Il 15 settembre 1947 e la perdita dell’Istria

L’entrata in vigore del Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 

esodo

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, è una data che ha assunto una certa notorietà presso l’opinione pubblica italiana anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo proprio il 10 febbraio, laddove meno celebrata è la ricorrenza del 15 settembre 1947: si tratta della giornata in cui quel vero e proprio diktat imposto all’Italia dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale entrò in vigore. Al momento della firma non si sapeva ancora quando avrebbe preso effettiva efficacia, dovendo essere ancora ratificato da tutti i contraenti ed in questi sette mesi si consumarono altre tragiche pagine di storia del confine orientale italiano.

Ricordato che tale trattato internazionale aveva ricadute anche sugli italiani di Briga e Tenda (cedute alla Francia) nonché su quelli trapiantati nelle colonie e nel Dodecaneso (restituiti rispettivamente all’indipendenza – pur con l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1950-‘60 – ed alla Grecia), nei mesi in cui si perfezionò avvenne soprattutto l’esodo biblico da Pola, sotto Governo Militare Alleato. Proprio il fatto di non sapere quando esattamente sarebbe entrato in vigore il Trattato fece infatti sì che le operazioni di abbandono del capoluogo istriano si svolgessero in maniera particolarmente accelerata, con la motonave Toscana che ininterrottamente trasportava la quasi totalità dei 32.000 polesani ad Ancona e a Venezia. Umili masserizie e la bara contenente le spoglie di Nazario Sauro, famiglie con donne, vecchi e bambini di tutte le estrazioni sociali e politiche affollavano la banchina del porto istriano per imbarcarsi e manifestare con i fatti la voglia di appartenenza all’Italia che non poterono esprimere con un plebiscito, da più parti invocato, ma mai concesso, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli che ostentavano le potenze vincitrici del recente conflitto. All’arrivo nella penisola li attendevano treni di carri bestiame che li avrebbero condotti ai miseri Centri Raccolta Profughi ovvero all’oltraggiosa sosta alla stazione di Bologna, ove i ferrovieri sindacalizzati dalla Cgil impedirono che le associazioni umanitarie fornissero un pasto caldo ai polesani del convoglio destinato alla caserma Ugo Botti di La Spezia.

Nel resto dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia destinati ad entrare nella Jugoslavia l’esodo del 90% della comunità italiana ivi residente da secoli non poté svolgersi altrettanto celermente, poiché le autorità jugoslave ponevano ostacoli all’esercizio delle opzioni previste dal Trattato, in spregio alle cui clausole gli optanti per la cittadinanza italiana si vedevano inoltre privati delle proprietà.

Ma nel frattempo avvenne anche il dibattito in Assemblea costituente, in cui le province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, direttamente interessate dallo stravolgimento confinario, non avevano potuto eleggere i propri rappresentanti il 2 giugno 1946 (e tanto meno esprimersi nel Referendum istituzionale). Caddero nel vuoto le proteste dei padri costituenti giuliani eletti nel listone nazionale con i resti (Fausto Pecorari e Leo Valiani) così come le accuse di “cupidigia di servilismo” e di mancanza di spirito patriottico espresse da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce all’indirizzo dei diplomatici italiani che accettarono il diktat.

Solamente a fine agosto i vincitori del conflitto resero noto che il 15 settembre il trattato sarebbe entrato in vigore a tutti gli effetti. Quel giorno il comandante della guarnigione britannica di presidio a Pola, ormai deserta, cedeva le chiavi della città al collega jugoslavo, Gorizia poteva celebrare il ritorno entro i confini italiani e muoveva i primi passi il progetto del Territorio Libero di Trieste, diviso in zona A (il capoluogo giuliano sotto Governo Militare Angloamericano) e B (i distretti di Capodistria e di Buie sotto Amministrazione militare jugoslava), ma che mai si costituì ufficialmente causa la mancata indicazione del Governatore all’unanimità fra le potenze vincitrici del conflitto, ormai già attraversate dalla dialettica della Guerra fredda.

Lorenzo Salimbeni

Alla Mostra di Venezia incontro su “Nazario Sauro e il cinema”

Tra i relatori anche Emanuele Merlino in rappresentanza del C10F

 

Nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia 2017 martedì 5 settembre alle ore 17.00 presso lo spazio Regione Veneto all’interno dell’Hotel Excelsior si svolgerà un incontro, promosso dal Cinit-Cineforum Italiano in collaborazione con Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, sul tema “Nazario Sauro e il cinema. Questa tavola rotonda è dedicata alla figura del patriota italiano nato a Capodistria (di cui l’anno scorso si è celebrato il centenario della morte), in occasione dei 70 anni dalla traslazione della salma da Pola al Tempio votivo del Lido di Venezia, con la proiezione di filmati d’epoca e con uno sguardo sull’attenzione che il grande schermo gli ha dedicato.

Nazario Sauro e il cinema

Intervengono all’incontro, coordinato e introdotto da Alessandro Cuk, Vicepresidente Cinit-Cineforum Italiano, Roberto Ciambetti, Presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Renzo Codarin, Presidente nazionale ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), Emanuele Merlino, Comitato 10 febbraio e Davide Rossi, Comitato permanente per la valorizzazione del patrimonio veneto in Istria e Dalmazia.

Un breve filmato dell’Archivio Luce documenta l’inaugurazione a Capodistria del monumento dedicato a Nazario Sauro nel 1935 e un altro della Settimana Incom mostra il trasporto della salma di Sauro da Pola a Venezia nel 1947. Ma esiste anche un breve documentario, sempre del 1947, dell’Istituto Luce intitolato “Nazario Sauro – Eroe del mare” che racconta in maniera più ampia il passaggio del patriota da dove era sepolto a Pola fino alla nuova collocazione al Lido di Venezia.

A Nazario Sauro poi è stato dedicato anche un film del 1952 “Fratelli d’Italia” che racconta la storia del patriota di Capodistria, eroe della marina militare italiana durante la Grande Guerra. Catturato dagli austriaci viene condannato a morte. Sauro viene messo di fronte alla madre, che finge di non riconoscerlo e quasi convince i giudici. Ma arriva il marito della sorella, sottufficiale degli austriaci e la sua testimonianza manda Sauro sulla forca.

L’opera è diretta da Fausto Saraceni, sceneggiata da Ennio De Concini (che sarà premio Oscar nel 1963 per “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi e l’inventore in televisione della serie “La Piovra” negli anni Ottanta). Protagonista del film è Ettore Manni (al suo secondo film) che poi lavorerà, nella sua lunga carriera, con registi come Luigi Comencini, Alberto Lattuada, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Luigi Zampa, Ettore Scola e Federico Fellini.

La Regione Toscana offende i martiri delle foibe

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il progetto delle istituzioni locali affidato agli Istituti della Resistenza. Escluse le organizzazioni di Esuli

 

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Fa discutere – non poco – l’incredibile decisione della regione Toscana che, a proposito di una pagina della storia del nostro Paese altamente drammatica come la tragedia delle foibe e dell’esodo, ha scelto di affidare il progetto dedicato agli studenti all’Istituto storico della Resistenza, escludendo le associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati, che invece avrebbero a pieno titolo e per esperienza diretta la competenza necessaria per trattare un argomento tanto delicato. Un modo di “riscrivere la storia” che assume il sapore folle e amaro di una rivalsa ideologica che sa di pregiudizio e mistificazione.

Il programma prevede una Summer school di formazione per venticinque docenti (svoltasi dal 22 al 25 agosto) e, a febbraio, un viaggio studio in loco con gli studenti. Ai quali dunque verrà raccontato qualcosa che ha ben poco a che vedere con la verità. Anche perché secondo quanto emerso in rete, a curare l’agenda dell’evento è la discussa Alessandra Kersevan. Una secondo cui “commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare i rastrellatori fascisti e i collaboratori dei nazisti”.

Molte, sulla questione, le voci critiche. Tra esse quella di Giovanni Donzelli (FdI), secondo cui “organizzare un evento del genere senza coinvolgere associazioni di riferimento è grottesco, oltre che evidentemente strumentale. Ancora una volta la sinistra dimostra di non credere nella memoria condivisa e di essere ostaggio degli integralisti dell’antifascismo anche quando l’antifascismo non c’entra. La Regione ha il dovere di onorare la memoria delle Foibe, fatto storico che ha provocato l’occultamento di migliaia di cadaveri italiani, militari e civili, trucidati dall’esercito e dai partigiani comunisti”.

Quanto poi alle Associazioni culturali vicine o contigue al mondo dell’Esodo giuliano-dalmata. il presidente di Federesuli ha inviato una lettera al governatore Enrico Rossi e alle massime cariche istituzionali dello Stato, in cui si sottolinea “con rammarico ed una certa amarezza” l’esclusione. Scrive Antonio Ballarin: “nonostante il paziente lavoro di testimonianza volto a costruire, a dare visione futura, a riconciliare, a far capire che senza memoria non vi è futuro e senza coscienza del male non vi è possibilità di vita, resta sempre un alone di discriminazione che è duro a morire e che aleggia sul mondo dell’Adriatico orientale”. Ed aggiunge che “in questi anni le celebrazioni per il Giorno del Ricordo hanno ampiamente mostrato quale sia la direzione intrapresa da tutta la nostra gente. Non certo revanscismo e piagnistei, quanto, piuttosto testimonianza, memoria, prospettiva, generazione etica”.

A riprova di tutto questo, il presidente ricorda il Gruppo Lavoro per la conoscenza della storia degli Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, coordinato dal Miur ed attivo dal 2009, che “ogni anno istituisce seminari di carattere Nazionale ai quali partecipano circa 150 docenti, oltre ad un concorso nazionale per le scuole di ogni ordine e grado”. Un gruppo a cui tra l’altro proprio le Associazioni degli esuli invitarono rappresentanti di vari Istituti Storici per la Resistenza, “manifestando, in questo modo, una propensione decisamente opposta al settarismo, ben consci che senza la verità storica non è possibile nemmeno la giustizia”.

Quindi la conclusione: “l’amarezza espressa in questa lettera è proprio causata dal fatto che l’Istituzione dal Lei guidata, con la scelta di non includere alcune realtà culturali vicine o derivanti dal mondo dell’Esodo, mostra una preclusione aprioristica che non gioverà alla costruzione di una società migliore, ma creerà distorsioni interpretative e, in ultima analisi, divisione, lì dove invece, occorrerebbe agire con senso di responsabilità”.

 

Cristina Di Giorgi

‘Le Foibe in Dalmazia si chiamano Mare Adriatico’

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il ricordo di Ottavio Missoni, di cui il 9 maggio si è celebrato il quarto anniversario della scomparsa

Missoni

 

Profondi occhi blu come il mare del Confine Orientale, tratto comune e distintivo di quasi tutti i dalmati. Occhi diversi, antichi e bellissimi. Sguardo di fuoco, a volte proiettato verso altro: la dimensione del suo vissuto strappato, della sua infanzia, della città che non c’è più, Zara. I riflessi di una giovinezza che ha continuato un’esistenza propria, verissima, nella sua anima. Perché spesso si sottovaluta una precipua capacità dell’uomo, dono o dannazione, a seconda di come la si vive. L’abilità di celebrare nel proprio cuore qualunque cosa, per sempre, in assoluta libertà.

E lui seppe usarlo bene, questo regalo. Non cadde nella facile e scontata malinconia, nella paura e nel dolore che svuota e depaupera. Usò quel tesoro per creare. Così nacque l’artista. Non solo il celebre stilista che tutti conosciamo, ma il fautore di arazzi di una bellezza e potenza inaudita, connotati da un linguaggio figurativo astratto che racchiude l’essenza, i colori, i suoni della nostra terra e che io ebbi la fortuna di ammirare bene, allestendo per lui la tappa romana di una mostra internazionale itinerante. Potrei narrare dei tanti ricordi personali, vissuti nei numerosi raduni. Ma non lo farò, perché quelli voglio custodirli nella dimensione del mio personale dono, il mio altrove. Desidero però ricordare Ottavio Missoni, a quattro anni dalla scomparsa, proponendo il testo di un’intervista, anzi di una nostra chiacchierata, che finì sul catalogo della mia mostra al Vittoriano e sul libro “Foibe ed Esodo. L’Italia negata”. Perché questo è quello che Lui, Sindaco del Libero Comune di Zara in esilio, voleva lasciare come testamento. Assieme a tanto di quell’altro che, fatalmente, da queste parole emergerà. Ciao Tai, ci manchi!

 

La Testimonianza

Come sognare una cosa che non c’è più? Per far rivivere Zara ci restano solo i ricordi”

 

Ottavio Missoni

 

Il Giorno del Ricordo è un momento di riflessione che accomuna tutti coloro che hanno subito la tragedia adriatica e vuole essere una compensazione per i troppi che non hanno una sepoltura nota e degna di questo nome, sulla quale parenti e amici possano deporre un fiore.

Personalmente, questa storia potrei iniziare a narrarla dal Natale 1941, l’ultimo che ho passato a Zara. Subito dopo, gennaio 1942, militare in Africa settentrionale, combattente sul fronte di El Alamein, quindi prigioniero degli inglesi, quattro anni, in Egitto. Al rientro, settembre 1946, la mia famiglia, mamma, papà e un fratello, dopo circa cinque anni li ho rivisti non a Zara, ma a Trieste.

Così arriviamo al nostro dramma di Esuli.

L’opinione pubblica italiana solo di recente è venuta pienamente a conoscenza dell’esodo che ha costretto noi Dalmati, unitamente a Fiumani ed Istriani a lasciare Zara e le altre terre della Dalmazia. Le cifre dicono che gli Esuli sono stati trecentosessantamila, senza mettere in conto i morti, infoibati in Istria e affogati nel Mare Adriatico in Dalmazia. Trecentosessantamila significa che l’esodo è stato totale. Oggi, si parlerebbe di “pulizia etnica”. In Italia si festeggia la giornata della “Liberazione”, ma c’è una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani e l’essere stati liberati dai nazional-comunisti di Tito.

Mi è stato chiesto che torti abbiamo subito noi esuli: stabilito che la guerra non si dovrebbe mai fare, ma se la si fa bisogna vincerla, il nostro vero torto fu di averla persa; ma è anche vero che per colpa di questa guerra che “non si doveva fare” gli istriani giuliano-dalmati hanno pagato un conto spaventoso, sia materialmente che moralmente, che non è possibile quantificare. Con tutto ciò i profughi hanno dato, nel complesso, un grande esempio di dignità, di apertura, di moderazione e tolleranza, di intelligenza e politica. Cinquant’anni dopo la loro tragica odissea, dimenticata e ignorata da quasi tutti hanno trovato, nella fedeltà alle loro origini e al loro destino, parole di conciliazione che dovrebbero essere un esempio per tutti.

Oggi ci si chiede come mai questo dramma sia stato ignorato per cinquant’anni. Evidentemente a molti la “verità” non faceva comodo e i molti dovevano essere in tanti. Così, i tanti, hanno semplicemente mistificato la “verità” tacendo. Dopo cinquant’anni se ne parla, il Parlamento ha istituzionalizzato il Giorno del Ricordo. Qualche onorevole ci ha chiesto scusa, a nome del Governo, per averci dimenticati per cinquant’anni: ho risposto che se aspettavano ancora un po’ non so a chi chiedevano scusa!

Si sono aperti dibattiti del perché solamente adesso, dopo cinquant’anni. Anche se il perché è abbastanza chiaro. Ma non ha importanza. Come si usa dire: “Meglio tardi che mai”. Così si può sperare che i nostri pronipoti abbiano l’opportunità di apprendere queste vicende dai libri di storia.

Ho detto all’inizio che al mio rientro dalla prigionia, settembre 1946, ho trovato i miei genitori a Trieste e non a Zara, città che più non esiste. Alla voce “Zara” dell’Enciclopedia Treccani si legge, tra l’altro: “La città fu sottoposta a ben cinquantaquattro durissimi bombardamenti aerei anglo-americani ed ebbe a subire gravissimi danni: oltre l’85% degli edifici fu distrutto o danneggiato; tremila cittadini vi lasciarono la vita; i superstiti, dopo l’ottobre 1944, completarono l’esodo iniziato un anno prima”. Giustamente, Enzo Bettiza l’ha definita la piccola “Dresda dell’Adriatico”.

Zara, una città fantasma. Noi siamo esuli “permanenti”. L’emigrante può sempre sognare che un giorno tornerà al suo paese, ritroverà il suo “borgo”, la sua osteria, i quattro amici. Ma come sognare una cosa che non è più? Per far rivivere Zara a noi rimangono solo i ricordi: una magica favola di una città che alla fine ti fa sorgere il dubbio che non sia mai stata realmente su questa terra. Zara, forse, esiste ormai solo nel cuore e nel disperato amore dei suoi cittadini dispersi nel mondo.

Sarà forse impossibile, come teme il mio amico Enzo Bettiza, o quanto meno molto difficile, ricostruire l’unità e l’armonia che regnava un tempo fra i diversi popoli dalmati. Per quanto mi riguarda i Dalmati, a qualunque etnia appartengano, per me saranno sempre i “fratelli della costa”. E io spero che questo Mare Adriatico, che per secoli ha unito le due sponde, sia culturalmente sia economicamente, e che per più di cinquant’anni le ha divise, torni ad unirle nel millenario solco della cultura mediterranea.

 

Carla Isabella Elena Cace

25 aprile: non fu Liberazione per tutti gli italiani

Tempo2504

Le giornate successive al 25 aprile 1945 per migliaia di giuliano-dalmati significarono la ripresa delle persecuzioni titine.

Tempo2504

25 aprile, “Festa della Liberazione”, ma non per tutti gli italiani. Nella storia del Confine Orientale del nostro Paese quel giorno del 1945 rappresenta, infatti, uno scollamento rispetto alle vicende che interessarono il resto della nazione nel dopoguerra. E a oltre 70 anni è doveroso ricostruire e divulgare anche l’altra faccia della medaglia, quella taciuta per opportunismo.

Il 25 aprile del 1945 la zona di operazioni “Litorale Adriatico” era ancora sotto il controllo tedesco. Anglo-americani da una parte e partigiani di Tito erano impegnati in quella che gli storici chiamarono “la corsa per Trieste” e solamente il successivo 30 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste riuscì a scatenare la vittoriosa insurrezione cittadina.

Ma la vittoria fu effimera, poiché il primo maggio 1945 iniziarono i terribili Quaranta giorni di occupazione “titina” di Trieste e poi le violenze a Fiume e in tutta l’Istria e la Venezia-Giulia.

In quel periodo almeno 10.000 furono le vittime delle stragi, delle deportazioni, degli infoibamenti, delle violenze consumate dalla truppe jugoslave nei confronti di un territorio che doveva essere annesso alla nascente Jugoslavia comunista e perciò l’italianità locale andava colpita nei suoi vertici e annichilita in maniera tale che risultasse impossibile realizzare un’opposizione democratica e patriottica al progetto espansionista del maresciallo Tito. Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano e di lì a poco padre costituente della Repubblica italiana, aveva esortato non solo i suoi “compagni”, ma tutti i giuliani e fiumani ad accogliere le truppe di Tito come liberatrici.  Ma in realtà si trattò di una nuova occupazione straniera con finalità annessionistiche e caratterizzata da una spietata persecuzione degli oppositori o presunti tali. Dietro la patina del paradiso socialista si celava in realtà la velleità di conquista degli epigoni di quei nazionalisti sloveni e croati che, negli anni finali dell’Impero austro-ungarico, coltivarono il sogno di azzerare la comunità italiana a Trieste, in Istria e Dalmazia e di includere le terre miste italo-slave in una nuova unità amministrativa che fosse espressione esclusiva della comunità slava nell’auspicata riforma trialista della monarchia asburgica.

Il Comitato 10 Febbraio, lungi dal voler polemizzare contro le celebrazione nazionali che potrebbero e dovrebbero essere un momento di unità, auspica che le informazioni storiche e il riconoscimento delle “zone grigie” che si sono volute omettere siano finalmente raccontate e rispettate. Unico interesse dev’essere quello della giustizia e della verità storica. E’ importante che in futuro si ricordi che non per tutta l’Italia il 25 aprile 1945 fu una liberazione e si comprenda che la resistenza al confine orientale italiano fu attraversata da una profonda spaccatura fra chi combatté per un’Italia libera, unita e democratica e chi fu pronto, in ossequio alla fedeltà nei confronti di un’ideologia liberticida quale quella comunista, a conquistare terre da sempre italiane insanguinandole con l’orrore delle Foibe, con le deportazioni e le violenze che obbligarono all’esodo 350.000 nostri connazionali.

Perché dopo quasi un secolo è giusto che le migliaia di connazionali morti per amore dell’Italia possano riposare in pace. Anche e soprattutto in un giorno di festa nazionale.