I partigiani comunisti triestini eliminati dai titini

La “delazione slava” portò all’eliminazione dei dirigenti del PCI contrari all’espansionismo jugoslavo

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
Frausin_GiganteCon il consolidarsi del regime di Benito Mussolini in Italia, la Francia diventò il luogo in cui gli antifascisti che volevano scampare alla repressione meglio riuscirono a concentrarsi ed organizzarsi. L’invasione tedesca nella primavera del 1940, l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno, la capitolazione francese e l’impostazione filotedesca delle Repubblica di Vichy  resero quel territorio inospitale per questi transfughi, che si sparpagliarono verso lidi più sicuri, nella neutrale Svizzera ovvero in Jugoslavia, scelta che presero in particolare militanti e dirigenti del Partito comunista d’Italia. Costoro entrarono quindi in contatto con il Partito comunista jugoslavo, costretto alla clandestinità dalla “dittatura monarchica” allora vigente, ma in perfetto collegamento con il Comintern di Mosca, la centrale nevralgica di coordinamento tra i partiti comunisti nel mondo. Come illustra il compianto William Klinger nel suo volume “Il terrore del popolo. Storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito” (Trieste, 2012), i dirigenti comunisti sloveni e croati, facendo da tramite nelle comunicazioni tra gli esfiltrati italiani e l’Unione Sovietica, cominciarono a manipolare i messaggi provenienti dall’URSS, al fine di convincere i “compagni” della necessità di assimilarsi al movimento clandestino jugoslavo e soprattutto di accettarne le rivendicazioni territoriali nei confronti della Venezia Giulia, di Fiume e di Zara. Nell’aprile 1941 anche il Regno dei Karađeorđević fu invaso, sconfitto e spartito a tavolino da Germania e Italia sostenute dagli alleati balcanici e nel territorio occupato cominciò a svilupparsi con crescenti successi l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia egemonizzato dai comunisti di Josip Broz “Tito”. La capacità di resistere ai vari cicli operativi antipartigiani, l’accaparramento di armi e munizioni per effetto dello sbandamento militare delle truppe italiane di occupazione dopo l’8 settembre e la liberazione di Belgrado con il supporto dell’Armata Rossa nell’autunno 1944 contribuirono a consolidare questa vera e propria armata e ad incrementare il suo fascino ideologico agli occhi dei comunisti italiani.

Le precarie forze del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste organizzatesi successivamente all’8 settembre ’43 si trovarono ben presto a confrontarsi con i più agguerriti ed efficienti partigiani del Partito comunista sloveno, ben radicati nelle periferie cittadine e nell’altipiano carsico, nonché in collegamento operativo dal 1941 con il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno, sorto nella Slovenia occupata e che nel suo programma rivendicava a guerra finita le annessioni della Venezia Giulia abitata da connazionali (il Litorale sloveno) nonché ampie porzioni della Carinzia, il Land austriaco in cui risiedeva una cospicua comunità slovena. L’ostentazione dell’ideologia comunista non bastava per fare accettare questi propositi nazionalisti ai ciellenisti ed in particolare la classe dirigente comunista triestina cercò di mediare ovvero di rimandare  guerra finita una ridiscussione dei confini che fosse rispettosa di tutte le comunità nazionali presenti sul territorio. Nel corso del  1944 il segretario comunista triestino Luigi Frausin ed il suo successore Antonio Gigante (originario di Brindisi e giunto nel capoluogo giuliano dopo essere fuggito dal campo di prigionia di Anghiari nelle tumultuose giornate successive alla dichiarazione dell’Armistizio) furono catturati dalle forze di repressione dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, torturati dalla Gestapo e quindi eliminati nel campo di detenzione della Risiera di San Sabba.  Non esiste la “pistola fumante” e la prova scritta sarà difficilmente rintracciabile, ma testimonianze e analisi della situazione, come ha ricostruito Paolo Geri in un articolo sulla testata triestina online La Bora, portarono nel dopoguerra dirigenti del Pci locale a denunciare che dietro a tali arresti ci fosse stata una “delazione slava” (come risulta anche nella motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare alla Memoria conferita a “Franz” Frausin). Se la prima dichiarazione in tal senso di Vittorio Vidali durante un’intervista  rilasciata a “l’Unità” nel 1950 poteva essere condizionata dal clima di violenta contrapposizione nel Territorio Libero di Trieste tra comunisti cominformisti legati al PCI ed al comunismo staliniano e comunisti titoisti che erano clamorosamente usciti dal Cominform nel 1948, ben più ponderata fu l’affermazione del Senatore Paolo Sema, autorevole comunista istriano esule da Pirano, dichiarata durante un seminario presso la Scuola di partito di Cascina nel 1981 e poi pubblicata nel volume degli atti della giornata di studio per i tipi di Editori Riuniti, la casa editrice di riferimento del PCI.

Una volta privato dei suoi vertici, il Partito comunista triestino finì per sfilarsi dal CLN per venire fagocitato nelle strutture clandestine di matrice jugoslava,anteponendo così la fedeltà ideologica all’appartenenza nazionale, laddove i partigiani sloveni dimostrarono di essere prima di tutto interessati alle proprie rivendicazioni territoriali ed in seconda battuta seguaci dell’internazionalismo proletario.

Lorenzo Salimbeni

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