Lo sguardo di Mazzini sull’Adriatico orientale

Il patriota genovese colse le distinzioni nel mondo slavo che gravitava sulle terre irredente

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
LettereSlave

Nel 1866 Giuseppe Mazzini espresse profonda preoccupazione riguardo le sorti degli italiani che al termine della Terza guerra d’indipendenza si trovarono ancora sotto la dominazione austriaca: egli si riferiva a quanti abitavano a Trento, Trieste, Gorizia ed in Istria (la cui natura plurale non gli era sconosciuta, ma riteneva che un plebiscito ne avrebbe sancito l’annessione all’Italia), laddove la Dalmazia era considerata lo sbocco al mare del mondo slavo retrostante e non bastavano certo le piccole comunità italiane che ne punteggiavano la costa a giustificarne la rivendicazione totale. A proposito di questo mondo, non solamente nelle Lettere slave, ma anche in altre sue pubblicazioni, Mazzini distinse chiaramente quattro grosse famiglie che insistevano sul territorio dell’Europa orientale, estrema propaggine di un ceppo etnico che già allora si estendeva pure ben al di là degli Urali e per ciascuna di esse delineava ruoli e prospettive.

Il gruppo principale si era raccolto attorno ai russi, ma l’impostazione mazziniana ne aborriva la forma di Stato, poiché lo Zar era visto come un autocrate reazionario al pari dei sovrani asburgici che controllavano la penisola italica: lo stesso panslavismo che tanto animava i patrioti slavi era visto dal Mazzini come una possibile longa manus moscovita per estendere l’influenza nella penisola balcanica in particolare, in nome della comunanza religiosa ortodossa ovvero di una certa affinità linguistica. Era d’altro canto colpa di Francia e Inghilterra che non avevano recepito in maniera significativa le istanze indipendentiste serbe e greche se poi questi due popoli avevano guardato con favore alla Russia, unica potenza ad essersi impegnata convintamente a sostegno della loro causa.

D’altro canto era con il ceppo polacco che l’apostolo dell’unità d’Italia coglieva maggiori affinità rispetto alla situazione italica, a prescindere dal fatto che proprio dal coordinamento delle associazioni segrete Giovine Italia, Giovane Germania e Giovane Polonia sarebbe nata la Giovane Europa. I polacchi, infatti, già dall’epoca napoleonica avevano iniziato a partecipare ai moti e conflitti in cui si sosteneva di lottare per la libertà dei popoli, anche lontano dai propri confini, condividendo perciò l’impostazione mazziniana che voleva creare un movimento popolare diffuso per disarticolare i grandi imperi che tenevano soggiogata l’Europa.

Boemi, moravi e slovacchi erano poi identificati come un unicum, quasi a prefigurare la Cecoslovacchia che sarà; veniva, infine, la famiglia degli slavi del sud, in cui la Serbia era stata il capofila nel cammino per la conquista dell’indipendenza. A Mazzini non potevano certo spiacere le formazioni di guerriglieri serbi dette čete (centurie, da cui i četnici noti alle cronache militari pure nel secolo seguente), antesignane di quella guerra per bande che dimostrava una diffusione dell’idea nazionale anche negli strati popolari, la cui collaborazione appariva fondamentale per la riuscita di questa strategia al pari della conoscenza del territorio e della complicità di una natura boscosa e montuosa come l’orografia serba appunto forniva. Una simile tecnica di guerriglia era ritenuta conveniente pure per l’Italia, tanto che nel suo saggio Istruzioni per le Bande Nazionali ci sarà un compendio di istruzioni, tattiche e suggerimenti per portare avanti questo tipo di lotta.

Nel mondo slavo in generale, ma fra gli slavi del sud in particolare, Mazzini aveva poi modo di compiacersi in merito al ruolo attivo che svolgevano i bardi ed i cantori nel tenere compatto il popolo attorno ad un focolaio di saghe e leggende intrise di storie mitiche e tradizioni, laddove i poeti italiani erano a suo dire chiusi nella classica torre d’avorio, alieni al popolo e compiaciuti di un’arte fine a se stessa senza alcun appiglio con le glorie patrie. A tal proposito, identificò uno dei miti più forti nel mondo serbo in quello di Kosovo Poljie e della battaglia che vi si era consumata il 28 giugno 1389, Vidovdan (il giorno di San Vito). D’altro canto lo stesso sentimento nazionale albanese trova in una certa misura origine in questa regione contesa: nel 1878, infatti, la Lega di Prizren, sorta per rivendicare le autonomie della comunità albanese al Congresso di Berlino, fu il primo nucleo identitario schipetaro, laddove nell’Albania propriamente detta il lealismo nei confronti della dominazione ottomana appariva inalterabile. Gli albanesi del Kosovo erano invece rimasti impressionati dall’entusiasmo dei loro conterranei serbi, ancorché ridotti a minoranza da una serie di ondate migratorie consumatesi nei secoli, al cospetto del consolidarsi dello Stato serbo. Il rafforzarsi di siffatti nazionalismi in area balcanica avrebbe portato all’epoca anche ad alcune convergenze trasversali, ad esempio nella Dalmazia, in cui la coscienza croata andava consolidandosi e le riforme elettorali asburgiche avrebbero dato via via ampio spazio ai rappresentanti croati nei consessi elettivi, tanto da indurre la vecchia classe dirigente dalmata del partito liberale autonomista di lingua e cultura italiana a fare fronte comune con gli esponenti della minoranza serba.

Lorenzo Salimbeni 

Le tragiche giornate di maggio

Il 1° maggio 1945 Tito vince la “corsa per Trieste”: deportazioni, infoibati e stragi in tutta la Venezia Giulia

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

LapideViaImbriani

Bandiere tricolori, canti patriottici, reduci della guerra, partigiani che hanno fatto la Resistenza e ragazzi sfilano per le strade di Trieste il 5 maggio 1945: raffiche di mitra, morti, fucilate, feriti, urla pronunciate in una lingua straniera e la folla che fugge pongono fine a questa rivendicazione di italianità, di libertà e di democrazia. Sembrava una manifestazione come tante altre di quelle che si succedevano in quei giorni in Italia, ma l’esito è tragico e unico nel suo genere perché l’evento ha luogo nel capoluogo della Venezia Giulia, una provincia di frontiera nella quale la Seconda guerra mondiale non è finita il 25 aprile, ma anzi prosegue con una nuova occupazione straniera, una nuova lotta clandestina e nuove vittime.

L’atipicità della situazione triestina emerge già nell’insurrezione del Comitato di Liberazione Nazionale, che qui avviene appena il 30 aprile, poiché la città era ancora saldamente in mano tedesca nell’ambito della Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di governatorato militare germanico che dopo l’8 settembre ’43 si è esteso su Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, Pola e Fiume annichilendo le autorità della nascente Repubblica Sociale Italiana ed avviando oltre un anno e mezzo di accanita lotta antipartigiana in cui alla dialettica fascismo/antifascismo si sovrapponeva un conflitto per la futura appartenenza territoriale di queste terre di confine. Le autorità naziste, rispolverando il mito di Trieste sbocco al mare della Mitteleuropa (già rappresentata dall’Impero austro-ungarico che dette origine alle fortune portuali ed economiche triestine e adesso incarnata dal Reich millenario di Adolf Hitler), hanno raccolto consenso tra nostalgici asburgici, frange di sloveni ed altri collaborazionisti italofobi e nell’antiguerriglia applicano le tattiche più violente e cruente affinate nei combattimenti contro i partigiani sovietici sul fronte orientale ed enunciate nel manualetto “Bandenkampf”. Il Partito comunista sloveno è egemone tra le forze della resistenza e pone inesorabilmente il destino di queste province all’interno della rinascente Jugoslavia, socialista e federale sotto l’egida di Josip Broz “Tito”. La RSI dispone di poche truppe sul campo: ha potuto solamente allestire alcuni reparti della Milizia Difesa Territoriale (le autorità tedesche hanno vietato la costituzione di reparti della Guardia Nazionale Repubblicana) mentre in Istria e nel Carnaro vi sono nuclei della Divisione Decima, avanguardia di un progetto più articolato di difesa della frontiera orientale che non si è concretizzato. Il CLN è diviso al suo interno poiché i comunisti appoggiano le rivendicazioni slave, comunica poco e male con i vertici di Milano e già debole in partenza subisce particolarmente la repressione nazista tramite delazioni, deportazioni e arresti presso il campo di detenzione della Risiera di San Sabba, in cui avvengono spietati interrogatori, opera un forno crematorio e partono i treni per i campi di concentramento.

A fine aprile si svolge, inoltre, la “corsa per Trieste”: da una parte le armate anglo-americane vogliono conquistare Trieste per sfruttare il porto e di suoi collegamenti con l’Europa centrale come base logistica per la fase finale del conflitto e per i rifornimenti alle truppe che occuperanno Austria e Germania meridionale; dall’altra Tito ha dato ordine di trascurare la liberazione di località come Lubiana e Zagabria, la cui appartenenza alla futura Jugoslavia è fuori discussione, per concentrarsi sull’occupazione di Trieste, Gorizia, dell’Istria e di Fiume, in modo da costituire con la presenza militare nel corso delle imminenti trattative di pace una caparra sull’annessione internazionalmente riconosciuta.

Con il supporto dei militi della Legione triestina della Guardia di Finanza e dei Volontari della Libertà infiltrati nel corpo di polizia della Guardia Civica istituita dal Podestà Pagnini, il CLN triestino riesce il 30 aprile a scatenare nel centro di Trieste l’insurrezione antitedesca, mentre nelle periferie operano i partigiani sloveni e comunisti, di modo che alla fine della giornata le truppe tedesche sono asserragliate in alcuni punti fortificati in attesa di arrendersi ad un esercito regolare. Alle prime luci dell’alba dell’indomani giungono a Trieste le avanguardie dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, anticipando le colonne motorizzate neozelandesi che aprono la strada alle armate alleate e di fatto la città piomba nuovamente nel conflitto.

Le autorità cielleniste vengono esautorate e si ricostituisce un CLN clandestino, si dichiara l’annessione di Trieste alla Jugoslavia (tanto che gli orologi vengono portati sul fuso orario di Belgrado) ed entra in azione l’OZNA, la polizia politica jugoslava, la quale, grazie a liste di proscrizione compilate da comunisti italiani e sloveni locali scatena un’ondata di arresti, processi ed esecuzioni contro i fascisti, considerando però “fascista” chiunque si oppone al progetto annessionistico titoista. In questa maniera non solo persone implicate con il decaduto regime e militari che si sono arresi, ma anche partigiani di ispirazione patriottica, intellettuali ed imprenditori spariscono nel nulla. Chi infoibato, chi deportato verso i campi di concentramento allestiti in Jugoslavia, morendo di stenti durante le marce forzate di avvicinamento ovvero a causa delle terrificanti condizioni detentive. Pure Gorizia, Fiume e Pola vivono quest’incubo, che per l’entroterra istriano rappresenta la replica della prima tragica ondata di uccisioni nelle foibe avvenuta all’indomani dell’8 settembre. La presenza delle truppe angloamericane in città è ininfluente, come dimostrano i morti ed i feriti della manifestazione patriottica del 5 maggio (una lapide oggi li ricorda sul luogo dell’eccidio, all’incrocio tra il centralissimo corso Italia e via Imbriani), poiché non si vuole giungere allo scontro con gli alleati jugoslavi o perché, ragionano cinicamente i vertici britannici soprattutto, queste stragi in futuro potranno tornare utili nell’ambito di una propaganda anticomunista.

Alla luce di queste violenze e crudeltà, che avranno parzialmente fine il successivo 12 giugno, allorché gli occupanti jugoslavi dovranno lasciare Gorizia, Trieste e Pola all’amministrazione militare angloamericana, è chiaro perché per gli esuli istriani, fiumani e dalmati e per tanti giuliani la data del 25 aprile non rappresenta la fine della Seconda guerra mondiale, ma soltanto l’inizio di un calvario caratterizzato da migliaia di morti e da decine di migliaia di esuli.

Lorenzo Salimbeni 

I partigiani comunisti triestini eliminati dai titini

La “delazione slava” portò all’eliminazione dei dirigenti del PCI contrari all’espansionismo jugoslavo

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
Frausin_GiganteCon il consolidarsi del regime di Benito Mussolini in Italia, la Francia diventò il luogo in cui gli antifascisti che volevano scampare alla repressione meglio riuscirono a concentrarsi ed organizzarsi. L’invasione tedesca nella primavera del 1940, l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno, la capitolazione francese e l’impostazione filotedesca delle Repubblica di Vichy  resero quel territorio inospitale per questi transfughi, che si sparpagliarono verso lidi più sicuri, nella neutrale Svizzera ovvero in Jugoslavia, scelta che presero in particolare militanti e dirigenti del Partito comunista d’Italia. Costoro entrarono quindi in contatto con il Partito comunista jugoslavo, costretto alla clandestinità dalla “dittatura monarchica” allora vigente, ma in perfetto collegamento con il Comintern di Mosca, la centrale nevralgica di coordinamento tra i partiti comunisti nel mondo. Come illustra il compianto William Klinger nel suo volume “Il terrore del popolo. Storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito” (Trieste, 2012), i dirigenti comunisti sloveni e croati, facendo da tramite nelle comunicazioni tra gli esfiltrati italiani e l’Unione Sovietica, cominciarono a manipolare i messaggi provenienti dall’URSS, al fine di convincere i “compagni” della necessità di assimilarsi al movimento clandestino jugoslavo e soprattutto di accettarne le rivendicazioni territoriali nei confronti della Venezia Giulia, di Fiume e di Zara. Nell’aprile 1941 anche il Regno dei Karađeorđević fu invaso, sconfitto e spartito a tavolino da Germania e Italia sostenute dagli alleati balcanici e nel territorio occupato cominciò a svilupparsi con crescenti successi l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia egemonizzato dai comunisti di Josip Broz “Tito”. La capacità di resistere ai vari cicli operativi antipartigiani, l’accaparramento di armi e munizioni per effetto dello sbandamento militare delle truppe italiane di occupazione dopo l’8 settembre e la liberazione di Belgrado con il supporto dell’Armata Rossa nell’autunno 1944 contribuirono a consolidare questa vera e propria armata e ad incrementare il suo fascino ideologico agli occhi dei comunisti italiani.

Le precarie forze del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste organizzatesi successivamente all’8 settembre ’43 si trovarono ben presto a confrontarsi con i più agguerriti ed efficienti partigiani del Partito comunista sloveno, ben radicati nelle periferie cittadine e nell’altipiano carsico, nonché in collegamento operativo dal 1941 con il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno, sorto nella Slovenia occupata e che nel suo programma rivendicava a guerra finita le annessioni della Venezia Giulia abitata da connazionali (il Litorale sloveno) nonché ampie porzioni della Carinzia, il Land austriaco in cui risiedeva una cospicua comunità slovena. L’ostentazione dell’ideologia comunista non bastava per fare accettare questi propositi nazionalisti ai ciellenisti ed in particolare la classe dirigente comunista triestina cercò di mediare ovvero di rimandare  guerra finita una ridiscussione dei confini che fosse rispettosa di tutte le comunità nazionali presenti sul territorio. Nel corso del  1944 il segretario comunista triestino Luigi Frausin ed il suo successore Antonio Gigante (originario di Brindisi e giunto nel capoluogo giuliano dopo essere fuggito dal campo di prigionia di Anghiari nelle tumultuose giornate successive alla dichiarazione dell’Armistizio) furono catturati dalle forze di repressione dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, torturati dalla Gestapo e quindi eliminati nel campo di detenzione della Risiera di San Sabba.  Non esiste la “pistola fumante” e la prova scritta sarà difficilmente rintracciabile, ma testimonianze e analisi della situazione, come ha ricostruito Paolo Geri in un articolo sulla testata triestina online La Bora, portarono nel dopoguerra dirigenti del Pci locale a denunciare che dietro a tali arresti ci fosse stata una “delazione slava” (come risulta anche nella motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare alla Memoria conferita a “Franz” Frausin). Se la prima dichiarazione in tal senso di Vittorio Vidali durante un’intervista  rilasciata a “l’Unità” nel 1950 poteva essere condizionata dal clima di violenta contrapposizione nel Territorio Libero di Trieste tra comunisti cominformisti legati al PCI ed al comunismo staliniano e comunisti titoisti che erano clamorosamente usciti dal Cominform nel 1948, ben più ponderata fu l’affermazione del Senatore Paolo Sema, autorevole comunista istriano esule da Pirano, dichiarata durante un seminario presso la Scuola di partito di Cascina nel 1981 e poi pubblicata nel volume degli atti della giornata di studio per i tipi di Editori Riuniti, la casa editrice di riferimento del PCI.

Una volta privato dei suoi vertici, il Partito comunista triestino finì per sfilarsi dal CLN per venire fagocitato nelle strutture clandestine di matrice jugoslava,anteponendo così la fedeltà ideologica all’appartenenza nazionale, laddove i partigiani sloveni dimostrarono di essere prima di tutto interessati alle proprie rivendicazioni territoriali ed in seconda battuta seguaci dell’internazionalismo proletario.

Lorenzo Salimbeni

Tito contro la resistenza patriottica giuliana

Il Capitano dei Carabinieri di Pola Casini organizzò un nucleo partigiano italiano in Istria

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
TitiniPola

Si comincia finalmente a parlare dell’eccidio delle Malghe di Porzûs, in cui il 7 febbraio 1945 i vertici della brigata partigiana patriottica Osoppo vennero eliminati dai gappisti del Partito comunista di Udine, i quali avevano anteposto all’appartenenza nazionale la lealtà ideologica all’esercito partigiano di Josip Broz Tito, che rivendicava per la rinascente Jugoslavia socialista ampie porzioni del Friuli Venezia Giulia. Tuttavia altri episodi caratterizzano la repressione da parte dell’Esercito di liberazione nazionale della Jugoslavia di forme di resistenza italiana antifascista, ma al contempo sostenitrice dell’italianità della maggior parte delle terre del confine orientale  ovvero anticomunista. Avvicinandoci alla ricorrenza del 25 aprile, intendiamo presentare alcuni di questi episodi, con l’auspicio di dare visibilità a pagine dimenticate o poco note della storia della lotta partigiana in queste province contese tra Italia e Jugoslavia.

La prima vicenda che vogliamo raccontare inizia all’indomani della dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Nella piazzaforte navale di Pola i Fanti di Marina del San Marco ivi di presidio congiuntamente ai Carabinieri al comando del Capitano Filippo Casini, poco più che trentenne genovese, sciolsero a fucilate, cagionando anche 3 morti ed alcuni feriti, il corteo di 300 persone (provenienti soprattutto dal contado a forte componente croata) organizzato dai dirigenti del Pci clandestino per richiedere la scarcerazione degli antifascisti e la consegna di armi con cui respingere i tedeschi che volevano prendere il controllo della fascia costiera nel timore di uno sbarco angloamericano. Nelle settimane seguenti l’entroterra istriano fu teatro della prima ondata di stragi nelle foibe da parte dei partigiani “titini” (quasi un migliaio le vittime), mentre le truppe germaniche consolidarono il controllo dei grossi centri urbani e della costa, inglobando le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Pola e Fiume nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di Governatorato militare in cui i poteri della Repubblica Sociale Italiana risultavano effimeri.

L’anno seguente il Capitano Casini, comandante interinale la Compagnia di Pola, forse su suggerimento di emissari del Regno del Sud, organizzò la defezione dei reparti da lui dipendenti (parte del presidio di Pola, la tenenza di Sanvincenti e le stazioni di Pedena, Gimino, Canfanaro e Lemme), raccogliendo così un centinaio d’uomini che si eclissarono dopo un combattimento simulato con i partigiani nella zona di Sanvincenti. Il Capitano, seguito nella sua avventura pure dalla moglie, intendeva allestire una banda partigiana che avrebbe dovuto diventare il fulcro della resistenza italiana in Istria, contro le ingerenze tedesche e jugoslave, affinché in sede di trattative di pace si potesse dimostrare l’esistenza di un genuino movimento partigiano italiano in Istria per contrastare i propositi annessionistici della nuova Jugoslavia. Prima di imbarcarsi in quest’impresa, Casini aveva spiegato in via confidenziale il suo progetto ad alcuni esponenti italiani, fra i quali il Vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano di Pola, Giuseppe Zacchi, che a guerra finita lo avrebbe raccontato sotto testimonianza giurata. La Banda Casini avrebbe colpito solamente i tedeschi ed i collaborazionisti slavi e non avrebbe ostacolato le azioni della Milizia di Difesa Territoriale (il corrispettivo nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale della Repubblica Sociale Italiana) contro i partigiani titini. Tale proposito è suffragato da una missiva datata 6 luglio 1944, nella quale Casini si riprometteva di “lottare apertamente contro le autentiche bande, quelle che costituiscono veramente il terrore delle popolazioni”.

In uno dei primi contatti presso Grisignana con le formazioni partigiane croate, comuniste di nome ma nazionaliste di fatto, già attive e ben radicate nell’entroterra, un ufficiale della banda venne riconosciuto come partecipante ad un precedente rastrellamento e pertanto ammazzato sul posto. Casini stesso fu arrestato a motivo delle sue responsabilità nella repressione del moto di piazza scoppiato a Pola all’indomani dell’8 settembre: condannato a morte, venne gettato nell’ottobre ’44 assieme alla moglie Luciana e ad altri suoi commilitoni in una foiba nella zona del Monte Maggiore, mentre i superstiti vennero trasferiti a forza in Croazia e non se ne saprà più nulla.

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria concessa a Casini recita: «Comandante di Compagnia territoriale e poi di Gruppo in territorio nazionale conteso e preteso dal nemico, difese con coraggio pari alla fede nei destini della nazione i sacrosanti diritti della Patria. Nella imminenza di decisiva azione bellica, seguito dal reparto che aveva saputo preparare all’audace impresa, passò in campo aperto contro il nemico invasore. Arrestato e processato per la sua ferma e coraggiosa affermazione dei diritti della Patria su quella regione, affrontò in compagnia della sua giovane moglie, l’estremo sacrificio, con la dignità propria degli spiriti grandi che sugellano col sangue la fedeltà ad un’idea, la dedizione alla Patria».

Lorenzo Salimbeni

La Dichiarazione tripartita mai realizzata

Il 20 marzo 1948 le potenze occidentali promisero all’Italia la restituzione del Territorio Libero di Trieste

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
confine

“I governi americano, britannico e francese hanno deciso di raccomandare che il Territorio Libero di Trieste sia posto di nuovo sotto la sovranità italiana, ciò che appare la soluzione migliore se si vuol tener conto delle aspirazioni democratiche della popolazione e della necessità di restaurare la pace e la stabilità in quella regione”: era questa la parte più significativa della Dichiarazione tripartita emessa il 20 marzo 1948 dopo che da oltre un anno la questione del TLT era lungi dal risolversi.

Il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, infatti, aveva lasciato in sospeso la sorte del capoluogo giuliano, delineando la costituzione di un Territorio Libero di Trieste suddiviso in una Zona A sotto amministrazione militare anglo-americana (sostanzialmente Trieste e la sua attuale provincia) ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava (i distretti di Capodistria – oggi in Slovenia – e di Buie, oggi Croazia), in attesa che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite designasse un Governatore. Quest’ultima figura a inizio 1948 non era stata ancora individuata e invece il regime jugoslavo procedeva con una strisciante annessione delle terre sotto il suo controllo. Eppure un’amministrazione militare prevede, in base al diritto internazionale, che una potenza occupante garantisca con le sue truppe l’ordine pubblico e la tranquillità dei residenti, mantenendo il rispetto della legislazione precedentemente in vigore, pur essendo la sovranità statuale in sospeso.

Dalla linea di demarcazione tra le due Zone fino al fiume Quieto (confine meridionale del TLT), invece, le leggi italiane erano diventate carta straccia, la comunità dei nostri connazionali viveva in un clima di repressione delle istanze patriottiche e prendevano vigore le istituzioni del nascente regime di Tito. Nello scenario internazionale si era altresì spezzato l’idillio in seno alla coalizione antifascista e Winston Churchill aveva già avuto modo di denunciare nel suo discorso all’università statunitense di Fulton che una cortina di ferro stava spezzando l’Europa da Stettino a Trieste, appunto. Ma l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale era anche concentrata sull’Italia repubblicana, chiamata per la prima volta alle urne il 18 aprile 1948: si trattava di un appuntamento elettorale in cui le istanze occidentali, rappresentate dalla Democrazia Cristiana in primis, erano chiamate a confrontarsi con uno dei più robusti partiti comunisti dell’Europa occidentale, di cui alcuni temevano possibili svolte rivoluzionarie per giungere al potere, approfittando degli arsenali occultati al termine della guerra civile dai partigiani comunisti.

Volendo confortare lo spirito patriottico, le tre potenze occidentali proposero al Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi la restituzione della Zona A del costituendo TLT all’Italia (che già contribuiva all’amministrazione con personale civile) oppure la dichiarazione che tutto il Territorio doveva tornare sotto la sovranità italiana, cosa di difficile attuazione visto il consolidato radicamento dell’esercito e dello stato jugoslavo nella Zona B. Temendo di venire accusato di essere rinunciatario nei confronti della Zona B accettando la restituzione della sola Zona A, lo statista trentino si accontentò della dichiarazione, che comunque ebbe un effetto importante all’interno della campagna elettorale, soprattutto perché mise il PCI di fronte alle proprie responsabilità di partito che in politica estera doveva attenersi dapprima ai desiderata del Cremlino e solamente in seconda battuta a quelli che erano gli interessi nazionali. Di fronte alle prevedibili proteste di Belgrado nei confronti della Dichiarazione tripartita, infatti, Mosca rifiutò di aderire all’opzione formulata dagli ex alleati della Seconda guerra mondiale, costringendo la sua emanazione in Italia a tenersi defilata sulla vicenda.

Tale Dichiarazione, la cui realizzabilità risultava in effetti complessa, rimase tuttavia un punto di riferimento assiduo per le rivendicazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati e per i triestini, i quali proprio il 20 marzo 1953 organizzarono una manifestazione in cui chiesero il rispetto del documento pubblicato 5 anni prima: da lì cominciò un’escalation di eventi che avrebbero condotto alle Giornate di novembre, con morti e feriti tra i manifestanti giuliani ad opera della polizia civile del TLT.

Anche dopo l’esito delle elezioni politiche favorevole alla DC, la questione del ritorno del TLT alla sovranità italiana restò di attualità (Lord Bevin ribadì il concetto davanti alla Camera dei Comuni il successivo 4 maggio), tuttavia le mire egemoniche di Tito nei confronti dei partiti comunisti albanese, bulgaro e greco, l’insoddisfazione del regime titoista per un appoggio sovietico in politica internazionale che si faceva sempre più tiepido ed il timore di Stalin che Tito volesse metterne in discussione la leadership nel comunismo internazionale portarono ad una clamorosa rottura.

Il 28 giugno il Cominform, strumento di coordinamento dei partiti comunisti nel mondo, espulse il Partito comunista jugoslavo ed il regime di Belgrado ne approfittò per riciclarsi come uno dei paesi fondatori del cosiddetto blocco dei Non allineati (cioè schierati né con gli USA né con l’URSS nell’ambito della Guerra fredda), perseguendo una via autonoma al socialismo. Il regime di Belgrado seppe proporsi come interlocutore dei Paesi occidentali, giungendo in seguito ad un’alleanza di carattere difensivo con due membri della NATO come la Grecia e la Turchia (Accordi di Bled, 1954), godendo nel frattempo di un trattamento di favore nell’ambito della questione di Trieste. L’Italia era uno Stato aderente alla NATO ed un alleato ormai integrato, la Jugoslavia doveva essere avvicinata e pertanto restituire tutto il TLT alla sovranità italiana era diventato definitivamente irrealizzabile: il Memorandum di Londra prima (1954) ed il Trattato di Osimo in seguito (1975) sanciranno come confine internazionalmente riconosciuto quella che inizialmente era solamente una linea di demarcazione.

 Lorenzo Salimbeni