Le persecuzioni dei preti nell’Istria di Tito

Il volume di Pietro Zovatto ricorda modalità e vittime della politica antireligiosa jugoslava

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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Nella storia del confine orientale italiano il fattore religioso ed i sacerdoti hanno svolto spesso un ruolo di prima fila. A partire dal tardo Ottocento, allorché il clero slavo dell’entroterra goriziano, triestino ed istriano si adoperò per consolidare la coscienza nazionale slovena e croata: si trattava di quelle che Engels definì “nazioni senza storia”, ma in tale contesto prendevano forma per contrapposizione al sempre più vigoroso irredentismo italiano e sotto la protezione delle autorità del cattolicissimo impero austro-ungarico. L’Imperatore Francesco Giuseppe, Cattolico ed Apostolico, aveva, infatti, apprezzato il lealismo ostentato dai suoi sudditi sloveni e croati dalla “Primavera dei popoli” del 1848 in poi, premiandolo con una serie di politiche che, tutelandone le specificità a scapito della comunità italofona, di fatto creava i presupposti per un pernicioso divide et impera. Il Regno d’Italia cui guardavano i separatisti italiani, inoltre, presentava connotati massonici anticattolici esacerbati dalla questione romana, che si era conclusa con l’annessione del Lazio e la fine del potere temporale dei Papi. L’austroslavismo, prospettando sviluppi in senso trialistico (una terza corona slava da affiancare a quelle austriaca e magiara) ovvero federalista per la composita compagine imperiale, costituiva un caposaldo per l’affermazione della propria specificità culturale sotto l’egida asburgica, capace di tenere a bada i tumultuosi italiani e ben lungi dallo jugoslavismo capeggiato dalla Serbia ortodossa che sarebbe uscita irrobustita dalle Guerre balcaniche (1912-’13).

Indubbiamente favorita da un maggior numero di vocazioni rispetto alla società italiana locale ed impreziosita dall’operazione di recupero della liturgia paleoslava in glagolitico, la gerarchia ecclesiastica slavofona avrebbe poi attraversato il cimento della Prima guerra mondiale e dell’annessione all’Italia, nonché le restrizioni linguistiche imposte dal fascismo. Molto più duro e repressivo si sarebbe rivelato l’approccio del comunismo titoista nei confronti della chiesa, la quale doveva essere ridimensionata all’interno del nuovo stato comunista: sacerdoti sloveni, croati ed italiani avrebbero sperimentato violenze, sopraffazioni e perfino il martirio in odium fidei. «Preti perseguitati in Istria 1945-1956 Storia di una secolarizzazione» (Luglio, Trieste 2017) di Pietro Zovatto mette a fuoco una vicenda che rientra nel complesso progetto di disarticolazione della società giuliano-dalmata da parte del nascente regime di Tito.

Pochi anni fa hanno conquistato le attenzioni della cronaca i casi dei sacerdoti istriani don Francesco Bonifacio e don Miro Bulešić, beatificati dopo aver subito il martirio nel corso dell’adempimento delle proprie mansioni pastorali nel tumultuoso dopoguerra. A don Angelo Tarticchio, invece, spetta la palma del protomartire, in quanto massacrato durante la prima ondata di uccisioni di massa in seguito al vuoto di potere creato dal collasso politico ed istituzionale dell’8 settembre 1943: torturato, evirato e scaraventato in una foiba, quando fu riesumato aveva il capo cinto da una corona di filo spinato. Ricostruendo la vicenda, Zovatto ricorda i vescovi di Pola Radossi, di Fiume Camozzi e di Zara Munzani, anch’essi partecipi dell’esodo che coinvolse il 90% della comunità italiana, ma soprattutto il ruolo di Antonio Santin. Vescovo di Trieste e Capodistria, dopo essere assurto al rango di defensor civitatis nella primavera del 1945 caratterizzata dal tracollo militare tedesco e dai 40 giorni di uccisioni, deportazioni e violenze titine nella Venezia Giulia, si trovò a gestire una diocesi attraversata dalla Linea Morgan, stabilita dall’accordo di Belgrado del 9 giugno ’45 e che definiva una Zona A sotto Amministrazione militare angloamericana (Trieste, Gorizia e Pola) ed una Zona B sotto Amministrazione militare jugoslava (il resto della Venezia Giulia). In quest’ultima regione era in effetti iniziato un percorso di annessione alla rinascente Jugoslavia che prevedeva l’allontanamento ovvero l’eliminazione dei punti di riferimento per la nascita di un’opposizione ed in tal senso i preti diventarono un bersaglio privilegiato. Santin stesso rischiò il linciaggio allorché si recò a Capodistria il 19 giugno 1947 in occasione della festa patronale di San Nazario, mentre le sue prediche dalla cattedra triestina quando assumevano toni di denuncia nei confronti delle violenze titine scatenavano ulteriori misure repressive a carico del clero dall’altra parte della Linea Morgan. Fughe rocambolesche di sacerdoti finiti nelle liste di proscrizione dell’Ozna (la polizia segreta jugoslava), aggressioni sul sagrato delle chiese, processioni di fedeli che sfidarono le autorità jugoslave reclamando ed ottenendo la liberazione dei propri sacerdoti dalle carceri: non solo i preti italiani, ma anche quelli sloveni e croati furono vittime di questo clima di terrore.

Lorenzo Salimbeni 

Presentazione di “Foiba rossa” a Pomezia

Giovedì 8 marzo alle ore 17:00 presso la Biblioteca comunale di Pomezia (RM) il Comitato 10 Febbraio di Pomezia ospiterà Emanuele Merlino, l’autore, insieme al disegnatore Beniamino Delvecchio, del fumetto “Foiba rossa. Norma Cossetto storia di un italiana” (Ferrogallico, Milano 2018).

L’iniziativa avrà luogo volutamente il giorno della Festa delle donne, poiché vogliamo ricordare questo caso di femminicidio ed il martirio della giovane studentessa istriana in nome dell’italianità aggredita dai partigiani comunisti di Tito.

 

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Il silenzio dei vivi

Pubblichiamo questa bellissima poesia scritta dal nostro socio Giorgio Valdes di Sestu (CA)

 

Il silenzio dei vivi

Sono chini gli sguardi
e le ferite sanguinano
sul prato di margherite
e sugli stivali degli aguzzini.
Pochi istanti ancora
per sperare di morire
con la carezza del sole e del vento
affidando l’ultimo respiro
agli oleandri in fiore.
Ma l’inghiottitoio è vicino,
in esso il buio è denso
come lava d’orrore.
Pietà implorano i vinti
con una pallottola dritta nel cuore.
Ma solo un colpo v’è nella pistola,
al primo della fila è destinato.
Egli sarà il peso arreso e muto
trascinatore del treno d’uomini
verso l’abisso di rocce taglienti.
Prima sono urla laceranti
poi fievoli lamenti
infine il silenzio
saturo di buio e di morte.
Molte stagioni sono passate
dalla marea cieca dell’orrore
ma nei fondi degli inghiottitoi
dimorano ancora anime
aggrappate alle povere spoglie.
Attendono di essere liberate
dalla Verità della Storia
e di risalire dall’oblio
per trovare pace
nel giardino della memoria.

10 Febbraio 2018
Giorgio Valdes

Tre colpi di pistola durante l’esodo da Pola

 

Maria Pasquinelli uccise a pistolettate il 10 febbraio 1947 il generale britannico De Winton

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

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Il 10 febbraio 1947 non fu firmato solamente il Trattato di pace che imponeva all’Italia pesantissime cessioni territoriali alla Jugoslavia di Tito: si consumò, infatti, a Pola, nel mezzo dell’esodo che stava svuotando la città, una pagina di rabbia e di disperazione che forse era il segnale d’inizio per una ribellione contro le decisioni del diktat parigino che, però, non ebbe luogo.

L’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 aveva posto fine ai quaranta giorni di stragi “titine” nella Venezia Giulia, fissando la Linea Morgan di demarcazione fra una Zona A sotto amministrazione militare angloamericana ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava, dalle quali l’Italia risultava ancora estromessa. Nella prima zona rientravano Gorizia, Trieste e Pola, poiché era stata delineata in maniera funzionale all’esigenza delle truppe alleate di assicurarsi il porto di Trieste e le vie di comunicazione verso l’Austria e la Germania meridionale, al fine di garantire i rifornimenti alle truppe lì di presidio. Originariamente l’accordo prevedeva che tutta la fascia costiera istriana rientrasse sotto il controllo delle truppe occidentali, ma le resistenze dei partigiani jugoslavi ad abbandonare tali località fecero sì che solamente Pola, antica piazzaforte austro-ungarica e base navale della imperial-regia flotta da guerra, venisse occupata da un presidio britannico.

Cercarono di raggiungere la città dell’arena decine di istriani che nell’entroterra stavano sperimentando il consolidamento del regime titoista, il quale violava i principi di un’amministrazione militare (garantire l’ordine pubblico in base alle leggi precedentemente vigenti) portando avanti un sempre più smaccato percorso annessionistico caratterizzato dall’annientamento del ricostituito Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria e dall’eliminazione di singoli oppositori del nuovo ordine, con particolare riferimento ai sacerdoti (ricordiamo ad esempio Don Bonifacio, infoibato e recentemente beatificato in quanto martire in odium fidei). La milizia jugoslava frenò tali tentativi, laddove agevolò l’afflusso a Pola di torpedoni di croati provenienti dall’entroterra nelle giornate del marzo 1946 in cui la Commissione alleata visitava il capoluogo istriano per valutarne la composizione etnica nell’ambito delle trattative per definire il nuovo confine. Ciononostante, a Pola, abitata quasi totalmente da italian, l’appartenenza alla Zona A continuava ad essere considerata un auspicio per il ritorno dell’Italia al termine della conferenza di pace. Solamente in estate le notizie che giungevano da Parigi e soprattutto la carneficina di Vergarolla, causata il 18 agosto dall’OZNA , la polizia segreta di Tito, fecero capire che la sorte della città era l’annessione alla Jugoslavia.

Facendo fede a quanto precedentemente dichiarato, quasi 30.000 polesani su 32.000 abitanti cominciarono ad organizzare l’esodo e nell’ufficio preposto al coordinamento delle operazioni prestava la sua opera la maestra Maria Pasquinelli. Testimone dopo l’8 settembre delle stragi titine compiute a Spalato, ove era in servizio dall’anno precedente, fu poi autrice di un’avventurosa raccolta di testimonianze in Istria riguardo gli infoibamenti di quel medesimo periodo. La Pasquinelli era stata in contatto con i reparti della Divisione Decima dislocati al confine orientale per creare, in sinergia con i servizi segreti e la X MAS del Regno del Sud e formazioni partigiane patriottiche, un fronte unico fra gli italiani con cui opporsi all’invasione jugoslava una volta che le truppe tedesche si fossero ritirate, ma tale progetto non si concretizzò.

Quel 10 febbraio, mentre si firmava il trattato di pace, la guarnigione inglese di Pola veniva passata in rassegna dal suo comandante Robert de Winton allorché echeggiarono tre colpi di pistola: Maria Pasquinelli aveva ucciso il General brigadiere di Sua Maestà. Fatta immediatamente prigioniera, le fu trovato in tasca un biglietto in cui motivava questo suo gesto ricollegandosi all’irredentismo di Oberdan e volendo vendicare la disperazione e la delusione degli istriani, ceduti dagli alleati al loro carnefice Tito. Condannata dapprima a morte dal tribunale militare angloamericano di Trieste, la sua pena fu poi commutata all’ergastolo, che successivamente le fu concesso di scontare in un carcere italiano. Mai pentitasi del suo gesto, non chiese la grazia, che le fu comunque concessa nel 1964 dal Presidente supplente della Repubblica Cesare Merzagora durante una missione all’estero del capo dello Stato Antonio Segni.

Lorenzo Salimbeni