Istriani e dalmati in difesa di San Marco

Nel marzo 1848 la rinascita della Repubblica di Venezia raccolse entusiasmo nell’Adriatico orientale

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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170 anni fa avvenne quella che gli storici definirono “la Primavera dei popoli”: riaffiorarono gli ideali della Rivoluzione francese che un trentennio di Restaurazione non era riuscito a reprimere e che già negli anni Venti avevano dimostrato una certa vitalità, portando all’indipendenza della Grecia. La triade libertà, uguaglianza e fratellanza si condensava nel concetto di “nazione”, capace di mettere a repentaglio la stabilità degli imperi multinazionali, congiuntamente alla richiesta di riforme in senso liberale da parte delle classi borghesi protagoniste della rivoluzione industriale.

Nell’Italia che il Congresso di Vienna aveva spartito a tavolino in Stati e staterelli, ma di fatto inserito nella sfera d’influenza dell’Impero d’Austria, mentre a Vienna le manifestazioni di stampo liberale del marzo 1848 mettevano in crisi l’ordine imperiale, nel Regno lombardo-veneto Milano e Venezia chiedevano ugualmente riforme, ma sventolando pure quel Tricolore che a far data dal 7 gennaio 1797 fu della Repubblica Cispadana nata in seguito allo sconvolgimento apprtato dalla vittoriosa campagna d’Italia condotta da Napoleone Bonaparte. Le idee rivoluzionarie giunte in Italia al seguito dell’esercito napoleonico avevano contribuito altresì a por fine all’esistenza della Repubblica dei Dogi, ceduta all’Austria con gran delusione di patrioti come Ugo Foscolo e con la commossa partecipazione dei dalmati di Perasto, i quali seppellirono il gonfalone della marina da guerra della Serenissima di cui erano gelosi custodi. Ma proprio dalle coste dell’Adriatico orientale si sarebbe realizzato un significativo afflusso di volontari in difesa della rediviva repubblica marciana, la quale aveva il suo vertice in Daniele Manin, appena liberato dalle carceri assieme ad altri detenuti politici tra cui il dalmata Niccolò Tommaseo, illustre letterato nato a Sebenico ed in procinto di venire incaricato di prestigiosi ruoli di governo in quest’esperienza rivoluzionaria che aveva scelto per bandiera il Leone di San Marco affiancato al Tricolore verde-bianco-rosso. La volontà di inserire la memoria della Repubblica marciana in un più ampio contesto patriottico risulta palese in un discorso tenuto da Manin in Piazza San Marco: «Non basta aver abbattuto l’antico governo; bisogna altresì sostituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della repubblica che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti. Con ciò non intendiamo separarci dai nostri fratelli italiani, anzi, al contrario, noi formeremo uno dei centri che serviranno alla fusione graduale, successiva, della nostra cara Italia in un solo tutto. Viva la Repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco!».

Da parte dell’entroterra veneto la reazione iniziale non fu entusiasta, probabilmente come retaggio delle antiche signorie ed autonomie comunali che erano state assorbite dall’espansionismo veneziano, laddove in Istria e Dalmazia «non mancarono episodi significativi – affermava Lucio Toth nell’opuscolo “A novant’anni dal compimento dell’Unità d’Italia. La partecipazione degli istriani fiumani e dalmati al processo risorgimentale”, ANVGD, Roma 2008 – come la richiesta del Comune di Spalato di aderire alla rinata Repubblica Veneta e la progettata ribellione di Zara e della sua guarnigione al comando del colonnello Sirtori, rinviata poi per volontà del Tommaseo, coditattore del governo rivoluzionario veneziano». D’altro canto tutto il fervore rivoluzionario che si registra in Italia nel 1848-’49 coinvolge appieno anche la sponda orientale adriatica, a dimostrazione di come fosse intimamente connessa con la penisola italica e di come ne seguisse con trepidazione le vicende e gli sviluppi. Il compianto senatore zaratino e punto di riferimento dell’associazionismo degli esuli proseguiva ricordando «l’adesione di centinaia di volontari a difesa della Repubblica di Venezia e della Repubblica Romana e nelle file dell’esercito piemontese. A Venezia, oltre a Niccolò Tomamseo, con Daniele Manin alla guida della Repubblica, molti membri del governo erano dalmati e istriani: il ministro della Marina e della Guerra Antonio Paulucci, Matteo Ballovich, Sovrintendente della Marina, Leone Graziani, Vincenzo Solitro, Matteo Petronio. Si formò un’intera Legione dalmato-istriana. A Roma collabora con i Triumviri il liberale raguseo Federico Seismit-Doda (autore de “La Romana”, l’inno dei difensori di Roma), che più tardi sarà ministro nel Governo Crispi. E nella difesa della città si distinsero numerosi volontari dalmati e istriani».

Anche in altri moti che sconvolsero la compagine asburgica si riscontrò l’adesione di combattenti italofoni adriatici: «In Ungheria i coscritti fiumani nell’esercito ungherese costituirono una “Legione Fiumana”, composta da italiani, che combatté a fianco degli insorti ungheresi».

Anche se alle sconfitte degli insorti «seguì un’aspra repressione dei quadri amministrativi e militari che avevano preso parte, in patria o fuori, agli eventi rivoluzionari: condanne al carcere e all’esilio, assegnazione dei militari semplici alle compagnie di disciplina, allontanamento dai pubblici uffici di funzionari e magistrati», il percorso risorgimentale italiano era avviato e comprendeva a pieno titolo pure i patrioti che volevano vedere sventolare il Tricolore su entrambe le sponde del mare Adriatico.

Lorenzo Salimbeni

La Dichiarazione tripartita mai realizzata

Il 20 marzo 1948 le potenze occidentali promisero all’Italia la restituzione del Territorio Libero di Trieste

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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“I governi americano, britannico e francese hanno deciso di raccomandare che il Territorio Libero di Trieste sia posto di nuovo sotto la sovranità italiana, ciò che appare la soluzione migliore se si vuol tener conto delle aspirazioni democratiche della popolazione e della necessità di restaurare la pace e la stabilità in quella regione”: era questa la parte più significativa della Dichiarazione tripartita emessa il 20 marzo 1948 dopo che da oltre un anno la questione del TLT era lungi dal risolversi.

Il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, infatti, aveva lasciato in sospeso la sorte del capoluogo giuliano, delineando la costituzione di un Territorio Libero di Trieste suddiviso in una Zona A sotto amministrazione militare anglo-americana (sostanzialmente Trieste e la sua attuale provincia) ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava (i distretti di Capodistria – oggi in Slovenia – e di Buie, oggi Croazia), in attesa che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite designasse un Governatore. Quest’ultima figura a inizio 1948 non era stata ancora individuata e invece il regime jugoslavo procedeva con una strisciante annessione delle terre sotto il suo controllo. Eppure un’amministrazione militare prevede, in base al diritto internazionale, che una potenza occupante garantisca con le sue truppe l’ordine pubblico e la tranquillità dei residenti, mantenendo il rispetto della legislazione precedentemente in vigore, pur essendo la sovranità statuale in sospeso.

Dalla linea di demarcazione tra le due Zone fino al fiume Quieto (confine meridionale del TLT), invece, le leggi italiane erano diventate carta straccia, la comunità dei nostri connazionali viveva in un clima di repressione delle istanze patriottiche e prendevano vigore le istituzioni del nascente regime di Tito. Nello scenario internazionale si era altresì spezzato l’idillio in seno alla coalizione antifascista e Winston Churchill aveva già avuto modo di denunciare nel suo discorso all’università statunitense di Fulton che una cortina di ferro stava spezzando l’Europa da Stettino a Trieste, appunto. Ma l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale era anche concentrata sull’Italia repubblicana, chiamata per la prima volta alle urne il 18 aprile 1948: si trattava di un appuntamento elettorale in cui le istanze occidentali, rappresentate dalla Democrazia Cristiana in primis, erano chiamate a confrontarsi con uno dei più robusti partiti comunisti dell’Europa occidentale, di cui alcuni temevano possibili svolte rivoluzionarie per giungere al potere, approfittando degli arsenali occultati al termine della guerra civile dai partigiani comunisti.

Volendo confortare lo spirito patriottico, le tre potenze occidentali proposero al Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi la restituzione della Zona A del costituendo TLT all’Italia (che già contribuiva all’amministrazione con personale civile) oppure la dichiarazione che tutto il Territorio doveva tornare sotto la sovranità italiana, cosa di difficile attuazione visto il consolidato radicamento dell’esercito e dello stato jugoslavo nella Zona B. Temendo di venire accusato di essere rinunciatario nei confronti della Zona B accettando la restituzione della sola Zona A, lo statista trentino si accontentò della dichiarazione, che comunque ebbe un effetto importante all’interno della campagna elettorale, soprattutto perché mise il PCI di fronte alle proprie responsabilità di partito che in politica estera doveva attenersi dapprima ai desiderata del Cremlino e solamente in seconda battuta a quelli che erano gli interessi nazionali. Di fronte alle prevedibili proteste di Belgrado nei confronti della Dichiarazione tripartita, infatti, Mosca rifiutò di aderire all’opzione formulata dagli ex alleati della Seconda guerra mondiale, costringendo la sua emanazione in Italia a tenersi defilata sulla vicenda.

Tale Dichiarazione, la cui realizzabilità risultava in effetti complessa, rimase tuttavia un punto di riferimento assiduo per le rivendicazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati e per i triestini, i quali proprio il 20 marzo 1953 organizzarono una manifestazione in cui chiesero il rispetto del documento pubblicato 5 anni prima: da lì cominciò un’escalation di eventi che avrebbero condotto alle Giornate di novembre, con morti e feriti tra i manifestanti giuliani ad opera della polizia civile del TLT.

Anche dopo l’esito delle elezioni politiche favorevole alla DC, la questione del ritorno del TLT alla sovranità italiana restò di attualità (Lord Bevin ribadì il concetto davanti alla Camera dei Comuni il successivo 4 maggio), tuttavia le mire egemoniche di Tito nei confronti dei partiti comunisti albanese, bulgaro e greco, l’insoddisfazione del regime titoista per un appoggio sovietico in politica internazionale che si faceva sempre più tiepido ed il timore di Stalin che Tito volesse metterne in discussione la leadership nel comunismo internazionale portarono ad una clamorosa rottura.

Il 28 giugno il Cominform, strumento di coordinamento dei partiti comunisti nel mondo, espulse il Partito comunista jugoslavo ed il regime di Belgrado ne approfittò per riciclarsi come uno dei paesi fondatori del cosiddetto blocco dei Non allineati (cioè schierati né con gli USA né con l’URSS nell’ambito della Guerra fredda), perseguendo una via autonoma al socialismo. Il regime di Belgrado seppe proporsi come interlocutore dei Paesi occidentali, giungendo in seguito ad un’alleanza di carattere difensivo con due membri della NATO come la Grecia e la Turchia (Accordi di Bled, 1954), godendo nel frattempo di un trattamento di favore nell’ambito della questione di Trieste. L’Italia era uno Stato aderente alla NATO ed un alleato ormai integrato, la Jugoslavia doveva essere avvicinata e pertanto restituire tutto il TLT alla sovranità italiana era diventato definitivamente irrealizzabile: il Memorandum di Londra prima (1954) ed il Trattato di Osimo in seguito (1975) sanciranno come confine internazionalmente riconosciuto quella che inizialmente era solamente una linea di demarcazione.

 Lorenzo Salimbeni

I Centri di Raccolta Profughi in Italia

Nuove pubblicazioni descrivono i luoghi in cui vennero concentrati i nostri connazionali provenienti dall’Adriatico orientale

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Stazione terminale della via crucis dell’esodo del 90% della comunità italiana radicata da secoli sulle coste dell’Adriatico orientale, i 109 Centri Raccolta Profughi sparpagliati nel territorio italiano, isole comprese, hanno rappresentato anche per anni e lustri la squallida accoglienza per migliaia di istriani, fiumani e dalmati nell’immediato dopoguerra.

Vecchie caserme, ex campi di prigionia del periodo bellico e scuole furono adattati ad accogliere in assoluta promiscuità ed in condizioni igienico-sanitarie oltremodo precarie centinaia di nuclei famigliari, che restavano a lungo separati dai parenti, dalle amicizie della località d’origine e spesso accolti con diffidenza dalla popolazione del luogo che li ospitava. Non si trattava solamente della propaganda comunista che dipingeva la comunità dell’esodo, rappresentativa di tutte le divisioni politiche e sociali dell’italianità adriatica, alla stregua di un’accozzaglia di fascisti in fuga dal paradiso socialista che Tito andava edificando nella rinata Jugoslavia e nelle terre che erano state italiane. C’era anche una pregiudiziale dovuta al fatto che i nuovi arrivati ricevevano da parte degli enti pubblici risorse che per il resto della popolazione civile scarseggiavano e poco si sapeva delle sofferenze, dei lutti e delle privazioni che questi nuovi arrivati avevano sopportato.

Ognuno di questi Centri di Raccolta Profughi rappresenta una storia a sé stante, fatta di sacrifici, sforzi per ricostruirsi un’esistenza, nuove tragedie e speranze deluse al punto da intraprendere la via di un esilio addirittura oltre oceano. Risulta quindi meritorio che sempre più giornalisti e ricercatori storici attivi sul territorio inizino ad indagare e ad analizzare queste vicende, contestualizzandole non solo come pagine di una storia locale che va riscoperta, ma anche come tasselli di una più complessa vicenda di sradicamento, allontanamento e reinserimento.

Segnaliamo innanzitutto che è in uscita la nuova edizione, ampliata ed arricchita di nuovi spunti, di “Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza” di Fabio Lo Bono, operatore culturale siciliano che ha portato alla luce la storia del campo profughi di Termini Imerese attraverso decine di presentazioni della sua opera presso scuole ed amministrazioni comunali, così come pure presso le comunità italiane in Istria e Carnaro. Tra le note di pregio di questa pubblicazione autoprodotta, rientrano le interviste fatte ad alcuni di coloro i quali vissero l’esperienza di questo campo profughi, da cui si può evincere ad esempio il brusco impatto fra le abitudini emancipate delle ragazze fiumane e l’austero contesto sociale siciliano dell’epoca. Impreziosito da una copertina firmata da Alfio Krancic, vignettista di origine fiumana che da giovane visse l’esperienza dell’esodo, questo lavoro è un punto di riferimento per quanti vogliano andare ad esplorare le vicende di questi siti vagliando fonti archivistiche, orali e giornalistiche dell’epoca.

È quanto ha fatto ad esempio il giornalista massese Matteo Marchini, il quale ha dedicato la sua Tesi di Laurea proprio a “I profughi giuliano-dalmati nella provincia di Massa-Carrara”. Presentata l’anno scorso durante un evento collegato al Giorno del Ricordo da parte del locale comitato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, tale ricerca illustra quella che fu la dura vita degli ospiti dei CRP allestiti a Marina di Massa e a Marina di Carrara.

È invece giunto al suo terzo lavoro dedicato a questi argomenti il professor Elio Varutti, il quale, dopo “Il Campo Profughi di via Pradamano a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo. 1945-2007” (ANVGD Udine, 2007) e “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960” (Stringher, Udine 2015), ha recentemente dato alle stampe “Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni” (Provincia di Udine, 2018). 200 fotografie e 330 testimonianze contribuiscono a definire un percorso che inizia con coloro i quali abbandonarono la Dalmazia annessa al Regno di Jugoslavia già negli anni Venti, per giungere a quanti transitarono per la struttura friulana prima di venire smistati ad altra destinazione, passando per i villaggi giuliani che accolsero definitivamente le famiglie dei profughi.

Verrà, infine, presentato la mattina di sabato 17 marzo a Carpi in provincia di Modena “I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli. Raccolta degli atti del Convegno Nazionale di Studi sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica”: “Il campo di Fossoli – spiega il generale Giampaolo Pani, presidente del Comitato provinciale di Modena dell’ANVGD – è noto come struttura di prigionia fascista durante la Seconda guerra mondiale: è nostra intenzione ricordare ufficialmente che in seguito fu adibito a centro profughi, che accolse centinaia di nostri connazionali in fuga dal regime di Tito”.

Lorenzo Salimbeni

IN VACANZA AD ORSERA: dal balcone sopra casa mia

Sono seduta sopra una comoda poltrona in un balcone, ad Orsera, sopra quella che è, era, casa mia.

Sono, forse, a dieci metri dalla stanza da letto dei miei genitori, quella stanza dove sono nata.

Casa mia è a pochi metri da me, mai stata così lontana.

È silenziosa. Di una casa si può dire che è sola? L’impressione che provo, guardandola, è la solitudine, una grande, immensa solitudine, desolante.

Le risate, i giochi, le grida di noi bambini, le voci dei grandi che si sovrapponevano, la gente che entrava ed usciva dalla “bottega“ sono solo ricordi, i miei, quelli che mi seguono -mi perseguitano?- da tutta la vita.

Sono da qualche giorno ad Orsera ma gli  “scuri” sono sempre chiusi, a qualsiasi ora. Non c’è segno di vita; eppure, in quella casa, qualcuno ci abita, lo conosco, anzi, la conosco.

In questi ultimi anni sono entrata alcune volte a casa mia: una tristezza indicibile.

La cucina è “quasi” la stessa di settant’anni fa; l’avevamo appena fatta ripiastrellare, era di un candore abbagliante. Il candore si è spento, è diventata una vecchia cucina, senza vita. Entrandoci, si prova un immediato senso d’abbandono.

La cucina, la vita di nonna Anna “la fattora”, sempre piena di mille cose da fare: servire i clienti in bottega, cucinare quei piatti squisiti che sempre ci preparava, facendolo anche di notte, se di giorno non aveva il tempo di farlo, attenta ad ogni cosa, ad ogni dettaglio, perché tutto funzionasse perfettamente.

Durante i miei sei anni -1947/1948 con il grande pensiero per me, da accudire, no, da curare con amore, tanto, per non farmi sentire la mancanza di mamma e papà. Con in mente la domanda: la faranno tornare a Trieste, questa mia bambina? Quando? Sono rimasta ad Orsera, ostaggio dei titini,  per un anno, con lei. Indimenticabile, il ricordo delle sue braccia che mi stringevano, amorose.

Il balcone in cui mi trovo è stato costruito sopra il nostro cortile, in fondo, dove, una volta, c’era la tettoia, il regno di zio Bepi.

Sotto la tettoia c’era l’officina dello zio e vi stazionava il “Magirus” verde scuro utilizzato per il trasporto delle merci da vendere in bottega e per il servizio di autotrasporti.

Quel camion lo ricordano ancora ad Orsera ed ancora lo ricordano gli Orsaresi esuli che. ogni tanto, incontro. Era la croce e delizia dello zio, appassionato di meccanica e di continuo intento a mantenerlo in condizioni perfette.

È sera, una delle tante, sull’imbrunire, dopo l’otto settembre 1943.

C’è la guerra, sono incominciate a sparire tante persone che non sono mai più tornate.

Mamma e nonna sono preoccupate non vedendo tornare papà e lo zio. La nonna va davanti al grande portone marrone, quello di accesso al cortile, lo spalanca, quasi ad affrettare il ritorno dei figli; si inginocchia, si china fino ad appoggiare l’orecchio a terra: tenta di captare le vibrazioni del terreno procurate dal camion in arrivo.

Da quell’otto settembre l’ha sempre fatto. La rivedo piegata a percepire il minimo sussulto del terreno, tesa ad udire qualsiasi rumore. Solo quel suo gesto faceva capire l’ansia, la paura che la tormentavano e che, con le parole, non esprimeva mai.

Sono sempre tornati, papà e lo zio, solo a fine novembre 1946 papà non è tornato a casa per quaranta giorni, chiuso nel carcere di Parenzo.

Ho cinque sei anni. Sono nel cortile. Anche qui c’è vita, c’è movimento.

In alto, lontano dalla casa, c’è il grande spazio racchiuso da una rete metallica per le galline ed il gallo. Razzolano tranquilli. Più in là i dindi . Ogni tanto la nonna li lasciava liberi a zampettare per il cortile. Ne ero affascinata. Così brutti. E, quando facevano la ruota e mi rincorrevano, veloci, che spavento!

Si ammalavano facilmente. Nonna, allora, preparava un miscuglio medicinale, li afferrava, spalancava il loro becco e “ficcava” loro in gola quel pastone. Per essere sicura che venisse inghiottito, con la mano, spingeva in giù, lungo il collo quel cibo “miracoloso” che serviva a prevenire i malanni.

Dal balcone sento, vicinissimo, l’abbaiare di un cane. È Bobi? Il nostro vecchio Bobi? Anche lui è rimasto: a Trieste, in un appartamento con otto persone, non ci poteva essere posto anche per lui. Anche lui, una vittima.

Non vedo svolazzare la candida biancheria stesa ad asciugare, mossa dalla brezza che, in questo momento, spira.

Manca anche quella e manca il lieve rumore delle lenzuola mosse dal vento. Manca il volo dei piccioni, il loro tubare: erano tanti.

C’è, tutto intorno, un silenzio innaturale. Forse è il gran caldo che tiene le persone al mare o chiuse in casa.

Mi affaccio e vedo il grande albero di fichi, di cui ero golosissima, imbastardito. Non hanno saputo, voluto, potuto mantenerlo come l’avevamo lasciato, infaticabile produttore di dolcissimi fioroni. Si è tutto allargato in bassi cespugli che si arrampicano persino sull’alto muro di cinta che circonda la corte.

La porta del magazzino è chiusa. Il magazzino non serve più a nulla. Non c’è più la bottega, non c’è più niente da conservare.

Quel portone, altissimo, fatto a volta, che, allora, si apriva e chiudeva innumerevoli volte al giorno è sempre chiuso. La breve strada che permetteva al “camion dei Crasti” di entrare ed uscire è diventata una breve, strettissima stradina attorniata da oleandri: il fiorito parcheggio di alcune automobili.

Cerco, cerco il grande albero di sisole che donava, generosamente, la sua ombra alla sottostante cisterna. Non c’è più. Non si possono più gustare i suoi frutti squisiti.

È sparito il grande cespuglio di rose antiche di fronte alla stanza da letto di mamma e papà. Attraversavi il portoncino che si apriva sul cortile ed eri inondato dal profumo intenso, avvolgente di quelle rose di un opaco color rosa antico. Non ne ho mai più sentito uno uguale.

La cisterna è diventata un ripostiglio. Era inutile. Da tanti anni ad Orsera è arrivato l’acquedotto.

Guardo più lontano, oltre i tetti e vedo spuntare alcune case nuove, senza storia. O meglio, una storia c’è. Sono state costruite per i profughi in fuga dalla guerra in Jugoslavia.

Prima, su quella collina di Brustolade, piccolina, andavo a raccogliere le violette bianche, viola pallido, viola scuro. Era tutta ricoperta di viole.

Ai suoi piedi, al posto di un grande campo di erba Spagna, ora c’è il campo di calcio. In quell’enorme campo di erba medica, un’unica volta, sono andata a giocare trascinandomi dietro i miei piccoli amici, calpestandola e prendendomi un grosso sculaccione, meritato, da nonna Anna.

Avevo disobbedito, avevo fatto un danno perché le mucche ed i muli non mangiavano l’erba calpestata ed abbattuta.

Ora il profumo delle violette non si spande nell’aria e l’erba Spagna, alta, non ondeggia mossa dal vento.

Mi guardo attorno. Tutto mi sembra piccolo. Eppure, guardando una vecchia cartolina di Orsera vista dall’alto mi rendo conto che la corte era proprio grande.

Hanno dimezzato la tettoia, ci hanno costruito una casa, ai bordi di quella mia corte. Più mi guardo intorno e più sono presa dall’angoscia. Sempre, in qualsiasi momento della giornata è vuota, solitaria.

Non c’è neppure l’anziana “gnagna” che scopava e la teneva pulita, sgridandomi se le davo fastidio quando vi lavorava.

Oramai non ci siamo non solo noi, i vecchi abitanti della grande casa; non ci sono le discussioni animate, le esclamazioni di gioia, di rabbia, il loro andirivieni. Sono spariti anche gli animali che con il loro tubare, il loro coccodè, il loro abbaiare, il loro miagolio riempivano di suoni tutta l’aria attorno.

Mi chiedo quanti, come me, rivedendo le loro case, i loro giardini, tutto quello che, una volta, loro apparteneva, tutto quello che amavano, che ancora amano, quanta desolazione, quanto sgomento, quanto sconforto provano?

“Vado a casa mia” dico sempre, ritornando ad Orsera. Ma in quale casa mia vado, se le manca l’anima?

Il Beato Don Bonifacio, rivolto ai suoi ragazzi di Crasizza, aveva chiesto: “Vi ricordate di avere un’anima’?”

La stessa domanda potremmo farcela anche noi, ancora oggi.

Noi, Esuli, che, proprio perché avevamo un’anima, abbiamo avuto la forza, il coraggio, la volontà ferme, irremovibili di andarcene o di fuggire, come ha fatto la mia famiglia, tutti convinti, sicuri che fosse estremamente più importante ciò che eravamo piuttosto di ciò che avevamo.

 

Anna Maria Crasti

Il mare Adriatico, lago di Venezia

La Serenissima garantì quella convivenza etnica poi demolita dal divide et impera asburgico

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
SanMarco

I primi a provarci furono i più ferventi sostenitori del Regno dei Serbi, Sloveni e Croati sorto al termine della Prima Guerra Mondiale; nel corso della Seconda Guerra Mondiale si cimentarono gli ustaša prima e in seguito i nazionalisti croati che si erano infiltrati nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia di Tito; venne infine il turno degli ultra-nazionalisti della Croazia indipendente negli anni Novanta: durante il secolo breve ci hanno provato davvero in tanti a scalpellarli o a farli saltare in aria, ma i leoni alati della Repubblica di Venezia scolpiti resistettero e fanno ancor oggi bella mostra di sé nei portali delle città della costa istriana e dalmata. In queste effigi alle volte il Vangelo è spalancato sulle pagine recanti la citazione “Pax tibi Marce evangelista meus”, ma spesso è chiuso sotto una zampa leonina, mentre l’altra sguaina la spada, a fronteggiare i nemici di Venezia.

Da Capodistria, nell’attuale Slovenia, fino a Cattaro, spettacolare insenatura nell’odierno Montenegro, l’epoca medioevale e moderna vide fiorire le fortune commerciali della Serenissima, la quale non si peritava di commerciare con l’entroterra dominato dai turchi nemmeno nel momento in cui le sue galee scaricavano le proprie bordate sui vascelli del Sultano. Uscita nel 1358 dalla sfera d’influenza veneziana, la Repubblica di Ragusa svolse un ruolo ancor più accentuato nei rapporti con un retroterra spesso descritto dalle cronache dell’epoca come grezzo, selvaggio ed arretrato. Formalmente vincolato al Regno d’Ungheria prima ed alla Sublime Porta successivamente, lo Stato raguseo rappresentò la quinta repubblica marinara d’Italia e vide crollare le proprie fortune sia per lo spostamento dei grandi traffici verso le rotte atlantiche, sia in seguito ad un terrificante terremoto che devastò la città nel 1667.

Il trattato di Campoformido del 1797 segnò la fine dell’indipendenza di Venezia, ceduta con gran delusione di Ugo Foscolo e di altri patrioti all’Impero d’Austria nell’ambito della spregiudicata diplomazia napoleonica. Se l’ultimo Doge di Venezia depose le insegne di San Marco il 12 maggio, la località montenegrina di Perasto mantenne la propria libertà fino al 23 agosto, giorno in cui all’arrivo delle truppe austriache il conte Giuseppe Viscovich, capitano della guardia, seppellì l’ultimo gonfalone della Repubblica sotto l’altare del duomo dopo aver pronunciato quel discorso che culminava nella frase: Ti con nu, nu con ti (Tu con noi, noi con te) che avrebbe fatto da motto, tra gli altri, alla squadriglia aerea Serenissima di Gabriele d’Annunzio nella Grande Guerra.

L’effimera Repubblica di Venezia del 1848-’49 nacque innanzitutto come desiderio di recuperare un’autonomia ed una libertà che il dominio asburgico avevano fortemente ridimensionato. Nel momento in cui i gonfaloni del leone di San Marco avevano ripreso a sventolare, molti dall’Istria e dalla Dalmazia giunsero a dare man forte, non ultimo Niccolò Tommaseo da Sebenico, uno dei padri nobili della lingua italiana che rivestì incarichi di rilievo nel governo. Da una dimensione municipalista e localista, tale esperienza insurrezionale avrebbe rapidamente assunto caratteristiche più marcatamente patriottiche, richiamando in sua difesa combattenti provenienti da tutta Italia. Nelle decadi successive il ricordo delle libertà godute ai tempi della Serenissima avrebbe creato l’humus ideale per l’azione patriottica ed irredentista in Istria ed in un secondo momento pure in Dalmazia. In quest’ultima regione, infatti, si era sviluppata una vera e propria nazionalità dalmata, in cui l’idioma italico faceva da lingua franca in un litorale spezzettato in centinaia di isole e isolotti ed una costa dominata dalle montagne, laddove altrettanto articolata era la nazionalità delle popolazioni ivi residenti, tra italiani, croati, serbi ed albanesi. Solamente dopo la Terza Guerra d’Indipendenza le autorità della duplice monarchia cominciarono a guardare con sospetto la componente italiana ed avviarono il nefasto principio del divide et impera, favorendo la componente croata a scapito delle altre. L’allargamento del suffragio, l’apertura di scuole con lingua d’insegnamento croata, l’uso di tale idioma nelle pubbliche amministrazioni ed il contestuale ridimensionamento dell’italiano condussero ad una croatizzazione che avrebbe portato le nuove generazioni a distaccarsi dal lealismo proprio del vecchio partito autonomista dalmata e ad avvicinarsi a posizioni irredentiste.

Le autorità asburgiche favorirono, inoltre, tra fine Ottocento ed inizio Novecento l’immigrazione dall’entroterra sloveno verso Trieste e Gorizia, al fine non solo di iniettare manodopera nel porto e nei nascenti impianti industriali, ma anche e soprattutto di fronteggiare la crescente italianità che dagli strati borghesi cominciava a diffondersi anche a livello popolare, soprattutto grazie alle suggestioni alimentate dalle imprese garibaldine. I “regnicoli” (cittadini del Regno d’Italia che venivano a lavorare in territorio austro-ungarico) trovarono sempre più difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale e produttivo, nel quale invece si consolidavano sloveni e croati, grati e leali nei confronti di Vienna per le libertà ed i riconoscimenti alla propria identità che avevano ottenuto. Tutte queste tensioni fuoriuscirono dai consessi elettivi locali e portarono anche a scontri di piazza tra opposte fazioni nazionali, ma soprattutto sarebbero confluite nelle motivazioni nazionaliste della Grande Guerra.

Lorenzo Salimbeni