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno, sorto nella Slovenia occupata e che nel suo programma rivendicava a guerra finita le annessioni della Venezia Giulia abitata da connazionali (il Litorale sloveno) nonché ampie porzioni della Carinzia, il Land austriaco in cui risiedeva una cospicua comunità slovena. L’ostentazione dell’ideologia comunista non bastava per fare accettare questi propositi nazionalisti ai ciellenisti ed in particolare la classe dirigente comunista triestina cercò di mediare ovvero di rimandare  guerra finita una ridiscussione dei confini che fosse rispettosa di tutte le comunità nazionali presenti sul territorio. Nel corso del  1944 il segretario comunista triestino Luigi Frausin ed il suo successore Antonio Gigante (originario di Brindisi e giunto nel capoluogo giuliano dopo essere fuggito dal campo di prigionia di Anghiari nelle tumultuose giornate successive alla dichiarazione dell’Armistizio) furono catturati dalle forze di repressione dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, torturati dalla Gestapo e quindi eliminati nel campo di detenzione della Risiera di San Sabba.  Non esiste la “pistola fumante” e la prova scritta sarà difficilmente rintracciabile, ma testimonianze e analisi della situazione, come ha ricostruito Paolo Geri in un articolo sulla testata triestina online La Bora, portarono nel dopoguerra dirigenti del Pci locale a denunciare che dietro a tali arresti ci fosse stata una “delazione slava” (come risulta anche nella motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare alla Memoria conferita a “Franz” Frausin). Se la prima dichiarazione in tal senso di Vittorio Vidali durante un’intervista  rilasciata a “l’Unità” nel 1950 poteva essere condizionata dal clima di violenta contrapposizione nel Territorio Libero di Trieste tra comunisti cominformisti legati al PCI ed al comunismo staliniano e comunisti titoisti che erano clamorosamente usciti dal Cominform nel 1948, ben più ponderata fu l’affermazione del Senatore Paolo Sema, autorevole comunista istriano esule da Pirano, dichiarata durante un seminario presso la Scuola di partito di Cascina nel 1981 e poi pubblicata nel volume degli atti della giornata di studio per i tipi di Editori Riuniti, la casa editrice di riferimento del PCI.

Una volta privato dei suoi vertici, il Partito comunista triestino finì per sfilarsi dal CLN per venire fagocitato nelle strutture clandestine di matrice jugoslava,anteponendo così la fedeltà ideologica all’appartenenza nazionale, laddove i partigiani sloveni dimostrarono di essere prima di tutto interessati alle proprie rivendicazioni territoriali ed in seconda battuta seguaci dell’internazionalismo proletario.

Lorenzo Salimbeni

Tito contro la resistenza patriottica giuliana

Il Capitano dei Carabinieri di Pola Casini organizzò un nucleo partigiano italiano in Istria

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
TitiniPola

Si comincia finalmente a parlare dell’eccidio delle Malghe di Porzûs, in cui il 7 febbraio 1945 i vertici della brigata partigiana patriottica Osoppo vennero eliminati dai gappisti del Partito comunista di Udine, i quali avevano anteposto all’appartenenza nazionale la lealtà ideologica all’esercito partigiano di Josip Broz Tito, che rivendicava per la rinascente Jugoslavia socialista ampie porzioni del Friuli Venezia Giulia. Tuttavia altri episodi caratterizzano la repressione da parte dell’Esercito di liberazione nazionale della Jugoslavia di forme di resistenza italiana antifascista, ma al contempo sostenitrice dell’italianità della maggior parte delle terre del confine orientale  ovvero anticomunista. Avvicinandoci alla ricorrenza del 25 aprile, intendiamo presentare alcuni di questi episodi, con l’auspicio di dare visibilità a pagine dimenticate o poco note della storia della lotta partigiana in queste province contese tra Italia e Jugoslavia.

La prima vicenda che vogliamo raccontare inizia all’indomani della dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Nella piazzaforte navale di Pola i Fanti di Marina del San Marco ivi di presidio congiuntamente ai Carabinieri al comando del Capitano Filippo Casini, poco più che trentenne genovese, sciolsero a fucilate, cagionando anche 3 morti ed alcuni feriti, il corteo di 300 persone (provenienti soprattutto dal contado a forte componente croata) organizzato dai dirigenti del Pci clandestino per richiedere la scarcerazione degli antifascisti e la consegna di armi con cui respingere i tedeschi che volevano prendere il controllo della fascia costiera nel timore di uno sbarco angloamericano. Nelle settimane seguenti l’entroterra istriano fu teatro della prima ondata di stragi nelle foibe da parte dei partigiani “titini” (quasi un migliaio le vittime), mentre le truppe germaniche consolidarono il controllo dei grossi centri urbani e della costa, inglobando le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Pola e Fiume nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di Governatorato militare in cui i poteri della Repubblica Sociale Italiana risultavano effimeri.

L’anno seguente il Capitano Casini, comandante interinale la Compagnia di Pola, forse su suggerimento di emissari del Regno del Sud, organizzò la defezione dei reparti da lui dipendenti (parte del presidio di Pola, la tenenza di Sanvincenti e le stazioni di Pedena, Gimino, Canfanaro e Lemme), raccogliendo così un centinaio d’uomini che si eclissarono dopo un combattimento simulato con i partigiani nella zona di Sanvincenti. Il Capitano, seguito nella sua avventura pure dalla moglie, intendeva allestire una banda partigiana che avrebbe dovuto diventare il fulcro della resistenza italiana in Istria, contro le ingerenze tedesche e jugoslave, affinché in sede di trattative di pace si potesse dimostrare l’esistenza di un genuino movimento partigiano italiano in Istria per contrastare i propositi annessionistici della nuova Jugoslavia. Prima di imbarcarsi in quest’impresa, Casini aveva spiegato in via confidenziale il suo progetto ad alcuni esponenti italiani, fra i quali il Vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano di Pola, Giuseppe Zacchi, che a guerra finita lo avrebbe raccontato sotto testimonianza giurata. La Banda Casini avrebbe colpito solamente i tedeschi ed i collaborazionisti slavi e non avrebbe ostacolato le azioni della Milizia di Difesa Territoriale (il corrispettivo nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale della Repubblica Sociale Italiana) contro i partigiani titini. Tale proposito è suffragato da una missiva datata 6 luglio 1944, nella quale Casini si riprometteva di “lottare apertamente contro le autentiche bande, quelle che costituiscono veramente il terrore delle popolazioni”.

In uno dei primi contatti presso Grisignana con le formazioni partigiane croate, comuniste di nome ma nazionaliste di fatto, già attive e ben radicate nell’entroterra, un ufficiale della banda venne riconosciuto come partecipante ad un precedente rastrellamento e pertanto ammazzato sul posto. Casini stesso fu arrestato a motivo delle sue responsabilità nella repressione del moto di piazza scoppiato a Pola all’indomani dell’8 settembre: condannato a morte, venne gettato nell’ottobre ’44 assieme alla moglie Luciana e ad altri suoi commilitoni in una foiba nella zona del Monte Maggiore, mentre i superstiti vennero trasferiti a forza in Croazia e non se ne saprà più nulla.

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria concessa a Casini recita: «Comandante di Compagnia territoriale e poi di Gruppo in territorio nazionale conteso e preteso dal nemico, difese con coraggio pari alla fede nei destini della nazione i sacrosanti diritti della Patria. Nella imminenza di decisiva azione bellica, seguito dal reparto che aveva saputo preparare all’audace impresa, passò in campo aperto contro il nemico invasore. Arrestato e processato per la sua ferma e coraggiosa affermazione dei diritti della Patria su quella regione, affrontò in compagnia della sua giovane moglie, l’estremo sacrificio, con la dignità propria degli spiriti grandi che sugellano col sangue la fedeltà ad un’idea, la dedizione alla Patria».

Lorenzo Salimbeni

Capodistria capitale dell’irredentismo

La cittadina istroveneta fu uno dei fulcri dell’italianità adriatica

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
Capodistria

Nei primi anni del Novecento un fermento culturale patriottico aveva reso Capodistria il punto di riferimento dell’irredentismo istriano, come ebbe modo di riconoscere perfino Gabriele d’Annunzio: “I nomi hanno i loro fati. La città natale dell’eroe marino [Nazario Sauro, ndr] chiamarono gli antichi nostri «Egida»: Pro ducibus nostris aegida semper habe”.

Il percorso patriottico nella cittadina istroveneta parte dalle riflessioni e dagli insegnamenti di Gian Rinaldo Carli (1720-1795) e Carlo Combi (1827-1884). L’erudito illuminista dimostra l’appartenenza in tempi non sospetti dell’area istriana al panorama culturale italiano, del quale è severo fustigatore nell’attualità (il saggio La patria degli italiani sulle pagine della rivista illuminista milanese Il caffè) e apprezzato analista del glorioso passato (Delle antichità italiche in cinque volumi, nei quali inserisce Istria e Dalmazia nella monumentale rassegna storica che parte dagli etruschi). L’italianità istriana viene compiutamente presentata da Combi, il quale fu costretto ad abbandonare la terra natale proprio per le sue idee patriottiche e per l’appartenenza al Comitato nazionale segreto per Trieste e l’Istria, in contatto con circoli patriottici torinesi e milanesi; promotore in Italia del Comitato Triestino-Istriano e dell’Appello degli Istriani all’Italia, scrisse articoli e pronunciò discorsi in cui ribadì le sue idee irredentiste a proposito delle sorti di quella che definì “la porta orientale d’Italia”.

L’adesione di patrioti capodistriani alla difesa della Repubblica di San Marco nel 1848-’49, l’atteggiamento dei rappresentanti alla Dieta del Nessuno nel 1861 (la dieta provinciale istriana votò “nessuno” come suo rappresentante al parlamento viennese, guardando con maggiore interesse al neonato Regno d’Italia), i contatti con la rete cospirazionista di cui faceva parte Guglielmo Oberdan e l’associazionismo patriottico di fine Ottocento/inizio Novecento costituiscono il retroterra culturale che alimentò le scelte più radicali allo scoppio della Prima guerra mondiale.

Il Fascio Giovanile Istriano, fondato nel 1911 su postulati ideologici mazziniani, rappresenta il culmine di una maturazione patriottica e l’incubatrice in cui si perfezionano le idee ed i propositi di una generazione che vivrà in prima persona la vicenda della Grande Guerra. Epicentro di questo movimento fu per l’appunto Capodistria, ove operavano Pio Riego Gambini e Piero Almerigogna ed il cui teatro Ristori fu più volte luogo di riunioni e di conferenze pubbliche. Apparteneva a questa cerchia pure Tino Gavardo, morto poco dopo la fondazione del FGI, che espresse con la sua opera poetica l’italianità ed il profondo legame con Venezia. Nella primavera 1913 Almerigogna e Gambini effettuarono un viaggio in Italia, al fine di perorare la propria causa presso rappresentanti parlamentari (Rossi e Barzilai), esponenti dell’irredentismo a Roma e contatti nell’ambiente militare. In quest’ultimo caso si trattava di Ugo Pizzarello, nato a Macerata, ma figlio di Nicolina Gambini, zia di Pio Riego: grazie a questa parentela, l’ufficiale degli Alpini avrebbe coltivato un grande fervore irredentista e, da quel poco che si sa in merito all’abboccamento di cui sopra, sembrava pronto a contribuire ad una mobilitazione interventista qualora si presentassero le circostanze.

Nell’ambito militare operò pure il generale Vittorio Italico Zupelli, nato a Capodistria ma protagonista di una brillante carriera nell’esercito sabaudo che lo portò a diventare Ministro della Guerra e quindi Senatore proprio nell’autunno 1914. Le sue grandi capacità di organizzatore, i dissidi con Cadorna e l’efficace coordinamento della smobilitazione al termine del conflitto sono aspetti noti, ma non ancora approfonditi. Analogamente l’operato di Felice Bennati, nato a Pirano ma attivo politicamente a Capodistria (consigliere comunale, rappresentante alla Dieta provinciale dell’Istria e parlamentare a Vienna) prima di esfiltrare in Italia a inizio 1915 adoperandosi in seguito nell’ambito dell’assistenza ai fuoriusciti dalle terre irredente, venendo a guerra finita nominato Senatore del Regno.

Sempre nella città lagunare Ernesto Giovannini si adoperò, invece, ai vertici del nascente Servizio informazioni della Regia marina, avvalendosi soprattutto della collaborazione di compatrioti istriani e triestini che conoscevano bene la costa adriatica orientale e tenevano sotto controllo i movimenti della flotta nemica. Fra costoro spicca indubbiamente la figura di Nazario Sauro, esponente di un mazzinianesimo schietto e genuino, che nell’anteguerra gli aveva fatto abbracciare la causa dell’indipendenza dell’Albania, all’epoca ancora sottoposta al giogo ottomano, nonché affidabile pilota di spedizioni e incursioni in Istria e Dalmazia, sino alla fatale notte fra il 30 e il 31 luglio 1916. In quell’occasione il sommergibile sul quale era imbarcato, il Giacinto Pullino, rimase incastrato allo scoglio della Galiola, all’ingresso del Carnaro: la successiva cattura da parte delle autorità asburgiche condusse al processo in cui venne riconosciuto e quindi impiccato in guisa di traditore il successivo 10 agosto a Pola. Sauro si affiancò così a Pio Riego Gambini, caduto all’assalto del monte Podgora il 19 luglio 1915, nell’empireo dei martiri irredentisti di Capodistria.

Combattenti volontari furono fra gli altri Piero e Paolo Almerigogna, nonché Francesco de Almerigotti, mentre Piero de Manzini, già organizzatore dei pellegrinaggi patriottici alla tomba di Dante a Ravenna, non riuscì a scampare all’arruolamento nell’imperial-regio esercito, sicché disertò sul fronte dei Carpazi e giunse in Italia come ufficiale d’artiglieria solamente dopo aver fatto parte della Legione italiana dell’Estremo Oriente.

Lorenzo Salimbeni

Pola, Fiume e Zara affondano

I tristi presagi della disfatta navale di Capo Matapan, che segnò un duro colpo per la flotta italiana

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
IncrociatoriZara

Nella politica di potenza che il fascismo cercò di esercitare rientrava anche il proposito di rendere nuovamente il Mediterraneo un mare nostrum, andando così a confliggere con la potenza navale francese (l’affaccio mediterraneo dell’Esagono, nonché il possesso di Marocco, Algeria e Tunisia e dei mandati in Libano e Siria) e soprattutto britannica (i punti strategici di Gibilterra, Malta e Cipro, la Palestina mandataria ed il controllo dell’Egitto con il canale di Suez). Rinforzare ed ampliare la flotta da guerra risultò pertanto una delle priorità del regime, il quale da un lato pose il veto alla realizzazione di portaerei, confidando nelle basi aeree dislocate in territorio metropolitano nel cuore del Mediterraneo, ma dall’altro utilizzò le denominazioni delle nuove navi per celebrare le annessioni della Prima guerra mondiale. Sul finire degli anni Venti i cantieri di Livorno, Trieste e Genova Sestri dettero alla luce gli incrociatori della classe Trento (Trento, Trieste e Bolzano), nei quali si era privilegiata la velocità rispetto alla corazzatura, mentre all’inizio degli anni Trenta la classe Zara segnò il perfezionamento nella categoria degli incrociatori pesanti, con il varo dei natanti Zara appunto, Fiume, Pola e Gorizia, caratterizzati da un perfetto bilanciamento tra apprestamenti difensivi e velocità di crociera.

Queste navi furono quasi tutte protagoniste il 29 marzo 1941 della battaglia di Capo Matapan, a sud-ovest della Grecia: la Prima divisione incrociatori (Zara, Pola e Fiume) sarebbe stata annientata, la Terza (Trento, Trieste e Bolzano) ne sarebbe uscita indenne, ma in seguito un bombardamento statunitense alla base navale de La Maddalena (10 aprile 1943) avrebbe sostanzialmente messo fuori combattimento i Regi incrociatori Trieste e Gorizia. La catastrofe di Capo Matapan segnò un duro colpo (anche due cacciatorpediniere colarono a picco e la corazzata Vittorio Veneto risultò danneggiata) per il grosso della flotta italiana, uscita in mare aperto nel tentativo di intercettare i convogli britannici che dall’Egitto rifornivano la penisola ellenica e a causa dei quali l’offensiva che secondo Mussolini avrebbe dovuto spezzare le reni alla Grecia si stava risolvendo in un nulla di fatto. La superiorità tecnologica (uso del radar e di ottimi strumenti di decrittazione dei messaggi in codice) e tattica (dimestichezza con il combattimento notturno, impiego di una portaerei) della flotta dell’Ammiraglio Cunningham portò ad una schiacciante vittoria pochi giorni dopo che alcuni barchini esplosivi della Xma flottiglia MAS erano riusciti ad affondare una nave da battaglia ed una petroliera nella base britannica di Suda, nell’isola di Creta. La sindrome di Lissa colpiva ancora la Regia marina da guerra e, come nella Grande guerra, le uniche vittorie giungevano grazie all’azione di naviglio leggero e di incursori.

L’incrociatore Pola fu il primo ad essere gravemente danneggiato da un bombardamento aereo, venendo paralizzato e privato della corrente elettrica a bordo: le navi sorelle Fiume e Zara vennero colte di sorpresa e distrutte dai grossi calibri britannici mentre stavano arrivando con l’intento di trainare verso lidi più sicuri l’imbarcazione silurata. In seguito al Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 proprio le province di Pola, Fiume e Zara, assieme a gran parte di quelle di Gorizia e di Trieste, furono cedute alla Jugoslavia.

E proprio pochi giorni prima di questa catastrofe navale ebbero luogo gli eventi che portarono all’invasione della Jugoslavia. Il regno dei Karađeorđević aveva inizialmente aderito al Patto Tripartito, del quale facevano parte oltre a Germania, Italia e Giappone anche Slovacchia, Romania, Bulgaria ed Ungheria, creando una situazione di accerchiamento per Belgrado che ne rendeva impossibile qualsiasi politica filobritannica. Manifestazioni di piazza fortemente antinaziste ed un colpo di stato militare, però, portarono alla deposizione del reggente al trono ed alla denuncia dell’alleanza militare, contestualmente all’avvio di serrate trattative per addivenire ad un’alleanza con Londra o con Mosca che preservasse l’integrità e l’indipendenza del regno slavo. La furibonda reazione di Hitler fu più veloce e domenica 6 aprile, giorno di Pasqua, la Luftwaffe bombardò a tappeto Belgrado, segnando l’inizio delle ostilità: in una decina di giorni le forze tedesche, italiane ed ungheresi ebbero la meglio e la Jugoslavia sconfitta fu spartita a tavolino tra i suoi vincitori. Il Regio esercito, partendo dalla Venezia Giulia, ma anche dall’Albania (in cui si temeva un attacco jugoslavo capace di giungere fino alle spalle dell’armata impegnata sul fronte greco) e perfino da Zara (enclave incastonata in territorio jugoslavo che rischiava di venire rapidamente travolta dalle forze nemiche) contribuì ad una vittoria dovuta tuttavia alla superiorità tecnologica germanica (impiego massiccio di divisioni corazzate – alcune delle quali erano già destinate a scatenare l’offensiva contro l’Unione Sovietica – e dell’arma aerea) ed alla debolezza strutturale dell’esercito nemico (interi reggimenti costituiti in prevalenza da croati si arresero senza combattere). Nel territorio occupato ovvero amministrato da regimi fascisti (Stato Indipendente Croato) o militari subordinati ai tedeschi (Serbia) si sarebbe ben presto consolidato quell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia che sotto la guida di Josip Broz Tito si avrebbe poi realizzato l’invasione delle terre del confine orientale italiano, creando i presupposti per la pulizia etnica delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Lorenzo Salimbeni