I Centri di Raccolta Profughi in Italia

Nuove pubblicazioni descrivono i luoghi in cui vennero concentrati i nostri connazionali provenienti dall’Adriatico orientale

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Stazione terminale della via crucis dell’esodo del 90% della comunità italiana radicata da secoli sulle coste dell’Adriatico orientale, i 109 Centri Raccolta Profughi sparpagliati nel territorio italiano, isole comprese, hanno rappresentato anche per anni e lustri la squallida accoglienza per migliaia di istriani, fiumani e dalmati nell’immediato dopoguerra.

Vecchie caserme, ex campi di prigionia del periodo bellico e scuole furono adattati ad accogliere in assoluta promiscuità ed in condizioni igienico-sanitarie oltremodo precarie centinaia di nuclei famigliari, che restavano a lungo separati dai parenti, dalle amicizie della località d’origine e spesso accolti con diffidenza dalla popolazione del luogo che li ospitava. Non si trattava solamente della propaganda comunista che dipingeva la comunità dell’esodo, rappresentativa di tutte le divisioni politiche e sociali dell’italianità adriatica, alla stregua di un’accozzaglia di fascisti in fuga dal paradiso socialista che Tito andava edificando nella rinata Jugoslavia e nelle terre che erano state italiane. C’era anche una pregiudiziale dovuta al fatto che i nuovi arrivati ricevevano da parte degli enti pubblici risorse che per il resto della popolazione civile scarseggiavano e poco si sapeva delle sofferenze, dei lutti e delle privazioni che questi nuovi arrivati avevano sopportato.

Ognuno di questi Centri di Raccolta Profughi rappresenta una storia a sé stante, fatta di sacrifici, sforzi per ricostruirsi un’esistenza, nuove tragedie e speranze deluse al punto da intraprendere la via di un esilio addirittura oltre oceano. Risulta quindi meritorio che sempre più giornalisti e ricercatori storici attivi sul territorio inizino ad indagare e ad analizzare queste vicende, contestualizzandole non solo come pagine di una storia locale che va riscoperta, ma anche come tasselli di una più complessa vicenda di sradicamento, allontanamento e reinserimento.

Segnaliamo innanzitutto che è in uscita la nuova edizione, ampliata ed arricchita di nuovi spunti, di “Popolo in fuga. Sicilia terra d’accoglienza” di Fabio Lo Bono, operatore culturale siciliano che ha portato alla luce la storia del campo profughi di Termini Imerese attraverso decine di presentazioni della sua opera presso scuole ed amministrazioni comunali, così come pure presso le comunità italiane in Istria e Carnaro. Tra le note di pregio di questa pubblicazione autoprodotta, rientrano le interviste fatte ad alcuni di coloro i quali vissero l’esperienza di questo campo profughi, da cui si può evincere ad esempio il brusco impatto fra le abitudini emancipate delle ragazze fiumane e l’austero contesto sociale siciliano dell’epoca. Impreziosito da una copertina firmata da Alfio Krancic, vignettista di origine fiumana che da giovane visse l’esperienza dell’esodo, questo lavoro è un punto di riferimento per quanti vogliano andare ad esplorare le vicende di questi siti vagliando fonti archivistiche, orali e giornalistiche dell’epoca.

È quanto ha fatto ad esempio il giornalista massese Matteo Marchini, il quale ha dedicato la sua Tesi di Laurea proprio a “I profughi giuliano-dalmati nella provincia di Massa-Carrara”. Presentata l’anno scorso durante un evento collegato al Giorno del Ricordo da parte del locale comitato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, tale ricerca illustra quella che fu la dura vita degli ospiti dei CRP allestiti a Marina di Massa e a Marina di Carrara.

È invece giunto al suo terzo lavoro dedicato a questi argomenti il professor Elio Varutti, il quale, dopo “Il Campo Profughi di via Pradamano a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo. 1945-2007” (ANVGD Udine, 2007) e “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960” (Stringher, Udine 2015), ha recentemente dato alle stampe “Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni” (Provincia di Udine, 2018). 200 fotografie e 330 testimonianze contribuiscono a definire un percorso che inizia con coloro i quali abbandonarono la Dalmazia annessa al Regno di Jugoslavia già negli anni Venti, per giungere a quanti transitarono per la struttura friulana prima di venire smistati ad altra destinazione, passando per i villaggi giuliani che accolsero definitivamente le famiglie dei profughi.

Verrà, infine, presentato la mattina di sabato 17 marzo a Carpi in provincia di Modena “I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli. Raccolta degli atti del Convegno Nazionale di Studi sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica”: “Il campo di Fossoli – spiega il generale Giampaolo Pani, presidente del Comitato provinciale di Modena dell’ANVGD – è noto come struttura di prigionia fascista durante la Seconda guerra mondiale: è nostra intenzione ricordare ufficialmente che in seguito fu adibito a centro profughi, che accolse centinaia di nostri connazionali in fuga dal regime di Tito”.

Lorenzo Salimbeni

IN VACANZA AD ORSERA: dal balcone sopra casa mia

Sono seduta sopra una comoda poltrona in un balcone, ad Orsera, sopra quella che è, era, casa mia.

Sono, forse, a dieci metri dalla stanza da letto dei miei genitori, quella stanza dove sono nata.

Casa mia è a pochi metri da me, mai stata così lontana.

È silenziosa. Di una casa si può dire che è sola? L’impressione che provo, guardandola, è la solitudine, una grande, immensa solitudine, desolante.

Le risate, i giochi, le grida di noi bambini, le voci dei grandi che si sovrapponevano, la gente che entrava ed usciva dalla “bottega“ sono solo ricordi, i miei, quelli che mi seguono -mi perseguitano?- da tutta la vita.

Sono da qualche giorno ad Orsera ma gli  “scuri” sono sempre chiusi, a qualsiasi ora. Non c’è segno di vita; eppure, in quella casa, qualcuno ci abita, lo conosco, anzi, la conosco.

In questi ultimi anni sono entrata alcune volte a casa mia: una tristezza indicibile.

La cucina è “quasi” la stessa di settant’anni fa; l’avevamo appena fatta ripiastrellare, era di un candore abbagliante. Il candore si è spento, è diventata una vecchia cucina, senza vita. Entrandoci, si prova un immediato senso d’abbandono.

La cucina, la vita di nonna Anna “la fattora”, sempre piena di mille cose da fare: servire i clienti in bottega, cucinare quei piatti squisiti che sempre ci preparava, facendolo anche di notte, se di giorno non aveva il tempo di farlo, attenta ad ogni cosa, ad ogni dettaglio, perché tutto funzionasse perfettamente.

Durante i miei sei anni -1947/1948 con il grande pensiero per me, da accudire, no, da curare con amore, tanto, per non farmi sentire la mancanza di mamma e papà. Con in mente la domanda: la faranno tornare a Trieste, questa mia bambina? Quando? Sono rimasta ad Orsera, ostaggio dei titini,  per un anno, con lei. Indimenticabile, il ricordo delle sue braccia che mi stringevano, amorose.

Il balcone in cui mi trovo è stato costruito sopra il nostro cortile, in fondo, dove, una volta, c’era la tettoia, il regno di zio Bepi.

Sotto la tettoia c’era l’officina dello zio e vi stazionava il “Magirus” verde scuro utilizzato per il trasporto delle merci da vendere in bottega e per il servizio di autotrasporti.

Quel camion lo ricordano ancora ad Orsera ed ancora lo ricordano gli Orsaresi esuli che. ogni tanto, incontro. Era la croce e delizia dello zio, appassionato di meccanica e di continuo intento a mantenerlo in condizioni perfette.

È sera, una delle tante, sull’imbrunire, dopo l’otto settembre 1943.

C’è la guerra, sono incominciate a sparire tante persone che non sono mai più tornate.

Mamma e nonna sono preoccupate non vedendo tornare papà e lo zio. La nonna va davanti al grande portone marrone, quello di accesso al cortile, lo spalanca, quasi ad affrettare il ritorno dei figli; si inginocchia, si china fino ad appoggiare l’orecchio a terra: tenta di captare le vibrazioni del terreno procurate dal camion in arrivo.

Da quell’otto settembre l’ha sempre fatto. La rivedo piegata a percepire il minimo sussulto del terreno, tesa ad udire qualsiasi rumore. Solo quel suo gesto faceva capire l’ansia, la paura che la tormentavano e che, con le parole, non esprimeva mai.

Sono sempre tornati, papà e lo zio, solo a fine novembre 1946 papà non è tornato a casa per quaranta giorni, chiuso nel carcere di Parenzo.

Ho cinque sei anni. Sono nel cortile. Anche qui c’è vita, c’è movimento.

In alto, lontano dalla casa, c’è il grande spazio racchiuso da una rete metallica per le galline ed il gallo. Razzolano tranquilli. Più in là i dindi . Ogni tanto la nonna li lasciava liberi a zampettare per il cortile. Ne ero affascinata. Così brutti. E, quando facevano la ruota e mi rincorrevano, veloci, che spavento!

Si ammalavano facilmente. Nonna, allora, preparava un miscuglio medicinale, li afferrava, spalancava il loro becco e “ficcava” loro in gola quel pastone. Per essere sicura che venisse inghiottito, con la mano, spingeva in giù, lungo il collo quel cibo “miracoloso” che serviva a prevenire i malanni.

Dal balcone sento, vicinissimo, l’abbaiare di un cane. È Bobi? Il nostro vecchio Bobi? Anche lui è rimasto: a Trieste, in un appartamento con otto persone, non ci poteva essere posto anche per lui. Anche lui, una vittima.

Non vedo svolazzare la candida biancheria stesa ad asciugare, mossa dalla brezza che, in questo momento, spira.

Manca anche quella e manca il lieve rumore delle lenzuola mosse dal vento. Manca il volo dei piccioni, il loro tubare: erano tanti.

C’è, tutto intorno, un silenzio innaturale. Forse è il gran caldo che tiene le persone al mare o chiuse in casa.

Mi affaccio e vedo il grande albero di fichi, di cui ero golosissima, imbastardito. Non hanno saputo, voluto, potuto mantenerlo come l’avevamo lasciato, infaticabile produttore di dolcissimi fioroni. Si è tutto allargato in bassi cespugli che si arrampicano persino sull’alto muro di cinta che circonda la corte.

La porta del magazzino è chiusa. Il magazzino non serve più a nulla. Non c’è più la bottega, non c’è più niente da conservare.

Quel portone, altissimo, fatto a volta, che, allora, si apriva e chiudeva innumerevoli volte al giorno è sempre chiuso. La breve strada che permetteva al “camion dei Crasti” di entrare ed uscire è diventata una breve, strettissima stradina attorniata da oleandri: il fiorito parcheggio di alcune automobili.

Cerco, cerco il grande albero di sisole che donava, generosamente, la sua ombra alla sottostante cisterna. Non c’è più. Non si possono più gustare i suoi frutti squisiti.

È sparito il grande cespuglio di rose antiche di fronte alla stanza da letto di mamma e papà. Attraversavi il portoncino che si apriva sul cortile ed eri inondato dal profumo intenso, avvolgente di quelle rose di un opaco color rosa antico. Non ne ho mai più sentito uno uguale.

La cisterna è diventata un ripostiglio. Era inutile. Da tanti anni ad Orsera è arrivato l’acquedotto.

Guardo più lontano, oltre i tetti e vedo spuntare alcune case nuove, senza storia. O meglio, una storia c’è. Sono state costruite per i profughi in fuga dalla guerra in Jugoslavia.

Prima, su quella collina di Brustolade, piccolina, andavo a raccogliere le violette bianche, viola pallido, viola scuro. Era tutta ricoperta di viole.

Ai suoi piedi, al posto di un grande campo di erba Spagna, ora c’è il campo di calcio. In quell’enorme campo di erba medica, un’unica volta, sono andata a giocare trascinandomi dietro i miei piccoli amici, calpestandola e prendendomi un grosso sculaccione, meritato, da nonna Anna.

Avevo disobbedito, avevo fatto un danno perché le mucche ed i muli non mangiavano l’erba calpestata ed abbattuta.

Ora il profumo delle violette non si spande nell’aria e l’erba Spagna, alta, non ondeggia mossa dal vento.

Mi guardo attorno. Tutto mi sembra piccolo. Eppure, guardando una vecchia cartolina di Orsera vista dall’alto mi rendo conto che la corte era proprio grande.

Hanno dimezzato la tettoia, ci hanno costruito una casa, ai bordi di quella mia corte. Più mi guardo intorno e più sono presa dall’angoscia. Sempre, in qualsiasi momento della giornata è vuota, solitaria.

Non c’è neppure l’anziana “gnagna” che scopava e la teneva pulita, sgridandomi se le davo fastidio quando vi lavorava.

Oramai non ci siamo non solo noi, i vecchi abitanti della grande casa; non ci sono le discussioni animate, le esclamazioni di gioia, di rabbia, il loro andirivieni. Sono spariti anche gli animali che con il loro tubare, il loro coccodè, il loro abbaiare, il loro miagolio riempivano di suoni tutta l’aria attorno.

Mi chiedo quanti, come me, rivedendo le loro case, i loro giardini, tutto quello che, una volta, loro apparteneva, tutto quello che amavano, che ancora amano, quanta desolazione, quanto sgomento, quanto sconforto provano?

“Vado a casa mia” dico sempre, ritornando ad Orsera. Ma in quale casa mia vado, se le manca l’anima?

Il Beato Don Bonifacio, rivolto ai suoi ragazzi di Crasizza, aveva chiesto: “Vi ricordate di avere un’anima’?”

La stessa domanda potremmo farcela anche noi, ancora oggi.

Noi, Esuli, che, proprio perché avevamo un’anima, abbiamo avuto la forza, il coraggio, la volontà ferme, irremovibili di andarcene o di fuggire, come ha fatto la mia famiglia, tutti convinti, sicuri che fosse estremamente più importante ciò che eravamo piuttosto di ciò che avevamo.

 

Anna Maria Crasti

“Damnatio memoriae”

Pirano

Annamaria Muiesan, piranese, ne ” Il mio tailleur rosso dai bottoni di bambù ” si pone delle domande su che cos’è la memoria. ” Uno strumento per trarre insegnamento dalle esperienze
vissute o per far sorgere in noi, ansie, tormenti, rimpianti ?”
Le esperienze vissute.Parlando, confrontandomi con parenti, amici, conoscenti, con gli Esuli, non c’è mai stato qualcuno che si sia detto pentito della scelta fatta. Mai pentiti di aver voluto continuare ad appartenere a quella Patria in cui eravamo nati, mai pentiti di aver preso, con angoscia, la terribile decisione dell’abbandono.
Per me che cos’è la memoria ? Come la vivo ? E’ certamente ansia: Quell’affanno che mi prende al pensiero di quanto poco si sa di noi, di quanto poco, ancora oggi, in certi ambienti, si vuol sapere o che di noi si sappia. Un’esponente di un’associazione che, sicuramente, non si appassiona alla nostra Storia, al mio invito a partecipare alla celebrazione del prossimo Giorno del Ricordo, dapprima quasi scombussolata dall’invito, incredula, non sapendo bene che cosa rispondermi “Purchè non si parli in un certo modo, com’è spesso accaduto…” Al che ho risposto che, per conoscere bene la nostra Storia, bisogna andare molto indietro nel tempo. Mi ha replicato che non se ne deve parlare a pezzi.
Noi non ne parliamo mai a pezzi, soprattutto non partiamo mai dall’ultimo pezzo. Probabilmente, per alcuni, raccontare la verità storica, delle nostre origini, della nostra latinità,
dell’essere stati orgogliosamente Veneziani, non felicemente asburgici, ostinatamente Italiani, ostinatamente Irredentisti, non ha alcuna importanza. Soprattutto l’ essere stati non felicemente
asburgici, ma ostinatanente Irredentisti, ostinatamente Italiani è fuori luogo, risorgimentale, quasi inutile, antimoderno.
Per costoro si deve partire da tempi molto più recenti, dalla fine del primo conflitto mondiale al 1945, e la nostra Storia comincia e finisce là. La Storia non può e non deve essere moderna, non deve essere adattata, deve solo essere onesta ed imparziale. Imparzialità che, nei confronti di noi Esuli, non è certamente esistita, innanzittutto nei primi decenni dalla nostra venuta in Patria, nella nostra Patria, quella di tutti gli Italiani: siciliani, laziali, emiliani….e giuliani, fiumani e dalmati.
Ancora, per me che cos’è la memoria ?
E’ sicuramente tormento. Anche dopo più di settant’anni dalla fuga da Orsera. Molti, anche Istriani, si meravigliano della mia sofferenza. Spesso mi sono sentita dire ” Mi dispiace che tu l’abbia vissuta così male.” Le nostre vicende sono state drammatiche. Abbiamo vissuto una tragedia, siamo stati vittime di una pulizia etnica. I nostri nonni, tantissimi, sono morti di dolore, di crepacuore a causa dell’Esodo, dell’aver dovuto tutto abbandonare. I nostri genitori, allora giovani, hanno fatto una fatica immensa per darci una vita decente, per farci diventare quello che oggi siamo. Per questo, mio padre è morto.
Si può tentare di mettere da parte il dramma che ci è piombato addosso, ma non si può vivere, dopo le esperienze passate con viva là e po bon, come dice una nota canzone triestina viva la e po
bon….sempre alegri e mai pasion, viva là e po bon. Certo, molti di noi hanno, almeno in parte, assorbito quella pasion, abbiamo vissuto vite familiari felici, alcuni sono diventati persone importanti, in tutti i campi: Missoni, Benvenuti, Valiani, Bracco….., ma, anche questi non hanno mai allontanato la pasion, il dolore, la Storia.

Il tormento ti scoppia nel cuore al momento del ” Va Pensiero ” cantato nel Duomo di Pola alla fine della Messa per i partecipanti al raduno dei Polesani. In quel momento tutto ti viene alla mente. Siamo gente di mare, non è una valanga, è uno tsumani di ricordi che ti travolge. Le nonne, le torture subite da papà, la sua fuga, subito dopo, la mia fuga con la mamma, la tomba con i tuoi cari là abbandonati, i nostri morti ammazzati, infoibati, quella tua casa dove sei nata, dove, per pochissimi anni hai vissuto, dove i tuoi genitori si sono amati, dove hanno sofferto il terrore. A quel canto il dolore diventa tormento e piangi e singhiozzi. E’ questo il “Va pensiero ” tutta la nostra antica vita.
Ma, per me che cos’è la memoria?

Rimpianti ? Il dizionario enciclopedico italiano così definisce il rimpianto : “Ricordo nostalgico e dolente di persone o cose perdute, o di occasioni perdute.” Rimpiangere: “Rammentare piangendo”. Rimpianto, il mio; per che cosa ? Per quello provato dalle mie nonne: è diventato anche il mio. Il rimpianto della ” Fattora “, la mia nonna paterna. Piena di energia, di forza. Instancabile. Quell’instancabile forza l’ha abbandonata a Trieste, quando, non più parona ha volontariamente, abulicamente ceduto la responsabilità della mater familias alla nuora, mia madre e si è lasciata morire.
Nonna Checca la Notaia. Al contrario di nonna Anna, magrissima, fragile, sia fisicamente che spiritualmente. Aveva perso una figlia di diciannove anni in tre giorni, per una polmonite
fulminante.Non era mai riuscita a superare quello strazio. Lo diceva a tutti ” Me xe restada la fia bruta”, la mia mamma, che brutta non era, ma si è sempre portata dietro un forte complesso
d’inferiorità nei confronti di quella sorella bellissima, adorata. Zia Jolanda era di quella generazione di donne orsaresi una più bella dell’altra. La perdita della figlia aveva gettato la nonna in una
malinconia gentile, oggi si chiama depressione, che l’aveva seguita per tutta la vita. In paese era amatissima e stimata e considerata molto intelligente, tanto che molti compaesani si recavano da lei per farsi consigliare su come fare un testamento e farselo scrivere, con la sua calligrafia elegante ed ordinata.
La Fattora e la Notaia non hanno voluto, forse potuto aspettare di vedere il futuro. Troppa disperata nostalgia. Subito, dopo il 1947, un futuro durissimo, penoso per tutti noi, poi, come il tempo
scorreva, un futuro rassegnato, dolente, ma un po’ più sereno. Questo, il rimpianto delle nonne. Il mio, per il grande amore che mi hanno saputo donare, prezioso, quando i titini non mi permettevano di raggiungere i miei genitori a Trieste. E come lo capisco questo donare tanto amore, ora che il Signore ha concesso a Claudio e me la grande gioia di mandarci Luca, che oggi ha cinque anni. Quando me lo stringo a me, quando gli sussurro ” Ti voglio tanto bene” e mi risponde ” Anch’io, tanto bene alto fino al sole “, quando me lo mangio di baci, lo faccio anche per restituire alle nonne almeno un po’ di quel meraviglioso amore abbondante, pieno, ricco che mi hanno regalato.
Ancora l’immenso rimpianto per la vita che mamma e papà non hanno potuto passare assieme. Si erano amati teneramente, profondamente legati da comprensione e stima, esempio, per noi figli, di come deve essere la famiglia. Si conoscevano da sempre, sono stati sposati per poco più di vent’anni. Nei quindici anni passati a Trieste, Esuli, sono stati vicini due, tre giorni alla settimana ed in quei giorni gli occhi di mamma brillavano di felicità. Dopo la morte di papà, mia mamma non è stata più felice, i suoi occhi non hanno più brillato, non ha mai più cantato. Ancora quanto rimpianto per quel loro amore distrutto. Forse…….se avessimo potuto rimanere nei nostri paesi, se quella furia devastante non si fosse scatenata su di noi, se avessimo potuto restare nelle nostre case, forse papà non sarebbe morto a quarantanove anni, forse……avrebbero vissuto il loro amore fino alla vecchiaia, vicini, uniti come desideravano accadesse, quando, giovani e
innamorati, immaginavano il loro futuro.
Il rimpianto per quella semplice vita di allora che noi vogliamo ricordare solo bella, felice, appagante; per quei profumi che si spandevano nell’aria al fiorire delle ginestre; per quei colori, di primavera, tra mare, cielo, pini e ginestre. I colli che attorniano Orsera erano, sono coperti di giallo, intenso.
Il rimpianto di una vita mai vissuta, solo desiderata, fantasticata. ” Se avessimo potuto restare, se, se…..” Come ben sappiamo la realtà è stata ben diversa. Quei ” forse ” quei ” se ” non si sono
realizzati, sono parte, non piccola, non indifferente, di quella dannazione che è la memoria: il non voler e poter dimenticare.

 

Anna Maria Crasti

Il 15 settembre 1947 e la perdita dell’Istria

L’entrata in vigore del Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 

esodo

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, è una data che ha assunto una certa notorietà presso l’opinione pubblica italiana anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo proprio il 10 febbraio, laddove meno celebrata è la ricorrenza del 15 settembre 1947: si tratta della giornata in cui quel vero e proprio diktat imposto all’Italia dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale entrò in vigore. Al momento della firma non si sapeva ancora quando avrebbe preso effettiva efficacia, dovendo essere ancora ratificato da tutti i contraenti ed in questi sette mesi si consumarono altre tragiche pagine di storia del confine orientale italiano.

Ricordato che tale trattato internazionale aveva ricadute anche sugli italiani di Briga e Tenda (cedute alla Francia) nonché su quelli trapiantati nelle colonie e nel Dodecaneso (restituiti rispettivamente all’indipendenza – pur con l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1950-‘60 – ed alla Grecia), nei mesi in cui si perfezionò avvenne soprattutto l’esodo biblico da Pola, sotto Governo Militare Alleato. Proprio il fatto di non sapere quando esattamente sarebbe entrato in vigore il Trattato fece infatti sì che le operazioni di abbandono del capoluogo istriano si svolgessero in maniera particolarmente accelerata, con la motonave Toscana che ininterrottamente trasportava la quasi totalità dei 32.000 polesani ad Ancona e a Venezia. Umili masserizie e la bara contenente le spoglie di Nazario Sauro, famiglie con donne, vecchi e bambini di tutte le estrazioni sociali e politiche affollavano la banchina del porto istriano per imbarcarsi e manifestare con i fatti la voglia di appartenenza all’Italia che non poterono esprimere con un plebiscito, da più parti invocato, ma mai concesso, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli che ostentavano le potenze vincitrici del recente conflitto. All’arrivo nella penisola li attendevano treni di carri bestiame che li avrebbero condotti ai miseri Centri Raccolta Profughi ovvero all’oltraggiosa sosta alla stazione di Bologna, ove i ferrovieri sindacalizzati dalla Cgil impedirono che le associazioni umanitarie fornissero un pasto caldo ai polesani del convoglio destinato alla caserma Ugo Botti di La Spezia.

Nel resto dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia destinati ad entrare nella Jugoslavia l’esodo del 90% della comunità italiana ivi residente da secoli non poté svolgersi altrettanto celermente, poiché le autorità jugoslave ponevano ostacoli all’esercizio delle opzioni previste dal Trattato, in spregio alle cui clausole gli optanti per la cittadinanza italiana si vedevano inoltre privati delle proprietà.

Ma nel frattempo avvenne anche il dibattito in Assemblea costituente, in cui le province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, direttamente interessate dallo stravolgimento confinario, non avevano potuto eleggere i propri rappresentanti il 2 giugno 1946 (e tanto meno esprimersi nel Referendum istituzionale). Caddero nel vuoto le proteste dei padri costituenti giuliani eletti nel listone nazionale con i resti (Fausto Pecorari e Leo Valiani) così come le accuse di “cupidigia di servilismo” e di mancanza di spirito patriottico espresse da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce all’indirizzo dei diplomatici italiani che accettarono il diktat.

Solamente a fine agosto i vincitori del conflitto resero noto che il 15 settembre il trattato sarebbe entrato in vigore a tutti gli effetti. Quel giorno il comandante della guarnigione britannica di presidio a Pola, ormai deserta, cedeva le chiavi della città al collega jugoslavo, Gorizia poteva celebrare il ritorno entro i confini italiani e muoveva i primi passi il progetto del Territorio Libero di Trieste, diviso in zona A (il capoluogo giuliano sotto Governo Militare Angloamericano) e B (i distretti di Capodistria e di Buie sotto Amministrazione militare jugoslava), ma che mai si costituì ufficialmente causa la mancata indicazione del Governatore all’unanimità fra le potenze vincitrici del conflitto, ormai già attraversate dalla dialettica della Guerra fredda.

Lorenzo Salimbeni

Alla Mostra di Venezia incontro su “Nazario Sauro e il cinema”

Tra i relatori anche Emanuele Merlino in rappresentanza del C10F

 

Nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia 2017 martedì 5 settembre alle ore 17.00 presso lo spazio Regione Veneto all’interno dell’Hotel Excelsior si svolgerà un incontro, promosso dal Cinit-Cineforum Italiano in collaborazione con Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, sul tema “Nazario Sauro e il cinema. Questa tavola rotonda è dedicata alla figura del patriota italiano nato a Capodistria (di cui l’anno scorso si è celebrato il centenario della morte), in occasione dei 70 anni dalla traslazione della salma da Pola al Tempio votivo del Lido di Venezia, con la proiezione di filmati d’epoca e con uno sguardo sull’attenzione che il grande schermo gli ha dedicato.

Nazario Sauro e il cinema

Intervengono all’incontro, coordinato e introdotto da Alessandro Cuk, Vicepresidente Cinit-Cineforum Italiano, Roberto Ciambetti, Presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Renzo Codarin, Presidente nazionale ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), Emanuele Merlino, Comitato 10 febbraio e Davide Rossi, Comitato permanente per la valorizzazione del patrimonio veneto in Istria e Dalmazia.

Un breve filmato dell’Archivio Luce documenta l’inaugurazione a Capodistria del monumento dedicato a Nazario Sauro nel 1935 e un altro della Settimana Incom mostra il trasporto della salma di Sauro da Pola a Venezia nel 1947. Ma esiste anche un breve documentario, sempre del 1947, dell’Istituto Luce intitolato “Nazario Sauro – Eroe del mare” che racconta in maniera più ampia il passaggio del patriota da dove era sepolto a Pola fino alla nuova collocazione al Lido di Venezia.

A Nazario Sauro poi è stato dedicato anche un film del 1952 “Fratelli d’Italia” che racconta la storia del patriota di Capodistria, eroe della marina militare italiana durante la Grande Guerra. Catturato dagli austriaci viene condannato a morte. Sauro viene messo di fronte alla madre, che finge di non riconoscerlo e quasi convince i giudici. Ma arriva il marito della sorella, sottufficiale degli austriaci e la sua testimonianza manda Sauro sulla forca.

L’opera è diretta da Fausto Saraceni, sceneggiata da Ennio De Concini (che sarà premio Oscar nel 1963 per “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi e l’inventore in televisione della serie “La Piovra” negli anni Ottanta). Protagonista del film è Ettore Manni (al suo secondo film) che poi lavorerà, nella sua lunga carriera, con registi come Luigi Comencini, Alberto Lattuada, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Luigi Zampa, Ettore Scola e Federico Fellini.