Istria, Fiume e Zara: i luoghi delle nostre radici

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il ‘Ricordo’ è anche richiamo doloroso, rabbia, nostalgia e disperato amore per la Patria perduta

ArenaPola

Ci sono luoghi incorporei: luoghi dello spirito, che hanno perso la loro dimensione materiale, assumendo i contorni di un pensiero, di una memoria, di un sogno. Essi vivono, incontrovertibilmente, una propria vita: e ci appaiono, come attraverso una visione, tanto fragili da temere che svaniscano in un momento e tanto radicati nella nostra anima da dominarne, in quei momenti, ogni palpito.

Sono i luoghi delle nostre radici, tinti del colore splendente delle nostre estati e del lampo metallico dei nostri inverni: noi siamo quei luoghi e non possiamo liberarci di questa tormentosa meraviglia, come non potremmo strappare da noi una parte del nostro stesso corpo.

Questa appartenenza, questo disperato bisogno della propria casa si moltiplica all’infinito per l’esule: il miraggio stregante delle pietre addolcite dal salmastro e sgretolate dal vento diviene, per chi ha perduto la propria Patria, il più straziante dei richiami, che è insieme rabbia e dolore e nostalgia struggente e disperato amore.

La cosa più mirabile, in questo incantesimo che ci lega alla nostra terra, è che, nel caso degli esuli, esso si trasmette di padre in figlio, si riaccende e si moltiplica nel riaccendersi e nel moltiplicarsi delle stirpi e dei nomi: non muore mai il ricordo né mai muore il rimpianto, ma si tramanda, come un segreto prezioso. Eppure, la Patria grande, quella che stava di là del mare, si è spesso dimostrata matrigna verso i suoi figli più fedeli e sfortunati: ciò nonostante, essi hanno continuato ad amarla di un amore doloroso, quasi increduto e non desiderato, come si ama ferocemente la bella senza misericordia, che ci ha dato tanta pena.

Così, generazione dopo generazione, anno dopo anno, gli esuli sono lì, a guardare di lontano questo luogo dello spirito che si chiama Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, che porta i nomi antichi e generosi di Pola, Zara, Fiume: non lo fanno più nella speranza di tornare padroni in casa propria, ma con la caparbietà di chi ama e che solo chi ama può comprendere. Perché il giorno dedicato al ricordo, il 10 febbraio, è un giorno d’amore, non di proclami, di insulti, di sfide: è il giorno in cui una comunità che venne ferita atrocemente e atrocemente tradita, silenziosamente, pianamente, ricorda i propri morti, le proprie case, la propria felicità passata. Ed è una comunità di donne e di uomini che lavorano, che vivono, che partecipano, che costruiscono, che creano: non sono genti piegate dal peso dei propri ricordi né da quello delle ingiustizie patite.

Essi ricordano, semplicemente, perché non è possibile dimenticare ciò che si è. Non hanno perdonato i carnefici, perché, senza pentimento, non è concepibile perdono, e senza giustizia non è concedibile misericordia: ma sono pacifici, quieti, non si lamentano, non gridano. Perché quello è il loro retaggio: perché così sono stati educati, dai loro antenati come dal loro dolore.

E noi, loro fratelli, in quasi tutto più fortunati, in questo li invidiamo: non li guardiamo con compassione, ma con orgoglio e non li compiangiamo, ma li ammiriamo, per questa loro dignitosa nostalgia e per i loro occhi senza lacrime, di duro cristallo. Li sentiamo, in qualche modo, migliori di noi: quasi che, attraverso la pena dell’esilio, avessero potuto distillare il senso ultimo dell’appartenenza dell’Italia. Come se fossero più Italiani di noi: come se avessero meritato di più, agli occhi della Patria.

Per questo, ricordando, come ogni anno, i martiri infoibati, i popoli scacciati dalle chiese e dalle case, i malaccolti, i disprezzati, oggi non bastano più le parole di solidarietà, ma occorrono parole di vera fraternità: perché in tempi così cupi per la nostra Patria, c’è un estremo bisogno di loro, degli esuli, della loro forza, della loro resistenza. Ci occorre che ci insegnino, che ci siano d’esempio: che ci raccontino quanto si possa desiderare una casa, quando la si è perduta. E, così, come loro, possiamo amare l’Italia di un amore più forte, come loro amano quel brandello di Italia che vive soltanto, ormai, nella loro anima e nei loro pensieri.

Marco Cimmino

Giorno del Ricordo 2017, quello che veramente ami non ti sarà strappato

A settant’anni dal Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 

c10f2017

Anni di dolore, omissioni, vergogna.

Ma nessuno ha mai davvero dimenticato.

Nessuno ha mai smesso di amare la propria casa.

L’amore per se stessi e per quello che si è non può essere strappato.

Lo dimostrano tutte le volte che abbiamo visto i simboli delle terre perdute, ogni volta che un esule – di prima, seconda o terza generazione – ha raccontato in una scuola, in una biblioteca, in un bar la propria storia e il profumo della propria terra, ogni volta che una strada o una piazza hanno cambiato nome per omaggiare i martiri di questa tragica storia e ogni volta che un italiano ha detto “Questa storia va raccontata” e poi alla domanda “Quindi sei di là? Hai origini istriane?” ha risposto “No. Sono Italiano”.

E tanto è bastato.

Oggi, a settant’anni dal Trattato di Pace di Parigi, il Comitato 10 Febbraio si affianca alle Associazioni degli Esuli per raccontare la storia di quello che oggi è il Confine Orientale.

Una storia di negazione.

Una storia d’amore.

I versi di Pound raccontano non soltanto l’appartenenza di un sentimento che nessuno può più negare o occultare, ma qualcosa di ben più grande, donato a tutti noi: “Quello che veramente ami non ti sarà strappato. Quello che veramente ami è la tua eredità”. La nostra. 

 

Quel 10 febbraio 1947 a Parigi e a Pola

16523069_10154588823473692_683875982_o

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

L’imminente Giornata del Ricordo segna l’anniversario di una data fondamentale nella complessa vicenda del confine orientale italiano

16523069_10154588823473692_683875982_o

L’amara ironia del vignettista polesano Gigi Vidris 

 

La Legge 92/2004, istitutiva della Giornata del Ricordo, ha scelto il 10 febbraio per questa ricorrenza poiché in quella data, nel 1947, l’Italia firmò il Trattato di Pace impostole dalle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale in base al quale cedette, fra l’altro, gran parte delle conquiste della Grande guerra alla Jugoslavia. Da quelle terre, a più ondate, scelse l’esilio il 90% dell’italianità ivi radicata da secoli. Ratificato dall’Assemblea Costituente nonostante la fiera opposizione di personaggi come Vittorio Emanuele Orlando e Benedetto Croce ed entrato in vigore il successivo 15 settembre, fu un vero e proprio diktat, cui la nascente Repubblica italiana nulla oppose: la “cupidigia di servilismo” ebbe la meglio sul “sacro egoismo nazionale”.

La lotta di resistenza partigiana tanto celebrata (in Italia, ma dagli apporti militari sulla dinamica del conflitto poco rilevanti), la resistenza passiva delle decine di migliaia di Internati militari italiani in Germania (vittime dello sbandamento politico, militare ed istituzionale dell’8 settembre) e la costituzione dell’esercito del Regno del Sud (con uniformi ed equipaggiamento britannico) non furono argomenti che la diplomazia italiana seppe mettere adeguatamente sul piatto della bilancia. Esemplare per arrendevolezza, rassegnazione e tono auto-accusatorio, l’incipit dell’orazione tenuta dal Presidente del consiglio Alcide De Gasperi alla Conferenza di pace: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”.

Poco risalto ebbero pure le violenze, le deportazioni e le uccisioni di cui furono vittima gli italiani della Venezia Giulia, del Carnaro e della Dalmazia (almeno 10.00 vittime), i rappresentanti ciellenisti provenienti da queste martoriate terre non poterono far valere le proprie ragioni e le vecchie linee confinarie maggiormente generose nei confronti di Belgrado ma non umilianti per Roma, già proposte durante la Conferenza di pace del 1919, non meritarono di tornare in auge. L’innovativo principio di autodeterminazione dei popoli cedette il passo all’imperituro motto del “vae victis”.

Perché di sconfitta per l’Italia si trattò, nella sua interezza: fascisti ed antifascisti, monarchici e repubblicani, giuliano-dalmati e piemontesi o calabresi, fu tutta la penisola a subire pesantissime condizioni di pace, nonostante la vulgata si compiaccia della vittoria nella Guerra di liberazione. Truppe inglesi, americane, francesi e coloniali al seguito (con strascico di “marocchinate”) vinsero la loro guerra, inseguirono le truppe tedesche in ritirata e se ne infischiarono della mattanza con la quale culminò la guerra civile italiana e della seconda ondata di stragi al confine italo-jugoslavo. L’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 suddivise la regione contesa in Zona B sotto amministrazione militare dello Stato titoista e Zona A sotto amministrazione militare angloamericana poiché in quest’ultima ricadevano Trieste, Gorizia e la vecchia base navale di Pola, vale a dire punti strategici attraverso cui far passare rifornimenti per le truppe di presidio in Austria e Germania meridionale, deputate a presiedere alla denazificazione e a vigilare sull’alleato sovietico che cominciava a diventare scomodo.

Contemporaneamente alla firma dell’oneroso Trattato di pace, a Pola, dove era già cominciato il ciclopico esodo che portò 28.000 abitanti su 30.000 ad abbandonare la città dell’Arena, Maria Pasquinelli uccise a pistolettate il generale britannico Robin de Winton, comandante della piazza polesana. Questa maestrina aveva assistito alle violenze titine contro la comunità italiana di Spalato nel settembre 1943, identificando poi le salme dei colleghi esumati dalla fossa comune in cui finirono più di 100 vittime; raccolse testimonianze disperate nell’entroterra istriano in merito ai massacri delle foibe successivi all’8 settembre; fu partecipe delle trattative per creare un fronte unico fra antifascisti “bianchi”, reparti della Divisione Decima di Junio Valerio Borghese ed esercito del Sud che scongiurasse nuovi massacri per mano titina a guerra finita; si prodigò nel Comitato per l’esodo da Pola, facendosi, infine, carico della rabbia, della delusione e dello sconforto di chi per mantenere la propria identità doveva abbandonare la propria città strappata all’Italia.

Sullo sfondo dell’esodo di 350.000 istriani, fiumani e dalmati quei colpi di pistola il 10 febbraio 1947 conclusero disperatamente un progetto di italianità che era iniziato appassionatamente sul capestro di Guglielmo Oberdan il 20 dicembre 1882.

Lorenzo Salimbeni

Una nuova replica a giustificazionisti e negazionisti delle Foibe

Il 20 dicembre 2016 il sito de L’Internazionale ha pubblicato una “Lettera aperta sul Giorno del Ricordo” dai contenuti giustificazionisti e a tratti negazionisti riguardo la tragedia delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata: http://www.internazionale.it/notizie/2016/12/20/lettera-aperta-giorno-del-ricordo

Lorenzo Salimbeni, segretario del Comitato scientifico del C10F, ha redatto questa replica, che è stata sottoscritta da rappresentanti delle associazioni degli esuli istriani, fiumani, personalità accademiche e dell’informazione, nonché dal Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio Michele Pigliucci.

 

Roma, 23 dicembre 2016

 

Oggetto: risposta alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo”

 

Egregio Direttore,

Spettabile Redazione,

 

con riferimento alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo” pubblicata sul sito www.internazionale.it in data 20 dicembre 2016, chiediamo cortesemente la possibilità di replicare e di effettuare alcune precisazioni a nome delle molteplici associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati e loro discendenti, nonché degli storici e dei ricercatori che aiutano l’associazionismo giuliano-dalmata nello svolgimento della ricerca scientifica e della divulgazione riguardo la “complessa vicenda del confine orientale”.

La lettera che avete pubblicato, infatti, con un repertorio di citazioni in gran parte capziose, obsolete e superate dalla più recente storiografia, si insinua nel filone del cosiddetto “giustificazionismo”, con accenni di “riduzionismo” che stridono con la sintesi tutto sommato corretta ed efficace da voi realizzata lo scorso 10 febbraio 2016: in quanto diretti interessati dalle vicende cui è dedicato il Giorno del Ricordo, riteniamo di poterlo affermare con maggiore autorevolezza di chi su questa storia interviene con finalità strumentali e senza mascherare il proprio livore ideologico.

Ciascuna delle affermazioni contenute nella Lettera aperta è facilmente confutabile ed è un esercizio retorico al quale ci siamo purtroppo abituati, in quanto costoro da più anni vanno ripetendo le medesime argomentazioni, che poi vengono rovesciate dalla testimonianza diretta di chi quella storia la visse per esperienza diretta ovvero dal lavoro sine ira ac studio di storici obiettivi.

Prima di tutto l’italianità delle terre contese fra Italia e nascente Jugoslavia al termine della Seconda guerra mondiale risulta fuor di discussione: il diritto internazionale ed il diritto di guerra sanciscono che annessioni unilaterali (la provincia di Lubiana all’Italia nell’aprile 1941, l’Istria alla Jugoslavia a metà settembre 1943 e la Zona di Operazioni Litorale Adriatico alla Germania nell’ottobre 1943) non sono da tenere in considerazione fino alla ratifica di un trattato di pace (il che sarebbe avvenuto solamente nel 1947)  che sancisca la conclusione dello stato di guerra e stabilisca confini internazionalmente riconosciuti. Con riferimento alla materia in esame, confini internazionalmente riconosciuti furono quelli stabiliti dal Trattato di Saint-Germain (1919), dal Trattato di Rapallo (1920) e dal Trattato di Roma (1924), in base ai quali Trieste, Gorizia, Istria, Fiume e Zara risultavano appartenenti all’allora Regno d’Italia e tali andavano considerate dal punto di vista del diritto fino al Trattato di Parigi del fatidico 10 febbraio 1947, entrato in vigore il successivo 15 settembre.

Negli anni Venti e Trenta il regime mussoliniano, in continuità con quanto impostato dallo Stato liberale sabaudo al suo arrivo in queste terre, tentò un’opera di bonifica etnica, ma i suoi risultati furono meno catastrofici per le comunità slovene e croate autoctone di quanto denunciato, nella misura in cui la resistenza jugoslava ebbe poi modo di radicarsi fra la popolazione “alloglotta”, le componenti slave rimasero sul territorio e resistettero all’assimilazione dando anzi vita a reazioni armate (gruppi terroristici TIGR e Borba, attentati a simboli di italianità e non solo a rappresentanti del regime fascista), laddove dopo il conflitto la politica di fratellanza italo-slava sbandierata dal regime di Tito portò, come se non fossero bastate le vittime delle due ondate di foibe, alla sparizione di altri italiani ed all’esodo del 90% della comunità autoctona italofona. Siccome più avanti si cerca di sminuire il peso delle morti perpetrate dall’esercito di liberazione jugoslavo e dalle sue quinte colonne locali contestualizzando il tutto in una prospettiva più ampia, sarebbe invece maggiormente opportuno ricordare che contemporaneamente a questo tentativo di snazionalizzazione il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni colpiva altrettanto pesantemente la comunità austriaca della Slovenia settentrionale (Domenica di sangue di Marburg/Maribor), gli italiani di Dalmazia (quasi 20.000 persone in fuga da Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù costituirono il cosiddetto “Esodo dimenticato”) e gli albanesi del Kosovo (progetto di trasferimento coatto di migliaia di albanesi in Turchia).

Di certo non tutte le 1700 foibe istriane sono state usate per scaraventarvi, spesso ancora vivi, i prigionieri torturati e sommariamente processati da parte delle milizie facenti capo a Tito, ma non si ritiene di “aumentare l’enfasi sensazionalistica della propaganda irredentista” se si puntualizza che invece già nel 1941 il terreno carsico del Montenegro consentì ai partigiani jugoslavi di gettare in alcune foibe soldati italiani (in spregio alle convenzioni di guerra che tutelavano i prigionieri), che nel litorale dalmata esponenti di spicco della comunità italiana furono annegati in mare e che molte operazioni di recupero delle salme dalle foibe furono rese impossibili dalla carenza di materiale speleologico adeguato, dall’andamento accidentato di questi inghiottitoi e dall’avanzato stato di decomposizione dei resti umani che rendeva irrespirabile l’aria per chi scendeva decine di metri in profondità allo scopo di effettuare ricognizioni e recuperi. 2.500 persone forse non sono state gettate tutte quante nella vecchia miniera di Basovizza (sicuramente un centinaio di militi della Guardia di Finanza di Trieste che, dopo aver combattuto il 30 aprile 1945 contro gli occupanti tedeschi nel corso dell’insurrezione cittadina, sarebbero poi stati trucidati in quanto rappresentanti di uno Stato italiano che si voleva cancellare dalla Venezia Giulia), ma sicuramente fra Basovizza, Monrupino, Abisso Plutone, Corgnale ed altri abissi della zona il quantitativo dei morti può raggiungere tale cifra. Siffatti esercizi di contabilità mortuaria, tuttavia, sono degni dei negazionisti dell’Olocausto che argomentano sulle cifre dei morti nelle camere a gas e nei forni crematori; a prescindere dal numero delle vittime, l’efferatezza delle tecniche di uccisione condanna questi crimini (avvenuti a guerra finita): persone cadute nel vuoto legate col fil di ferro ai polsi di prigionieri precedentemente uccisi e rimaste agonizzanti in fondo alla foiba per giorni interi prima di morire, fucilazioni e sventagliate di mitra a colonne di prigionieri sul ciglio della foiba, cani neri buttati nella foiba al termine di queste esecuzioni di massa in ossequio ad agghiaccianti rituali scaramantici.

Ricondurre poi la prima ondata di uccisioni nelle foibe istriane (avvenute contemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalato e in altre località della Dalmazia) ad un episodio di “jacquerie” è una tesi ormai superata: l’opera postuma di Elio Apih “Le Foibe giuliane” (Leg, Gorizia 2010, a cura di Roberto Spazzali) ha corroborato la chiave di lettura fornita a suo tempo dal prof. Arnaldo Mauri e cioè che si è trattato dell’applicazione di una metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyn a danno degli ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939 e successivamente in altri ambiti dell’Europa orientale, consistente nell’eliminazione delle figure di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classe dirigente, in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi comunisti, sovente privi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giulia gli opposti nazionalismi italiano e slavo erano stati fomentati dalle autorità asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola logica del divide et impera. Le mire espansionistiche slovene e croate nei confronti di quelle località della costa adriatica orientale in cui la maggioranza della popolazione era italiana affondavano perciò le radici nella seconda metà dell’Ottocento e trovarono realizzazione non con il progetto di riforma trialista della compagine austro-ungarica a beneficio della componente slava, bensì dietro la bandiera rossa che l’esercito di Tito ostentava. Gli italiani che furono partecipi delle violenze a danno dei propri connazionali confermano il carattere di guerra civile che la Resistenza assunse ed in tale contesto avevano anteposto l’adesione ideologica al comunismo all’appartenenza nazionale (esempio più eclatante il massacro a Porzûs da parte di gappisti delle Brigate Garibaldi – Natisone dei partigiani “bianchi” contrari all’espansionismo jugoslavo in territori abitati a maggioranza da italiani), laddove i loro “compagni” jugoslavi strumentalizzarono il comunismo con finalità nazionaliste.

Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettò imperialista degli slavi del sud latente da tempo e che rivendicava territori in cui vi erano presenze slave (Carinzia austriaca e Friuli Venezia Giulia italiano) nonché la trasformazione degli Stati confinanti balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) in satelliti di Belgrado, andando così a ledere la supremazia sovietica nell’Europa orientale sancita dagli accordi di Yalta fra le grandi potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. In questo progetto espansionista affondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche titine così come gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero sconosciute grazie alla spregiudicata politica estera del dittatore croato che di fatto, pur militando nelle logiche della Guerra Fredda fra i cosiddetti “Paesi Non allineati”, si rivelò un prezioso interlocutore per il blocco occidentale, che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerente le sue vessazioni.

Che poi a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodi di giustizia sommaria e rese dei conti, non sminuisce certo l’impatto della tragedia rappresentata da foibe, deportazioni e campi di concentramento jugoslavi, anzi, dimostra la necessità di approfondimento, analisi e raccolta di testimonianze rilasciate da superstiti o loro congiunti. Il giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane (gran parte delle quali, per quanto odiose, attuate in tempo di conflitto ed applicando le leggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte le potenze belligeranti nelle forme di rappresaglie, campi di internamento e uso di ostaggi) non ha ragion d’essere in una comunità internazionale che si vorrebbe regolamentata dal diritto e dal senso di giustizia come quella che i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano istituire sulle macerie delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italiani e di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella coltre di silenzio che le ha avvolte per decenni, tanto da rendere necessaria l’istituzione di una Giornata del Ricordo dedicata a queste vittime.

I partigiani che “entrarono a Trieste nel maggio 1945” rappresentarono altresì un’invasione e annichilirono i partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, i quali nel capoluogo giuliano non dovettero entrare, in quanto già c’erano, avendo realizzato l’insurrezione cittadina il 30 aprile 1945 per effetto  della quale la guarnigione tedesca era stata già costretta ad asserragliarsi in alcuni presidi e la città era stata liberata. Nei successivi Quaranta giorni la violenza nei confronti degli italiani aumentò indubbiamente e a questo si riferiva l’articolo del 10 febbraio scorso, senza nulla togliere a quanto sofferto da partigiani, ebrei ed antifascisti ad opera dei tedeschi e dei loro collaborazionisti. Le efferatezze consumatesi nel campo di internamento della Risiera di San Sabba rientrano nelle commemorazioni del Giorno della Memoria dedicate allo sterminio perpetrato nell’arcipelago concentrazionista nazista, i crimini del fascismo hanno la loro sanzione nella Festa della Liberazione, il Giorno del Ricordo è il momento in cui l’italianità giuliano-dalmata chiede di ricordare le proprie vittime ed un momento di raccoglimento per commemorare le violenze che ha subito: negare, giustificare e ridimensionare quanto patito costituisce una nuova forma di violenza.

Nella pluralità di voci e di firme che dovrebbero dar vita allo speciale di Internazionale che i firmatari della lettera aperta auspicano, chiediamo che vi sia spazio anche per la testimonianza degli esuli che in prima persona vissero la tragedia dell’esodo, in maniera tale da confutare le ciniche e disumane interpretazioni che sono state qui date alla scelta di esodare. In questa maniera si potrebbe capire quanto doloroso sia stato quel distacco, quanto nessuno si immaginasse di abbandonare la miseria per andare nel paese di Bengodi, quanto la sotterranea finalità di nuocere all’economia jugoslava (dietrologia pura!) fosse assente nelle famiglie intere che abbandonavano una terra in cui erano radicati da generazioni. Il Presidente del Consiglio De Gasperi ed il CLN dell’Istria cercarono in tutti i modi di frenare questa emorragia, l’uno perché confidava in successivi aggiustamenti confinari e per non trovarsi a gestire l’emergenza umanitaria di decine di migliaia di profughi nella disastrata Italia dell’immediato dopoguerra (i 109 Centri Raccolta Profughi furono la improvvisata e dolorosa risposta a questa crisi), l’altro perché auspicava un plebiscito che consentisse alla popolazione di esprimere liberamente la propria appartenenza statuale coerentemente al principio di autodeterminazione dei popoli. È addirittura oltraggioso sostenere che 350.000 persone di ogni estrazione politica e sociale abbiano abbandonato le proprie case lusingati da fantomatiche rosee prospettive economiche, laddove con i loro beni abbandonati e poi nazionalizzati dal regime di Belgrado lo Stato italiano saldò, contravvenendo alle disposizioni del trattato di pace, parte delle riparazioni dovute alla Jugoslavia ed ancora non ha corrisposto un equo indennizzo agli esuli ed ai loro discendenti. La verità è che in Istria e a Fiume il governo militare jugoslavo, in attesa delle decisioni della conferenza di pace, aveva diffuso un clima intimidatorio, perseguitava le manifestazioni di italianità, continuava a far sparire nel nulla i punti di riferimento della comunità italiana e procedeva ad un’annessione strisciante di queste terre, travalicando le caratteristiche di provvisorietà che un Governo Militare dovrebbe avere (garantire l’ordine pubblico e la sicurezza in attesa di una sistemazione definitiva). I gerarchi di Tito e l’OZNA, la sua polizia segreta, avevano invece operato dal maggio 1945 all’inverno 1946-’47 per diffondere un clima di terrore nella popolazione italiana (episodi più eclatanti furono il martirio in odium fidei del beatificato Don Bonifacio e l’attentato dinamitardo di Vergarolla, compiuto in zona di pertinenza angloamericana, con un centinaio di morti e decine di feriti) con il dichiarato intento di farla allontanare: « […] Ricordo che nel 1946 io [Milovan Đilas, ndr] ed Eduard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto» (intervista al periodico Panorama del luglio 1991).

Coerentemente allo spirito della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, le associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati si impegnano oggi affinché questi drammi vengano portati alla conoscenza di tutti senza discriminazioni e distinguo e per il riconoscimento di questa tragedia al pari delle altre grandi catastrofi del Secolo breve. D’altro canto hanno avviato da sette anni un proficuo tavolo di lavoro con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca che ha portato alla realizzazione di concorsi scolastici e di seminari di aggiornamento per i docenti tenuti da insegnanti universitari e storici qualificati. In concomitanza con il Giorno del ricordo 2016 la rivista Storia In Rete ha dedicato un numero monografico alla storia del confine orientale italiano, coinvolgendo storici che da tempo collaborano con le associazioni dell’esodo giuliano-dalmata e la trasmissione televisiva Terra ha realizzato uno speciale, sicché altrettanto interessante potrebbe essere un approfondimento di Internazionale, ma, come sopravvissuti e testimoni della Shoah vengono interpellati in occasione del Giorno della Memoria ed i tentativi revisionisti o negazionisti vengono silenziati, così anche la comunità degli esuli chiede rispetto per i propri lutti, empatia per le proprie sofferenze e assenza di livore e di velleità giustificazioniste nelle ricerche storiche che li riguardano da vicino.

 

Lorenzo Salimbeni (ricercatore storico)

Giuseppe de Vergottini (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e Coordinamento Adriatico)

Davide Rossi (Università degli Studi di Trieste)

Antonio Ballarin (Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati)

Giorgio Baroni (già Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

Lucia Bellaspiga (giornalista inviata speciale de “Avvenire”)

Jan Bernas (giornalista e scrittore)

Manuele Braico (Associazione delle Comunità Istriane)

Guido Brazzoduro (Libero Comune di Fiume in Esilio)

Guido Cace (Associazione Nazionale Dalmata)

Marco Cimmino (insegnante)

Renzo Codarin (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia)

Renzo de’ Vidovich (Fondazione Rustia Traine)

Viviana Facchinetti (giornalista e scrittrice)

Diego Lazzarich (Università degli Studi della Campania)

Fabio Lo Bono (giornalista e scrittore)

Emanuele Mastrangelo (editor e cartografo)

Marco Panti (dirigente scolastico)

Giuseppe Parlato (Università degli Studi Internazionali di Roma)

Michele Pigliucci (Comitato 10 Febbraio)

Alessandro Quadretti (regista)

Pier Franco  Quaglieni (Centro “Pannunzio”)

Paolo Radivo (direttore de “L’Arena di Pola”)

Paolo Sardos Albertini (Lega Nazionale e Comitato Onoranze ai Martiri delle Foibe)

Giorgio Federico Siboni (Università degli Studi di Milano)

Tito Lucilio Sidari (Libero Comune di Pola in Esilio)

Lucio Toth (già Senatore della Repubblica)

 

foiba-di-basovizza-01

Foibe ed Esodo Istriano: se ne parla il 30 ottobre al Gran Caffé Schenardi di Viterbo

Pfo_Toscana_a_Pola2

Pfo_Toscana_a_Pola2VITERBO – “Non è che, con l’intento di indottrinare un popolo, si possono nascondere fatti accaduti nel passato: è sufficiente che un nulla, sfuggendo alla consegna del silenzio, riemerga, anche soltanto per mero calcolo politico, per riportare a galla scomode realtà. Ne sono un forte esempio i tragici avvenimenti relativi alle Foibe ed all’Esodo Istriano, sino al 2005 volutamente rimossi dalla memoria e coscienza degli Italiani, in quanto ostativi all’obiettivo di quanti hanno sempre cercato di offrire un’immagine dell’Italia vincitrice della

Seconda Guerra Mondiale e non di un paese sconfitto con diminuzione della sovranità nazionale. Soltanto dal 2005 di Foibe si può parlare, ma forse ancora sottovoce, lasciando pertanto buona parte degli Italiani non consapevoli di quanto accaduto . Anche i testi scolastici ultimamente concedono soltanto brevissimi accenni ai suddetti tragici avvenimenti ed anche le celebrazioni annuali dalla prima del 2005,hanno perso di tono.

Poiché qualsiasi episodio della storia non si può e non si deve cancellare, è ormai ora che gli argomenti “Foibe” ed “Esodo istriano” vengano sottoposti all’attenzione dei più in modo sereno ed imparziale. E’ con questo obiettivo che Danila Annesi, responsabile provinciale di Lega Italia ,con l’esclusivo supporto della
Famiglia Pellegrini Pacchiani, da tradizione secolare promotrice di cultura e di eventi culturali,nella persona della N.D Virginia Flavia, ha organizzato una conferenza relativa alle seguenti tematiche: “In fuga dalle Foibe: l’Esodo degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia” e “La questione di Trieste come conclusione del Risorgimento
Italiano”.Relazioneranno: per il primo argomento il dott. Lorenzo Salimbeni, ricercatore e dirigente della Lega Nazionale e del Comitato 10 Febbraio, autore di saggi e ricerche inerenti la vicenda del confine orientale italiano e le guerre mondiali nei Balcani; per il secondo argomento il PhD Michele Pigliucci, ricercatore della Lega Nazionale e Presidente del Comitato 10 Febbraio, autore della monografia “Gli ultimi martiri del Risorgimento. Gli incidenti per Trieste italiana del 3-6 Novembre 1953″(edizioni Mosetti, Trieste 2013).

Quale testimone dei fatti riferirà il sen. Ferdinando Signorelli. L’introduzione ai lavori sarà affidata al Prof. Avv. Carlo Taormina, Presidente di Lega Italia, e a Danila Annesi, che del movimento è la responsabile provinciale. L’evento, primo di una serie,si terrà il prossimo 30 Ottobre 2015, alle ore 16,30, presso il Gran Caffè Schenardi, Corso Italia 11 Viterbo .Ingresso libero.

Per informazioni contattare i seguenti numeri 3895809151 oppure 3493622611.