Storia di Nino, dall’Istria al Madison Square Garden

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Mezzo secolo fa la vittoria del titolo mondiale di Benvenuti, non solo un grande pugile…

 

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Martedì 27 giugno alle ore 21 tornano i Dessert delle Muse presso la sede nazionale del Comitato 10 Febbraio e della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice a piazza delle Muse 25 a Roma. In collaborazione con l’ASI verranno celebrati i 50 anni dalla vittoria del titolo del mondo di Nino Benvenuti.

Non solo un grande pugile, ma anche un esule – era d’Isola d’Istria – che ha cercato di riscattare la sua terra perduta. Una serata di commozione, di ricordo ma anche e soprattutto di festa e orgoglio.

Emozioni che Nino ha raccontato nel suo libro – L’isola che non c’è (Eraclea, Roma 2013) – scritto assieme a Mauro Grimaldi e di cui qui riportiamo alcuni, significativi, estratti.

”Nascere in Istria, per me, ha significato portarsi dietro qualcosa di diverso, soprattutto per quelli della mia generazione, che è caduta nel dramma di una storia terribile che ancora oggi, quando ci penso, mi blocca il respiro. Sono passati tanti anni. Troppi. Eppure se mi giro indietro, ancora rivivo quei momenti, come se fosse ieri. Ho sentito dire che il tempo cancella tutto. Dipende. Nel mio caso no. Certe cose, anche volendo, non si riescono a cancellare e forse è meglio così. Una questione di rispetto, per quelli che non ci sono più. Di dignità, per le tue radici. Di amore, per la tua terra (…)”

“(…) [sul match con Yuri Radonyak nella finale olimpica del 1960] …Per quanto mi riguarda, la misi anche sul piano personale. Lo so, non si fa, non bisognerebbe mai lasciarsi prendere dal risentimento, anche se a 22 anni hai qualche alibi in più. Lo dico perché la mia esperienza diretta con la mentalità comunista – si, comunista, perché era questo il termine –  aveva lasciato in me ancora tracce profonde. Non potevo dimenticare. Mi succedeva se incontravo uno jugoslavo. Mi esaltavo quando affrontavo un russo. Del resto il mio esodo dall’Istria era avvenuto solo pochi anni prima, nel 1954, e i ricordi erano ancora freschi. Sul ring avevo l’occasione di affrontare e sconfiggere i miei fantasmi, le mie paure, di vendicare le prepotenze subite, i torti, le ferite non ancora rimarginate. È vero. Quel giorno, sul ring, avevo mille motivi per vincere e l’ho fatto. Tra le urla del pubblico, la gente che mi abbracciava, ho visto scorrere, in un attimo, il film della mia vita. L’arresto di mio fratello. Le coste dell’Istria che si allontanavano. I miei amici scomparsi. Il volto di mia madre. Si, avevo un po’ di conti da regolare. Russo o non russo, dovevo farlo e quel giorno, quel 5 settembre del 1960, i miei pugni l’hanno fatto. Poi possiamo parlare dei valori olimpici, della lealtà sportiva, del fatto che è importante partecipare e non vincere e di tutto quello che c’è dietro ad una medaglia olimpica. È tutto vero, ma ognuno di noi non può cancellare il proprio passato, specialmente quando è pesante come il mio. Ed ogni gesto, ogni vittoria, ogni respiro non può non ricordare la mia gente e difendere la loro dignità calpestata, i loro diritti cancellati, il loro futuro negato. Io, in quel momento rappresentavo il passato, il presente e il futuro dell’Istria.

Emanuele Merlino

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