Il martirio di Zara in un romanzo

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

La vicenda di una famiglia dalmata nel contesto dei bombardamenti angloamericani e delle stragi partigiane

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Zara, 2 novembre 1943: i bombardieri Alleati sorvolano la città e la luce del tramonto è oscurata da più di cinque tonnellate di bombe che si schiantano al suolo con un rombo tremendo, accompagnate da grida di dolore e di morte. Con questa tetra immagine si apre “La Zaratina. La tragedia dell’esodo dalmata” di Silvio Testa (Marsilio, Venezia 2017).

Rovinoso e coinvolgente, il romanzo ripercorre senza sconti ciò che fu l’esodo dalmata, una delle pagine più cupe e dimenticate della storia italiana. Dopo una breve introduzione in cui si ricordano le decisioni politiche seguenti l’armistizio dell’8 settembre, ci si immerge immediatamente nel clima plumbeo proprio di quegli anni, caratterizzato da una profondo malessere nei confronti delle istituzioni politiche italiane e, allora come oggi, da un mancato senso di appartenenza al medesimo popolo; l’idea di essere parte di una Nazione latita, nonostante i dolori e il sangue che furono necessari per costruire il Regno. E stringe in una morsa terribile Zara e tutti gli altri territori ex irredenti occupati dai Tedeschi ma popolati da famiglie che, per quanto italiane, vengono ripudiate e tacciate di fascismo dai propri stessi compatrioti.

Mentre le SS e la Wehrmacht impediscono l’insediamento di un prefetto degli ustaša di Ante Pavelic, i fascisti irredentisti croati, favorendo la continuazione di un’amministrazione completamente italiana, gli Alleati proseguono nell’opera di distruzione del capoluogo costiero, alternando bombardamenti a spezzonamenti sino ad affondare il traghetto Corridoni – storico simbolo della città – e a radere al suolo la quasi totalità delle abitazioni e dei magazzini adibiti a riserve di viveri. Abbandonata dai Tedeschi in rotta, Zara è ormai arrivata al punto di non ritorno, dimenticata tanto dagli Alleati, impegnati nella riconquista della penisola, quanto dalla Repubblica Sociale Italiana, impegnata a risolvere i conflitti sul fronte meridionale e a contrastare i primi episodi di Resistenza partigiana.

Inizia così la triste diaspora italiana, narrata attraverso gli occhi di una famiglia originaria della Dalmazia che, abbattuta dalla scure della guerra, tenta disperatamente di sfuggire ai bombardamenti e vede scemare sempre più i propri guadagni a causa dell’interruzione degli scambi commerciali con la madrepatria; deve inoltre far fronte al dilagare del Titoismo, i cui partigiani, marciando su Zara nell’autunno del 1944, perpetrano nei confronti della popolazione italiana superstite uno dei più violenti genocidi che la Storia ricordi. Violenze di ogni genere, sfregio dei cadaveri e fucilazioni in piazza; il terrore delle bombe viene presto sostituito dalla paura verso i partigiani titini, capaci di sopprimere intere famiglie per la sola colpa di essere italiane, per poi gettarne i cadaveri all’interno delle foibe oppure direttamente in mare, come accade sulla costa di Ugliano. Presto viene istituito il Tribunale del Popolo per giudicare criminali di guerra e collaborazionisti con condanne ai lavori forzati, alla confisca dei beni e ad esecuzioni sommarie.

Chiunque poteva essere un confidente o un delatore; si aveva paura di parlare. Colti da un profondo sconforto, gli italiani delle terre adriatiche pregano, accettando la fine ormai imminente, oppure si disperdono, come i membri della famiglia le cui vicende intessono la trama del libro, per poi perdersi e non incontrarsi più, italiani senza patria, senza orgoglio e senza onore. Con un velo di dolore si chiude la triste vicenda dell’esodo dalmata, dimenticata da molti e raccontata da pochi, riportata sapientemente alla luce da Silvio Testa con quella fine grandezza di stile che solo i sommi romanzieri possono infondere.

 

Federica Cresto

Gruppo Lettori Premio Acqui Storia

Una ‘Zaratina’ al Premio Acqui Storia 2017

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Heyriès, Roseano e Wulf i vincitori delle tre sezioni della 50° edizione. In concorso anche un romanzo storico dedicato all’Esodo

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Le Giurie del Premio Acqui Storia, riunitesi in Acqui Terme, hanno designato i vincitori della 50° edizione della manifestazione. Nato nel 1968 per onorare il ricordo della “Divisione Acqui” e i caduti di Cefalonia nel settembre 1943, questo Premio è divenuto negli ultimi dieci anni uno dei più importanti riconoscimenti europei nell’ambito della storiografia scientifica e divulgativa, del romanzo storico e della storia al cinema ed in televisione, ottenendo un importante rilancio scientifico, culturale e mediatico ed una grande visibilità internazionale.

La Giuria della sezione storico-divulgativa, che annoverava ben 76 volumi in concorso, ha decretato la vittoria di Andrea Wulf con il volume “L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza”, Luiss University Press. La Giuria della sezione scientifica, sui 55 volumi presentati, ha proclamato la vittoria di Hubert Heyriès con il volume “talia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta”, Il Mulino.

Roberto Roseano, con “L’ardito”, Itinera Progetti Editore ha vinto i 6500 euro in palio per la sezione del Romanzo Storico, cui partecipavano 55 opere letterarie. In tale sezione figurava pure un testo dedicato alla memoria dell’Esodo giuliano-dalmata: si tratta del volume “La zaratina” di Silvio Testa, il cui romanzo è ambientato nella Zara italiana, in Dalmazia, dove dopo l’8 settembre 1943 si scatena l’inferno. Decine di pesanti bombardamenti angloamericani radono praticamente al suolo la Perla veneziana, mentre la popolazione civile, prevalentemente di lingua e cultura italiana, fugge dove può: chi nella madrepatria, chi nelle campagne, vivendo di stenti ai margini di una città fantasma. Quando i partigiani di Tito entrano a Zara nell’autunno del 1944, contro la superstite popolazione italiana divampa la pulizia etnica con fucilazioni, uccisioni orrende, violenze, soprusi. Una famiglia italiana cerca di resistere come può. E ci riesce, aggrappata alla vita, ma alla fine è costretta a dividersi per sempre e ad abbandonare tutto: la terra natale, i beni, soprattutto le speranze giovanili infrante dalla guerra. Tutto è cambiato, compresi i sentimenti: il futuro non sarà come era stato sognato. Di là dal mare Zara è ormai diventata Zadar.

“Un Premio, l’Acqui Storia, che ha indubbiamente a cuore le vicende degli italiani di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia: non dimentichiamo che tra i finalisti dell’anno scorso, nella sezione storico-scientifica, vi era il volume di Luciano Monzali, ‘Gli italiani di Dalmazia e le relazioni italo-jugoslave nel Novecento’. Vogliamo ringraziare il responsabile esecutivo del Premio Carlo Sburlati e i giurati tutti – si legge in una nota del Comitato 10 Febbraio di Alessandria – per l’attenzione che dimostrano e hanno dimostrato verso le tematiche storiche del confine orientale”.

Ad affiancare le Giurie vi è il Gruppo dei Lettori, giuria “popolare” del Premio, costituito da un numero variabile di appassionati di storia, non superiore a sessanta, prevalentemente di Acqui Terme e dell’Acquese, che elegge un Rappresentante per ogni sezione. Attualmente i rappresentati sono Claudio Bonante, Roberto Capra e Chiara Fogliati. I Lettori leggono e votano i volumi finalisti per ognuna delle tre sezioni, portando il loro voto nelle Giurie e, costituendo, di conseguenza, parte integrante e imprescindibile del Premio.

La cerimonia di premiazione della 50° edizione del Premio Acqui Storia è in programma sabato 21 ottobre alle ore 17.00 presso il Teatro Ariston di Acqui Terme, in Piazza Matteotti. Sarà condotta da Roberto Giacobbo, giornalista, docente universitario, conduttore ed autore televisivo di programmi televisivi di successo quale “Voyager – Ai confini della conoscenza”, e sarà il culmine di un intenso programma di eventi, iniziato nella mattina alle ore 10.30 al Grand Hotel Terme di Acqui con l’incontro dei vincitori con la stampa, gli studenti ed il pubblico.

L’assegnazione del premio Testimone del Tempo 2017, che rappresenta il momento più prestigioso della manifestazione, vedrà calcare il palco del Teatro Ariston due figure di straordinario rilievo nel panorama artistico e culturale contemporaneo: il giornalista e scrittore Massimo Fini e l’ex Ministro dei Lavori Pubblici Nerio Nesi. Il Premio speciale “Alla Carriera”, istituito nel 2009 da un’idea di Carlo Sburlati, è infine stato conferito a Domenico Fisichella, professore all’Università di Firenze, alla Sapienza ed alla Luiss di Roma, già Vicepresidente del Senato e Ministro dei Beni Culturali e Ambientali.

a cura del Comitato 10 Febbraio Alessandria

Il 15 settembre 1947 e la perdita dell’Istria

L’entrata in vigore del Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, è una data che ha assunto una certa notorietà presso l’opinione pubblica italiana anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo proprio il 10 febbraio, laddove meno celebrata è la ricorrenza del 15 settembre 1947: si tratta della giornata in cui quel vero e proprio diktat imposto all’Italia dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale entrò in vigore. Al momento della firma non si sapeva ancora quando avrebbe preso effettiva efficacia, dovendo essere ancora ratificato da tutti i contraenti ed in questi sette mesi si consumarono altre tragiche pagine di storia del confine orientale italiano.

Ricordato che tale trattato internazionale aveva ricadute anche sugli italiani di Briga e Tenda (cedute alla Francia) nonché su quelli trapiantati nelle colonie e nel Dodecaneso (restituiti rispettivamente all’indipendenza – pur con l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1950-‘60 – ed alla Grecia), nei mesi in cui si perfezionò avvenne soprattutto l’esodo biblico da Pola, sotto Governo Militare Alleato. Proprio il fatto di non sapere quando esattamente sarebbe entrato in vigore il Trattato fece infatti sì che le operazioni di abbandono del capoluogo istriano si svolgessero in maniera particolarmente accelerata, con la motonave Toscana che ininterrottamente trasportava la quasi totalità dei 32.000 polesani ad Ancona e a Venezia. Umili masserizie e la bara contenente le spoglie di Nazario Sauro, famiglie con donne, vecchi e bambini di tutte le estrazioni sociali e politiche affollavano la banchina del porto istriano per imbarcarsi e manifestare con i fatti la voglia di appartenenza all’Italia che non poterono esprimere con un plebiscito, da più parti invocato, ma mai concesso, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli che ostentavano le potenze vincitrici del recente conflitto. All’arrivo nella penisola li attendevano treni di carri bestiame che li avrebbero condotti ai miseri Centri Raccolta Profughi ovvero all’oltraggiosa sosta alla stazione di Bologna, ove i ferrovieri sindacalizzati dalla Cgil impedirono che le associazioni umanitarie fornissero un pasto caldo ai polesani del convoglio destinato alla caserma Ugo Botti di La Spezia.

Nel resto dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia destinati ad entrare nella Jugoslavia l’esodo del 90% della comunità italiana ivi residente da secoli non poté svolgersi altrettanto celermente, poiché le autorità jugoslave ponevano ostacoli all’esercizio delle opzioni previste dal Trattato, in spregio alle cui clausole gli optanti per la cittadinanza italiana si vedevano inoltre privati delle proprietà.

Ma nel frattempo avvenne anche il dibattito in Assemblea costituente, in cui le province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, direttamente interessate dallo stravolgimento confinario, non avevano potuto eleggere i propri rappresentanti il 2 giugno 1946 (e tanto meno esprimersi nel Referendum istituzionale). Caddero nel vuoto le proteste dei padri costituenti giuliani eletti nel listone nazionale con i resti (Fausto Pecorari e Leo Valiani) così come le accuse di “cupidigia di servilismo” e di mancanza di spirito patriottico espresse da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce all’indirizzo dei diplomatici italiani che accettarono il diktat.

Solamente a fine agosto i vincitori del conflitto resero noto che il 15 settembre il trattato sarebbe entrato in vigore a tutti gli effetti. Quel giorno il comandante della guarnigione britannica di presidio a Pola, ormai deserta, cedeva le chiavi della città al collega jugoslavo, Gorizia poteva celebrare il ritorno entro i confini italiani e muoveva i primi passi il progetto del Territorio Libero di Trieste, diviso in zona A (il capoluogo giuliano sotto Governo Militare Angloamericano) e B (i distretti di Capodistria e di Buie sotto Amministrazione militare jugoslava), ma che mai si costituì ufficialmente causa la mancata indicazione del Governatore all’unanimità fra le potenze vincitrici del conflitto, ormai già attraversate dalla dialettica della Guerra fredda.

Lorenzo Salimbeni

La Dalmazia e i rapporti tra ebrei ed esercito italiano

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Presentata alla Camera una pubblicazione poco nota che ricorda l’impegno italiano nel 1941-’43 contro l’antisemitismo degli ustaša

 

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Molto si discute sull’effettiva applicazione delle Leggi razziali nell’Italia fascista, molto meno si è parlato dell’opera di salvataggio degli ebrei attuata nel 1941-1943 dalle truppe italiane di presidio in Dalmazia e nella propria zona di competenza all’interno dello Stato Indipendente Croato, fragile ma ferocemente antisemita. Eppure l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito ha dato alle stampe già nel 2009 “Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943)” di Menachem Shelah: per ovviare a questa carenza, Guido Cace, presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata, ha promosso una presentazione di tale volume martedì 4 luglio alla Camera dei Deputati, ospite dell’On. Fabrizio Di Stefano.

La professoressa Rita Tolomeo, Presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Roma, era stata una delle curatrici dell’opera ed intervenendo al convegno ha segnalato vari episodi in cui diplomatici, militari e funzionari civili si sono adoperati per salvare gli ebrei di Croazia dalle persecuzioni del regime di Ante Pavelić: «L’Ambasciata di Zagabria – ha ricordato la professoressa della Sapienza – emise centinaia di salvacondotti a beneficio di ebrei con la scusa che dovevano andare a trovare parenti in Italia e così facendo salvò migliaia di vite umane» Ed in questo novero figurava anche Shelah, il cui “debito di gratitudine” nei confronti delle truppe del Regio Esercito risale a quando aveva due anni e con la sua famiglia fu posto sotto la tutela dei nostri soldati, i quali presidiavano non solo il Governatorato di Dalmazia, annesso nell’aprile 1941, ma anche metà del territorio croato, in cui imperversavano persecuzioni a danno di serbi, ebrei e zingari.

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Le cifre della spaventosa guerra civile (croati contro serbi, partigiani comunisti contro occupanti e collaborazionisti, nazionalisti contro comunisti, musulmani contro serbi) che attraversò la Jugoslavia dopo la sconfitta con le truppe dell’Asse nella primavera 1941 sono terrificanti: 1.700.000 morti su una popolazione di 18 milioni. Tuttavia l’On. Renzo de’ Vidovich (presidente della Fondazione Rustia-Traine) ha puntualizzato: «600.000 di questi sono stati eliminati dopo il 30 aprile 1945 – ha affermato l’ex deputato triestino – e si trattava di ustaša, četnici, domobranci e altri anticomunisti che furono massacrati con le loro famiglie dal nascente regime del Maresciallo Tito»

L’ambasciatore Gianfranco Giorgolo, componente del direttivo dell’AND, ha ricordato che nei suoi trascorsi nella carriera diplomatica, fra l’altro anche in Croazia ed in Medio Oriente, ha avuto modo di trovare tante testimonianze di ebrei o loro discendenti che dovevano la loro salvezza durante l’imperversare dell’Olocausto proprio all’interposizione di autorità civili o militari italiane.

«Questa pubblicazione – ha quindi ricordato il Colonnello dei Paracadutisti Cristiano Maria Dechigi, capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito – è stata fortemente voluta dallo SME per dimostrare l’umanità e la capacità di salvare vite umane che le nostre Forze Armate hanno sempre mantenuto, anche nei momenti più cupi della storia mondiale»

 

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Congratulazioni per la manifestazione, alla quale è intervenuto nel folto pubblico pure l’ambasciatore di Croazia in Italia, Damir Grubiša, sono state formulate dall’ex Ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata: con questa iniziativa l’associazionismo dalmatico ha voluto riprendere la sua attività di divulgazione culturale e di ricerca storica di alto profilo e a tal proposito è stato fatto nel dibattito finale un importante annuncio. La giornalista e dirigente nazionale del Comitato 10 Febbraio Carla Isabella Elena Cace, esule di terza generazione, è stata individuata dall’On. de’ Vidovich come nuovo direttore della prestigiosa Rivista Dalmatica, che in passato è stata punto di riferimento per la storia e la cultura dell’italianità dalmata e adesso dovrebbe riprendere a essere pubblicata regolarmente.

 

Lorenzo Salimbeni

Le date fondanti della Repubblica italiana non riguardano il confine orientale

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Dopo le passioni irredentiste ed interventiste, Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia si sono gradatamente scollegate dalle sorti della penisola

 

ConfineOrientale

 

Il Referendum del 2 giugno 1946, in cui vennero designati anche i membri dell’Assemblea Costituente, che avrebbe svolto pure funzioni parlamentari, non coinvolse tutti gli italiani. Il decreto luogotenenziale che delineò i collegi elettorali riguardava anche Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara (sotto amministrazione militare angloamericana oppure jugoslava, ma formalmente ancora nella sovranità italiana in attesa delle decisioni della Conferenza di Pace) e Bolzano, ma un successivo decreto legislativo stabilì che qui “la convocazione dei comizi elettorali sarà disposta con successivi provvedimenti” per motivi di ordine pubblico. Tale sospensione del voto non fu mai sanata sicché, eccezion fatta per alcuni costituenti eletti con i resti nel collegio nazionale, non parteciparono alla redazione della legge fondamentale della Repubblica rappresentanti delle martoriate province del confine orientale e inoltre al voto sul Trattato di Pace avvenuto nell’estate 1947 nessun esponente direttamente eletto nelle terre che venivano cedute ebbe modo di far sentire la sua voce.

Questa situazione si poneva in diretta continuità con due precedenti discrasie.

In seguito allo sbandamento dell’8 settembre 1943 si scatenò in Istria e Dalmazia la prima ondata di infoibamenti compiuti dai partigiani di Tito a danno degli esponenti di spicco della comunità italiana, ma nel resto d’Italia pochi ne vennero a conoscenza. Se puramente simbolica fu la dichiarazione da parte degli insorti dell’annessione della Venezia Giulia alle future Slovenia e Croazia nell’ambito della nuova Jugoslavia titoista, ben più drammatico fu il consolidarsi della Zona di Operazioni Litorale Adriatico da parte delle truppe tedesche, che di fatto annichilirono i poteri della Repubblica Sociale Italiana (molti gli ostacoli che i comandi germanici posero allo schieramento dei reparti della Divisione Decima, il cui comandante Borghese voleva proprio difendere il confine da nuove incursioni titine), laddove il cosiddetto Regno del Sud non riuscì a convincere gli angloamericani riguardo la necessità di non lasciare queste terre in mano jugoslava a guerra finita.

Ne conseguì la ancor più profonda spaccatura fra le terre redente con la Prima guerra mondiale ed il resto d’Italia consumatasi il 25 aprile 1945. L’insurrezione generale dei Comitati di Liberazione Nazionale Alta Italia contro le truppe tedesche in ritirata segnò la fine del conflitto, ma all’estremo nord-est le colonne angloamericane furono precedute nella “Corsa per Trieste” dal IX Korpus titino, il quale prese possesso di Trieste, Gorizia, Fiume e Istria dando luogo ad una seconda mattanza ancor più cruenta nei confronti di quanti, fascisti o antifascisti, si opponevano al progetto espansionista che voleva portare i confini della rinascente Jugoslavia fino al fiume Isonzo se non addirittura al Tagliamento.

Nelle coscienze dei reduci della Grande guerra e per gran parte dell’opinione pubblica fu molto grave il vulnus arrecato dalla perdite delle terre giuliano-dalmate in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947, sicché grande sarebbe stato l’entusiasmo per il ritorno dell’amministrazione italiana a Trieste il 26 ottobre 1954 dopo complesse vicende diplomatiche ed un tributo di sangue versato dai triestini nelle manifestazioni del novembre ’53 represse dalla polizia del Governo Militare Alleato. In quel giorno che Sergio Romano definì l’ultima pagina del Risorgimento, pochi compresero che contestualmente la Zona B del mai costituito Territorio Libero di Trieste (i distretti di Capodistria e di Buie) passava sotto amministrazione jugoslava. D’altro canto la vulgata resistenziale andava diffondendo la narrazione di una guerra vinta e pertanto non era opportuno soffermarsi sulle perdite territoriali.

Clamorosa dimostrazione di come la generazione che si sacrificò per Trento e Trieste italiana si fosse estinta e della “morte della Patria” risale al 10 novembre 1975, data in cui Italia e Jugoslavia firmarono alla chetichella il Trattato di Osimo che riconosceva la sovranità italiana sull’ex Zona A del TLT (la provincia di Trieste) e quella jugoslava sulla B. In Parlamento solamente i missini si opposero invano alla ratifica, soltanto a Trieste diedero vita a vibranti proteste gli esuli istriani ed i militanti del Fronte della Gioventù e la rabbia popolare contro una decisione calata dall’alto che spezzava definitivamente il tradizionale legame fra il capoluogo giuliano e la penisola istriana portò al fenomeno civico della Lista per Trieste.

Lorenzo Salimbeni