Pola, Fiume e Zara affondano

I tristi presagi della disfatta navale di Capo Matapan, che segnò un duro colpo per la flotta italiana

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
IncrociatoriZara

Nella politica di potenza che il fascismo cercò di esercitare rientrava anche il proposito di rendere nuovamente il Mediterraneo un mare nostrum, andando così a confliggere con la potenza navale francese (l’affaccio mediterraneo dell’Esagono, nonché il possesso di Marocco, Algeria e Tunisia e dei mandati in Libano e Siria) e soprattutto britannica (i punti strategici di Gibilterra, Malta e Cipro, la Palestina mandataria ed il controllo dell’Egitto con il canale di Suez). Rinforzare ed ampliare la flotta da guerra risultò pertanto una delle priorità del regime, il quale da un lato pose il veto alla realizzazione di portaerei, confidando nelle basi aeree dislocate in territorio metropolitano nel cuore del Mediterraneo, ma dall’altro utilizzò le denominazioni delle nuove navi per celebrare le annessioni della Prima guerra mondiale. Sul finire degli anni Venti i cantieri di Livorno, Trieste e Genova Sestri dettero alla luce gli incrociatori della classe Trento (Trento, Trieste e Bolzano), nei quali si era privilegiata la velocità rispetto alla corazzatura, mentre all’inizio degli anni Trenta la classe Zara segnò il perfezionamento nella categoria degli incrociatori pesanti, con il varo dei natanti Zara appunto, Fiume, Pola e Gorizia, caratterizzati da un perfetto bilanciamento tra apprestamenti difensivi e velocità di crociera.

Queste navi furono quasi tutte protagoniste il 29 marzo 1941 della battaglia di Capo Matapan, a sud-ovest della Grecia: la Prima divisione incrociatori (Zara, Pola e Fiume) sarebbe stata annientata, la Terza (Trento, Trieste e Bolzano) ne sarebbe uscita indenne, ma in seguito un bombardamento statunitense alla base navale de La Maddalena (10 aprile 1943) avrebbe sostanzialmente messo fuori combattimento i Regi incrociatori Trieste e Gorizia. La catastrofe di Capo Matapan segnò un duro colpo (anche due cacciatorpediniere colarono a picco e la corazzata Vittorio Veneto risultò danneggiata) per il grosso della flotta italiana, uscita in mare aperto nel tentativo di intercettare i convogli britannici che dall’Egitto rifornivano la penisola ellenica e a causa dei quali l’offensiva che secondo Mussolini avrebbe dovuto spezzare le reni alla Grecia si stava risolvendo in un nulla di fatto. La superiorità tecnologica (uso del radar e di ottimi strumenti di decrittazione dei messaggi in codice) e tattica (dimestichezza con il combattimento notturno, impiego di una portaerei) della flotta dell’Ammiraglio Cunningham portò ad una schiacciante vittoria pochi giorni dopo che alcuni barchini esplosivi della Xma flottiglia MAS erano riusciti ad affondare una nave da battaglia ed una petroliera nella base britannica di Suda, nell’isola di Creta. La sindrome di Lissa colpiva ancora la Regia marina da guerra e, come nella Grande guerra, le uniche vittorie giungevano grazie all’azione di naviglio leggero e di incursori.

L’incrociatore Pola fu il primo ad essere gravemente danneggiato da un bombardamento aereo, venendo paralizzato e privato della corrente elettrica a bordo: le navi sorelle Fiume e Zara vennero colte di sorpresa e distrutte dai grossi calibri britannici mentre stavano arrivando con l’intento di trainare verso lidi più sicuri l’imbarcazione silurata. In seguito al Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 proprio le province di Pola, Fiume e Zara, assieme a gran parte di quelle di Gorizia e di Trieste, furono cedute alla Jugoslavia.

E proprio pochi giorni prima di questa catastrofe navale ebbero luogo gli eventi che portarono all’invasione della Jugoslavia. Il regno dei Karađeorđević aveva inizialmente aderito al Patto Tripartito, del quale facevano parte oltre a Germania, Italia e Giappone anche Slovacchia, Romania, Bulgaria ed Ungheria, creando una situazione di accerchiamento per Belgrado che ne rendeva impossibile qualsiasi politica filobritannica. Manifestazioni di piazza fortemente antinaziste ed un colpo di stato militare, però, portarono alla deposizione del reggente al trono ed alla denuncia dell’alleanza militare, contestualmente all’avvio di serrate trattative per addivenire ad un’alleanza con Londra o con Mosca che preservasse l’integrità e l’indipendenza del regno slavo. La furibonda reazione di Hitler fu più veloce e domenica 6 aprile, giorno di Pasqua, la Luftwaffe bombardò a tappeto Belgrado, segnando l’inizio delle ostilità: in una decina di giorni le forze tedesche, italiane ed ungheresi ebbero la meglio e la Jugoslavia sconfitta fu spartita a tavolino tra i suoi vincitori. Il Regio esercito, partendo dalla Venezia Giulia, ma anche dall’Albania (in cui si temeva un attacco jugoslavo capace di giungere fino alle spalle dell’armata impegnata sul fronte greco) e perfino da Zara (enclave incastonata in territorio jugoslavo che rischiava di venire rapidamente travolta dalle forze nemiche) contribuì ad una vittoria dovuta tuttavia alla superiorità tecnologica germanica (impiego massiccio di divisioni corazzate – alcune delle quali erano già destinate a scatenare l’offensiva contro l’Unione Sovietica – e dell’arma aerea) ed alla debolezza strutturale dell’esercito nemico (interi reggimenti costituiti in prevalenza da croati si arresero senza combattere). Nel territorio occupato ovvero amministrato da regimi fascisti (Stato Indipendente Croato) o militari subordinati ai tedeschi (Serbia) si sarebbe ben presto consolidato quell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia che sotto la guida di Josip Broz Tito si avrebbe poi realizzato l’invasione delle terre del confine orientale italiano, creando i presupposti per la pulizia etnica delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Lorenzo Salimbeni 

Una Costituzione nata senza il voto dei giuliano-dalmati

Il 2 giugno 1946 Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara furono estromesse dalle urne

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Cotituzione

Si sono celebrati in questi giorni i 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana (primo gennaio 1948), nella quale dovrebbero riconoscersi tutti gli italiani. L’Assemblea Costituente che la redasse venne eletta contestualmente al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sui cui esiti aleggiano da tempi varti dubbi, poiché parecchi sostengono che il risultato sia stato falsato a favore dell’opzione repubblicana. Solamente in tempi recenti si è messo in risalto che a quell’importantissimo appuntamento elettorale, che vedeva il ritorno degli italiani alle urne dopo i plebisciti dell’epoca mussoliniana e gli orrori della Seconda guerra mondiale, fu impedito di partecipare a decine di migliaia di nostri connazionali.

«Dei 573 seggi dell’Assemblea Costituente da assegnare – ha spiegato in più occasioni il professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste – e previsti dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, in realtà ne furono attribuiti soltanto 556, mancando all’appello i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia – Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. Con un ulteriore Decreto Luogotenenziale, di soli sei giorni successivo, fu, per l’appunto, sostanzialmente ritenuto impossibile lo svolgimento delle elezioni in quelle terre di confine, a causa della situazione internazionale»

Il momento fondativo dello Stato italiano uscito dalle macerie del conflitto si svolse pertanto senza coinvolgere i cittadini residenti in terre che, fino alle deliberazioni della Conferenza di Pace ancora in corso, risultavano formalmente sotto la sovranità italiana, in virtù dei trattati di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Rapallo (12 novembre 1920) e Roma (27 gennaio 1924). In quelle sedi il Regno d’Italia aveva ottenuto in maniera internazionalmente riconosciuta gran parte delle terre che rivendicava dall’Austria-Ungheria, definendo successivamente in maniera bilaterale con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il confine sulle Alpi Giulie e in Dalmazia nonché la spartizione dello Stato Libero di Fiume.

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, che secondo la Linea Morgan del 9 giugno 1945 ricadeva nella Zona A sotto amministrazione militare angloamericana, organizzò, tuttavia, il 2 giugno nella propria sede un seggio, facendo quindi pervenire a Roma i risultati, che ovviamente nessuno tenne in considerazione. Si trattò comunque di una manifestazione di italianità che faceva seguito all’imponente fiaccolata notturna del 21 marzo, con cui si volle manifestare la propria identità nazionale alla Commissione alleata che stava rilevando la composizione etnica dell’Istria dopo che nel corso di quel pomeriggio torpedoni di croati provenienti dall’entroterra avevano confuso le acque e dato luogo a scontri e disordini.

Invano giuliani, fiumani e dalmati avevano chiesto di indire in queste terre contese un plebiscito attraverso cui esprimere la propria appartenenza statuale in base al principio di autodeterminazione dei popoli che pur figurava nella Carta atlantica. Alcide De Gasperi non portò avanti tale istanza poiché temeva di dover fare altrettanto con riferimento alle sorti dell’Alto Adige: a Bolzano e dintorni la consultazione si sarebbe svolta regolarmente ed in maniera democratica, premiando sicuramente l’opzione austriaca. Al confine orientale, invece, l’amministrazione militare jugoslava nella Zona B lasciava pochi dubbi in merito alla repressione di qualsiasi forma di contrarietà rispetto all’annessione alla Jugoslavia titoista, come già si era potuto riscontrare in occasione delle elezioni amministrative istriane del 25 novembre 1945, durante le quali anche il boicottaggio delle urne in segno di dissenso fu reso impossibile poiché la gente veniva condotta a votare le liste compattamente filojugoslave con l’uso della forza. D’altro canto l’Italia pagò a caro prezzo la scelta maturata nel 1920 di non ratificare l’annessione delle nuove province attraverso un plebisicito (come era sempre avvenuto in epoca risorgimentale), poiché le autorità civili e militari temevano cospicui residui lealisti nei confronti degli Asburgo da parte della popolazione giuliana.

Grazie all’inserimento nel listone nazionale che eleggeva una quota di rappresentanti in base ai resti provenienti dai vari collegi, poterono figurare tra i padri costituenti almeno il fiumano Leo Valiani (Partito d’Azione) ed il triestino Fausto Pecorari (Democrazia Cristiana).

A parziale compensazione di questi torti, il presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando aprì i lavori ««nel ricordo del dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non hanno votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia».

Lorenzo Salimbeni

Il Natale di sangue di d’Annunzio a Fiume

Le truppe del Regio Esercito posero fine alla Reggenza Italiana del Carnaro

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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La marcia di Gabriele d’Annunzio da Ronchi a Fiume il 12 settembre 1919 doveva risolvere con un audace colpo di mano l’impasse in merito alla definizione del confine tra l’Italia ed il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. L’annessione all’Italia del porto del Carnaro non era contemplata dal Patto di Londra, ma fu proclamata dal Consiglio Nazionale fiumano il 30 ottobre 1918, appellandosi al principio di autodeterminazione dei popoli che rientrava in quel programma di 14 punti destinati a garantire la pace al mondo ed in base ai quali il presidente Woodrow Wilson aveva trascinato gli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale. La ridefinizione del confine in Dalmazia rispetto a quanto promesso nella capitale britannica il 26 aprile 1915 e gli ostacoli posti dalle altre potenze vincitrici riguardo l’annessione di Fiume (senza soffermarsi sulla mancata partecipazione alla spartizione dell’Impero Ottomano e delle colonie germaniche) alimentarono la retorica della “vittoria mutilata”, che scosse Gabriele d’Annunzio dal torpore del suo aureo ritiro veneziano.

Nata in ambito militare e nazionalista, la spedizione fiumana avrebbe poi trasformato Fiume in una “città di vita”, scenario di una “quinta stagione” che avrebbe dovuto realizzare gli ideali palingenetici che la guerra aveva suscitato e la conferenza di pace ampiamente frustrato, con particolare riferimento ai nuovi assetti confinari europei ed all’autonomia promessa alle colonie allorché Francia ed Inghilterra dovettero rimpinguare le fila dei propri esangui eserciti con robuste iniezioni di reparti coloniali. La Lega dei Popoli Oppressi e la Carta del Carnaro furono i progetti che meglio incarnarono lo spirito libertario e rivoluzionario che alcuni collaboratori del Vate (Alceste De Ambris, Leon Kochnitzky, Eugenio Coselschi, Ludovico Toeplitz, Giovanni Bonmartini ed Henry Furst) cercarono di imprimere ad una spedizione che rischiava continuamente di ridursi a una leva con cui il Regno d’Italia cercava di destabilizzare il vicino stato jugoslavo intessendo a partire da agenti presenti a Fiume (Giovanni Giuriati, Corrado Zoli e Giovanni Host Venturi) contatti con separatisti croati, sloveni, montenegrini e kosovari. Le relazioni con rappresentanti irlandesi, indiani ed egiziani portarono a nulla causa la mancanza di adeguati finanziamenti con cui alimentare fermenti rivoluzionari, laddove il lavorio alle fragili fondamenta del regno dei Karađeorđević cominciava e farsi minaccioso, sicché il 12 novembre 1920 a Rapallo Roma e Belgrado definirono il loro confine. Fiume sarebbe diventata uno Stato libero (come era avvenuto a Danzica e a Memel); della Dalmazia, solamente Zara assieme a qualche isola sarebbe entrata a far parte del Regno d’Italia; il confine terrestre veniva fissato lungo lo spartiacque delle Alpi Giulie, venendo così incontro alle richieste del Regio Esercito e deludendo le aspettative della Marina italiana, che voleva l’intera Dalmazia per assicurarsi il pieno controllo dell’Adriatico. Deluso da questa sistemazione, d’Annunzio si trovò isolato a protestare, poiché l’Ammiraglio Millo, governatore militare della Dalmazia che nei mesi precedenti gli aveva dato prova di amicizia e fatto credere di essere parimenti pronto all’insubordinazione militare qualora tutta la Dalmazia non fosse stata annessa, rientrò nei ranghi e fece ritirare le proprie truppe dai territori passati sotto la sovranità jugoslava.

Onde evitare ingerenze straniere, il presidente del consiglio Giovanni Giolitti si impegnò a por fine alla sedizione dannunziana che nel frattempo, onde dimostrare la propria vitalità, aveva occupato le isole di Arbe e Veglia. Ancora alcuni militari disertarono per raggiungere Fiume e dare man forte al Comandante, il quale poteva contare su circa 2.500 legionari, ma le truppe agli ordini del generale Caviglia stavano ormai stringendo d’assedio dal mare e da terra il capoluogo quarnerino. Benito Mussolini esortò gli squadristi giuliani a non intervenire, poiché aveva compreso che la causa fiumana era destinata a soccombere; tuttavia il governo temeva ripercussioni sull’ordine pubblico interno qualora fosse stato necessario ricorrere ad un’azione di forza, pertanto approfittò della vacanza natalizia nella pubblicazione dei giornali per procedere con l’attacco alle postazioni difensive approntate dai disertori dannunziani e dai volontari fiumani.

Dal 24 al 29 dicembre si consumò quello che il poeta abruzzese stesso definì il Natale di sangue, il quale provocò 25 morti e 139 feriti nelle truppe regolari e 31 morti e 61 feriti tra gli insorti, fra cui molti civili: avvilito da questo episodio di guerra civile fra italiani, d’Annunzio decise di arrendersi, onde evitare ulteriori lutti e danni alla città, che veniva sottoposta a cannoneggiamento. Il Comandante avrebbe tenuto come suo ultimo discorso pubblico a Fiume una vibrante orazione funebre al cimitero di Cosala, ove furono sepolti i caduti di quelle giornate.

Lorenzo Salimbeni 

 

La fine della Grande Guerra sul confine orientale

Per gli italiani delle terre redente significò la conclusione della Quarta guerra d’indipendenza

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Fonte: Archivio Storico Digitale “Patria Italia” 

 

Il 3 novembre si celebra il Patrono di Trieste, San Giusto, che tradizione vuole sia stato martirizzato per annegamento. La sua salma miracolosamente poi riaffiorò dalle acque antistanti Tergeste romana. In quella data del 1918 dalle acque del golfo di Trieste giunsero invece il cacciatorpediniere Audace assieme ad altre navi della Regia Marina da guerra, con a bordo reparti di Bersaglieri e di Carabinieri Reali che per primi presero il controllo della città, la quale finalmente, da irredenta, diventava redenta.

Erano le tumultuose fasi conclusive di quella che per tanti italiani, cittadini del Regno o ancora sudditi dell’Impero austro-ungarico, fu una vera e propria Quarta guerra d’indipendenza. A Vittorio Veneto il Regio Esercito aveva sfondato le linee asburgiche, mentre la munitissima base navale di Pola della Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine era stata violata dagli incursori Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, i quali minarono ed affondarono l’ammiraglia nemica, la corazzata Viribus Unitis. Questa poderosa nave da battaglia recava nel nome il motto che simboleggiava il composito impero degli Asburgo, ormai lacerato dalle questioni nazionali al punto che l’imperatore Carlo I aveva fatto dono della sua flotta da guerra all’autoproclamato Stato degli Sloveni, Croati e Serbi, non riconosciuto da nessun altro Stato, fondato il 29 ottobre ed assorbito il successivo primo dicembre nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che di fatto rappresentava una crescita enorme del vecchio Regno di Serbia.

Non è casuale la disposizione dei nomi dei popoli associati nella denominazione di queste due entità statuali: la prima nasceva nell’alveo del vecchio impero per iniziativa di sudditi sloveni e croati (con il concorso minore di serbi di Bosnia e delle Krajine) lealisti fino all’ultimo nei confronti di Vienna e pronti a ricostituire un legame magari su basi federali, in nome del vecchio austroslavismo dai caratteri marcatamente anti-italiani; la seconda, destinata a diventare Regno di Jugoslavia, rappresentava il coronamento del progetto della Grande Serbia avvolto da una patina che attingeva agli ideali dello jugoslavismo, ma di fatto manteneva in subordine le componenti non serbe.

Inatteso interlocutore al confine orientale, la monarchia dei Karađorđević abbandonò la tradizionale amicizia risorgimentale italo-serba sotto la pressione dei nazionalisti sloveni e croati, i quali rivendicavano l’annessione alla nuova compagine statuale di tutte quelle terre adriatiche su cui pur insistevano cospicue comunità italiane. La divulgazione da parte della Repubblica dei Soviet dei contenuti del Patto di Londra (già sottoscritto obtorto collo dalla diplomazia zarista, la quale aveva cercato di tutelare le rivendicazioni slave sulle coste adriatiche, anche al fine di garantirsi approdi sicuri) aveva creato le prime fratture fra l’Italia e la diaspora jugoslava in esilio, che godeva altresì di buone entrature in Francia ed Inghilterra.

Il Congresso delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria svoltosi ad aprile del 1918 al Campidoglio trovò italiani e slavi unanimi nell’auspicare lo smembramento del vecchio impero ma tutt’altro che concordi sui nuovi assetti confinari, sicché a guerra finita non mancarono i momenti di tensione fra le truppe italiane che nella Venezia Giulia, in Istria ed in Dalmazia cercavano di raggiungere la linea fissata dal Patto di Londra e reparti serbi o milizie slave. Ancor più clamoroso il caso di Fiume, in cui il Consiglio Nazionale italiano, in opposizione a quello croato, proclamò il 30 ottobre 1918 in nome del principio di autodeterminazione dei popoli l’annessione all’Italia, salvo poi dover attendere la spedizione di Gabriele d’Annunzio (1919), il Trattato di Rapallo (1920), il conseguente Natale di Sangue ed infine il Trattato di Roma del 1924 per vedere realizzata questa dichiarazione patriottica.

Nelle complesse trattative bilaterali italo-jugoslave che la Conferenza di Pace a Parigi non era riuscita a dirimere, da una parte si rivendicava quanto era stato generosamente promesso a Londra nel 1915, dall’altra bisognava tenere in considerazione le rivendicazioni dei nazionalisti sloveni (a Trieste l’Austria aveva agevolato in funzione anti-italiana talmente tanto l’afflusso di lavoratori sloveni con famiglie al seguito, che risiedevano quasi più sloveni lì che a Lubiana) e croati (in particolare nei confronti della Dalmazia e di Fiume appunto).

Da parte nostra, oltre alla necessità di incorporare nella monarchia sabauda le comunità italiane dell’Adriatico orientale (risultato che parzialmente si otteneva con la linea confinaria proposta dal Presidente statunitense Woodrow Wilson), si contrapponevano due istanze di carattere militare. Il Regio Esercito voleva assicurarsi il confine sulla displuviale delle Alpi Giulie per esigenze di carattere difensivo, rinunciando ad una Dalmazia ormai prevalentemente slava e possibile focolaio di ribellioni separatiste, che comunque erano possibili anche nell’entroterra goriziano, triestino ed istriano; la Regia Marina, che durante il conflitto non ottenne quella clamorosa vittoria navale capace di cancellare la disfatta di Lissa del 1866, ma solamente successi dovuti alla temeraria audacia di singoli MAS, siluranti e incursori, voleva invece trasformare l’Adriatico in un lago italiano, sul quale non si affacciassero altre potenze marittime. Quest’ultima opzione dovette soccombere e solamente Zara entrò a far parte del Regno d’Italia, mentre da Spalato, Sebenico, Traù ed altre località della costa dalmata avveniva un esodo di circa 20.000 italiani che non si fidavano delle promesse di tutela contenute nel Trattato di Rapallo e temevano le prevaricazioni degli ultranazionalisti croati.

Ma oltre che nell’ambito di queste dispute confinarie, Roma e Belgrado si trovarono in contrapposizione pure in Austria, poiché la neonata Repubblica dovette fronteggiare le rivendicazioni slovene nei confronti della Stiria meridionale (destinate a realizzarsi con la cessione di Marburg/Maribor) e della Carinzia, scongiurate tramite un plebiscito che avvenne sotto tutela di un corpo militare interalleato in cui l’Italia giocò un ruolo fondamentale a sostegno di Vienna.

Nel corso degli anni Venti e Trenta i rapporti italo-jugoslavi vissero di alti e bassi, con entrambe le parti nei momenti di crisi pronte a soffiare sul fuoco dei reciproci irredentismi per destabilizzare l’antagonista, sino a giungere al conflitto dell’aprile 1941: anche in questo ambito si vide come “la guerra che doveva por fine a tutte le guerre” si concluse con una pace destinata a porre fine alla pace.

Lorenzo Salimbeni

Il 15 settembre 1947 e la perdita dell’Istria

L’entrata in vigore del Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, è una data che ha assunto una certa notorietà presso l’opinione pubblica italiana anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo proprio il 10 febbraio, laddove meno celebrata è la ricorrenza del 15 settembre 1947: si tratta della giornata in cui quel vero e proprio diktat imposto all’Italia dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale entrò in vigore. Al momento della firma non si sapeva ancora quando avrebbe preso effettiva efficacia, dovendo essere ancora ratificato da tutti i contraenti ed in questi sette mesi si consumarono altre tragiche pagine di storia del confine orientale italiano.

Ricordato che tale trattato internazionale aveva ricadute anche sugli italiani di Briga e Tenda (cedute alla Francia) nonché su quelli trapiantati nelle colonie e nel Dodecaneso (restituiti rispettivamente all’indipendenza – pur con l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1950-‘60 – ed alla Grecia), nei mesi in cui si perfezionò avvenne soprattutto l’esodo biblico da Pola, sotto Governo Militare Alleato. Proprio il fatto di non sapere quando esattamente sarebbe entrato in vigore il Trattato fece infatti sì che le operazioni di abbandono del capoluogo istriano si svolgessero in maniera particolarmente accelerata, con la motonave Toscana che ininterrottamente trasportava la quasi totalità dei 32.000 polesani ad Ancona e a Venezia. Umili masserizie e la bara contenente le spoglie di Nazario Sauro, famiglie con donne, vecchi e bambini di tutte le estrazioni sociali e politiche affollavano la banchina del porto istriano per imbarcarsi e manifestare con i fatti la voglia di appartenenza all’Italia che non poterono esprimere con un plebiscito, da più parti invocato, ma mai concesso, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli che ostentavano le potenze vincitrici del recente conflitto. All’arrivo nella penisola li attendevano treni di carri bestiame che li avrebbero condotti ai miseri Centri Raccolta Profughi ovvero all’oltraggiosa sosta alla stazione di Bologna, ove i ferrovieri sindacalizzati dalla Cgil impedirono che le associazioni umanitarie fornissero un pasto caldo ai polesani del convoglio destinato alla caserma Ugo Botti di La Spezia.

Nel resto dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia destinati ad entrare nella Jugoslavia l’esodo del 90% della comunità italiana ivi residente da secoli non poté svolgersi altrettanto celermente, poiché le autorità jugoslave ponevano ostacoli all’esercizio delle opzioni previste dal Trattato, in spregio alle cui clausole gli optanti per la cittadinanza italiana si vedevano inoltre privati delle proprietà.

Ma nel frattempo avvenne anche il dibattito in Assemblea costituente, in cui le province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, direttamente interessate dallo stravolgimento confinario, non avevano potuto eleggere i propri rappresentanti il 2 giugno 1946 (e tanto meno esprimersi nel Referendum istituzionale). Caddero nel vuoto le proteste dei padri costituenti giuliani eletti nel listone nazionale con i resti (Fausto Pecorari e Leo Valiani) così come le accuse di “cupidigia di servilismo” e di mancanza di spirito patriottico espresse da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce all’indirizzo dei diplomatici italiani che accettarono il diktat.

Solamente a fine agosto i vincitori del conflitto resero noto che il 15 settembre il trattato sarebbe entrato in vigore a tutti gli effetti. Quel giorno il comandante della guarnigione britannica di presidio a Pola, ormai deserta, cedeva le chiavi della città al collega jugoslavo, Gorizia poteva celebrare il ritorno entro i confini italiani e muoveva i primi passi il progetto del Territorio Libero di Trieste, diviso in zona A (il capoluogo giuliano sotto Governo Militare Angloamericano) e B (i distretti di Capodistria e di Buie sotto Amministrazione militare jugoslava), ma che mai si costituì ufficialmente causa la mancata indicazione del Governatore all’unanimità fra le potenze vincitrici del conflitto, ormai già attraversate dalla dialettica della Guerra fredda.

Lorenzo Salimbeni