L’esodo dimenticato dei dalmati dopo la Grande guerra

L’Associazione Nazionale Dalmata ha ristampato il documentario che illustra la sorte dei nostri connazionali dopo il Trattato di Rapallo

Spalato

Grazie al generoso contributo della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, l’Associazione Nazionale Dalmata ha potuto ristampare il dvd “1921 L’esodo ignorato. Il dramma degli italiani di Dalmazia”, apparso in prima edizione una dozzina d’anni fa. Tale documentario è impreziosito da cartine geografiche, cartoline d’epoca e soprattutto immagini provenienti dall’archivio di Manlio Cace, che visse le giornate dell’entusiasmante arrivo dell’Italia il 6 novembre 1918 a Sebenico e la conseguente delusione della cessione al Regno dei Serbi Croati e Sloveni che dette origine all’esodo della sua famiglia, di profonde tradizioni irredentiste, assieme a migliaia di altri dalmati. Questo esilio di circa 20.000 nostri connazionali rappresentò nel modo più drammatico la “vittoria mutilata”.

Martedì 15 maggio il presidente dell’AND Guido Cace ha quindi presentato nella prestigiosa sede della Sala Zuccari nelle pertinenze del Senato della Repubblica tale prezioso documento, che compie innanzitutto una carrellata sui personaggi principali dell’irredentismo dalmata (Ziliotto, Ghiglianovich, Cippico, Salvi e Rismondo tanto per far dei nomi) e rammenta come il Patto di Londra firmato dall’Italia il 26 aprile 1915 contemplasse la cessione di tutta la Dalmazia settentrionale all’Italia in caso di sconfitta dell’Impero austro-ungarico. Vengono ricordati i dalmati che negli anni della Grande guerra subirono il carcere o l’internamento in quanto considerati sovversivi dalle autorità asburgiche, coloro i quali caddero sul campo di battaglia (14 caduti sui 209 dalmati che, esfiltrati in Italia, combatterono nel Regio Esercito) e la misteriosa sorte di Francesco Rismondo (caduto durante un assalto o ucciso durante un tentativo di fuga da una campo di prigionia austriaco?) ed il progetto di effettuare un volo su Zara da parte di Gabriele d’Annunzio per gettarvi volantini propagandistici come già fatto a Trento e a Trieste, ma poi non realizzatosi per la morte del suo pilota.

Giungiamo così alla fine del conflitto, con la nascita di una Fascio nazionale e di una Guardia nazionale a Zara che garantirono l’ordine pubblico fino all’arrivo, il 4 novembre 1918, della Torpediniera 55, che sbarcò le prime truppe italiane che, in nome delle potenze vincitrici, provvidero all’occupazione del territorio dalmata, imbattendosi ben presto nei comitati slavi che invece rivendicavano il litorale adriatico orientale per il nascente stato jugoslavo. Attingendo all’archivio fotografico Cace, il documentario si concentra quindi sugli avvenimenti di Sebenico, ove le torpediniere Pallade e Albatros il successivo 6 novembre sfilarono sotto il tricolore che già garriva sugli spalti del forte San Michele, nonostante l’opposizione degli jugoslavisti locali. Non solo il presidio militare, ma anche ospiti illustri come i nazionalisti Federzoni e Delcroix nonché Guglielmo Marconi giunsero nella città che dette i natali a Niccolò Tommaseo per ribadirne l’italianità.

Ciononostante il Trattato di Rapallo stipulato da Regno d’Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni il 12 novembre 1920 fissò il confine in maniera tale da lasciare solamente Zara sotto la sovranità italiana: nella Fiume dannunziana la risposta sarebbe stata il Natale di sangue, nella Dalmazia annessa al regno dei Karađeorđević ci sarebbe stato l’esodo della quasi totalità delle comunità italiane di Sebenico, Spalato e Traù, per cui 3.000 profughi si fermarono a Zara, altre migliaia si riversarono nella penisola, concentrandosi a Roma e a Trieste in particolare. Questo flusso di esuli si pose in continuità con l’emigrazione di quei dalmati che a fine Ottocento subirono le politiche discriminatorie austro-ungariche che avevano favorito l’ascesa della componente croata, maggiormente lealista rispetto agli italiani sospettati di irredentismo. Sebenico nel 1873, Spalato nel 1882 e in mezzo tante altre amministrazioni comunali passarono dalla tradizionale classe dirigente italiana a quella croata, nel 1905 l’italiano fu bandito dai documenti ufficiali e Zara rimase l’ultimo caposaldo di italianità dalmatica. Frange della storiografia nazionalista croata odierna sembrano ripercorrere questa mentalità snazionalizzatrice allorché presentano la Dalmazia esclusivamente come culla della cultura dalmata glissando sulle sue vestigia romane, veneziane ed italiche.

Commentando quanto appena visto, l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha ricordato come questo tragico esodo sia stato conseguenza del «principio wilsoniano delle nazionalità che dava agli uni e negava agli altri». Il Trattato di Rapallo viene quindi considerato come l’inevitabile conseguenza del fatto che inglesi e francesi avevano promesso nell’Adriatico orientale le stesse terre a interlocutori diversi, caldeggiando poi l’unione del governo serbo in esilio con i comitati jugoslavi fuoriusciti dalla duplice monarchia in maniera tale da giungere alla Dichiarazione di Corfù del 20 luglio 1917 che delineava il futuro Stato jugoslavo. Se Rapallo rappresentò una rinuncia a quanto era stato promesso, ancor più clamorosamente rinunciatario e remissivo si dimostrò secondo il diplomatico il Trattato di Osimo, con cui l’Italia nel 1975 definì ufficialmente il suo confine con la Jugoslavia titoista senza più rivendicare almeno la Zona B (Capodistria e Buie) del mai costituito Territorio Libero di Trieste. Ricordando, infine, i meriti divulgativi dell’Associazione Nazionale Dalmata, Terzi ha menzionato anche il terrificante reportage fotografico “Rapporto sul trattamento degli italiani dopo l’8 settembre 1943” che raccolse le prove delle stragi nelle foibe e della pulizia etnica scatenata dall’esercito partigiano di Tito in Istria. Basato su materiale raccolto dai Servizi segreti della Marina italiana, questo memoriale fu consegnato ad Alcide De Gasperi affinché lo presentasse alla Conferenza di Pace, ma lo statista trentino preferì non utilizzarlo per non spezzare i rapporti politici con socialisti e comunisti, sicché, come Vittorio Emanuele Orlando durante le trattative successive alla fine della Prima guerra mondiale, il rappresentante italiano perorò la propria causa quando ormai tutto era già stato deciso altrove.

Lorenzo Salimbeni

Il mare Adriatico, lago di Venezia

La Serenissima garantì quella convivenza etnica poi demolita dal divide et impera asburgico

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
SanMarco

I primi a provarci furono i più ferventi sostenitori del Regno dei Serbi, Sloveni e Croati sorto al termine della Prima Guerra Mondiale; nel corso della Seconda Guerra Mondiale si cimentarono gli ustaša prima e in seguito i nazionalisti croati che si erano infiltrati nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia di Tito; venne infine il turno degli ultra-nazionalisti della Croazia indipendente negli anni Novanta: durante il secolo breve ci hanno provato davvero in tanti a scalpellarli o a farli saltare in aria, ma i leoni alati della Repubblica di Venezia scolpiti resistettero e fanno ancor oggi bella mostra di sé nei portali delle città della costa istriana e dalmata. In queste effigi alle volte il Vangelo è spalancato sulle pagine recanti la citazione “Pax tibi Marce evangelista meus”, ma spesso è chiuso sotto una zampa leonina, mentre l’altra sguaina la spada, a fronteggiare i nemici di Venezia.

Da Capodistria, nell’attuale Slovenia, fino a Cattaro, spettacolare insenatura nell’odierno Montenegro, l’epoca medioevale e moderna vide fiorire le fortune commerciali della Serenissima, la quale non si peritava di commerciare con l’entroterra dominato dai turchi nemmeno nel momento in cui le sue galee scaricavano le proprie bordate sui vascelli del Sultano. Uscita nel 1358 dalla sfera d’influenza veneziana, la Repubblica di Ragusa svolse un ruolo ancor più accentuato nei rapporti con un retroterra spesso descritto dalle cronache dell’epoca come grezzo, selvaggio ed arretrato. Formalmente vincolato al Regno d’Ungheria prima ed alla Sublime Porta successivamente, lo Stato raguseo rappresentò la quinta repubblica marinara d’Italia e vide crollare le proprie fortune sia per lo spostamento dei grandi traffici verso le rotte atlantiche, sia in seguito ad un terrificante terremoto che devastò la città nel 1667.

Il trattato di Campoformido del 1797 segnò la fine dell’indipendenza di Venezia, ceduta con gran delusione di Ugo Foscolo e di altri patrioti all’Impero d’Austria nell’ambito della spregiudicata diplomazia napoleonica. Se l’ultimo Doge di Venezia depose le insegne di San Marco il 12 maggio, la località montenegrina di Perasto mantenne la propria libertà fino al 23 agosto, giorno in cui all’arrivo delle truppe austriache il conte Giuseppe Viscovich, capitano della guardia, seppellì l’ultimo gonfalone della Repubblica sotto l’altare del duomo dopo aver pronunciato quel discorso che culminava nella frase: Ti con nu, nu con ti (Tu con noi, noi con te) che avrebbe fatto da motto, tra gli altri, alla squadriglia aerea Serenissima di Gabriele d’Annunzio nella Grande Guerra.

L’effimera Repubblica di Venezia del 1848-’49 nacque innanzitutto come desiderio di recuperare un’autonomia ed una libertà che il dominio asburgico avevano fortemente ridimensionato. Nel momento in cui i gonfaloni del leone di San Marco avevano ripreso a sventolare, molti dall’Istria e dalla Dalmazia giunsero a dare man forte, non ultimo Niccolò Tommaseo da Sebenico, uno dei padri nobili della lingua italiana che rivestì incarichi di rilievo nel governo. Da una dimensione municipalista e localista, tale esperienza insurrezionale avrebbe rapidamente assunto caratteristiche più marcatamente patriottiche, richiamando in sua difesa combattenti provenienti da tutta Italia. Nelle decadi successive il ricordo delle libertà godute ai tempi della Serenissima avrebbe creato l’humus ideale per l’azione patriottica ed irredentista in Istria ed in un secondo momento pure in Dalmazia. In quest’ultima regione, infatti, si era sviluppata una vera e propria nazionalità dalmata, in cui l’idioma italico faceva da lingua franca in un litorale spezzettato in centinaia di isole e isolotti ed una costa dominata dalle montagne, laddove altrettanto articolata era la nazionalità delle popolazioni ivi residenti, tra italiani, croati, serbi ed albanesi. Solamente dopo la Terza Guerra d’Indipendenza le autorità della duplice monarchia cominciarono a guardare con sospetto la componente italiana ed avviarono il nefasto principio del divide et impera, favorendo la componente croata a scapito delle altre. L’allargamento del suffragio, l’apertura di scuole con lingua d’insegnamento croata, l’uso di tale idioma nelle pubbliche amministrazioni ed il contestuale ridimensionamento dell’italiano condussero ad una croatizzazione che avrebbe portato le nuove generazioni a distaccarsi dal lealismo proprio del vecchio partito autonomista dalmata e ad avvicinarsi a posizioni irredentiste.

Le autorità asburgiche favorirono, inoltre, tra fine Ottocento ed inizio Novecento l’immigrazione dall’entroterra sloveno verso Trieste e Gorizia, al fine non solo di iniettare manodopera nel porto e nei nascenti impianti industriali, ma anche e soprattutto di fronteggiare la crescente italianità che dagli strati borghesi cominciava a diffondersi anche a livello popolare, soprattutto grazie alle suggestioni alimentate dalle imprese garibaldine. I “regnicoli” (cittadini del Regno d’Italia che venivano a lavorare in territorio austro-ungarico) trovarono sempre più difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale e produttivo, nel quale invece si consolidavano sloveni e croati, grati e leali nei confronti di Vienna per le libertà ed i riconoscimenti alla propria identità che avevano ottenuto. Tutte queste tensioni fuoriuscirono dai consessi elettivi locali e portarono anche a scontri di piazza tra opposte fazioni nazionali, ma soprattutto sarebbero confluite nelle motivazioni nazionaliste della Grande Guerra.

Lorenzo Salimbeni 

Il martirio di Zara in un romanzo

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

La vicenda di una famiglia dalmata nel contesto dei bombardamenti angloamericani e delle stragi partigiane

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Zara, 2 novembre 1943: i bombardieri Alleati sorvolano la città e la luce del tramonto è oscurata da più di cinque tonnellate di bombe che si schiantano al suolo con un rombo tremendo, accompagnate da grida di dolore e di morte. Con questa tetra immagine si apre “La Zaratina. La tragedia dell’esodo dalmata” di Silvio Testa (Marsilio, Venezia 2017).

Rovinoso e coinvolgente, il romanzo ripercorre senza sconti ciò che fu l’esodo dalmata, una delle pagine più cupe e dimenticate della storia italiana. Dopo una breve introduzione in cui si ricordano le decisioni politiche seguenti l’armistizio dell’8 settembre, ci si immerge immediatamente nel clima plumbeo proprio di quegli anni, caratterizzato da una profondo malessere nei confronti delle istituzioni politiche italiane e, allora come oggi, da un mancato senso di appartenenza al medesimo popolo; l’idea di essere parte di una Nazione latita, nonostante i dolori e il sangue che furono necessari per costruire il Regno. E stringe in una morsa terribile Zara e tutti gli altri territori ex irredenti occupati dai Tedeschi ma popolati da famiglie che, per quanto italiane, vengono ripudiate e tacciate di fascismo dai propri stessi compatrioti.

Mentre le SS e la Wehrmacht impediscono l’insediamento di un prefetto degli ustaša di Ante Pavelic, i fascisti irredentisti croati, favorendo la continuazione di un’amministrazione completamente italiana, gli Alleati proseguono nell’opera di distruzione del capoluogo costiero, alternando bombardamenti a spezzonamenti sino ad affondare il traghetto Corridoni – storico simbolo della città – e a radere al suolo la quasi totalità delle abitazioni e dei magazzini adibiti a riserve di viveri. Abbandonata dai Tedeschi in rotta, Zara è ormai arrivata al punto di non ritorno, dimenticata tanto dagli Alleati, impegnati nella riconquista della penisola, quanto dalla Repubblica Sociale Italiana, impegnata a risolvere i conflitti sul fronte meridionale e a contrastare i primi episodi di Resistenza partigiana.

Inizia così la triste diaspora italiana, narrata attraverso gli occhi di una famiglia originaria della Dalmazia che, abbattuta dalla scure della guerra, tenta disperatamente di sfuggire ai bombardamenti e vede scemare sempre più i propri guadagni a causa dell’interruzione degli scambi commerciali con la madrepatria; deve inoltre far fronte al dilagare del Titoismo, i cui partigiani, marciando su Zara nell’autunno del 1944, perpetrano nei confronti della popolazione italiana superstite uno dei più violenti genocidi che la Storia ricordi. Violenze di ogni genere, sfregio dei cadaveri e fucilazioni in piazza; il terrore delle bombe viene presto sostituito dalla paura verso i partigiani titini, capaci di sopprimere intere famiglie per la sola colpa di essere italiane, per poi gettarne i cadaveri all’interno delle foibe oppure direttamente in mare, come accade sulla costa di Ugliano. Presto viene istituito il Tribunale del Popolo per giudicare criminali di guerra e collaborazionisti con condanne ai lavori forzati, alla confisca dei beni e ad esecuzioni sommarie.

Chiunque poteva essere un confidente o un delatore; si aveva paura di parlare. Colti da un profondo sconforto, gli italiani delle terre adriatiche pregano, accettando la fine ormai imminente, oppure si disperdono, come i membri della famiglia le cui vicende intessono la trama del libro, per poi perdersi e non incontrarsi più, italiani senza patria, senza orgoglio e senza onore. Con un velo di dolore si chiude la triste vicenda dell’esodo dalmata, dimenticata da molti e raccontata da pochi, riportata sapientemente alla luce da Silvio Testa con quella fine grandezza di stile che solo i sommi romanzieri possono infondere.

 

Federica Cresto

Gruppo Lettori Premio Acqui Storia

Una ‘Zaratina’ al Premio Acqui Storia 2017

Acqui Storia premiazioni ariston (813)

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Heyriès, Roseano e Wulf i vincitori delle tre sezioni della 50° edizione. In concorso anche un romanzo storico dedicato all’Esodo

Acqui Storia premiazioni ariston (813)

 

Le Giurie del Premio Acqui Storia, riunitesi in Acqui Terme, hanno designato i vincitori della 50° edizione della manifestazione. Nato nel 1968 per onorare il ricordo della “Divisione Acqui” e i caduti di Cefalonia nel settembre 1943, questo Premio è divenuto negli ultimi dieci anni uno dei più importanti riconoscimenti europei nell’ambito della storiografia scientifica e divulgativa, del romanzo storico e della storia al cinema ed in televisione, ottenendo un importante rilancio scientifico, culturale e mediatico ed una grande visibilità internazionale.

La Giuria della sezione storico-divulgativa, che annoverava ben 76 volumi in concorso, ha decretato la vittoria di Andrea Wulf con il volume “L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza”, Luiss University Press. La Giuria della sezione scientifica, sui 55 volumi presentati, ha proclamato la vittoria di Hubert Heyriès con il volume “talia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta”, Il Mulino.

Roberto Roseano, con “L’ardito”, Itinera Progetti Editore ha vinto i 6500 euro in palio per la sezione del Romanzo Storico, cui partecipavano 55 opere letterarie. In tale sezione figurava pure un testo dedicato alla memoria dell’Esodo giuliano-dalmata: si tratta del volume “La zaratina” di Silvio Testa, il cui romanzo è ambientato nella Zara italiana, in Dalmazia, dove dopo l’8 settembre 1943 si scatena l’inferno. Decine di pesanti bombardamenti angloamericani radono praticamente al suolo la Perla veneziana, mentre la popolazione civile, prevalentemente di lingua e cultura italiana, fugge dove può: chi nella madrepatria, chi nelle campagne, vivendo di stenti ai margini di una città fantasma. Quando i partigiani di Tito entrano a Zara nell’autunno del 1944, contro la superstite popolazione italiana divampa la pulizia etnica con fucilazioni, uccisioni orrende, violenze, soprusi. Una famiglia italiana cerca di resistere come può. E ci riesce, aggrappata alla vita, ma alla fine è costretta a dividersi per sempre e ad abbandonare tutto: la terra natale, i beni, soprattutto le speranze giovanili infrante dalla guerra. Tutto è cambiato, compresi i sentimenti: il futuro non sarà come era stato sognato. Di là dal mare Zara è ormai diventata Zadar.

“Un Premio, l’Acqui Storia, che ha indubbiamente a cuore le vicende degli italiani di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia: non dimentichiamo che tra i finalisti dell’anno scorso, nella sezione storico-scientifica, vi era il volume di Luciano Monzali, ‘Gli italiani di Dalmazia e le relazioni italo-jugoslave nel Novecento’. Vogliamo ringraziare il responsabile esecutivo del Premio Carlo Sburlati e i giurati tutti – si legge in una nota del Comitato 10 Febbraio di Alessandria – per l’attenzione che dimostrano e hanno dimostrato verso le tematiche storiche del confine orientale”.

Ad affiancare le Giurie vi è il Gruppo dei Lettori, giuria “popolare” del Premio, costituito da un numero variabile di appassionati di storia, non superiore a sessanta, prevalentemente di Acqui Terme e dell’Acquese, che elegge un Rappresentante per ogni sezione. Attualmente i rappresentati sono Claudio Bonante, Roberto Capra e Chiara Fogliati. I Lettori leggono e votano i volumi finalisti per ognuna delle tre sezioni, portando il loro voto nelle Giurie e, costituendo, di conseguenza, parte integrante e imprescindibile del Premio.

La cerimonia di premiazione della 50° edizione del Premio Acqui Storia è in programma sabato 21 ottobre alle ore 17.00 presso il Teatro Ariston di Acqui Terme, in Piazza Matteotti. Sarà condotta da Roberto Giacobbo, giornalista, docente universitario, conduttore ed autore televisivo di programmi televisivi di successo quale “Voyager – Ai confini della conoscenza”, e sarà il culmine di un intenso programma di eventi, iniziato nella mattina alle ore 10.30 al Grand Hotel Terme di Acqui con l’incontro dei vincitori con la stampa, gli studenti ed il pubblico.

L’assegnazione del premio Testimone del Tempo 2017, che rappresenta il momento più prestigioso della manifestazione, vedrà calcare il palco del Teatro Ariston due figure di straordinario rilievo nel panorama artistico e culturale contemporaneo: il giornalista e scrittore Massimo Fini e l’ex Ministro dei Lavori Pubblici Nerio Nesi. Il Premio speciale “Alla Carriera”, istituito nel 2009 da un’idea di Carlo Sburlati, è infine stato conferito a Domenico Fisichella, professore all’Università di Firenze, alla Sapienza ed alla Luiss di Roma, già Vicepresidente del Senato e Ministro dei Beni Culturali e Ambientali.

a cura del Comitato 10 Febbraio Alessandria

Il 15 settembre 1947 e la perdita dell’Istria

L’entrata in vigore del Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 

esodo

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, è una data che ha assunto una certa notorietà presso l’opinione pubblica italiana anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo proprio il 10 febbraio, laddove meno celebrata è la ricorrenza del 15 settembre 1947: si tratta della giornata in cui quel vero e proprio diktat imposto all’Italia dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale entrò in vigore. Al momento della firma non si sapeva ancora quando avrebbe preso effettiva efficacia, dovendo essere ancora ratificato da tutti i contraenti ed in questi sette mesi si consumarono altre tragiche pagine di storia del confine orientale italiano.

Ricordato che tale trattato internazionale aveva ricadute anche sugli italiani di Briga e Tenda (cedute alla Francia) nonché su quelli trapiantati nelle colonie e nel Dodecaneso (restituiti rispettivamente all’indipendenza – pur con l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1950-‘60 – ed alla Grecia), nei mesi in cui si perfezionò avvenne soprattutto l’esodo biblico da Pola, sotto Governo Militare Alleato. Proprio il fatto di non sapere quando esattamente sarebbe entrato in vigore il Trattato fece infatti sì che le operazioni di abbandono del capoluogo istriano si svolgessero in maniera particolarmente accelerata, con la motonave Toscana che ininterrottamente trasportava la quasi totalità dei 32.000 polesani ad Ancona e a Venezia. Umili masserizie e la bara contenente le spoglie di Nazario Sauro, famiglie con donne, vecchi e bambini di tutte le estrazioni sociali e politiche affollavano la banchina del porto istriano per imbarcarsi e manifestare con i fatti la voglia di appartenenza all’Italia che non poterono esprimere con un plebiscito, da più parti invocato, ma mai concesso, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli che ostentavano le potenze vincitrici del recente conflitto. All’arrivo nella penisola li attendevano treni di carri bestiame che li avrebbero condotti ai miseri Centri Raccolta Profughi ovvero all’oltraggiosa sosta alla stazione di Bologna, ove i ferrovieri sindacalizzati dalla Cgil impedirono che le associazioni umanitarie fornissero un pasto caldo ai polesani del convoglio destinato alla caserma Ugo Botti di La Spezia.

Nel resto dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia destinati ad entrare nella Jugoslavia l’esodo del 90% della comunità italiana ivi residente da secoli non poté svolgersi altrettanto celermente, poiché le autorità jugoslave ponevano ostacoli all’esercizio delle opzioni previste dal Trattato, in spregio alle cui clausole gli optanti per la cittadinanza italiana si vedevano inoltre privati delle proprietà.

Ma nel frattempo avvenne anche il dibattito in Assemblea costituente, in cui le province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, direttamente interessate dallo stravolgimento confinario, non avevano potuto eleggere i propri rappresentanti il 2 giugno 1946 (e tanto meno esprimersi nel Referendum istituzionale). Caddero nel vuoto le proteste dei padri costituenti giuliani eletti nel listone nazionale con i resti (Fausto Pecorari e Leo Valiani) così come le accuse di “cupidigia di servilismo” e di mancanza di spirito patriottico espresse da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce all’indirizzo dei diplomatici italiani che accettarono il diktat.

Solamente a fine agosto i vincitori del conflitto resero noto che il 15 settembre il trattato sarebbe entrato in vigore a tutti gli effetti. Quel giorno il comandante della guarnigione britannica di presidio a Pola, ormai deserta, cedeva le chiavi della città al collega jugoslavo, Gorizia poteva celebrare il ritorno entro i confini italiani e muoveva i primi passi il progetto del Territorio Libero di Trieste, diviso in zona A (il capoluogo giuliano sotto Governo Militare Angloamericano) e B (i distretti di Capodistria e di Buie sotto Amministrazione militare jugoslava), ma che mai si costituì ufficialmente causa la mancata indicazione del Governatore all’unanimità fra le potenze vincitrici del conflitto, ormai già attraversate dalla dialettica della Guerra fredda.

Lorenzo Salimbeni