L’italianità sportiva di Fiume

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Cronache e ricordi di Abdon Pamich e Roberto Roberti

SportFiumano

La squadra di calcio di Fiume è attualmente campione di Croazia ed ha recentemente sfiorato la qualificazione ai prestigiosi gironi della Champions League, finendo poi nella fase a gironi dell’Europa League nel medesimo raggruppamento del Milan. Prima di godere di questa ribalta mediatica, il capoluogo del Carnaro è stato comunque fucina di sportivi, i più importanti dei quali hanno difeso non solo i colori della propria città in varie discipline, ma hanno anche orgogliosamente indossato la casacca azzurra in competizioni agonistiche ed olimpioniche, conseguendo sovente risultati lusinghieri che hanno contribuito a legare pure in quest’ambito Fiume all’Italia.

Questo spaccato di storia fiumana viene analizzato nel volume a quattro mani di Abdon Pamich e del compianto Roberto Roberti “La grande avventura dello sport fiumano. Cronache e ricordi” (Aracne, Roma 2017), che ha goduto della prestigiosa cornice della Sala Giunta del CONI per la sua prima presentazione, moderata dal Direttore del Museo Archivio Storico di Fiume Marino Micich ed alla quale è intervenuto pure l’Ambasciatore della Repubblica di Croazia in Italia, il professor Damir Grubiša.

Nell’occasione il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano Giovanni Malagò ha rammentato con riconoscenza che il sempre lucido Abdon Pamich, uno degli autori del libro, è stato medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Roma 1960 e d’oro a quelle di Tokyo 1964, nonché portabandiera a Monaco di Baviera 1972. D’altro canto il tennista Nicola Pietrangeli ha ricordato le sue vittoriose esperienze nel doppio con Orlando Sirola, il quale nelle fatiche degli allenamenti gli aveva insegnato colorite imprecazioni in dialetto fiumano.

Effettivamente la racchetta sulle rive del Carnaro ha goduto di una buona scuola, dalla quale è uscito pure Gianni Cucelli, «il vecchio leone» nei ricordi di Pietrangeli, e anche il calcio è stata una disciplina molto popolare: «Durante una partita di calcio tra legionari fiumani ai tempi della Reggenza del Carnaro – ha ricordato lo scrittore e storico dello sport Vanni Loriga – comparve sulle casacche di una delle due squadre il primo scudetto tricolore nella foggia che avrebbe poi contraddistinto la compagine campione d’Italia» La Fiumana avrebbe disputato la Serie A italiana nel 1928 e a livello individuale avrebbero fatto ben parlare di sé i fratelli Mario e Giovanni Varglien con la maglia della Juventus mentre dall’altra parte della barricata calcistica del capoluogo piemontese Ezio Loik avrebbe fatto parte del Grande Torino tragicamente scomparso nell’incidente di Superga il 4 maggio 1949. «Nei tempi pionieristici del dopoguerra, gli atleti si cimentavano in più discipline – aggiunge ancora Loriga – e quindi i fratelli Varglien erano pure centometristi. Lo stesso Roberti, calciatore con Fiumana, Lazio e Roma, nonché militare di professione (Bersagliere, si congedò con il grado di Generale di Corpo d’Armata), si sarebbe dedicato al pentathlon. E nelle famiglie si intrecciavano varie pratiche: il marciatore Pamich aveva lo zio Cesare che praticava a buoni livelli il pugilato»

Prima di assurgere agli allori olimpici, Pamich effettuò assieme al fratello la marcia più importante della sua vita recandosi a piedi esule da Fiume fino a Milano e quindi al Centro Raccolta Profughi di Novara: «Non è stato facile – ha spiegato l’ex marciatore – recuperare le informazioni precise per redigere questo libro, ma alla fine abbiamo compensato attingendo a tantissime testimonianze inedite»

La pubblicazione è impreziosita da una prefazione di Amleto Ballarini, già Presidente della Società di Studi Fiumani di Roma e primo esule a venire insignito dalla benemerenza civica di Fiume/Rijeka: «La passione sportiva nel secondo dopoguerra – ha spiegato Ballarini – è stata uno dei modi per riscattare dall’oblio l’italianità di Fiume. La sequenza di successi sportivi iniziati a fine Ottocento è proseguita anche dopo la traumatica esperienza dei Campi Profughi. Ricordiamo in particolare l’Associazione Sportiva Giuliana, squadra di pallacanestro sorta nel Quartiere giuliano-dalmata di Roma e capace di arrivare fino alla massima serie professionistica esclusivamente con giocatori della comunità esule» È stato anche ricordato che cinque canottieri della società Eneo nelle convulse giornate alla fine della Prima guerra mondiale attraversarono l’Adriatico da Fiume e Venezia per chiedere l’intervento della Regia Marina da guerra all’Ammiraglio Paolo Thaon di Revel: sono rimasti agli annali come gli Argonauti del Carnaro.

Lorenzo Salimbeni

Ricordato anche a Roma il contributo storiografico di William Klinger

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Le innovative ricerche storiografiche di William Klinger, prematuramente scomparso a New York l’anno scorso, ed il clima di terrore che si è vissuto a causa dell’incombere del regime di Tito a Trieste fino al ritorno dell’Italia il 26 ottobre 1954 sono stati gli argomenti al centro della Giornata di studi che il Comitato 10 Febbraio, in collaborazione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, la Società di Studi Fiumani e l’Associazione Radici nel Mondo, ha organizzato giovedì 27 ottobre presso la propria sede, ospitata dalla Fondazione Spirito.

I lavori sono stati introdotti dal presidente nazionale del C10F, Michele Pigliucci, il quale ha ricordato la sterminata produzione di Klinger e come il suo ultimo intervento si sia svolto proprio nell’ambito del convegno “E se tornano i Titini?” organizzato dalla Lega Nazionale per commemorare i 60 anni del ritorno dell’Italia a Trieste, e dal professor Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Spirito, che si è detto lieto di presentare al pubblico romano quest’importante figura di ricercatore appassionato di storia del confine orientale italiano.

Lorenzo Salimbeni, segretario del Comitato scientifico del C10F, ha quindi presentato rapidamente il volume di atti del convegno «“E se tornano i Titini?” Trieste 1° maggio ‘45 – 26 ottobre ’54 L’esperienza del “terrore”» (Luglio Edizioni, Trieste 2015), in cui si trova anche il suo saggio “La Saar, una storia parallela”, il quale presenta la vicenda, per certi versi simile a quella dell’effimero Territorio Libero di Trieste, che interessò il Land germanico della Saar, la cui integrazione nei confini della Repubblica Federale Tedesca si sarebbe svolta parallelamente al miglioramento dei rapporti Parigi-Bonn nell’avvio del percorso europeista. Il contributo di Paolo Radivo, direttore del mensile “L’Arena di Pola”, si era invece soffermato sull’altro aspetto di quel 26 ottobre, ovvero la rinuncia italiana alla Zona B del TLT, passata dall’amministrazione militare jugoslava a quella civile di Belgrado. Lo storico e politologo Ivan Buttignon aveva invece tracciato il percorso che condusse gli alleati a discostarsi dalla dichiarazione tripartita del 1948, con cui riconoscevano le rivendicazioni italiane nei confronti del TLT nella sua interezza, per adottare una linea filo-jugoslava in conseguenza della rottura di Tito con Stalin. E proprio assieme a Buttignon William Klinger aveva predisposto il suo apporto, presentando le prove archivistiche dei bellicosi intenti jugoslavi nei confronti di Trieste a settembre 1947, allorché sarebbe entrato pienamente in vigore il Trattato di Pace firmato dall’Italia il precedente 10 febbraio a Parigi. Il giovane ricercatore Mattia Zenoni ha invece illustrato come una delle prima campagne politiche condotte dal neonato Movimento Sociale Italiano abbia riguardato proprio la battaglia per Trieste italiana ed il saggista Andrea Vezzà ha specificato ulteriormente tali contenuti delineando “Il ruolo della destra triestina tra il 1945 ed il 1954”. Gli scontri di piazza ed i morti di Trieste del novembre 1953 hanno ricevuto ampia trattazione da parte di Michele Pigliucci, il quale all’argomento ha dedicato pure la monografia “Gli ultimi martiri del Risorgimento” (Mosetti, Trieste 2013).

Sulle logiche che presiedevano il “terrore” di matrice titoista si era invece soffermato il saggio del Presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini, che, svolgendo il suo intervento al convegno ha riconosciuto il suo debito di gratitudine nei confronti di Klinger, che, nato e cresciuto nella Jugoslavia titoista, si avviava a diventare uno dei migliori biografi di Tito. William aveva identificato la guerra civile spagnola come inizio dell’ascesa di Tito nel comunismo internazionale: al termine di quel conflitto spettò a lui gestire il rimpatrio dei combattenti delle brigate internazionali e si creò così una fitta rete di contatti, perfino nei sindacati portuali di New York, un particolare inquietante se si pensa alle macabre dinamiche dell’omicidio di Klinger nella metropoli statunitense. Nei suoi studi Klinger aveva pure colto il ruolo prevaricatore del comunismo sloveno nei confronti di quello italiano, da cui sarebbe derivata una supremazia funzionale alla realizzazione dei progetti espansionistici di Lubiana nei confronti della Venezia Giulia. Non solo nel caso di Trieste, l’azione jugoslava a guerra finita avrebbe previsto una sequenza di interventi: dapprima l’OZNA per compiere la pulizia politica, quindi il partito per inquadrare la situazione sul campo e infine lo Stato per consolidare le annessioni. L’operato dell’OZNA era finalizzato a diffondere un clima di terrore, che contribuirà alle colossali dimensioni dell’esodo giuliano-dalmata, ricorrendo a sequestri e deportazioni verso l’ignoto nottetempo, a differenza delle spietate esecuzioni naziste che avvenivano alla luce del giorno come ostentazione di potenza. Dalle ricerche di Klinger, secondo Sardos Albertini, emerge inoltre la natura intrinsecamente rivoluzionaria del comunismo titino, che si sviluppò partendo da questo clima di terrore e cercò di fomentare analoghe situazioni, come ad esempio in Grecia, ove però il “niet” di Stalin, realisticamente collegato alla spartizione del mondo in blocchi contrapposti sancita a Yalta, pose fine all’avventurismo di Belgrado e cominciò ad incrinare i rapporti interni al Cominform. Leggendo le ricerche di Klinger il presidente della LN ha anche colto nelle origini di Tito, croato nato suddito austro-ungarico, la motivazione dell’avversione anti italiana ed il punto di partenza per una politica di carattere imperiale nei Balcani.

Assente causa un sopraggiunto impegno istituzionale l’Ambasciatore della Repubblica di Croazia in Italia Damir Grubiša, anche il dirigente della Lega Nazionale Fulvio Varljen non ha potuto partecipare al convegno, ma ha inviato un messaggio in cui ha ripercorso il rapporto che lo ha legato a Klinger fin dai tempi di scuola, allorché William era allievo e lui insegnante, le esortazioni che gli ha rivolto a seguire la vocazione per lo studio della storia ed i sacrifici compiuti per mantenere la famiglia nonostante il mondo universitario lo avesse respinto. Così come ha citato gli studi approfonditi sulle origini dell’Esodo e la dedizione alla storia fiumana, argomento quest’ultimo che lo ha portato a collaborare pure con la Società di Studi Fiumani, il cui presidente Amleto Ballarini ne ha svolto un affettuoso ricordo. Klinger, nato a Fiume nel 1972, era entrato in contatto con questa istituzione culturale già da ragazzino, vincendo alcuni concorsi per gli allievi della scuola italiana di Fiume, aveva collaborato intensamente alla rivista “Fiume” e per suo tramite era entrato in contatto con Giampaolo Pansa, il quale aveva particolarmente apprezzato le sue ricerche sull’OZNA. A partire da relazioni effettuate da Ballarini per documentare l’istruttoria a carico di Oskar Piskulich durante il processo sulle Foibe, proprio sulla rivista “Fiume” era apparso nel 2009 il saggio klingeriano “Nascita ed evoluzione dell’apparato di sicurezza jugoslavo (1941-’48)” dal cui approfondimento sarebbe emerso il volume “Il terrore del popolo. Storia dell’OZNA la polizia politica di Tito” (Italo Svevo, Trieste 2012). In questi ambiti l’OZNA ed il suo braccio armato KNOJ sono stati da Klinger analizzati dettagliatamente, ne è emersa la strutturazione interna ed hanno costituito lo strumento con cui comprendere le logiche di annientamento degli oppositori o presunti tali che avevano informato il progetto autoritario di Tito.

Carla Isabella Elena Cace, dirigente nazionale del Comitato 10 Febbraio, ha quindi dato lettura del ricordo di Klinger inviato dal suo amico e collega Ivan Buttignon, impossibilitato a partecipare all’evento: la loro conoscenza era maturata all’interno della Lega Nazionale di Trieste nell’ambito del gruppo di lavoro ideato dal presidente Sardos come “Giovani storici” ed aveva portato al già ricordato lavoro dedicato alla pianificazione jugoslava di una nuova conquista di Trieste da realizzare il 15-16 settembre 1946. Al momento della tragica scomparsa di Klinger erano però in cantiere altre ricerche a quattro mani, in particolare Safarà Editrice aveva già espresso il proprio interesse per “Berlinguer 3.0 Le verità sconcertanti”, volume in cui, partendo dall’attentato al segretario del Partito Comunista Italiano in Bulgaria, si sarebbero dimostrate le infiltrazioni dei servizi segreti jugoslavi a Sofia e come la nomenclatura di Belgrado preferisse Craxi a Enrico Berlinguer.

È, invece, di imminente pubblicazione per la Lega Nazionale ed il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno (altra istituzione con cui William collaborava assiduamente) un lavoro postumo di Klinger, dedicato a due secoli di storia fiumana, dal Settecento al primo dopoguerra: curatore ne sarò lo storico Diego Redivo, il quale è intervenuto ricordando la passione del suo amico e collega per la storia, tanto da raggiungere Ravenna per un convegno viaggiando di notte dopo aver finito un turno del suo lavoro di casellante autostradale. Il mondo universitario, infatti, snobbava le ricerche di Klinger e Redivo ha ritenuto ingiusti i tentativi di strumentalizzarne la memoria dopo una vita priva di riconoscimenti accademici. Come una sorta di intellettuale rinascimentale, Klinger poteva vantare conoscenze a 360°, perfino nell’ambito della biologia, ma i suoi principali filoni di indagine riguardavano l’identità fiumana (in antitesi al concetto marxista di nazionalità vista come strumento borghese), l’OZNA, la Jugoslavia e la figura di Tito soprattutto come modello rivoluzionario nel secondo dopoguerra (il fatale viaggio negli Stati Uniti era avvenuto proprio per avviare una collaborazione con college che avevano colto l’importanza di questi suoi studi). Un ricordo di Klinger pubblicato da Redivo sulla rivista “Fiume” era stato titolato dal redattore prof. Giovanni Stelli “William Klinger intellettuale di frontiera, storico senza frontiere”: una definizione davvero calzante, a detta dell’autore del saggio, il quale ha ribadito come Klinger sia il continuatore di una tradizione di intellettuali giuliani che, con sfumature e toni diversificati, parte da Timeus, prosegue con Slataper e Stuparich e giunge a Tomizza.  William Klinger ha rappresentato una nuova declinazione della sensibilità del confine orientale italiano, non più marginale rispetto allo Stato di appartenenza, bensì proiettata a rendere l’Istria il centro originale di una nuova cultura.

 

A questo indirizzo è possibile trovare il video completo del convegno:

Giornata di studi in memoria di William Klinger a Roma

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È passato poco più di un anno e mezzo da quando lo storico William Klinger è stato ucciso da un colpo di pistola negli Stati Uniti d’America, in circostanze ancora poco chiare. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto significativo nel mondo degli studiosi di storia contemporanea: le sue ricerche sulla realtà della Jugoslavia al tempo di Tito, sul confine orientale italiano e sui rapporti fra il dittatore Jugoslavo e le grandi potenze hanno contribuito a fare luce su un periodo del nostro recente passato ancora coperto da una coltre di incertezza, fatta di luoghi comuni e di incapacità di comprendere, anche a causa del difficile accesso agli archivi storici delle repubbliche ex-jugoslave.

Il giovane e promettente storico, di doppia cittadinanza croata e italiana, si laureò nel 1997 con lode all’Università di Trieste con una tesi dal titolo “Leggi e spiegazione in storia: un approccio naturalistico”. Ottenne una borsa di studio dal governo austriaco che gli permise di frequentare l’Università di Klagenfurt, nel 2001 ottenne un Master alla Central University di Budapest, e ottenne un Dottorato di Ricerca presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, con una tesi intitolata “Negotiating the Nation. Fiume: from Autonomism to State Making”. Fra le decine di lavori scientifici pubblicati da Klinger ricordiamo “Il terrore del popolo. Storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito” frutto di ricerche storiche e archivistiche di grande originalità. Dopo la tragica scomparsa, è stato insignito, per decisione del Consiglio Comunale della città di Fiume-Rijeka, del Gold Medallion Award “Emblema della città di Fiume” 2015, per il contributo di eccezionale importanza che ha fornito con i suoi studi alla riscoperta della storia contemporanea della città e di tutta la costa orientale dell’Adriatico.

Dopo le diverse occasioni di approfondimento circa la figura di Klinger e l’originalità dei suoi studi, la Lega Nazionale – di cui Klinger era autorevole ricercatore – e il Comitato 10 Febbraio organizzano a Roma, in collaborazione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, la Società di Studi Fiumani e l’associazione Radici nel Mondo, un convegno di studi, allo scopo di far conoscere e ricordare anche nella Capitale d’Italia la figura di un uomo che ha fatto della conoscenza della storia un elemento di amore per la sua terra e per l’Italia. Il convegno si svolgerà attraverso la presentazione del volume “…e se tornano i titini?”, atti dell’ultimo convegno pubblico cui partecipò Klinger, svoltosi a Trieste nel novembre 2014. Il volume raccoglie i contributi di giovani storici che approfondiscono, da diverse prospettive, il tema della travagliata contesa tra Italia e Jugoslavia sul possesso di Trieste, vista attraverso gli occhi dei tanti cittadini terrorizzati dal rischio di non poter tornare alla madrepatria.

Appuntamento giovedì 27 ottobre 2016 alle ore 18:00 presso i locali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, in Piazza delle Muse 25 nel quartiere Parioli: la data è stata scelta al fine di celebrare il ricongiungimento di Trieste all’Italia, avvenuto il 26 ottobre 1954 in seguito al Memorandum di Londra.

Interverranno importanti personalità nell’ambito della ricerca storica sul confine orientale italiano e del dialogo italo-croato: Paolo Sardos Albertini (Presidente della Lega Nazionale), Damir Grubiša (Ambasciatore della Repubblica di Croazia a Roma), Amleto Ballarini (Presidente della Società di Studi Fiumani), Diego Redivo (storico dell’Università Popolare di Trieste), Lorenzo Salimbeni (Segretario del Comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio) e Fulvio Varljen (dirigente della Lega Nazionale).

Introdurranno Giuseppe Parlato (Presidente del Comitato Scientifico del Comitato 10 Febbraio, e Presidente della Fondazione Ugo Spirito) e Michele Pigliucci (Presidente del Comitato 10 Febbraio).

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