CRALI VS VARUNA – Dialogo im-possibile tra avanguardia e contemporaneo

Nell’ambito del contenitore culturale serale “I Dessert delle Muse”, promosso dal Comitato 10 Febbraio e dalla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, il prossimo 30 novembre, alle ore 21.30 in piazza delle Muse 25, prenderà vita una serata dedicata alla presentazione dell’“Associazione FuturCrali”, attraverso il dialogo im-possibile tra il grande aeropittore di origini dalmate Tullio Crali e il celebre artista contemporaneo pop-surrealista Elio Varuna. Un confronto pienamente futurista, assolutamente in linea con la sensibilità del Crali e la sperimentazione del Varuna.

LocandinaCraliVaruna

“Crali si può considerare il più grande pittore del momento, la sua serietà nel lavoro è una virtù rara nei pittori di oggi, noi aeropoeti futuristi elogiamo la meravigliosa passione per le altezze e le velocità aeree, passione che costituisce la massima garanzia del trionfo di Crali”. Così scrisse di lui Filippo Tommaso Marinetti.

La moderazione e l’inquadramento storico-artistico della serata saranno a cura di Carla Isabella Elena Cace (storica dell’arte e giornalista). Interverranno, Giuseppe Parlato (Presidente Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice); Anna Bartolozzi Crali (Presidente Associazione Tullio Crali); Elio Varuna (artista, ricercatore di antiche culture, viaggiatore spirituale); Emanuele Merlino (Vicepresidente Comitato 10 Febbraio, regista e autore).

Il format dei Dessert delle Muse (pensato dal Comitato 10 Febbraio per approfondire la cultura e i personaggi illustri del Confine Orientale d’Italia) prevede esclusive serate culturali, cui seguirà un ricercato dessert. Il tentativo è quello di ridare vita al novecentesco salotto culturale o caffè artistico, nel quale poter incontrarsi, dibattere con gli autori e godere di arte, teatro, letteratura, storia e – perché no – soddisfare anche il palato. Il tutto nella nuova sede della Fondazione Ugo Spirito e del Comitato 10 febbraio, nel cuore dei Parioli.

Gli ingressi sono gratuiti, con libera offerta per il sostegno delle Istituzioni promotrici. Seguirà un dessert.

TULLIO CRALI

Nato a Igalo (Dalmazia) nel 1910, Tullio Crali visse a Zara fino all’età di dodici anni e nel 1922 si stabilì con la famiglia a Gorizia.

A quindici anni, mentre era studente all’Istituto Tecnico, scoprì, sulle pagine del “Mattino illustrato” di Napoli, il futurismo, movimento al quale rimase per sempre legato e che fu per lui, più che una vocazione artistica, una vera e propria scelta di vita.

Dopo quel primo incontro, iniziò a dipingere acquerelli con forme geometriche stilizzate, intersezioni e immagini astratte ispirate a Balla, Boccioni e Prampolini e firmati con lo pseudonimo di “Balzo Fiamma”. Prese quindi a frequentare la bottega di “sior Clemente”, intagliatore, doratore e corniciaio, che gli preparava i cartoni e che gli fece conoscere gli artisti goriziani de Finetti, Melius, Gorsè e Del Neri.

A partire dal 1928 si recò sempre più spesso al campo d’aviazione di Merna, dove iniziò a copiare gli aeroplani e da dove decollò per il suo primo volo, effettuato su di un piccolo idrovolante diretto in Istria. Nel 1929, anno che sancì la nascita ufficiale dell’Aeropittura, Crali strinse contatti con Martinetti ed entrò nel Movimento Futurista. Conobbe Sofronio Pocarini – fondatore, nel 1919, del Movimento Futurista Giuliano – che lo fece esporre alla “II Mostra Goriziana d’Arte”. Dipinse Squadriglia aerea e Duello aereo. L’anno successivo, affascinato dai progetti di Sant’Elia, disegnò architetture futuriste ed entrò in contatto con i futuristi Cangiullo, Janelli, Dormal, Farfa e Fillia.

A Trieste nel ’31 incontrò per la prima volta Marinetti, al quale lo legò sempre un sentimento di grande ammirazione e affetto. Realizzò composizioni polimateriche a soggetto cosmico e bozzetti di scenografie per le sue sintesi teatrali.

Dopo aver presentato le proprie opere a Trieste, Padova, Roma e Milano, nel 1932, su invito di Marinetti, espose i suoi lavori a Parigi, alla Prima Esposizione Aeropittori Futuristi Italiani, al seguito di Marinetti. Nello stesso anno conseguì il diploma di maturità artistica all’Accademia di Venezia e realizzò cartelloni pubblicitari e bozzetti di moda futurista. Nel 1933 partecipò alla “Mostra Futurista di Scenotecnica cinematografica” di Roma e l’anno successivo fu presente per la prima volta alla Biennale di Venezia con l’opera Rivoluzione di mondi, che distrusse subito dopo l’esposizione. Nel decennio successivo partecipò a diverse edizioni della Quadriennale romana (1935, 1939 e 1943) e della Biennale di Venezia, dove, nel 1940, venne allestita una sua sala personale.

Nel 1936, con Dottori e Prampolini, espose alla Mostra Internazionale d’Arte Sportiva organizzata alle Olimpiadi di Berlino e firmò il Manifesto di Plastica Murale con Marinetti, Prampolini, Tato, Dottori, Ambrosi, Diulgheroff, Voltolina e altri.

Grazie al suo talento di declamatore, conquistò la simpatia personale di Marinetti e, a partire dal 1941, organizzò serate futuriste a Gorizia, Udine e Trieste e nel resto d’Italia. Alla fine del conflitto si trasferì a Torino proseguendo nella sua attività di promozione delle poetiche futuriste.

Tra il 1950 e il 1958 visse a Parigi, dove insegnò in un liceo italiano; durante alcune escursioni sulla costa della Bretagna, colse l’ispirazione per le sue composizioni litiche, chiamate “sassintesi” ed esposte, per la prima volta a Milano nel 1961. Dal 1962 al 1966 si trasferì al Cairo dove insegnò presso la locale Scuola d’Arte italiana. Rientrato in patria, si stabilì a Milano, dove continuò la sua intensa attività pittorica e dove si spense il 5 agosto del 2000.

Elio Varuna

Artista, ricercatore di antiche culture, viaggiatore spirituale.

Elio Varuna disegna da quando sa tenere una matita in mano, affascinato dal simbolismo, dalle incisioni medievali e dalle immagini religiose. Nel 1997 ha firmato “Allucinazione Alchemica”, la sua prima collezione di dipinti ad olio. Nel 1999 la sua prima personale a Roma. Poi, nel 2000, vive un’esperienza spirituale in India, dove dipinge nel tempio del guru Satayanand Giri nella città sacra di Varanasi. Da quel momento i suoi lavori si caricano d’immagini bizzarre e ambienti stravaganti in cui i colori ultrapop occidentali si fondono ad un’aura mistica orientale. Una visione onirica globale che plasma un mondo surreale di paesaggi liquidi e cosmici, umidi e rarefatti, popolato da personaggi che oggi sono l’originale marchio di fabbrica dell’universo varuniano. I “Tuty”, in particolare, sono esserini rossi che sempre appaiono nelle tele del pittore romano; Varuna si limita a rigenerarli ogni volta nelle sue composizioni, immergendoli in avventure e in posture sempre diverse, lasciando allo spettatore il compito di definirne l’essenza. L’originale risultato di queste opere hanno conferito a Varuna un ruolo di rilievo nel contesto della nuova arte figurativa contemporanea, soprattutto quella di matrice pop e neo surrealista. “Del movimento Pop – afferma l’artista – m’interessa soprattutto la rapidità e la capacità di veicolare messaggi attraverso le immagini, di pronta presa e d’effetto immediato; del Surrealismo reputo fondamentale l’assoluta libertà di sintesi espressiva con cui si possono condensare certe esperienze visionarie”. E a vedere le sue opere ci si perde in un caleidoscopio psichedelico in cui sembrano rivivere le antiche immagini degli alchimisti, i mondi impossibili di Bosch e gli orizzonti surreali di Yves Tanguy.

I dipinti di Elio Varuna hanno cominciato sin da subito ad avere amanti e collezionisti e, in molti casi, dei veri e propri cultori che seguono con grande interesse quest’arte pop-mistica.

Nel 2007 Varuna si trasferisce a vivere a Berlino, città di straordinaria contemporaneità e palcoscenico privilegiato per le nuove arti figurative: qui resta tre anni, il tempo necessario per approfondire una ricca esperienza professionale, concentrarsi su nuove tecniche – è qui che comincia ad usare sistematicamente la vernice spray per creare i suoi sfondi “cosmici” – per allestire alcune importanti mostre personali ed aprire il suo mercato a uno scenario internazionale. Poi il ritorno nell’Urbe Eterna.

Elio Varuna ha esposto in molte gallerie private in Italia, Germania, Cina, India e U.S.A, e in prestigiosi musei pubblici, tra cui con una mostra personale nel 2007 al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo (Roma), al museo PAN di Napoli, più volte al museo MACRO di Roma, ai Musei Capitolini, al museo ARCOS di Benevento, ai musei d’arte contemporanea di Sofia (Bulgaria) e Tivat (Montenegro), e al Palazzo del Parlamento di Romania.

Nel 2008 è stato scelto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali per rappresentare la giovane arte italiana in occasione della “X Settimana della Cultura”.

È stato l’unico artista italiano invitato al Museo d’Arte Contemporanea di Shanghai nell’ambito della Biennale 2009-2010 “ANIMAMIX – The New Aesthetics of the 21st Century” ed ha fatto scalpore la censura da parte del governo cinese di un suo dipinto che affrontava il tema della libertà di culto – Varuna è da sempre vicino alla causa dei diritti civili del popolo tibetano.

Ha pubblicato numerosi cataloghi, tra cui “The Freshest Body”, del 2009, e “Solve et Coagula”, del 2011, che raccoglie le sue più recenti opere. I dipinti di Varuna sono stati utilizzati per copertine di libri, cd e vinili, sketchbook, oggetti di design e indumenti di moda (come il tipico copricapo siciliano prodotto da “La Coppola Storta”).

Il ciclo di dipinti “Tutto continuamente sgocciola” presentato a Napoli nel 2010 è diventato una fortunata collezione di gioielli Swarovsky.

Oltre all’attività pittorica, Varuna ottiene successo e critiche positive con un intenso lavoro di “sensibilizzazione all’arte” attraverso i suoi provocanti manifesti affissi in varie città del mondo in cui fa irrompere nel contesto urbano i suoi bizzarri personaggi.

La sua opera è stata presentata e recensita in numerosi articoli di stampa, programmi televisivi e trasmissioni radiofoniche e un documentario su Elio Varuna è stato prodotto da “Vite Reali” (Rai 4).

Arte Limited produce le giclée in edizione pregiata della serie “Rapsodia Cosmica” .

Nel marzo 2012 Varuna firma un contratto con la galleria Lazarides di Londra – considerata una delle gallerie più influenti del mondo – per produrre una serie di incisioni tratte dalla collezione di disegni “Urbis Surrealis”, in cui Varuna omaggia la magnificenza di Roma.

 

La fine della Grande Guerra sul confine orientale

Per gli italiani delle terre redente significò la conclusione della Quarta guerra d’indipendenza

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Ts3nov1918

Fonte: Archivio Storico Digitale “Patria Italia” 

 

Il 3 novembre si celebra il Patrono di Trieste, San Giusto, che tradizione vuole sia stato martirizzato per annegamento. La sua salma miracolosamente poi riaffiorò dalle acque antistanti Tergeste romana. In quella data del 1918 dalle acque del golfo di Trieste giunsero invece il cacciatorpediniere Audace assieme ad altre navi della Regia Marina da guerra, con a bordo reparti di Bersaglieri e di Carabinieri Reali che per primi presero il controllo della città, la quale finalmente, da irredenta, diventava redenta.

Erano le tumultuose fasi conclusive di quella che per tanti italiani, cittadini del Regno o ancora sudditi dell’Impero austro-ungarico, fu una vera e propria Quarta guerra d’indipendenza. A Vittorio Veneto il Regio Esercito aveva sfondato le linee asburgiche, mentre la munitissima base navale di Pola della Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine era stata violata dagli incursori Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, i quali minarono ed affondarono l’ammiraglia nemica, la corazzata Viribus Unitis. Questa poderosa nave da battaglia recava nel nome il motto che simboleggiava il composito impero degli Asburgo, ormai lacerato dalle questioni nazionali al punto che l’imperatore Carlo I aveva fatto dono della sua flotta da guerra all’autoproclamato Stato degli Sloveni, Croati e Serbi, non riconosciuto da nessun altro Stato, fondato il 29 ottobre ed assorbito il successivo primo dicembre nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che di fatto rappresentava una crescita enorme del vecchio Regno di Serbia.

Non è casuale la disposizione dei nomi dei popoli associati nella denominazione di queste due entità statuali: la prima nasceva nell’alveo del vecchio impero per iniziativa di sudditi sloveni e croati (con il concorso minore di serbi di Bosnia e delle Krajine) lealisti fino all’ultimo nei confronti di Vienna e pronti a ricostituire un legame magari su basi federali, in nome del vecchio austroslavismo dai caratteri marcatamente anti-italiani; la seconda, destinata a diventare Regno di Jugoslavia, rappresentava il coronamento del progetto della Grande Serbia avvolto da una patina che attingeva agli ideali dello jugoslavismo, ma di fatto manteneva in subordine le componenti non serbe.

Inatteso interlocutore al confine orientale, la monarchia dei Karađorđević abbandonò la tradizionale amicizia risorgimentale italo-serba sotto la pressione dei nazionalisti sloveni e croati, i quali rivendicavano l’annessione alla nuova compagine statuale di tutte quelle terre adriatiche su cui pur insistevano cospicue comunità italiane. La divulgazione da parte della Repubblica dei Soviet dei contenuti del Patto di Londra (già sottoscritto obtorto collo dalla diplomazia zarista, la quale aveva cercato di tutelare le rivendicazioni slave sulle coste adriatiche, anche al fine di garantirsi approdi sicuri) aveva creato le prime fratture fra l’Italia e la diaspora jugoslava in esilio, che godeva altresì di buone entrature in Francia ed Inghilterra.

Il Congresso delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria svoltosi ad aprile del 1918 al Campidoglio trovò italiani e slavi unanimi nell’auspicare lo smembramento del vecchio impero ma tutt’altro che concordi sui nuovi assetti confinari, sicché a guerra finita non mancarono i momenti di tensione fra le truppe italiane che nella Venezia Giulia, in Istria ed in Dalmazia cercavano di raggiungere la linea fissata dal Patto di Londra e reparti serbi o milizie slave. Ancor più clamoroso il caso di Fiume, in cui il Consiglio Nazionale italiano, in opposizione a quello croato, proclamò il 30 ottobre 1918 in nome del principio di autodeterminazione dei popoli l’annessione all’Italia, salvo poi dover attendere la spedizione di Gabriele d’Annunzio (1919), il Trattato di Rapallo (1920), il conseguente Natale di Sangue ed infine il Trattato di Roma del 1924 per vedere realizzata questa dichiarazione patriottica.

Nelle complesse trattative bilaterali italo-jugoslave che la Conferenza di Pace a Parigi non era riuscita a dirimere, da una parte si rivendicava quanto era stato generosamente promesso a Londra nel 1915, dall’altra bisognava tenere in considerazione le rivendicazioni dei nazionalisti sloveni (a Trieste l’Austria aveva agevolato in funzione anti-italiana talmente tanto l’afflusso di lavoratori sloveni con famiglie al seguito, che risiedevano quasi più sloveni lì che a Lubiana) e croati (in particolare nei confronti della Dalmazia e di Fiume appunto).

Da parte nostra, oltre alla necessità di incorporare nella monarchia sabauda le comunità italiane dell’Adriatico orientale (risultato che parzialmente si otteneva con la linea confinaria proposta dal Presidente statunitense Woodrow Wilson), si contrapponevano due istanze di carattere militare. Il Regio Esercito voleva assicurarsi il confine sulla displuviale delle Alpi Giulie per esigenze di carattere difensivo, rinunciando ad una Dalmazia ormai prevalentemente slava e possibile focolaio di ribellioni separatiste, che comunque erano possibili anche nell’entroterra goriziano, triestino ed istriano; la Regia Marina, che durante il conflitto non ottenne quella clamorosa vittoria navale capace di cancellare la disfatta di Lissa del 1866, ma solamente successi dovuti alla temeraria audacia di singoli MAS, siluranti e incursori, voleva invece trasformare l’Adriatico in un lago italiano, sul quale non si affacciassero altre potenze marittime. Quest’ultima opzione dovette soccombere e solamente Zara entrò a far parte del Regno d’Italia, mentre da Spalato, Sebenico, Traù ed altre località della costa dalmata avveniva un esodo di circa 20.000 italiani che non si fidavano delle promesse di tutela contenute nel Trattato di Rapallo e temevano le prevaricazioni degli ultranazionalisti croati.

Ma oltre che nell’ambito di queste dispute confinarie, Roma e Belgrado si trovarono in contrapposizione pure in Austria, poiché la neonata Repubblica dovette fronteggiare le rivendicazioni slovene nei confronti della Stiria meridionale (destinate a realizzarsi con la cessione di Marburg/Maribor) e della Carinzia, scongiurate tramite un plebiscito che avvenne sotto tutela di un corpo militare interalleato in cui l’Italia giocò un ruolo fondamentale a sostegno di Vienna.

Nel corso degli anni Venti e Trenta i rapporti italo-jugoslavi vissero di alti e bassi, con entrambe le parti nei momenti di crisi pronte a soffiare sul fuoco dei reciproci irredentismi per destabilizzare l’antagonista, sino a giungere al conflitto dell’aprile 1941: anche in questo ambito si vide come “la guerra che doveva por fine a tutte le guerre” si concluse con una pace destinata a porre fine alla pace.

Lorenzo Salimbeni

Preoccupazione per la chiusura della sede di Colle Oppio

Il Comitato 10 Febbraio esprime preoccupazione per la chiusura da parte dell’amministrazione comunale della sede di Colle Oppio, luogo di memoria dell’esodo istriano, giuliano e dalmata a Roma.

ColleOppio

In una città troppo spesso distratta circa la storia del nostro popolo, non sempre disposta a ricordare la storia d’Italia e del nostro confine orientale, la sede di Colle Oppio ha rappresentato per decenni un luogo di memoria, un punto di riferimento per le associazioni che si occupano della storia del nostro popolo.

Aperta nel 1946 dai primi esuli istriani giunti nella capitale, al di là di ogni appartenenza partitica, chiediamo al sindaco Raggi di considerare questo un luogo di tutti, da proteggere come patrimonio culturale dell’Italia intera, e dell’esodo istriano-dalmata in particolare.

 

4 Novembre: celebrare la Vittoria al Verano

Il cimitero monumentale di Roma contiene tante vestigia della Prima guerra mondiale

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Merlino4nov

 

Il 4 novembre del 1918 l’Italia vinse la Prima Guerra Mondiale. Una guerra dura, terribile, in bilico tra vittoria e sconfitta ma che, nelle trincee, ci fece diventare finalmente una Nazione. Una guerra fatta da uomini e mezzi ma, come ogni volta che si parla di Italia, anche di poesia ed arte. Proprio per questo è giusto ricordare, commemorare, celebrare la nostra Vittoria.

A Roma ci sono molti luoghi che ricordano il conflitto ma il più significativo è proprio il Cimitero Monumentale del Verano: là sono sepolti migliaia di uomini, famosi o meno, che hanno donato la propria vita all’Italia.

Non solo.

Molte di queste tombe sono anche straordinarie opere d’arte. Monumenti. Splendidi ricordi di alti ideali e di amor di patria. Marmo, frasi incise, fotografie.

Dalla tomba di Enrico Toti, l’eroe su una gamba sola che prima di morire scagliò la sua stampella contro gli austriaci, alla “scogliera del monte” dove riposano stretti nella morte, così come in vita, decine di fratelli caduti sui mille fronti della nostra guerra.

E poi frasi di dolore e coraggio.

“Per dare alla Patria i confini che le divine leggi della natura e i versi divinatori di Dante le assegnarono”.

Migliaia di nomi. Migliaia di versi. Mille ideali diversi uniti dall’amor di Patria.

“Indietreggiò il nemico

Fino a Trieste, fino a Trento,

e la Vittoria sciolse le ali del vento!

Fu sacro il patto antico:

tra le schiere furon visti

risorgere Oberdan, Sauro, Battisti…”.

Raccontare queste storie, raccontare la paura che si fa coraggio, il dolore terribile dei feriti e dei familiari dei morti e anche e soprattutto l’Italia.

“Vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di Padre”.

Forse oggi sembra strano pensare che ci sia stato un tempo in cui essere volontari o morire guardando sventolare la propria bandiera fosse molto più che un dovere. Eppure camminando per il Verano tutto sembra davvero più semplice e giusto.

“È bello, è divino per l’uomo onorato

morir per la patria, morir da soldato

col ferro nel pugno, coll’ira nel cuor.

Tal morte pel forte non è già sventura:

sventura è la vita dovuta a paura,

dovuta all’eterno de’ figli rossor…”

Sabato 4 novembre alle ore 15:00 come Comitato 10 febbraio – perché la guerra fu per Trieste – e Radici nel Mondo visiteremo proprio il Cimitero Monumentale del Verano.

A guidare la visita sarà Emanuele Merlino, Vice Presidente Nazionale del Comitato 10 febbraio e autore di uno spettacolo sulla Grande Guerra patrocinato dal Consiglio dei Ministri.

“Un viaggio in un’Italia diversa che commuove ancor oggi. Perché la guerra che vi racconterò e vedremo sarà quella dei grandi personaggi – spiega – ma anche, e soprattutto, quella di persone semplici come noi che si sono scoperti eroi. Per amor d’Italia”.

Per info e prenotazioni: info@radicinelmondo.it

I torti della “Legge dei Torti”

La Slovenia non riconosce la tragedia dei profughi giuliano-dalmati

Pubblicato su Il Giornale d’Italia

xArtLeggeDeiTorti

Nel 1996 la Slovenia introdusse la “Legge sulla riparazione dei torti”, cioè un provvedimento con cui la piccola Repubblica si assumeva l’onere di erogare dei risarcimenti pecuniari per coloro i quali (o per i loro eredi e discendenti) avessero subito violenze, deportazioni o fossero stati uccisi in territorio oggi sloveno tra il maggio 1945, durante il consolidarsi del regime di Tito, ed il luglio 1990.

Di questa provvidenza potevano beneficiare due tipologie di italiani: vale a dire quanti fossero stati residenti nelle porzioni delle province di Trieste, Gorizia e dell’Istria cedute alla Repubblica jugoslava con il Trattato di Pace firmato dall’Italia a Parigi il 10 febbraio 1947, ovvero quanti fossero stati deportati dai partigiani titini per venire reclusi, oltraggiati o perfino uccisi in località che oggi rientrano nei confini di Lubiana. Il piccolo Stato della ex Jugoslavia d’altro canto ha pure avviato un’audace politica di “pacificazione” al suo interno, rendendo omaggio ai luoghi di sepoltura ed alle fosse comuni in cui giacciono le spoglie di tanti anticomunisti e collaborazionisti massacrati con le proprie famiglie nelle operazioni di pulizia politica attuate dall’Ozna, la famigerata polizia segreta del Maresciallo, ovvero respinti dalle truppe britanniche di presidio in Austria nel maggio 1945 e consegnati alle stragi di massa da parte del vittorioso Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia.

Moltissimi, con il supporto delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, hanno raccolto la documentazione ed i certificati richiesti, che andavano quindi sottoposti a traduzione giurata e consegnati agli organi competenti della confinante repubblica. Una volta vagliate le domande, si procedeva a erogare i risarcimenti, simbolici e tutt’altro che esaurienti, ma più che il valore pecuniario era il significato di questo gesto a risultare gradito. Si riconoscevano, da parte di uno Stato successore della Jugoslavia forgiata da Tito, le violenze, le sopraffazioni , le stragi, in una parola i “torti” che il nascente regime aveva esercitato nei confronti della comunità italiana residente nelle zone mistilingui della Venezia Giulia.

Di fronte alle molteplici richieste di risarcimento, ciascuna delle quali accompagnata da una toccante memoria della vicenda occorsa all’epoca, c’è stato di recente un mezzo passo indietro da parte delle autorità slovene.

Rifacendosi, infatti, alla lettera dei trattati con cui l’Italia ridefinì il proprio confine orientale al termine della Seconda guerra mondiale, il Ministero della Giustizia sloveno ha sentenziato che il risarcimento non è più dovuto nei confronti di chi abbandonò la ex Jugoslavia utilizzando il permesso di uscita rilasciato dalle autorità titoiste. La situazione è a dir poco paradossale: gli italiani diventati sudditi jugoslavi ma che volevano esercitare la propria opzione per la cittadinanza italiana e abbandonare il clima persecutorio che proseguiva nei loro confronti dovettero faticare a lungo per ottenere il permesso di andarsene. Si trattava di un documento che in Italia sarebbe stato poi necessario per accedere ai servizi dell’assistenza profughi, ma oggi a Lubiana se ne dà una lettura diversa: si sarebbe trattato di una libera scelta di andarsene in esilio, con tanto di regolare permesso, in maniera tale che si decade dallo status di profugo, che è beneficiario della Legge dei Torti.

“Intere famiglie sono esodate in Italia – spiega Federica Cocolo, referente all’assistenza dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – con il permesso di via, cioè un documento dove vi erano anche trascritti tutti i beni che avevano chiesto e portato con sé: grazie a questo foglio i nostri connazionali potevano poi chiedere la carta d’identità ed i documenti necessari per lavorare e stabilizzarsi, mentre oggi per Lubiana si tratta di un’attestazione dello status di optante (come se tale opzione fosse stata esercitata liberamente e non per fuggire da un clima persecutorio nei confronti del gruppo nazionale di appartenenza) e non di profugo. Dunque – conclude Cocolo – molte istanze inviate dal 2015 al Ministero della Giustizia di Lubiana, non ancora evase, saranno respinte se i richiedenti risulteranno possessori del permesso d’uscita dai territori appartenenti all’ex Jugoslavia ora facenti parte della Repubblica slovena”.

Lorenzo Salimbeni