Tito contro la resistenza patriottica giuliana

Il Capitano dei Carabinieri di Pola Casini organizzò un nucleo partigiano italiano in Istria

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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Si comincia finalmente a parlare dell’eccidio delle Malghe di Porzûs, in cui il 7 febbraio 1945 i vertici della brigata partigiana patriottica Osoppo vennero eliminati dai gappisti del Partito comunista di Udine, i quali avevano anteposto all’appartenenza nazionale la lealtà ideologica all’esercito partigiano di Josip Broz Tito, che rivendicava per la rinascente Jugoslavia socialista ampie porzioni del Friuli Venezia Giulia. Tuttavia altri episodi caratterizzano la repressione da parte dell’Esercito di liberazione nazionale della Jugoslavia di forme di resistenza italiana antifascista, ma al contempo sostenitrice dell’italianità della maggior parte delle terre del confine orientale  ovvero anticomunista. Avvicinandoci alla ricorrenza del 25 aprile, intendiamo presentare alcuni di questi episodi, con l’auspicio di dare visibilità a pagine dimenticate o poco note della storia della lotta partigiana in queste province contese tra Italia e Jugoslavia.

La prima vicenda che vogliamo raccontare inizia all’indomani della dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Nella piazzaforte navale di Pola i Fanti di Marina del San Marco ivi di presidio congiuntamente ai Carabinieri al comando del Capitano Filippo Casini, poco più che trentenne genovese, sciolsero a fucilate, cagionando anche 3 morti ed alcuni feriti, il corteo di 300 persone (provenienti soprattutto dal contado a forte componente croata) organizzato dai dirigenti del Pci clandestino per richiedere la scarcerazione degli antifascisti e la consegna di armi con cui respingere i tedeschi che volevano prendere il controllo della fascia costiera nel timore di uno sbarco angloamericano. Nelle settimane seguenti l’entroterra istriano fu teatro della prima ondata di stragi nelle foibe da parte dei partigiani “titini” (quasi un migliaio le vittime), mentre le truppe germaniche consolidarono il controllo dei grossi centri urbani e della costa, inglobando le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Pola e Fiume nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di Governatorato militare in cui i poteri della Repubblica Sociale Italiana risultavano effimeri.

L’anno seguente il Capitano Casini, comandante interinale la Compagnia di Pola, forse su suggerimento di emissari del Regno del Sud, organizzò la defezione dei reparti da lui dipendenti (parte del presidio di Pola, la tenenza di Sanvincenti e le stazioni di Pedena, Gimino, Canfanaro e Lemme), raccogliendo così un centinaio d’uomini che si eclissarono dopo un combattimento simulato con i partigiani nella zona di Sanvincenti. Il Capitano, seguito nella sua avventura pure dalla moglie, intendeva allestire una banda partigiana che avrebbe dovuto diventare il fulcro della resistenza italiana in Istria, contro le ingerenze tedesche e jugoslave, affinché in sede di trattative di pace si potesse dimostrare l’esistenza di un genuino movimento partigiano italiano in Istria per contrastare i propositi annessionistici della nuova Jugoslavia. Prima di imbarcarsi in quest’impresa, Casini aveva spiegato in via confidenziale il suo progetto ad alcuni esponenti italiani, fra i quali il Vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano di Pola, Giuseppe Zacchi, che a guerra finita lo avrebbe raccontato sotto testimonianza giurata. La Banda Casini avrebbe colpito solamente i tedeschi ed i collaborazionisti slavi e non avrebbe ostacolato le azioni della Milizia di Difesa Territoriale (il corrispettivo nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale della Repubblica Sociale Italiana) contro i partigiani titini. Tale proposito è suffragato da una missiva datata 6 luglio 1944, nella quale Casini si riprometteva di “lottare apertamente contro le autentiche bande, quelle che costituiscono veramente il terrore delle popolazioni”.

In uno dei primi contatti presso Grisignana con le formazioni partigiane croate, comuniste di nome ma nazionaliste di fatto, già attive e ben radicate nell’entroterra, un ufficiale della banda venne riconosciuto come partecipante ad un precedente rastrellamento e pertanto ammazzato sul posto. Casini stesso fu arrestato a motivo delle sue responsabilità nella repressione del moto di piazza scoppiato a Pola all’indomani dell’8 settembre: condannato a morte, venne gettato nell’ottobre ’44 assieme alla moglie Luciana e ad altri suoi commilitoni in una foiba nella zona del Monte Maggiore, mentre i superstiti vennero trasferiti a forza in Croazia e non se ne saprà più nulla.

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria concessa a Casini recita: «Comandante di Compagnia territoriale e poi di Gruppo in territorio nazionale conteso e preteso dal nemico, difese con coraggio pari alla fede nei destini della nazione i sacrosanti diritti della Patria. Nella imminenza di decisiva azione bellica, seguito dal reparto che aveva saputo preparare all’audace impresa, passò in campo aperto contro il nemico invasore. Arrestato e processato per la sua ferma e coraggiosa affermazione dei diritti della Patria su quella regione, affrontò in compagnia della sua giovane moglie, l’estremo sacrificio, con la dignità propria degli spiriti grandi che sugellano col sangue la fedeltà ad un’idea, la dedizione alla Patria».

Lorenzo Salimbeni

La Dichiarazione tripartita mai realizzata

Il 20 marzo 1948 le potenze occidentali promisero all’Italia la restituzione del Territorio Libero di Trieste

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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“I governi americano, britannico e francese hanno deciso di raccomandare che il Territorio Libero di Trieste sia posto di nuovo sotto la sovranità italiana, ciò che appare la soluzione migliore se si vuol tener conto delle aspirazioni democratiche della popolazione e della necessità di restaurare la pace e la stabilità in quella regione”: era questa la parte più significativa della Dichiarazione tripartita emessa il 20 marzo 1948 dopo che da oltre un anno la questione del TLT era lungi dal risolversi.

Il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, infatti, aveva lasciato in sospeso la sorte del capoluogo giuliano, delineando la costituzione di un Territorio Libero di Trieste suddiviso in una Zona A sotto amministrazione militare anglo-americana (sostanzialmente Trieste e la sua attuale provincia) ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava (i distretti di Capodistria – oggi in Slovenia – e di Buie, oggi Croazia), in attesa che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite designasse un Governatore. Quest’ultima figura a inizio 1948 non era stata ancora individuata e invece il regime jugoslavo procedeva con una strisciante annessione delle terre sotto il suo controllo. Eppure un’amministrazione militare prevede, in base al diritto internazionale, che una potenza occupante garantisca con le sue truppe l’ordine pubblico e la tranquillità dei residenti, mantenendo il rispetto della legislazione precedentemente in vigore, pur essendo la sovranità statuale in sospeso.

Dalla linea di demarcazione tra le due Zone fino al fiume Quieto (confine meridionale del TLT), invece, le leggi italiane erano diventate carta straccia, la comunità dei nostri connazionali viveva in un clima di repressione delle istanze patriottiche e prendevano vigore le istituzioni del nascente regime di Tito. Nello scenario internazionale si era altresì spezzato l’idillio in seno alla coalizione antifascista e Winston Churchill aveva già avuto modo di denunciare nel suo discorso all’università statunitense di Fulton che una cortina di ferro stava spezzando l’Europa da Stettino a Trieste, appunto. Ma l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale era anche concentrata sull’Italia repubblicana, chiamata per la prima volta alle urne il 18 aprile 1948: si trattava di un appuntamento elettorale in cui le istanze occidentali, rappresentate dalla Democrazia Cristiana in primis, erano chiamate a confrontarsi con uno dei più robusti partiti comunisti dell’Europa occidentale, di cui alcuni temevano possibili svolte rivoluzionarie per giungere al potere, approfittando degli arsenali occultati al termine della guerra civile dai partigiani comunisti.

Volendo confortare lo spirito patriottico, le tre potenze occidentali proposero al Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi la restituzione della Zona A del costituendo TLT all’Italia (che già contribuiva all’amministrazione con personale civile) oppure la dichiarazione che tutto il Territorio doveva tornare sotto la sovranità italiana, cosa di difficile attuazione visto il consolidato radicamento dell’esercito e dello stato jugoslavo nella Zona B. Temendo di venire accusato di essere rinunciatario nei confronti della Zona B accettando la restituzione della sola Zona A, lo statista trentino si accontentò della dichiarazione, che comunque ebbe un effetto importante all’interno della campagna elettorale, soprattutto perché mise il PCI di fronte alle proprie responsabilità di partito che in politica estera doveva attenersi dapprima ai desiderata del Cremlino e solamente in seconda battuta a quelli che erano gli interessi nazionali. Di fronte alle prevedibili proteste di Belgrado nei confronti della Dichiarazione tripartita, infatti, Mosca rifiutò di aderire all’opzione formulata dagli ex alleati della Seconda guerra mondiale, costringendo la sua emanazione in Italia a tenersi defilata sulla vicenda.

Tale Dichiarazione, la cui realizzabilità risultava in effetti complessa, rimase tuttavia un punto di riferimento assiduo per le rivendicazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati e per i triestini, i quali proprio il 20 marzo 1953 organizzarono una manifestazione in cui chiesero il rispetto del documento pubblicato 5 anni prima: da lì cominciò un’escalation di eventi che avrebbero condotto alle Giornate di novembre, con morti e feriti tra i manifestanti giuliani ad opera della polizia civile del TLT.

Anche dopo l’esito delle elezioni politiche favorevole alla DC, la questione del ritorno del TLT alla sovranità italiana restò di attualità (Lord Bevin ribadì il concetto davanti alla Camera dei Comuni il successivo 4 maggio), tuttavia le mire egemoniche di Tito nei confronti dei partiti comunisti albanese, bulgaro e greco, l’insoddisfazione del regime titoista per un appoggio sovietico in politica internazionale che si faceva sempre più tiepido ed il timore di Stalin che Tito volesse metterne in discussione la leadership nel comunismo internazionale portarono ad una clamorosa rottura.

Il 28 giugno il Cominform, strumento di coordinamento dei partiti comunisti nel mondo, espulse il Partito comunista jugoslavo ed il regime di Belgrado ne approfittò per riciclarsi come uno dei paesi fondatori del cosiddetto blocco dei Non allineati (cioè schierati né con gli USA né con l’URSS nell’ambito della Guerra fredda), perseguendo una via autonoma al socialismo. Il regime di Belgrado seppe proporsi come interlocutore dei Paesi occidentali, giungendo in seguito ad un’alleanza di carattere difensivo con due membri della NATO come la Grecia e la Turchia (Accordi di Bled, 1954), godendo nel frattempo di un trattamento di favore nell’ambito della questione di Trieste. L’Italia era uno Stato aderente alla NATO ed un alleato ormai integrato, la Jugoslavia doveva essere avvicinata e pertanto restituire tutto il TLT alla sovranità italiana era diventato definitivamente irrealizzabile: il Memorandum di Londra prima (1954) ed il Trattato di Osimo in seguito (1975) sanciranno come confine internazionalmente riconosciuto quella che inizialmente era solamente una linea di demarcazione.

 Lorenzo Salimbeni

Le persecuzioni dei preti nell’Istria di Tito

Il volume di Pietro Zovatto ricorda modalità e vittime della politica antireligiosa jugoslava

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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Nella storia del confine orientale italiano il fattore religioso ed i sacerdoti hanno svolto spesso un ruolo di prima fila. A partire dal tardo Ottocento, allorché il clero slavo dell’entroterra goriziano, triestino ed istriano si adoperò per consolidare la coscienza nazionale slovena e croata: si trattava di quelle che Engels definì “nazioni senza storia”, ma in tale contesto prendevano forma per contrapposizione al sempre più vigoroso irredentismo italiano e sotto la protezione delle autorità del cattolicissimo impero austro-ungarico. L’Imperatore Francesco Giuseppe, Cattolico ed Apostolico, aveva, infatti, apprezzato il lealismo ostentato dai suoi sudditi sloveni e croati dalla “Primavera dei popoli” del 1848 in poi, premiandolo con una serie di politiche che, tutelandone le specificità a scapito della comunità italofona, di fatto creava i presupposti per un pernicioso divide et impera. Il Regno d’Italia cui guardavano i separatisti italiani, inoltre, presentava connotati massonici anticattolici esacerbati dalla questione romana, che si era conclusa con l’annessione del Lazio e la fine del potere temporale dei Papi. L’austroslavismo, prospettando sviluppi in senso trialistico (una terza corona slava da affiancare a quelle austriaca e magiara) ovvero federalista per la composita compagine imperiale, costituiva un caposaldo per l’affermazione della propria specificità culturale sotto l’egida asburgica, capace di tenere a bada i tumultuosi italiani e ben lungi dallo jugoslavismo capeggiato dalla Serbia ortodossa che sarebbe uscita irrobustita dalle Guerre balcaniche (1912-’13).

Indubbiamente favorita da un maggior numero di vocazioni rispetto alla società italiana locale ed impreziosita dall’operazione di recupero della liturgia paleoslava in glagolitico, la gerarchia ecclesiastica slavofona avrebbe poi attraversato il cimento della Prima guerra mondiale e dell’annessione all’Italia, nonché le restrizioni linguistiche imposte dal fascismo. Molto più duro e repressivo si sarebbe rivelato l’approccio del comunismo titoista nei confronti della chiesa, la quale doveva essere ridimensionata all’interno del nuovo stato comunista: sacerdoti sloveni, croati ed italiani avrebbero sperimentato violenze, sopraffazioni e perfino il martirio in odium fidei. «Preti perseguitati in Istria 1945-1956 Storia di una secolarizzazione» (Luglio, Trieste 2017) di Pietro Zovatto mette a fuoco una vicenda che rientra nel complesso progetto di disarticolazione della società giuliano-dalmata da parte del nascente regime di Tito.

Pochi anni fa hanno conquistato le attenzioni della cronaca i casi dei sacerdoti istriani don Francesco Bonifacio e don Miro Bulešić, beatificati dopo aver subito il martirio nel corso dell’adempimento delle proprie mansioni pastorali nel tumultuoso dopoguerra. A don Angelo Tarticchio, invece, spetta la palma del protomartire, in quanto massacrato durante la prima ondata di uccisioni di massa in seguito al vuoto di potere creato dal collasso politico ed istituzionale dell’8 settembre 1943: torturato, evirato e scaraventato in una foiba, quando fu riesumato aveva il capo cinto da una corona di filo spinato. Ricostruendo la vicenda, Zovatto ricorda i vescovi di Pola Radossi, di Fiume Camozzi e di Zara Munzani, anch’essi partecipi dell’esodo che coinvolse il 90% della comunità italiana, ma soprattutto il ruolo di Antonio Santin. Vescovo di Trieste e Capodistria, dopo essere assurto al rango di defensor civitatis nella primavera del 1945 caratterizzata dal tracollo militare tedesco e dai 40 giorni di uccisioni, deportazioni e violenze titine nella Venezia Giulia, si trovò a gestire una diocesi attraversata dalla Linea Morgan, stabilita dall’accordo di Belgrado del 9 giugno ’45 e che definiva una Zona A sotto Amministrazione militare angloamericana (Trieste, Gorizia e Pola) ed una Zona B sotto Amministrazione militare jugoslava (il resto della Venezia Giulia). In quest’ultima regione era in effetti iniziato un percorso di annessione alla rinascente Jugoslavia che prevedeva l’allontanamento ovvero l’eliminazione dei punti di riferimento per la nascita di un’opposizione ed in tal senso i preti diventarono un bersaglio privilegiato. Santin stesso rischiò il linciaggio allorché si recò a Capodistria il 19 giugno 1947 in occasione della festa patronale di San Nazario, mentre le sue prediche dalla cattedra triestina quando assumevano toni di denuncia nei confronti delle violenze titine scatenavano ulteriori misure repressive a carico del clero dall’altra parte della Linea Morgan. Fughe rocambolesche di sacerdoti finiti nelle liste di proscrizione dell’Ozna (la polizia segreta jugoslava), aggressioni sul sagrato delle chiese, processioni di fedeli che sfidarono le autorità jugoslave reclamando ed ottenendo la liberazione dei propri sacerdoti dalle carceri: non solo i preti italiani, ma anche quelli sloveni e croati furono vittime di questo clima di terrore.

Lorenzo Salimbeni 

Tre colpi di pistola durante l’esodo da Pola

 

Maria Pasquinelli uccise a pistolettate il 10 febbraio 1947 il generale britannico De Winton

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

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Il 10 febbraio 1947 non fu firmato solamente il Trattato di pace che imponeva all’Italia pesantissime cessioni territoriali alla Jugoslavia di Tito: si consumò, infatti, a Pola, nel mezzo dell’esodo che stava svuotando la città, una pagina di rabbia e di disperazione che forse era il segnale d’inizio per una ribellione contro le decisioni del diktat parigino che, però, non ebbe luogo.

L’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 aveva posto fine ai quaranta giorni di stragi “titine” nella Venezia Giulia, fissando la Linea Morgan di demarcazione fra una Zona A sotto amministrazione militare angloamericana ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava, dalle quali l’Italia risultava ancora estromessa. Nella prima zona rientravano Gorizia, Trieste e Pola, poiché era stata delineata in maniera funzionale all’esigenza delle truppe alleate di assicurarsi il porto di Trieste e le vie di comunicazione verso l’Austria e la Germania meridionale, al fine di garantire i rifornimenti alle truppe lì di presidio. Originariamente l’accordo prevedeva che tutta la fascia costiera istriana rientrasse sotto il controllo delle truppe occidentali, ma le resistenze dei partigiani jugoslavi ad abbandonare tali località fecero sì che solamente Pola, antica piazzaforte austro-ungarica e base navale della imperial-regia flotta da guerra, venisse occupata da un presidio britannico.

Cercarono di raggiungere la città dell’arena decine di istriani che nell’entroterra stavano sperimentando il consolidamento del regime titoista, il quale violava i principi di un’amministrazione militare (garantire l’ordine pubblico in base alle leggi precedentemente vigenti) portando avanti un sempre più smaccato percorso annessionistico caratterizzato dall’annientamento del ricostituito Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria e dall’eliminazione di singoli oppositori del nuovo ordine, con particolare riferimento ai sacerdoti (ricordiamo ad esempio Don Bonifacio, infoibato e recentemente beatificato in quanto martire in odium fidei). La milizia jugoslava frenò tali tentativi, laddove agevolò l’afflusso a Pola di torpedoni di croati provenienti dall’entroterra nelle giornate del marzo 1946 in cui la Commissione alleata visitava il capoluogo istriano per valutarne la composizione etnica nell’ambito delle trattative per definire il nuovo confine. Ciononostante, a Pola, abitata quasi totalmente da italian, l’appartenenza alla Zona A continuava ad essere considerata un auspicio per il ritorno dell’Italia al termine della conferenza di pace. Solamente in estate le notizie che giungevano da Parigi e soprattutto la carneficina di Vergarolla, causata il 18 agosto dall’OZNA , la polizia segreta di Tito, fecero capire che la sorte della città era l’annessione alla Jugoslavia.

Facendo fede a quanto precedentemente dichiarato, quasi 30.000 polesani su 32.000 abitanti cominciarono ad organizzare l’esodo e nell’ufficio preposto al coordinamento delle operazioni prestava la sua opera la maestra Maria Pasquinelli. Testimone dopo l’8 settembre delle stragi titine compiute a Spalato, ove era in servizio dall’anno precedente, fu poi autrice di un’avventurosa raccolta di testimonianze in Istria riguardo gli infoibamenti di quel medesimo periodo. La Pasquinelli era stata in contatto con i reparti della Divisione Decima dislocati al confine orientale per creare, in sinergia con i servizi segreti e la X MAS del Regno del Sud e formazioni partigiane patriottiche, un fronte unico fra gli italiani con cui opporsi all’invasione jugoslava una volta che le truppe tedesche si fossero ritirate, ma tale progetto non si concretizzò.

Quel 10 febbraio, mentre si firmava il trattato di pace, la guarnigione inglese di Pola veniva passata in rassegna dal suo comandante Robert de Winton allorché echeggiarono tre colpi di pistola: Maria Pasquinelli aveva ucciso il General brigadiere di Sua Maestà. Fatta immediatamente prigioniera, le fu trovato in tasca un biglietto in cui motivava questo suo gesto ricollegandosi all’irredentismo di Oberdan e volendo vendicare la disperazione e la delusione degli istriani, ceduti dagli alleati al loro carnefice Tito. Condannata dapprima a morte dal tribunale militare angloamericano di Trieste, la sua pena fu poi commutata all’ergastolo, che successivamente le fu concesso di scontare in un carcere italiano. Mai pentitasi del suo gesto, non chiese la grazia, che le fu comunque concessa nel 1964 dal Presidente supplente della Repubblica Cesare Merzagora durante una missione all’estero del capo dello Stato Antonio Segni.

Lorenzo Salimbeni

 

Nuova veste alle manifestazioni in provincia di Chieti organizzate dal Comitato 10 Febbraio

Una veste nuova, senza tralasciare le tradizionali cerimonie ufficiali, quella data quest’anno al ‘Giorno del Ricordo’ della tragedia delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata, dal “Comitato 10 Febbraio” della Provincia di Chieti, presieduto da Marco di Michele Marisi. Appuntamenti a teatro per coinvolgere maggiormente i ragazzi delle scuole, e celebrazioni ufficiali con autorità ed associazioni combattentistiche e d’arma per porre il sigillo dell’istituzionalità ad una giornata contemplata dalla legge. Otto comuni coinvolti e l’Istituzione Unione dei Miracoli, oltre che la Provincia di Chieti che ha concesso il suo patrocinio.

 

“Una edizione rinnovata per il ‘Giorno del Ricordo’ in provincia di Chieti, con l’obiettivo di coinvolgere ancor meglio gli studenti che devono essere i protagonisti di quell’opera di verità e pacificazione nazionale sempre difficile” ha spiegato il Responsabile del “Comitato 10 Febbraio” della provincia di Chieti, Marco di Michele Marisi, che ha proseguito sottolineando come sia “fondamentale coinvolgere le giovani generazioni, per contribuire a costruire una Italia che sappia promettere a se stessa prima che agli altri, che mai più nessun Popolo subirà nell’indifferenza e nell’ostilità dei suoi fratelli, quello che ha subìto il Popolo giuliano. C’è ancora molto lavoro da fare se pensiamo – ha proseguito di Michele Marisi – che solo un italiano su cinque conosce il dramma delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata. Quattro quinti della popolazione non sa cosa accadde in Italia nel secondo dopoguerra per mano dei partigiani di Tito e di quelli italiani: migliaia e migliaia di nostri connazionali gettati nel profondo delle foibe ed altrettanti costretti ad abbandonare le proprie terre per sfuggire da quella che non si può non chiamare pulizia etnica degli Italiani colpevoli di essere solamente tali” ha concluso il Responsabile del “Comitato 10 Febbraio” della provincia di Chieti elencando, poi, date ed eventi.

 

Fossacesia: venerdì 9 febbraio, ore 9:30, Teatro comunale “Nino Saraceni”, Corso Roma, “Foibe, una tragedia rimossa”: lettura-spettacolo a cura di Stefano Angelucci Marino; al pianoforte: Giovanni Sabella. L’iniziativa è patrocinata dai Comuni di Fossacesia e Rocca San Giovanni, e dalla Provincia di Chieti.

 

Casalbordino: sabato 10 febbraio, ore 09:30, Auditorium “Tito Molisani”, Via Martiri dell’11 settembre, “Foibe, una tragedia rimossa”: lettura-spettacolo a cura di Stefano Angelucci Marino; al pianoforte: Giovanni Sabella. L’iniziativa è patrocinata dai Comuni di Casalbordino, Villalfonsina, Scerni e Pollutri, dall’Unione dei Miracoli e dalla Provincia di Chieti.

 

Chieti: sabato 10 febbraio, ore 11:00, in Piazza Martiri delle Foibe, celebrazione con autorità civili, militari, religiose ed associazioni. Interverranno Roberto Miscia, Responsabile “Comitato 10 Febbraio” Chieti, Magda Rover, esule istriana e Marco di Michele Marisi, Responsabile provinciale del “Comitato 10 Febbraio”. L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Chieti e dalla Provincia di Chieti.

 

Vasto: lunedì 12 febbraio, ore 9:30, al Monumento ai Caduti in Piazza Caprioli, celebrazione con autorità civili, militari, religiose ed associazioni. Interverranno Magda Rover, esule istriana, il Prof. Antonio Fares, storico, e Marco di Michele Marisi, Responsabile provinciale del “Comitato 10 Febbraio”. L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Vasto e dalla Provincia di Chieti.

 

Tutte le manifestazioni sono state organizzate dal “Comitato 10 Febbraio” in collaborazione con ‘Giovani In Movimento’ e con il patrocinio dei Comuni, dell’Unione dei Miracoli e della Provincia di Chieti.

 

Chieti_Manifesto 'Giorno del Ricordo'