Crali e Varuna fondono la loro arte nel cosmo

A Roma un “Dessert delle Muse” per presentare l’associazione FuturCrali

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

IMG-20171201-WA0014

Un autore figlio dell’italianità adriatica orientale del secolo scorso e padre dell’aerofuturismo a confronto con un’icona pop odierna e surrealista: suggestioni e contaminazioni che il contenitore culturale del Dessert delle Muse ha potuto offrire giovedì scorso grazie alla sapiente regia di Carla Isabella Elena Cace, storica dell’arte e giornalista capace di ideare e proporre con successo una serata dedicata a Tullio Crali ed Elio Varuna.

Facendo gli onori di casa, il professor Giuseppe Parlato (presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, promotrice dell’evento assieme al Comitato 10 Febbraio) ha ricordato che Renzo De Felice fu tra i primi a cogliere l’importanza politica del futurismo e d’altro canto presso la Fondazione sono ospitati anche i fondi Luigi Tallarico (grande storico del futurismo) e Giano Accame, che definì “futurista” l’impresa dannunziana a Fiume.

Emanuele Merlino, Vicepresidente del Comitato 10 Febbraio, ha ricordato l’impegno del sodalizio per allargare l’interesse per le vicende delle Foibe e dell’Esodo a tutto ciò che rappresenta e descrive la bellezza millenaria della cultura italiana in Istria, Fiume e Dalmazia ed il dalmata Crali, poi trapiantato a Gorizia, costituisce uno dei casi più eclatanti in tal senso.

Come ha ricordato Carla Cace, il futurismo è stato riscoperto oltre Oceano e consacrato dalla mostra al Guggenheim e nel contesto di questa corrente artistica Crali ha composto un sottomanifesto specifico, delineando i canoni dell’aerofuturismo. E a tutela della memoria del padre, Anna Crali ha fondato grazie al supporto della figlia Vibia, affascinata dalla figura del nonno futurista, l’associazione culturale FuturCrali.

Prima di delineare il proprio percorso artistico, condizionato da un viaggio in India finalizzato ad approfondire sul campo le conoscenze maturate durante gli studi universitari, Elio Varuna ha raccontato di essersi effettivamente accostato alla conoscenza di Crali grazie al catalogo della mostra «Futurismo al confine orientale». Partendo dalla suggestione per un fuoco sacro che a Varanasi sulle rive del Gange non si spegne da 3.000 anni grazie alla dedizione di alcune famiglie, ha poi indirizzato la sua ricerca artistica, non priva di suggestioni mutuate da Hieronymus Bosch, verso «quel caos primordiale da cui tutto si è sprigionato, la deflagrazione in cui le categorie di oriente e di occidente non esistono più».

«Fuoco e terra sono gli elementi che caratterizzano l’opera varuniana – ha quindi rilevato Carla Cace – e invece aria e acqua influenzano Crali, il quale, affascinato dall’ammaraggio di un idrovolante a Zara, cominciò da giovanissimo a dipingere i velivoli dell’aeroporto di Gorizia, giungendo poi a ottenere un permesso speciale per volare sui cieli di tutta Italia per ragioni d’arte».

Nella sua visione onirica globale caratterizzata da un percorso di ricerca sui sogni lucidi, Varuna ha partorito l’icona pop “Tuti”, la quale ha poi pervaso la sua esistenza professionale e non solo. D’altro canti Crali seppe essere pop prima del pop: la Cace ha ricordato, infatti, che non ebbe paura di contaminarsi e di elaborare opere polimateriche, uscendo da tutti i canoni. Inizialmente osteggiato dalla famiglia nella sua passione artistica, Crali giunse al culmine della sua produzione a raffigurare opere “cosmiche” dedicate ai cosmonauti, capaci di proiettarsi verso l’infinito ed epigoni dei primi aviatori giunti dalla terra al cielo. «Mio padre – ha aggiunto Anna Bartolozzi Crali – fu futurista anche dopo la fine del futurismo, giungendo a questa dimensione cosmica anche perché visse l’esperienza di vedere l’uomo giungere sulla Luna»

Ed è in questo approccio cosmico che l’artista dalmata si integra e si confonde con i lavori d’avanguardia di Varuna.

Lorenzo Salimbeni

 

Rassegna stampa: Tra profondità ed essenza si snoda a Roma la presentazione dell’Associazione FuturCrali nella sede del Comitato 10 Febbraio di Roberto Cristiano http://www.progettoitalianews.net/news/tra-profondita-ed-essenza-si-snoda-a-roma-la-presentazione-dellassociazione-futurcrali-nella-sede-del-comitato-10-febbraio/ e  http://www.progettoitalianews.net/news/tra-profondita-ed-essenza-si-snoda-a-roma-la-presentazione-dellassociazione-futurcrali-nella-sede-del-comitato-10-febbraio-2/

Futurismo e avanguardia: Crali vs Varuna

Il nuovo appuntamento con i ‘Dessert delle Muse’ è per il 30 novembre alle 21.30

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

LocandinaCraliVaruna

Un dialogo tra avanguardia e contemporaneo, un viaggio provocatorio e a tratti irriverente come erano i futuristi, un momento di riflessione e di scambio tra componenti di arte contemporanea e grandi eredità del passato. E’ il nuovo appuntamento organizzato nell’ambito della rassegna “I Dessert delle Muse”, il contenitore culturale curato dal Comitato 10 Febbraio ideato per approfondire storia culturale e personaggi illustri che hanno avuto i natali nelle terre del Confine orientale, che giovedì 30 novembre alle 21.30, presso la sede della FondazioneUgo Spirito – Renzo De Felice in Piazza delle Muse 25 a Roma, propone “Crali vs Varuna”, una serata estremamente interessante e culturalmente molto stimolante in cui si potrà assistere all’incontro-scontro “im-possibile” tra il grande aeropittore di origini dalmate Tullio Crali e il celebre artista contemporaneo pop-surrealista Elio Varuna. Un confronto decisamente futurista e conforme sia con la sensibilità di Crali, sia con la sperimentazione di Varuna.

Nel corso della serata verrà tra l’altro presentata l’Associazione FuturCrali, che esporrà gli obiettivi della propria attività. Ovvero salvaguardare, promuovere e diffondere la storia e le opere di Tullio Crali attraverso mostre, dibattiti, seminari, presentazioni letterarie e concerti.

A moderare ed inquadrare storicamente lo stimolante percorso, la giornalista e storica dell’Arte Carla Isabella Elena Cace, che introdurrà gli interventi di Giuseppe Parlato (presidente della Fondazione Ugo Spirito – Renzo De Felice), Anna Bartolozzi Crali (Presidente dell’associazione Tullio Crali), Elio Varuna (artista, ricercatore e “viaggiatore spirituale) ed Emanuele Merlino (vicepresidente del Comitato 10 Febbraio, regista e autore).

“L’aeropittura è una declinazione pittorica del futurismo che si afferma negli anni successivi alla prima guerra mondiale come espressione del mito della macchina e della modernità, caratteristico del movimento marinettiano. E manifesta – ricorda Roberto Cristiano su Progettoitalianews.net – l’entusiasmo per il volo, il dinamismo e la velocità dell’aeroplano”, con caratteristiche e temi guida che “si vanno precisando nel corso degli anni venti per trovare infine una codificazione nel ‘Manifesto dell’Aeropittura futurista’, redatto nel 1929” tra gli altri da Marinetti e Fortunato Depero.

Di tale corrente artistica l’artista di famiglia zaratina Tullio Crali – che aderì al futurismo intorno al 1929 – fu uno dei massimi esponenti, con opere “di tipo realistico, che combinano velocità, meccanizzazione aerea e meccanica della guerra aerea”. Marinetti scrisse di lui che “si può considerare il più grande pittore del momento, la sua serietà nel lavoro è una virtù rara nei pittori di oggi, noi aeropoeti futuristi elogiamo la meravigliosa passione per le altezze e le velocità aeree, passione che costituisce la massima garanzia del trionfo di Crali”.

Tra le sue opere più note c’è “Incuneandosi nell’abitato”, un quadro che “mostra un tuffo aereo dal punto di vista del pilota, con gli edifici sottostanti rappresentati in una prospettiva vertiginosa”. Crali fu anche un abile declamatore, organizzatore e mattatore di serate futuriste. E realizzatore di “composizioni polimateriche a soggetto cosmico e schemi di scenografie per le sue sintesi teatrali” oltre a cartelloni pubblicitari e bozzetti di moda. Un artista decisamente interessante insomma. Come lo è senz’altro Elio Varuna, che “disegna da quando sa tenere una matita in mano – si legge nella scheda biografica a lui dedicata pubblicata dal Comitato 10 febbraio – affascinato dal simbolismo, dalle incisioni medievali e dalle immagini religiose”. Da quando, nel 2000, vive “un’esperienza spirituale in India, i suoi lavori si caricano d’immagini bizzarre e ambienti stravaganti in cui i colori ultrapop occidentali si fondono ad un’aura mistica orientale. Una visione onirica globale che plasma un mondo surreale di paesaggi liquidi e cosmici, umidi e rarefatti, popolato da personaggi che oggi sono l’originale marchio di fabbrica dell’universo varuniano”. L’originale risultato di queste opere hanno conferito a Varuna un ruolo di rilievo nel contesto della nuova arte figurativa contemporanea, soprattutto quella di matrice pop e neo surrealista. Oltre all’attività pittorica, Varuna ottiene successo e critiche positive con un intenso lavoro di “sensibilizzazione all’arte” attraverso i suoi provocanti manifesti affissi in varie città del mondo in cui fa irrompere nel contesto urbano i suoi bizzarri personaggi.

 

L’esodo degli istriani nella Prima guerra mondiale

Gli italiani residenti attorno alla base di Pola vennero tradotti nei campi di internamento

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Wagna

Allo scoppio della Prima guerra mondiale l’Impero austro-ungarico diramò provvedimenti di evacuazione che riguardavano le piazzeforti, con evidente riferimento a quelle che si trovavano a ridosso della frontiera con la Russia, teatro delle prime battaglie, ma anche la città di Pola rientrava in tale fattispecie. La località istriana, infatti, era la principale base navale dell’imperialregia flotta da guerra e perciò anche nelle sue pertinenze venne diffuso un bando che esortava la popolazione a prepararsi ad eventuali misure speciali. Nella primavera del 1915, allorché le mosse del Regno d’Italia lasciavano presagire la sua discesa in campo contro l’Austria, comparvero i primi bandi in cui si consigliava l’evacuazione ai civili. Alcuni si organizzarono con mezzi propri, recandosi da amici e parenti residenti in altre località dell’Impero; per quanto riguarda i cittadini italiani residenti nel Litorale Adriatico, i cosiddetti “regnicoli”, gli abili al servizio militare furono raccolti in appositi campi di internamento, mentre donne, vecchi e bambini riuscirono progressivamente a rimpatriare attraverso la Svizzera.

L’esortazione ad evacuare riguardò dapprima Pola e l’Istria meridionale, venendo poi allargata a Rovigno e all’Istria centrale, per cui si calcola che circa 50.000 persone (su una popolazione di 100.000) furono caricate sui treni e portate verso i campi di baracche costruiti in Stiria o nei pressi di Vienna. Quanti vissero l’esperienza di questi Barackenlager conobbero dapprima la traumatizzante esperienza dell’interminabile viaggio (nella memorialistica si riscontra spesso il neologismo “invagonati”, che rende bene l’idea di come queste persone fossero state stipate nei carri bestiame), dopodiché sperimentarono il disarmante approccio con le strutture che li avrebbero ospitati. Wagna, il più famoso di questi campi, nasceva ad esempio dal frettoloso ampliamento di un campo di addestramento militare, in cui i fabbricati erano pieni di spifferi e ciascuna baracca conteneva un centinaio di persone raccolte in condizioni igienico-sanitarie precarie e nella massima promiscuità. Le autorità asburgiche garantivano a tutti una diaria, ma se qualcuno riusciva a trovare lavoro in zona o preferiva sistemarsi in una struttura migliore al di fuori del campo, perdeva questa piccola retribuzione. Le disagiate condizioni di vita degli internati di nazionalità italiana furono invano portate all’attenzione del parlamento di Vienna dai Deputati Alcide De Gasperi, con riferimento speciale ai trentini, e Valentino Pittoni, a tutela degli sfollati del Litorale, finché ci scappò il morto. Nei cosiddetti “fatti di Wagna” le truppe dislocate a presidio del campo (gestito in maniera tale da somigliare più ad una prigione che a un ricovero per profughi) repressero una manifestazione di protesta in maniera così energica da provocare una vittima.

Allorché l’esercito italiano fu costretto alla ritirata fino al Piave, il Litorale Adriatico recuperò sicurezza ed i profughi cominciarono a tornare, ma così lentamente che, negli scioperi che sconvolsero l’Impero a fine gennaio del 1918, operai e militari manifestanti a Pola chiedevano anche l’immediato rientro dei propri congiunti. Le amministrazioni locali non si adoperarono eccessivamente nell’aiutare il reinserimento dei profughi, appigliandosi al cavillo che Pola, Rovigno ed il contado non erano mai stati ufficialmente “evacuati”, essendosi l’autorità limitata a “consigliare” di andarsene. Chi era ancora ospite dei Barackenlager sperimentava le contrapposizioni di stampo nazionale che stavano squassando le fondamenta dell’Impero, poiché il comitato sorto tra i profughi del Litorale per relazionarsi con l’amministrazione dei campi perse la sua compattezza. Tale comitato era sempre stato presieduto da elementi di nazionalità italiana, in quanto rappresentanti della componente maggioritaria degli sfollati della Provincia e comunque non vennero mai discriminati gli altri gruppi etnici; tuttavia gli elementi slavi e tedeschi nei primi mesi del 1918 si crearono strutture di rappresentanza alternative allo scopo di evidenziare la propria specificità al cospetto dell’amministrazione asburgica.

Complice la convulsa fase finale dell’Impero, il rientro degli sfollati istriani ebbe termine appena nei primi mesi del 1919, sotto l’autorità militare italiana insediatasi nel frattempo nella Venezia Giulia.

Lorenzo Salimbeni

Olmi protesta per l’oltraggio di un rapper al Sacrario di Redipuglia

Il consigliere comunale di Tarquinia Silvano Olmi protesta pubblicamente per l’oltraggio al Sacrario di Redipuglia.

Pubblicato su NewTuscia 

owusu-su-sacrario-redipuglia

Un rapper di Udine, tale Justin Owusu, ha girato parte di un videoclip di una sua canzone all’interno del Sacrario Militare di Redipuglia. Il filmato sembra sia stato rimosso da YouTube dopo poche ore, viste le numerose proteste che ha scatenato.

“Trovo questa cosa assolutamente censurabile – dichiara Silvano Olmi, referente del Comitato 10 Febbraio in provincia di Viterbo– forse questo signore non si è reso conto di trovarsi in un luogo sacro a tutti gli italiani.

A Redipuglia riposano centomila caduti italiani della Prima Guerra Mondiale, tra i quali un mio bisnonno. Aver girato il filmato proprio su quelle tombe é secondo me una cosa oltraggiosa.

Ho già interessato la dirigenza dell’Associazione Nazionale Sottufficiali d’Italia, alla quale mi onoro di essere iscritto, affinché il sodalizio prenda una ferma posizione sulla vicenda e chi ha sbagliato paghi.

La canzone del signor Owusu si intitola “Chi sbaglia impara” – conclude Olmi – ecco, da questo gravissimo errore prenda lo spunto per approfondire la conoscenza della nostra storia e della nostra cultura e soprattutto chieda scusa all’Italia.”

Il filmato è visibile sul sito facebook del giornale Udine Today:

https://www.facebook.com/udinetoday/videos/1143348872442089/?hc_ref=ARRuAD2fUob0KrguniRNwXwuxexR6NtGPkfxKZJ8aY1QBcUgeUTRKZMSyEy21uqYc9U&pnref=story 

 

Gli italiani irredenti e la Rivoluzione di Ottobre

Le vicende dei giuliani e dalmati dell’esercito austro-ungarico prigionieri dell’esercito zarista

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

italianisoviet

Nel centenario della Rivoluzione di Ottobre, c’è una pagina di storia che riguarda anche alcune centinaia di nostri connazionali, coinvolti nelle vicende dei “dieci giorni che fecero tremare il mondo”. Al momento dell’entrata in guerra dell’Austria-Ungheria il 28 luglio 1914, infatti, non tutti i nostri connazionali in età da chiamata alle armi ancora sudditi degli Asburgo scelsero di esfiltrare in Italia per evitare l’arruolamento ovvero per entrare come volontari nel Regio Esercito auspicando una Quarta guerra d’indipendenza. In particolare triestini, goriziani ed istriani andarono a costituire le fila del 97° imperial-regio Reggimento di fanteria Freiherr von Waldstätten, partito immediatamente per il fronte russo: impegnato sul fronte della Galizia, subì terrificanti perdite e moltissimi furono anche i prigionieri.

Ancor prima del 24 maggio 1915, l’Italia cominciò ad interessarsi della sorte di questi soldati di lingua e cultura italiana, ma solamente nell’estate 1916 partì finalmente una Missione militare che doveva vagliare il lealismo ovvero l’italianità di questi ospiti del campo di prigionia di Kirsanov. Nella spedizione, comandata dall’ufficiale dei Carabinieri Cosma Manera, vi erano anche sei elementi che provenivano proprio dalle terre irredente (gli istriani Vigini e Sbisà, il goriziano Venier ed i triestini Reiss-Romoli, Iellersitz-Illesi e Nordio) e contribuirono a vagliare il primo scaglione di 4.000 “italiani d’Austria” che, attraverso il porto di Arcangelo, a ridosso del Circolo polare artico, sarebbero partiti in autunno alla volta dell’Italia. Vennero quindi dislocati a Torino, ma si erano da poco consumate le tragiche vicende che avevano portato alla cattura in battaglia, al processo ed all’impiccagione degli irredentisti Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro, per cui non si ritenne opportuno inviare al fronte questi nuovi soldati.

Ben diversa fu la sorte della seconda aliquota di trentini (1900 circa) e giuliani (600) che poterono manifestare la propria appartenenza all’Italia alla nuova Missione militare ancora agli ordini di Manera, di cui facevano parte anche il trentino Bazzani ed il fiumano Baccich (futuro Legionario dannunziano), che iniziò ad operare nel bel mezzo della Rivoluzione bolscevica. La selezione di questi uomini, infatti, rispondeva al desiderio delle potenze dell’Intesa di sostenere le Armate bianche controrivoluzionarie, inviando missioni militari di supporto (il Giappone in primis) oppure svolgendo opera di persuasione nei confronti dei prigionieri austro-ungarici (si costituì anche una Legione cecoslovacca). Essendo bloccata dalle forze rivoluzionarie la via per i porti del mar Glaciale Artico, costoro dovettero affrontare il gelido inverno siberiano del 1917/’18 per arrivare infine alla concessione italiana di Tientsin, in Cina, ove furono inquadrati nei Battaglioni neri (dal colore delle mostrine). Fino al 1920, la Legione Redenta di Siberia trovò impiego, assieme a contingenti di Alpini giunti dall’Italia, nella protezione delle linee ferroviarie dell’Estremo oriente, su cui si davano battaglia i treni corazzati sovietici e quelli dell’Ammiraglio Kolčak: si distinse in particolare un gruppo di combattenti zaratini. Il successo finale dell’Armata Rossa anche in queste lande all’estrema frontiera dell’impero portò alla smobilitazione della coalizione anticomunista e finalmente gli ex sudditi asburgici poterono essere inviati in Italia, taluni sulla rotta navale che attraversava l’Oceano Indiano, Suez ed il Mediterraneo, altri attraversando gli Stati Uniti e l’Atlantico: quest’ultima opzione era la preferita dalle autorità sabaude, poiché il contatto durante il tragitto con le comunità italo-americane avrebbe consolidato un’italianità sulla cui effettiva sincerità permanevano perplessità.

Indubbiamente ci furono anche scelte di comodo, finalizzate a ridurre i tempi della prigionia ovvero ad anticipare il rientro a casa, ma ci furono anche casi opposti, di prigionieri tedeschi e austro-ungarici che scelsero di affiancare i rivoluzionari ed aderirono convintamente alla causa socialista: il plotone d’esecuzione dei Romanov a Ekaterinburg era costituito da ex soldati imperial-regi. Nella Brigata Internazionale che l’Armata Rossa costituì, con la persuasione e con la costrizione, fra i detenuti del campo di prigionia siberiana di Omsk, figurava anche il sottufficiale croato Josip Broz, destinato ad assumere nei successivi anni di militanza comunista, una volta rimpatriato nel neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, il nome di battaglia di Tito.

Lorenzo Salimbeni