La pittura, il sangue, il leone. Giuseppe Lallich, dalmata dimenticato

Un monologo teatrale a cura di Emanuele Merlino nell’ambito dei Dessert delle Muse per ricordare Giuseppe Lallich, pittore, dalmata e patriota. 

 

Martedì 13 dicembre 2016 torneranno le prelibatezze culturali con “I dessert delle Muse: la Pittura, il Sangue, il Leone“.
Questa volta tramite un monologo di Emanuele Merlino liberamente ispirato al libro di Carla Isabella Elena Cace dedicato al grande e dimenticato pittore Giuseppe Lallich dal titolo Giuseppe Lallich (1867-1953), dalla Dalmazia alla Roma di Villa Strohl-Fern (Palladino, Campobasso 2007).
Si tratterà di un monologo tra commozione, arte e quel sangue che scorre veloce in chi è davvero vivo; verrà  interpretato dall’attore e conduttore televisivo Mauro Serio.
Lallich fu protagonista suo malgrado dell’esodo ignorato dei 2000 dalmati italiani che nel 1921 furono costretti a lasciare le proprie case in seguito all’annessione di gran parte della Dalmazia al neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.
Testimone con Talento, Cuore e Fede della nostra Storia.
Il suo celeberrimo dipinto “Bacio della Bandiera” – che per la prima volta eccezionalmente sarà esposto al pubblico durante la serata – racconta il Giuramento di Perasto e il “Ti con nu, nu con ti” come solo l’Arte sa fare.

Esso venne pronunciato dal conte Giuseppe Viscovich il 23 agosto 1797 al cospetto della cittadinanza della località della Dalmazia montenegrina in cui era custodito il gonfalone della flotta della Serenissima Repubblica di Venezia, ceduta da Napoleone Bonaparte all’Impero d’Austria con il Trattato di Campoformido:  

«In sto amaro momento, che lacera el nostro cor; in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, el Gonfalon de la Serenissima Repubblica ne sia de conforto, o Cittadini, che la nostra condotta passada che quela de sti ultimi tempi, rende non solo più giusto sto atto fatal, ma virtuoso, ma doveroso per nu.
Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l’Europa, che Perasto ha degnamente sostenudo fino all’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon, onorandolo co’ sto atto solenne e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto. Sfoghemose, cittadini, sfoghemose pur; ma in sti nostri ultimi sentimenti coi quai sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa sotto el Serenissimo Veneto Governo, rivolzemose verso sta Insegna che lo rappresenta e su ela sfoghemo el nostro dolor.

Per trecentosettantasette anni la nostra fede, el nostro valor l’ha sempre custodìa per tera e par mar, per tutto dove né ha ciamà i so nemici, che xe stai pur queli de la Religion.

Per trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stade sempre per Ti, o San Marco; e felicissimi sempre se semo reputà Ti con nu, nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi. Nissun con Ti n’ha visto scampar, nissun con Ti n’ha visto vinti o spaurosi!

Se i tempi presenti, infelicissimi per imprevidenza, per dissenzion, per arbitrii illegali, per vizi offendenti la natura e el gius de le genti, no Te avesse tolto dall’Italia, per Ti in perpetuo sarave stade le nostre sostanze, el sangue, la nostra vita, e piutosto che vederTe vinto e desonorà dai Toi, el coraggio nostro, la nostra fede se avarave sepelio soto de Ti ! Ma za che altro no resta da far per Ti, el nostro cor sia l’onoratissima To tomba e el più puro e el più grande elogio, Tò elogio, le nostre lagreme»

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L’Amore e l’Ardire fra le Muse e l’Adriatico orientale

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Serata di grande richiamo quella di martedì 8 novembre 2016 a Roma in Piazza delle Muse grazie alla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice ed al Comitato 10 Febbraio: nella loro sede ha avuto luogo, con la collaborazione dell’Associazione Ideco, il primo Dessert delle Muse, ciclo di appuntamenti culturali che si ispira al modello dei vecchi caffè letterari europei, tanto diffusi anche nell’Adriatico orientale, ove furono fucina di irredentismo e patriottismo. Al centro di questo primo incontro figuravano Eleonora Duse e Gabriele d’Annunzio, personaggi di primo piano della cultura italiana di inizio Novecento, presentati e descritti dagli interventi degli ospiti della serata, vale a dire il prof. Filippo Sallusto ed il giornalista Gabriele Marconi, dopo che Carla Isabella Elena Cace, dirigente nazionale del C10F e promotrice di questo calendario di eventi che spazierà fra le arti e la cultura, ha fatto gli onori di casa.

Il prof. Giuseppe Parlato, Presidente della Fondazione Spirito, salutando i numerosi intervenuti, ha espresso la piena volontà dell’istituzione da lui presieduta di proseguire con questo genere di appuntamenti che consentano di accostarsi alla cultura in maniera più leggera e piacevole possibile, mentre Michele Pigliucci, Presidente nazionale del C10F, ha ricordato l’impegno del Comitato per la salvaguardia e la diffusione della storia e della cultura attinenti il confine orientale italiano e Gabriele d’Annunzio in tale ambito rappresenta un protagonista imprescindibile. Il dott. Giancarlo Elena, moderatore della serata, ha evidenziato come il compito delle associazioni sia proprio quello di divulgare la cultura oscurata e di far luce sugli episodi dimenticati della storia, in un momento in cui in settori sempre più ampi si riscontra fame di cultura e di valori: servirebbero, ha concluso, «militanti della cultura».

E di donne che furono militanti della cultura parla proprio il volume di Filippo Sallusto “Eleonora Duse e le donne di cultura fiorentine” (Effigi, Arcidosso 2015): l’autore, il quale ha seguito anche la realizzazione dell’epistolario completo delle lettere che la Duse scrisse a d’Annunzio, ha saputo ben delineare l’atmosfera che si respirava nei salotti e nei caffè di oltre un secolo fa: «La Duse – ha sottolineato Sallusto – era artista del palco e della penna: scriveva con la stessa raffinatezza con la quale recitava, poiché i suoi testi erano molto articolati». Tra fine Ottocento ed inizio Novecento entrò in contatto con quel cenacolo di donne fiorentine e straniere trapiantate in riva all’Arno che operavano come vere e proprie promotrici culturali. Nel capoluogo toscano erano transitati Franz Liszt e Richard Wagner, creandosi un seguito di estimatori della propria arte ed allievi che intendevano coltivarla, come Giuseppe Buonamici, laddove Vilfredo Pareto sarebbe entrato in contatto con gli ambienti intellettuali italiani grazie ad Emilia Peruzzi, una delle animatrici assieme ad Angelica Pasolini di questo cenacolo, dal quale sarebbe stato promosso anche Renato Fucini, il primo reporter italiano. Il contributo della Duse, è stato ricordato, verteva soprattutto sul rinnovamento del teatro di prosa italiano ed in questo c’era perfetta affinità di intenti con d’Annunzio: entrambi erano affascinati dal teatro all’aperto ideato da Wagner ed avevano promosso invano il progetto di realizzarne uno sulle rive del lago di Albano. Miglior sorte ebbe invece la petizione promossa dalle dame fiorentine per salvaguardare il centro storico di Firenze dal nuovo piano urbanistico, che avrebbe raso al suolo edifici e vie di antico pregio. La Duse avrebbe poi interessato l’amica Pasolini affinché il figlio naturale di d’Annunzio potesse accedere ad uno dei più prestigiosi collegi cittadini. Il poeta abruzzese, nell’ondivago rapporto sentimentale ed intellettuale con la grande attrice, assurgeva nel frattempo, grazie alle “Canzoni d’Oltremare”, al rango di nuovo “Vate” d’Italia dopo Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli.

E nell’ambito di una delle più clamorose azioni belliche del Vate, la conquista di Fiume, si svolge il romanzo “Le Stelle Danzanti” di Gabriele Marconi, presentato dall’autore nella Special Edition Comitato 10 Febbraio 2016 assieme a quello che è il seguito, una sorta di “Vent’anni dopo”, cioè “Fino alla tua bellezza” (Castelvecchi, Roma 2013), ambientato nella guerra di Spagna. Rifacendosi ai recenti filoni di studio che hanno messo in parallelo la Reggenza Italiana del Carnaro con il ’68, Marconi ha precisato che «a Fiume erano convenuti ex combattenti della Grande Guerra e volontari che con spirito cameratesco erano tutti pronti al sacrificio in prima linea, laddove nel coacervo sessantottino molti intellettuali applicavano lo slogan “armiamoci e partite” nei confronti dei giovani». Nell’impresa fiumana vi era la volontà di riscattare una città che non era prevista tra le annessioni del Patto di Londra, ma che aveva scelto di essere italiana con il plebiscito del 30 ottobre 1918, in nome di quel principio di autodeterminazione dei popoli che a parole il presidente statunitense Woodrow Wilson diceva di difendere, ma nei fatti disapplicava riguardo le rivendicazioni di Roma. Si trattò di una «adesione generazionale» ad un clamoroso gesto di sfida, prosecuzione ideale delle nuove tecniche di combattimento ideate dagli Arditi, molti dei quali saranno in effetti presenti e attivi a Fiume, Mario Carli in primis con la sua rivista “Testa di Ferro”. Proprio per rendere al meglio queste atmosfere giovanili ed entusiaste, l’autore ha elaborato un approccio dal basso all’argomento, soffermandosi sulla lettura di missive che questi giovani scrivevano dalla “Città olocausta” e che oggi sono conservate presso il Museo Archivio Storico di Fiume al quartiere Giuliano-Dalmata della capitale. Nelle sue pagine Marconi ha voluto ritrarre una «generazione eterna», quella di chi risponde presente ad ogni chiamata del dovere, anche se con sfaccettature differenziate: prova ne sia il fatto che i reduci fiumani compiranno scelte diverse all’indomani dell’armistizio dell’8 Settembre e ancora prima nella guerra civile spagnola, come si legge in “Fino alla tua bellezza”, appunto. In quest’opera i medesimi protagonisti de “Le Stelle Danzanti” si trovano su fronti contrapposti in Spagna, ma la vecchia amicizia farà sì che i “franchisti” diano una mano agli ex commilitoni anarchici e socialisti arruolatisi nella Brigate Internazionali e alle prese con la repressione da parte degli staliniani.

A suggello delle suggestioni culturali e letterarie scaturite da questi interventi, relatori e pubblico hanno potuto scambiare impressioni e commenti intrattenendosi al dessert in forma di buffet che ha impreziosito la serata.

 

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Lorenzo Salimbeni

L’Amore e l’Ardire

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Martedì 8 novembre alle 21 il primo appuntamento del ciclo ‘I Dessert delle Muse’: si parlerà di D’Annunzio e della Duse con gli scrittori Gabriele Marconi e Filippo Sallusto

Esisteva, un tempo, il luogo delle meraviglie. Tempio laico di cultura e al tempo stesso vetrina sul mondo, testimone di intere epoche, vite e storia della città: il Caffè Letterario. Fu una moda, un rito e infine un mito. In esso si incontravano personaggi eccentrici, talentuosi, esibizionisti, creativi, rivoluzionari. Sedevano nei Caffè il Giornalismo, l’Arte, la Legge, la Politica.

La storia letteraria e artistica tra Ottocento e Novecento trova, in questi “santuari delle Idee e dei Costumi”, la sede principale e il punto d’incontro privilegiato, basti pensare che vi fiorirono le principali Avanguardie europee. Molte riviste del Novecento le elessero persino come luogo di redazione: ad esempio in Italia “La Voce”, “L’Italia Futurista”, “Solaria”. E nelle nostre terre del Confine Orientale, tale tendenza fu seguita alla lettera: dal “Redenzione” di Fiume, al “Zentral” di Zara fino al “Troccoli” di Spalato dove, a fine Ottocento, vi convenivano gli ultimi patrizi cittadini, i “parvenu” borghesi arricchiti, l’ufficialità “giallonera”, gli intellettuali, qualche artigiano e qualche negoziante, gli artisti scapigliati e gli aficionados della birra triestina Dreher, che solo in quel locale si poteva gustare, fino agli – allora – pochi forestieri girovaghi. Ma soprattutto gli irredentisti. E tutti quanti parlavano italiano.

Rievocare la suggestione di questo fantastico e sfavillante mondo perduto – offrendo contenuti di alto livello e spesso connessi a doppio filo con la storia del Confine Orientale – sembra impresa impossibile ma è proprio l’intento dei “Dessert delle Muse”, il ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Ugo Spirito-Renzo De Felice, dal Comitato 10 Febbraio e dall’Associazione Ideco.

Martedì 8 novembre, apriremo le danze con una serata dedicata alle figure di Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse: Gabriele Marconi e Filippo Sallusto, infatti, presenteranno i loro libri “Le Stelle Danzanti” (Special Edition per il Comitato 10 Febbraio) e “Eleonora Duse e le donne di Cultura Fiorentina”, nell’ambito della serata “L’Amore e l’Ardire”, alle ore 21, presso la sede della Fondazione Ugo Spirito-Renzo De Felice e del Comitato 10 Febbraio, in piazza delle Muse 25 (l’ingresso è gratuito, con libera offerta per il sostegno delle Istituzioni promotrici).

Il format proseguirà a cadenza mensile con esclusive serate culturali dai contenuti eterogenei ma accomunati da un fil rouge, cui seguirà un ricercato dessert. La volontà è quella di ridare vita ad un salotto culturale nel quale potersi incontrare, dibattere con gli autori e godere di arte, teatro, letteratura, storia e – perché no – soddisfare anche il palato. Certo, si tratta di una iniziativa molto ambiziosa ma, parafrasando non a caso il Vate, Memento audere semper.

Carla Isabella Elena Cacedessertdellemusedannunziodefinitivoxweb

Ricordato anche a Roma il contributo storiografico di William Klinger

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Le innovative ricerche storiografiche di William Klinger, prematuramente scomparso a New York l’anno scorso, ed il clima di terrore che si è vissuto a causa dell’incombere del regime di Tito a Trieste fino al ritorno dell’Italia il 26 ottobre 1954 sono stati gli argomenti al centro della Giornata di studi che il Comitato 10 Febbraio, in collaborazione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, la Società di Studi Fiumani e l’Associazione Radici nel Mondo, ha organizzato giovedì 27 ottobre presso la propria sede, ospitata dalla Fondazione Spirito.

I lavori sono stati introdotti dal presidente nazionale del C10F, Michele Pigliucci, il quale ha ricordato la sterminata produzione di Klinger e come il suo ultimo intervento si sia svolto proprio nell’ambito del convegno “E se tornano i Titini?” organizzato dalla Lega Nazionale per commemorare i 60 anni del ritorno dell’Italia a Trieste, e dal professor Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Spirito, che si è detto lieto di presentare al pubblico romano quest’importante figura di ricercatore appassionato di storia del confine orientale italiano.

Lorenzo Salimbeni, segretario del Comitato scientifico del C10F, ha quindi presentato rapidamente il volume di atti del convegno «“E se tornano i Titini?” Trieste 1° maggio ‘45 – 26 ottobre ’54 L’esperienza del “terrore”» (Luglio Edizioni, Trieste 2015), in cui si trova anche il suo saggio “La Saar, una storia parallela”, il quale presenta la vicenda, per certi versi simile a quella dell’effimero Territorio Libero di Trieste, che interessò il Land germanico della Saar, la cui integrazione nei confini della Repubblica Federale Tedesca si sarebbe svolta parallelamente al miglioramento dei rapporti Parigi-Bonn nell’avvio del percorso europeista. Il contributo di Paolo Radivo, direttore del mensile “L’Arena di Pola”, si era invece soffermato sull’altro aspetto di quel 26 ottobre, ovvero la rinuncia italiana alla Zona B del TLT, passata dall’amministrazione militare jugoslava a quella civile di Belgrado. Lo storico e politologo Ivan Buttignon aveva invece tracciato il percorso che condusse gli alleati a discostarsi dalla dichiarazione tripartita del 1948, con cui riconoscevano le rivendicazioni italiane nei confronti del TLT nella sua interezza, per adottare una linea filo-jugoslava in conseguenza della rottura di Tito con Stalin. E proprio assieme a Buttignon William Klinger aveva predisposto il suo apporto, presentando le prove archivistiche dei bellicosi intenti jugoslavi nei confronti di Trieste a settembre 1947, allorché sarebbe entrato pienamente in vigore il Trattato di Pace firmato dall’Italia il precedente 10 febbraio a Parigi. Il giovane ricercatore Mattia Zenoni ha invece illustrato come una delle prima campagne politiche condotte dal neonato Movimento Sociale Italiano abbia riguardato proprio la battaglia per Trieste italiana ed il saggista Andrea Vezzà ha specificato ulteriormente tali contenuti delineando “Il ruolo della destra triestina tra il 1945 ed il 1954”. Gli scontri di piazza ed i morti di Trieste del novembre 1953 hanno ricevuto ampia trattazione da parte di Michele Pigliucci, il quale all’argomento ha dedicato pure la monografia “Gli ultimi martiri del Risorgimento” (Mosetti, Trieste 2013).

Sulle logiche che presiedevano il “terrore” di matrice titoista si era invece soffermato il saggio del Presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini, che, svolgendo il suo intervento al convegno ha riconosciuto il suo debito di gratitudine nei confronti di Klinger, che, nato e cresciuto nella Jugoslavia titoista, si avviava a diventare uno dei migliori biografi di Tito. William aveva identificato la guerra civile spagnola come inizio dell’ascesa di Tito nel comunismo internazionale: al termine di quel conflitto spettò a lui gestire il rimpatrio dei combattenti delle brigate internazionali e si creò così una fitta rete di contatti, perfino nei sindacati portuali di New York, un particolare inquietante se si pensa alle macabre dinamiche dell’omicidio di Klinger nella metropoli statunitense. Nei suoi studi Klinger aveva pure colto il ruolo prevaricatore del comunismo sloveno nei confronti di quello italiano, da cui sarebbe derivata una supremazia funzionale alla realizzazione dei progetti espansionistici di Lubiana nei confronti della Venezia Giulia. Non solo nel caso di Trieste, l’azione jugoslava a guerra finita avrebbe previsto una sequenza di interventi: dapprima l’OZNA per compiere la pulizia politica, quindi il partito per inquadrare la situazione sul campo e infine lo Stato per consolidare le annessioni. L’operato dell’OZNA era finalizzato a diffondere un clima di terrore, che contribuirà alle colossali dimensioni dell’esodo giuliano-dalmata, ricorrendo a sequestri e deportazioni verso l’ignoto nottetempo, a differenza delle spietate esecuzioni naziste che avvenivano alla luce del giorno come ostentazione di potenza. Dalle ricerche di Klinger, secondo Sardos Albertini, emerge inoltre la natura intrinsecamente rivoluzionaria del comunismo titino, che si sviluppò partendo da questo clima di terrore e cercò di fomentare analoghe situazioni, come ad esempio in Grecia, ove però il “niet” di Stalin, realisticamente collegato alla spartizione del mondo in blocchi contrapposti sancita a Yalta, pose fine all’avventurismo di Belgrado e cominciò ad incrinare i rapporti interni al Cominform. Leggendo le ricerche di Klinger il presidente della LN ha anche colto nelle origini di Tito, croato nato suddito austro-ungarico, la motivazione dell’avversione anti italiana ed il punto di partenza per una politica di carattere imperiale nei Balcani.

Assente causa un sopraggiunto impegno istituzionale l’Ambasciatore della Repubblica di Croazia in Italia Damir Grubiša, anche il dirigente della Lega Nazionale Fulvio Varljen non ha potuto partecipare al convegno, ma ha inviato un messaggio in cui ha ripercorso il rapporto che lo ha legato a Klinger fin dai tempi di scuola, allorché William era allievo e lui insegnante, le esortazioni che gli ha rivolto a seguire la vocazione per lo studio della storia ed i sacrifici compiuti per mantenere la famiglia nonostante il mondo universitario lo avesse respinto. Così come ha citato gli studi approfonditi sulle origini dell’Esodo e la dedizione alla storia fiumana, argomento quest’ultimo che lo ha portato a collaborare pure con la Società di Studi Fiumani, il cui presidente Amleto Ballarini ne ha svolto un affettuoso ricordo. Klinger, nato a Fiume nel 1972, era entrato in contatto con questa istituzione culturale già da ragazzino, vincendo alcuni concorsi per gli allievi della scuola italiana di Fiume, aveva collaborato intensamente alla rivista “Fiume” e per suo tramite era entrato in contatto con Giampaolo Pansa, il quale aveva particolarmente apprezzato le sue ricerche sull’OZNA. A partire da relazioni effettuate da Ballarini per documentare l’istruttoria a carico di Oskar Piskulich durante il processo sulle Foibe, proprio sulla rivista “Fiume” era apparso nel 2009 il saggio klingeriano “Nascita ed evoluzione dell’apparato di sicurezza jugoslavo (1941-’48)” dal cui approfondimento sarebbe emerso il volume “Il terrore del popolo. Storia dell’OZNA la polizia politica di Tito” (Italo Svevo, Trieste 2012). In questi ambiti l’OZNA ed il suo braccio armato KNOJ sono stati da Klinger analizzati dettagliatamente, ne è emersa la strutturazione interna ed hanno costituito lo strumento con cui comprendere le logiche di annientamento degli oppositori o presunti tali che avevano informato il progetto autoritario di Tito.

Carla Isabella Elena Cace, dirigente nazionale del Comitato 10 Febbraio, ha quindi dato lettura del ricordo di Klinger inviato dal suo amico e collega Ivan Buttignon, impossibilitato a partecipare all’evento: la loro conoscenza era maturata all’interno della Lega Nazionale di Trieste nell’ambito del gruppo di lavoro ideato dal presidente Sardos come “Giovani storici” ed aveva portato al già ricordato lavoro dedicato alla pianificazione jugoslava di una nuova conquista di Trieste da realizzare il 15-16 settembre 1946. Al momento della tragica scomparsa di Klinger erano però in cantiere altre ricerche a quattro mani, in particolare Safarà Editrice aveva già espresso il proprio interesse per “Berlinguer 3.0 Le verità sconcertanti”, volume in cui, partendo dall’attentato al segretario del Partito Comunista Italiano in Bulgaria, si sarebbero dimostrate le infiltrazioni dei servizi segreti jugoslavi a Sofia e come la nomenclatura di Belgrado preferisse Craxi a Enrico Berlinguer.

È, invece, di imminente pubblicazione per la Lega Nazionale ed il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno (altra istituzione con cui William collaborava assiduamente) un lavoro postumo di Klinger, dedicato a due secoli di storia fiumana, dal Settecento al primo dopoguerra: curatore ne sarò lo storico Diego Redivo, il quale è intervenuto ricordando la passione del suo amico e collega per la storia, tanto da raggiungere Ravenna per un convegno viaggiando di notte dopo aver finito un turno del suo lavoro di casellante autostradale. Il mondo universitario, infatti, snobbava le ricerche di Klinger e Redivo ha ritenuto ingiusti i tentativi di strumentalizzarne la memoria dopo una vita priva di riconoscimenti accademici. Come una sorta di intellettuale rinascimentale, Klinger poteva vantare conoscenze a 360°, perfino nell’ambito della biologia, ma i suoi principali filoni di indagine riguardavano l’identità fiumana (in antitesi al concetto marxista di nazionalità vista come strumento borghese), l’OZNA, la Jugoslavia e la figura di Tito soprattutto come modello rivoluzionario nel secondo dopoguerra (il fatale viaggio negli Stati Uniti era avvenuto proprio per avviare una collaborazione con college che avevano colto l’importanza di questi suoi studi). Un ricordo di Klinger pubblicato da Redivo sulla rivista “Fiume” era stato titolato dal redattore prof. Giovanni Stelli “William Klinger intellettuale di frontiera, storico senza frontiere”: una definizione davvero calzante, a detta dell’autore del saggio, il quale ha ribadito come Klinger sia il continuatore di una tradizione di intellettuali giuliani che, con sfumature e toni diversificati, parte da Timeus, prosegue con Slataper e Stuparich e giunge a Tomizza.  William Klinger ha rappresentato una nuova declinazione della sensibilità del confine orientale italiano, non più marginale rispetto allo Stato di appartenenza, bensì proiettata a rendere l’Istria il centro originale di una nuova cultura.

 

A questo indirizzo è possibile trovare il video completo del convegno:

Inaugurazione della sede nazionale del Comitato 10 Febbraio in occasione della proiezione del docu-film “L’ultima spiaggia”

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L’inaugurazione della sede del Comitato 10 Febbraio presso la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice in Piazzale delle Muse a Roma è stata la cornice in cui è approdato nella capitale il docu-film di Alessandro Quadretti “L’ultima

Carla Cace e Alessandro Quadretti

spiaggia. Pola fra la strage  di Vergarolla e l’esodo”, realizzato da Officinemedia in collaborazione con il Libero Comune di Pola in Esilio e con il sostegno di Simone Cristicchi e del Circolo di cultura istro-veneta “Istria”.

Introducendo l’incontro, il professor Giuseppe Parlato si è detto lieto di vedere la Fondazione da lui presieduta divenire un luogo sempre più aperto e frequentato di dibattito e di approfondimento, a partire da argomenti come la strage di Vergarolla, una carneficina di civili italiani della quale finora si è parlato troppo poco. Michele Pigliucci, presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio, ha ricordato come l’associazione da lui presieduta si batta proprio per ricucire quelle pagine di storia nazionale che sono state strappate: riguardo Vergarolla in particolare c’è ancora tanto da scrivere, per capire chi c’è dietro la strage e per fronteggiare quanti ancora infangano la memoria di quel tragico evento, con riferimento a chi nei giorni precedenti ha nuovamente danneggiato la lapide che a Pola commemora il dottor Geppino Micheletti, il quale nelle ore immediatamente successive allo scoppio operò e salvò decine di feriti, pur sapendo che tra i morti e i dispersi figuravano pure i suoi due figli. Il padre esule da Pola ed il nonno sottufficiale di Marina scomparso nelle terribili giornate dell’occupazione jugoslava del capoluogo istriano nel maggio 1945 costituiscono i legami diretti del regista Alessandro Quadretti con la drammatica vicenda del confine orientale italiano, anche se è giunto a interessarsi di Vergarolla mosso da un senso di giustizia e dalla sua passione di storico che non aveva trovato traccia di questa sanguinosa vicenda nei libri e nella memoria nazionale. Essendoci in effetti poca storiografia sull’argomento, il lavoro svolto assieme al ricercatore Domenico Guzzo si è basato soprattutto sulle tante testimonianze ancora reperibili dei testimoni di quella terribile giornata, rintracciati tramite il tessuto connettivo del Libero Comune di Pola in Esilio. Ha così preso forma un docu-film che ricostruisce antefatti, sviluppi e conseguenze della maggiore stragi di civili italiani nel dopoguerra: le lapidi commemorative riportano i nomi di 65 vittime riconosciute, ma la presenza a Pola, enclave anglo-americana nella Zona B sotto controllo jugoslavo, di tante persone giunte più o meno segretamente o senza documenti dall’interno dell’Istria, potrebbe far lievitare il numero dei morti fino al centinaio (come stimato da un medico britannico che affiancò Micheletti negli interventi chirurgici presso l’ospedale polesano).

Scritto e prodotto dal regista assieme a Guzzo, “L’ultima spiaggia” si apre con un’ampia e precisa ricostruzione della vicenda storica che fa da sfondo all’eccidio di Vergarolla a cura di storici come Raoul Pupo, Giorgio Federico Siboni e Giuseppe Parlato, del direttore del mensile del LCPE Paolo Radivo (autore di varie ricerche sul tema) e di Gaetano Dato, al quale si deve l’unica monografia che ha finora ampiamente affrontato da un punto di vista storiografico questa vicenda, pur senza giungere a conclusioni chiare in merito a responsabili e moventi. Emozionanti e commoventi risultano le testimonianze di esuli da Pola che vissero quella tragedia, in cui morirono amici e parenti: Lino Vivoda, Livio Dorigo e Claudio Bronzin fra gli altri, ma preziosi risultano pure i contributi di Simone Cristicchi, il quale ha inserito anche Vergarolla nella sequenza di tragedie rappresentate nel suo “Magazzino 18”. Le tensioni internazionali del 1946 e le esplosioni con vittime nelle polveriere di Pola, che avvennero nei mesi precedenti, contestualizzano quel tragico 18 agosto, dopo il quale si fece sempre più concreta la volontà già espressa da centinaia di polesani di esodare qualora la città venisse ceduta alla Jugoslavia. Nel documentario emerge fra l’altro che la velocità in sala operatoria, acquisita da Micheletti durante gli anni di guerra in guisa di medico militare, consentì di salvare molti feriti: trasferitosi poi a Narni in Umbria, il chirurgo avrebbe conservato sempre nel suo camice un piccolo calzino, quasi una reliquia, che in realtà costituiva quasi tutto ciò che rimase del figlio minore, letteralmente polverizzato dall’esplosione. L’esodo da Pola è stato rappresentato attingendo anche ad immagini poco note provenienti dall’Istituto Luce e l’auspicio finale (il ritorno di chi è stato costretto ad abbandonare tutto) si accompagna alla speranza che nuove approfondite ricerche negli archivi civili e militari italiani, ex jugoslavi, inglesi e statunitensi possano contribuire a completare la ricostruzione di questa tragica pagina.

Nell’ampio e partecipato dibattito conclusivo, moderato dalla giornalista e dirigente del C10F Carla Isabella Elena Cace, Quadretti si è soffermato in particolare su una vicenda che affiora nella ricostruzione storica fornita dal suo lavoro: la lotta armata che gruppi di italiani condussero nell’entroterra istriano contro l’occupazione jugoslava, probabilmente in sinergia con anticomunisti sloveni e croati. Tutti gli indizi e la logica portano ad attribuire la responsabilità di Vergarolla all’OZNA, la polizia segreta di Tito, la quale può aver aggiunto questo crimine alla sua lista di efferatezze proprio come “rappresaglia” per quanto stavano attuando i partigiani italiani. Si tratta di nuove domande e di altri filoni di ricerca che strutture come il Comitato 10 Febbraio e la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice intendono approfondire, vagliare e sviscerare.

 

Lorenzo Salimbeni

Un momento della presentazione