La Dalmazia e i rapporti tra ebrei ed esercito italiano

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Presentata alla Camera una pubblicazione poco nota che ricorda l’impegno italiano nel 1941-’43 contro l’antisemitismo degli ustaša

 

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Molto si discute sull’effettiva applicazione delle Leggi razziali nell’Italia fascista, molto meno si è parlato dell’opera di salvataggio degli ebrei attuata nel 1941-1943 dalle truppe italiane di presidio in Dalmazia e nella propria zona di competenza all’interno dello Stato Indipendente Croato, fragile ma ferocemente antisemita. Eppure l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito ha dato alle stampe già nel 2009 “Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943)” di Menachem Shelah: per ovviare a questa carenza, Guido Cace, presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata, ha promosso una presentazione di tale volume martedì 4 luglio alla Camera dei Deputati, ospite dell’On. Fabrizio Di Stefano.

La professoressa Rita Tolomeo, Presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Roma, era stata una delle curatrici dell’opera ed intervenendo al convegno ha segnalato vari episodi in cui diplomatici, militari e funzionari civili si sono adoperati per salvare gli ebrei di Croazia dalle persecuzioni del regime di Ante Pavelić: «L’Ambasciata di Zagabria – ha ricordato la professoressa della Sapienza – emise centinaia di salvacondotti a beneficio di ebrei con la scusa che dovevano andare a trovare parenti in Italia e così facendo salvò migliaia di vite umane» Ed in questo novero figurava anche Shelah, il cui “debito di gratitudine” nei confronti delle truppe del Regio Esercito risale a quando aveva due anni e con la sua famiglia fu posto sotto la tutela dei nostri soldati, i quali presidiavano non solo il Governatorato di Dalmazia, annesso nell’aprile 1941, ma anche metà del territorio croato, in cui imperversavano persecuzioni a danno di serbi, ebrei e zingari.

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Le cifre della spaventosa guerra civile (croati contro serbi, partigiani comunisti contro occupanti e collaborazionisti, nazionalisti contro comunisti, musulmani contro serbi) che attraversò la Jugoslavia dopo la sconfitta con le truppe dell’Asse nella primavera 1941 sono terrificanti: 1.700.000 morti su una popolazione di 18 milioni. Tuttavia l’On. Renzo de’ Vidovich (presidente della Fondazione Rustia-Traine) ha puntualizzato: «600.000 di questi sono stati eliminati dopo il 30 aprile 1945 – ha affermato l’ex deputato triestino – e si trattava di ustaša, četnici, domobranci e altri anticomunisti che furono massacrati con le loro famiglie dal nascente regime del Maresciallo Tito»

L’ambasciatore Gianfranco Giorgolo, componente del direttivo dell’AND, ha ricordato che nei suoi trascorsi nella carriera diplomatica, fra l’altro anche in Croazia ed in Medio Oriente, ha avuto modo di trovare tante testimonianze di ebrei o loro discendenti che dovevano la loro salvezza durante l’imperversare dell’Olocausto proprio all’interposizione di autorità civili o militari italiane.

«Questa pubblicazione – ha quindi ricordato il Colonnello dei Paracadutisti Cristiano Maria Dechigi, capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito – è stata fortemente voluta dallo SME per dimostrare l’umanità e la capacità di salvare vite umane che le nostre Forze Armate hanno sempre mantenuto, anche nei momenti più cupi della storia mondiale»

 

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Congratulazioni per la manifestazione, alla quale è intervenuto nel folto pubblico pure l’ambasciatore di Croazia in Italia, Damir Grubiša, sono state formulate dall’ex Ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata: con questa iniziativa l’associazionismo dalmatico ha voluto riprendere la sua attività di divulgazione culturale e di ricerca storica di alto profilo e a tal proposito è stato fatto nel dibattito finale un importante annuncio. La giornalista e dirigente nazionale del Comitato 10 Febbraio Carla Isabella Elena Cace, esule di terza generazione, è stata individuata dall’On. de’ Vidovich come nuovo direttore della prestigiosa Rivista Dalmatica, che in passato è stata punto di riferimento per la storia e la cultura dell’italianità dalmata e adesso dovrebbe riprendere a essere pubblicata regolarmente.

 

Lorenzo Salimbeni

Le date fondanti della Repubblica italiana non riguardano il confine orientale

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Dopo le passioni irredentiste ed interventiste, Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia si sono gradatamente scollegate dalle sorti della penisola

 

ConfineOrientale

 

Il Referendum del 2 giugno 1946, in cui vennero designati anche i membri dell’Assemblea Costituente, che avrebbe svolto pure funzioni parlamentari, non coinvolse tutti gli italiani. Il decreto luogotenenziale che delineò i collegi elettorali riguardava anche Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara (sotto amministrazione militare angloamericana oppure jugoslava, ma formalmente ancora nella sovranità italiana in attesa delle decisioni della Conferenza di Pace) e Bolzano, ma un successivo decreto legislativo stabilì che qui “la convocazione dei comizi elettorali sarà disposta con successivi provvedimenti” per motivi di ordine pubblico. Tale sospensione del voto non fu mai sanata sicché, eccezion fatta per alcuni costituenti eletti con i resti nel collegio nazionale, non parteciparono alla redazione della legge fondamentale della Repubblica rappresentanti delle martoriate province del confine orientale e inoltre al voto sul Trattato di Pace avvenuto nell’estate 1947 nessun esponente direttamente eletto nelle terre che venivano cedute ebbe modo di far sentire la sua voce.

Questa situazione si poneva in diretta continuità con due precedenti discrasie.

In seguito allo sbandamento dell’8 settembre 1943 si scatenò in Istria e Dalmazia la prima ondata di infoibamenti compiuti dai partigiani di Tito a danno degli esponenti di spicco della comunità italiana, ma nel resto d’Italia pochi ne vennero a conoscenza. Se puramente simbolica fu la dichiarazione da parte degli insorti dell’annessione della Venezia Giulia alle future Slovenia e Croazia nell’ambito della nuova Jugoslavia titoista, ben più drammatico fu il consolidarsi della Zona di Operazioni Litorale Adriatico da parte delle truppe tedesche, che di fatto annichilirono i poteri della Repubblica Sociale Italiana (molti gli ostacoli che i comandi germanici posero allo schieramento dei reparti della Divisione Decima, il cui comandante Borghese voleva proprio difendere il confine da nuove incursioni titine), laddove il cosiddetto Regno del Sud non riuscì a convincere gli angloamericani riguardo la necessità di non lasciare queste terre in mano jugoslava a guerra finita.

Ne conseguì la ancor più profonda spaccatura fra le terre redente con la Prima guerra mondiale ed il resto d’Italia consumatasi il 25 aprile 1945. L’insurrezione generale dei Comitati di Liberazione Nazionale Alta Italia contro le truppe tedesche in ritirata segnò la fine del conflitto, ma all’estremo nord-est le colonne angloamericane furono precedute nella “Corsa per Trieste” dal IX Korpus titino, il quale prese possesso di Trieste, Gorizia, Fiume e Istria dando luogo ad una seconda mattanza ancor più cruenta nei confronti di quanti, fascisti o antifascisti, si opponevano al progetto espansionista che voleva portare i confini della rinascente Jugoslavia fino al fiume Isonzo se non addirittura al Tagliamento.

Nelle coscienze dei reduci della Grande guerra e per gran parte dell’opinione pubblica fu molto grave il vulnus arrecato dalla perdite delle terre giuliano-dalmate in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947, sicché grande sarebbe stato l’entusiasmo per il ritorno dell’amministrazione italiana a Trieste il 26 ottobre 1954 dopo complesse vicende diplomatiche ed un tributo di sangue versato dai triestini nelle manifestazioni del novembre ’53 represse dalla polizia del Governo Militare Alleato. In quel giorno che Sergio Romano definì l’ultima pagina del Risorgimento, pochi compresero che contestualmente la Zona B del mai costituito Territorio Libero di Trieste (i distretti di Capodistria e di Buie) passava sotto amministrazione jugoslava. D’altro canto la vulgata resistenziale andava diffondendo la narrazione di una guerra vinta e pertanto non era opportuno soffermarsi sulle perdite territoriali.

Clamorosa dimostrazione di come la generazione che si sacrificò per Trento e Trieste italiana si fosse estinta e della “morte della Patria” risale al 10 novembre 1975, data in cui Italia e Jugoslavia firmarono alla chetichella il Trattato di Osimo che riconosceva la sovranità italiana sull’ex Zona A del TLT (la provincia di Trieste) e quella jugoslava sulla B. In Parlamento solamente i missini si opposero invano alla ratifica, soltanto a Trieste diedero vita a vibranti proteste gli esuli istriani ed i militanti del Fronte della Gioventù e la rabbia popolare contro una decisione calata dall’alto che spezzava definitivamente il tradizionale legame fra il capoluogo giuliano e la penisola istriana portò al fenomeno civico della Lista per Trieste.

Lorenzo Salimbeni 

 

Storia dell’irredentista Giovanni Randaccio

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Caduto in battaglia il 28 maggio 1917, fu al centro della liturgia dannunziana durante l’avventura fiumana

 

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Due mesi dopo aver preso possesso di Fiume, Gabriele d’Annunzio destò nuovamente preoccupazione e scalpore nella classe dirigente liberale italiana: con una flottiglia di navi della Regia Marina, che avevano disertato per sostenere il suo sforzo finalizzato all’annessione del Carnaro all’Italia, il Vate si presentò a Zara, capoluogo di quella Dalmazia che il Patto di Londra del 1915 assicurava a Roma e che in quell’autunno 1919 invece sembrava destinata a far parte del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

In attesa delle decisioni della Conferenza di Pace vigeva un Governatorato Militare, al cui vertice era l’Ammiraglio Enrico Millo, che non si peritava di manifestare, coerentemente con i desiderata dei vertici della flotta da guerra italiana, la necessità di annettere tutta la costa dell’Adriatico orientale (ancorché la comunità italiana rappresentasse una minoranza rispetto alla componente croata e serba) al fine di garantire il dominio di quelle acque.

Invece di trattare d’Annunzio come un disertore, Millo si intrattenne a pranzo con lui. Quindi i due arringarono la folla accorsa davanti al Palazzo del Governatore: nel momento culminante della sua orazione, il Comandante di Fiume srotolò un Tricolore visibilmente macchiato di sangue, coinvolgendo il pubblico già entusiasta in un momento di solenne sacralità. Si trattava della bandiera che aveva avvolto la salma del Maggiore Giovanni Randaccio, irredentista piemontese caduto in guerra proprio cent’anni fa. Un martire per la causa dell’unificazione nazionale, che ebbe come suo sudario la bandiera tricolore (sventolata più volte anche nel corso dei comizi fiumani), la folla ed il suo demagogo: erano tutte componenti della Religione della Patria.

Randaccio era morto in battaglia il 28 maggio 1917, meritando la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, che arrivò dopo tre Medaglie d’Argento conseguite nei primi mesi di guerra, durante i quali era stato promosso sul campo ed aveva subito una gravissima ferita. Infuriava allora la decima battaglia dell’Isonzo e Randaccio aveva tentato una difficilissima missione offensiva presso le foci del fiume Timavo, a pochi chilometri da Trieste, con lo scopo di occupare le rovine del castello di Duino. In quel punto, però, le difese austro-ungariche, imperniate sulla fortezza naturale del monte Ermada, risultavano particolarmente robuste. Ciononostante, infervorato anche dall’amico D’Annunzio – che su quel settore di fronte aveva a suo tempo svolto un’incursione aerea – Randaccio decise di condurre all’assalto dell’altura Bratina il reparto del 77° Reggimento della Brigata “Toscana” da lui comandato. La posizione fu conquistata a costo di enormi perdite e la reazione delle imperial-regie truppe non si fece attendere: i rinforzi per consolidare la conquista non arrivarono e le mitragliatrici austriache fecero strage, colpendo a morte anche Randaccio.

Due giorni dopo d’Annunzio tenne nel cimitero di Monfalcone l’orazione funebre dell’amico, contribuendo a creare attorno alla sua figura un alone di sacralità. Oggi, nel punto in cui si consumò la tragica fine del neanche trentatreenne ufficiale torinese (al quale è intitolato il vicino acquedotto triestino), un cippo ne ricorda il disperato sacrificio. Vicino una scultura bronzea raffigura dei lupi: essi sono i “Lupi di Toscana”, epiteto che i fanti della brigata Toscana si meritarono per l’ardore dimostrato sul campo di battaglia.

Lorenzo Salimbeni 

‘Le Foibe in Dalmazia si chiamano Mare Adriatico’

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il ricordo di Ottavio Missoni, di cui il 9 maggio si è celebrato il quarto anniversario della scomparsa

Missoni

 

Profondi occhi blu come il mare del Confine Orientale, tratto comune e distintivo di quasi tutti i dalmati. Occhi diversi, antichi e bellissimi. Sguardo di fuoco, a volte proiettato verso altro: la dimensione del suo vissuto strappato, della sua infanzia, della città che non c’è più, Zara. I riflessi di una giovinezza che ha continuato un’esistenza propria, verissima, nella sua anima. Perché spesso si sottovaluta una precipua capacità dell’uomo, dono o dannazione, a seconda di come la si vive. L’abilità di celebrare nel proprio cuore qualunque cosa, per sempre, in assoluta libertà.

E lui seppe usarlo bene, questo regalo. Non cadde nella facile e scontata malinconia, nella paura e nel dolore che svuota e depaupera. Usò quel tesoro per creare. Così nacque l’artista. Non solo il celebre stilista che tutti conosciamo, ma il fautore di arazzi di una bellezza e potenza inaudita, connotati da un linguaggio figurativo astratto che racchiude l’essenza, i colori, i suoni della nostra terra e che io ebbi la fortuna di ammirare bene, allestendo per lui la tappa romana di una mostra internazionale itinerante. Potrei narrare dei tanti ricordi personali, vissuti nei numerosi raduni. Ma non lo farò, perché quelli voglio custodirli nella dimensione del mio personale dono, il mio altrove. Desidero però ricordare Ottavio Missoni, a quattro anni dalla scomparsa, proponendo il testo di un’intervista, anzi di una nostra chiacchierata, che finì sul catalogo della mia mostra al Vittoriano e sul libro “Foibe ed Esodo. L’Italia negata”. Perché questo è quello che Lui, Sindaco del Libero Comune di Zara in esilio, voleva lasciare come testamento. Assieme a tanto di quell’altro che, fatalmente, da queste parole emergerà. Ciao Tai, ci manchi!

 

La Testimonianza

Come sognare una cosa che non c’è più? Per far rivivere Zara ci restano solo i ricordi”

 

Ottavio Missoni

 

Il Giorno del Ricordo è un momento di riflessione che accomuna tutti coloro che hanno subito la tragedia adriatica e vuole essere una compensazione per i troppi che non hanno una sepoltura nota e degna di questo nome, sulla quale parenti e amici possano deporre un fiore.

Personalmente, questa storia potrei iniziare a narrarla dal Natale 1941, l’ultimo che ho passato a Zara. Subito dopo, gennaio 1942, militare in Africa settentrionale, combattente sul fronte di El Alamein, quindi prigioniero degli inglesi, quattro anni, in Egitto. Al rientro, settembre 1946, la mia famiglia, mamma, papà e un fratello, dopo circa cinque anni li ho rivisti non a Zara, ma a Trieste.

Così arriviamo al nostro dramma di Esuli.

L’opinione pubblica italiana solo di recente è venuta pienamente a conoscenza dell’esodo che ha costretto noi Dalmati, unitamente a Fiumani ed Istriani a lasciare Zara e le altre terre della Dalmazia. Le cifre dicono che gli Esuli sono stati trecentosessantamila, senza mettere in conto i morti, infoibati in Istria e affogati nel Mare Adriatico in Dalmazia. Trecentosessantamila significa che l’esodo è stato totale. Oggi, si parlerebbe di “pulizia etnica”. In Italia si festeggia la giornata della “Liberazione”, ma c’è una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani e l’essere stati liberati dai nazional-comunisti di Tito.

Mi è stato chiesto che torti abbiamo subito noi esuli: stabilito che la guerra non si dovrebbe mai fare, ma se la si fa bisogna vincerla, il nostro vero torto fu di averla persa; ma è anche vero che per colpa di questa guerra che “non si doveva fare” gli istriani giuliano-dalmati hanno pagato un conto spaventoso, sia materialmente che moralmente, che non è possibile quantificare. Con tutto ciò i profughi hanno dato, nel complesso, un grande esempio di dignità, di apertura, di moderazione e tolleranza, di intelligenza e politica. Cinquant’anni dopo la loro tragica odissea, dimenticata e ignorata da quasi tutti hanno trovato, nella fedeltà alle loro origini e al loro destino, parole di conciliazione che dovrebbero essere un esempio per tutti.

Oggi ci si chiede come mai questo dramma sia stato ignorato per cinquant’anni. Evidentemente a molti la “verità” non faceva comodo e i molti dovevano essere in tanti. Così, i tanti, hanno semplicemente mistificato la “verità” tacendo. Dopo cinquant’anni se ne parla, il Parlamento ha istituzionalizzato il Giorno del Ricordo. Qualche onorevole ci ha chiesto scusa, a nome del Governo, per averci dimenticati per cinquant’anni: ho risposto che se aspettavano ancora un po’ non so a chi chiedevano scusa!

Si sono aperti dibattiti del perché solamente adesso, dopo cinquant’anni. Anche se il perché è abbastanza chiaro. Ma non ha importanza. Come si usa dire: “Meglio tardi che mai”. Così si può sperare che i nostri pronipoti abbiano l’opportunità di apprendere queste vicende dai libri di storia.

Ho detto all’inizio che al mio rientro dalla prigionia, settembre 1946, ho trovato i miei genitori a Trieste e non a Zara, città che più non esiste. Alla voce “Zara” dell’Enciclopedia Treccani si legge, tra l’altro: “La città fu sottoposta a ben cinquantaquattro durissimi bombardamenti aerei anglo-americani ed ebbe a subire gravissimi danni: oltre l’85% degli edifici fu distrutto o danneggiato; tremila cittadini vi lasciarono la vita; i superstiti, dopo l’ottobre 1944, completarono l’esodo iniziato un anno prima”. Giustamente, Enzo Bettiza l’ha definita la piccola “Dresda dell’Adriatico”.

Zara, una città fantasma. Noi siamo esuli “permanenti”. L’emigrante può sempre sognare che un giorno tornerà al suo paese, ritroverà il suo “borgo”, la sua osteria, i quattro amici. Ma come sognare una cosa che non è più? Per far rivivere Zara a noi rimangono solo i ricordi: una magica favola di una città che alla fine ti fa sorgere il dubbio che non sia mai stata realmente su questa terra. Zara, forse, esiste ormai solo nel cuore e nel disperato amore dei suoi cittadini dispersi nel mondo.

Sarà forse impossibile, come teme il mio amico Enzo Bettiza, o quanto meno molto difficile, ricostruire l’unità e l’armonia che regnava un tempo fra i diversi popoli dalmati. Per quanto mi riguarda i Dalmati, a qualunque etnia appartengano, per me saranno sempre i “fratelli della costa”. E io spero che questo Mare Adriatico, che per secoli ha unito le due sponde, sia culturalmente sia economicamente, e che per più di cinquant’anni le ha divise, torni ad unirle nel millenario solco della cultura mediterranea.

 

Carla Isabella Elena Cace

Lucio Toth, un patriota dalmata

Toth e Falcone

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Ritratto del Senatore nella X Legislatura e punto di riferimento per l’associazionismo degli Esuli, recentemente venuto a mancare

Toth e Falcone

 

Lucio Toth, morto a Roma il 28 aprile 2017, era nato in una famiglia di origine spalatina e di tradizione irredentista il 30 dicembre 1934 a Zara, capoluogo della Dalmazia che in seguito al Trattato di Rapallo del 1920 faceva parte del Regno d’Italia.
Durante la Seconda guerra mondiale, devastata dai bombardamenti angloamericani e quindi occupata dall’esercito nazionalcomunista di Tito, Zara fu la prima città a sperimentare il terribile Esodo, tanto che l’unica città dalmata abitata in maniera nettamente prevalente da italiani vide rovesciarsi la composizione etnica a favore della componente croata: pure la famiglia Toth seguì la fiumana degli esuli, giungendo infine a Roma.
L’amore di Lucio per la propria terra e per la sua storia emerse anche al culmine del suo percorso universitario presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna, allorché discusse con il prof. Giovanni de Vergottini la sua Tesi di Laurea in Storia del Diritto Italiano dedicata ai rapporti dei Comuni della Dalmazia medioevale con il resto d’Italia, evidenziando quindi le affinità giuridiche e statutarie grazie alle quali si manifestava l’appartenenza dell’Adriatico orientale all’ecumene culturale italico.
Intraprese nel 1963 una brillante carriera di Magistrato (conclusasi addirittura in Cassazione), impegnandosi contestualmente nell’attivismo cattolico (diventando Presidente del Movimento Cattolico Lavoratori),  e nell’associazionismo degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Sbocco prestigioso di queste due sue passioni furono l’elezione al Senato della Repubblica nelle liste della Democrazia Cristiana a Napoli nel 1987 e quindi la presidenza dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, la più rappresentativa e antica sigla della diaspora adriatica, seguita dalla presidenza della Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati.
Eletto dal congresso nazionale di Muggia (TS) nel 1992, Toth guidò l’Anvgd fino alle dimissioni nel 2012, attraversando perciò anni di grandi trasformazioni geopolitiche nelle terre dell’Adriatico orientale sconvolte dalla dissoluzione della Jugoslavia. Autorevole interlocutore per le istituzioni italiane, alle quali sottoponeva assiduamente le questioni ancora aperte legate al confine orientale italiano, comprese parimenti la necessità di riaprire il dialogo con i “rimasti”, in nome della comune matrice italiana e con l’auspicio di salvaguardare la peculiare italianità istriano-quarnerino-dalmata come prezioso patrimonio di un’Europa unita e pacifica. Cattolico di matrice liberale, patriota e parimenti europeista, era, infatti, consapevole di come la sua terra d’origine sia storicamente stata un luogo di contatto fra popoli e culture e di come la dimensione europea rappresentasse la cornice nella quale stemperare gli eccessi cagionati dagli opposti nazionalismi.
Seppe così meritarsi la stima ed il rispetto dei suoi interlocutori, i quali compresero la profondità del legame che manteneva con le sue terre d’origine ed apprezzarono il prezioso impegno profuso da questa figura di intellettuale europeo per ricostruire la storia ed il futuro dell’Adriatico orientale.
Membro della Commissione storico-culturale italo-slovena che fra il 1993 ed il 2000 elaborò un documento comune sulle relazioni italo-slovene dal 1880 al 1956, preparato e convinto della bontà della causa giuliano-dalmata, Toth seppe lavorare con le istituzioni in maniera tale da creare i presupposti per l’assegnazione al gonfalone della Città di Zara della Medaglia d’Oro al Valor Militare, che purtroppo non è stata ancora apposta causa ostracismi croati, e affinché la Legge istitutiva del Giorno del Ricordo fosse patrimonio condiviso della comunità nazionale. Il dibattito, moderato dai direttori de “Il Piccolo di Trieste” e del “Primorski dnevnik” (quotidiano triestino in lingua slovena), che intrattenne ad aprile 2009 con il Senatore Miloš Budin, autorevole esponente della comunità slovena in Italia, fu invece propedeutico per lo storico Concerto dei Tre Presidenti (l’italiano Napolitano, lo sloveno Türk ed il croato Josipović) in Piazza Unità d’Italia a Trieste nel luglio dell’anno seguente.
L’amore per la propria terra e la passione per lo studio della storia condussero Toth a scrivere due romanzi: “La casa di calle San Zorzi” (2008), dedicato alle vicende dalmate del Novecento, e “Spiridione Lascarich, Alfiere della Serenissima” (2011), in cui raccontò le guerre dei dalmati e di Venezia contro l’avanzata ottomana nei Balcani durante il XVII secolo. Autore inoltre di saggi di carattere storico e giuridico (coautore in particolare di un commento al Codice penale), con il suo ultimo libro “Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri” (2016) volle tributare l’estremo atto di amore per la sua Dalmazia.

 

Lorenzo Salimbeni