Pomezia omaggia i Martiri delle Foibe

La sezione locale del Comitato 10 febbraio ripulisce il Monumento dedicato agli Italiani uccisi nelle cavità carsiche

Pomezia_lapide

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 17 settembre abbiamo eseguito la pulizia della stele che, nella nostra città, è dedicata ai Martiri delle Foibe. Quella stele che è stata fortemente voluta da Pietro Guido Bisesti, presidente e fondatore dell’associazione Coloni.

Pietro è stato consigliere comunale a Pomezia e in quel periodo lui e Rodolfo Serafini intitolarono una strada ai Martiri delle Foibe. Ma si voleva fare di più. Si era sempre parlato di realizzare una targa, un monumento che celebrasse questa pagina di storia così importante per noi. Quattro anni fa Pietro è riuscito a realizzarla e da allora, il 10 Febbraio di ogni anno, organizziamo presso di essa una commemorazione.

La manutenzione della stele ultimamente era stata un po’ trascurata, attorno vi era cresciuta molta erba e vi era stato irrispettosamente gettato qualche rifiuto. Abbiamo dunque pensato di provvedere, ripulendo l’area e riaccendendo il lume situato di fronte al monumento.

Lo abbiamo fatto per ricordare sia i Martiri, sia ciò che significa per noi quella targa. Lo abbiamo fatto in memoria di Pietro, che purtroppo è venuto a mancare e che sicuramente sarebbe rimasto male nel vedere trascurato il monumento da lui voluto. Lo abbiamo fatto in una giornata di settembre. Una come tante. Perché noi i nostri Martiri li ricordiamo tutti i giorni. E con loro tutti quelli che si sono impegnati per tramandarne la memoria.

A cura del Comitato 10 Febbraio Pomezia

La morte della Patria al confine orientale

La caotica situazione dell’8 settembre ebbe conseguenze catastrofiche in Istria e Dalmazia

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

8 settembre 1943, la morte della Patria nella celeberrima definizione di Ernesto Galli della Loggia: il Re con i vertici dello Stato in fuga dopo che il capo del governo aveva comunicato via radio a civili, autorità e militari che l’armistizio era stato firmato. Dopodiché, il caos: divisioni che si sciolgono come neve al sole salvo rare eccezioni, la presa di controllo del territorio italiano da parte tedesca per frenare l’avanzata anglo-americana, il coagularsi nella Repubblica Sociale Italiana di forze legate a Mussolini liberato dalla prigionia sul Gran Sasso e desiderose di proseguire il conflitto a fianco dell’alleato germanico, i partigiani e la guerra civile. Da quel giorno l’Italia non sarebbe più stata la stessa.

In quella caotica situazione ci fu chi seppe approfittarne astutamente: l’esercito partigiano di Tito non solo si impadronì di armi, munizioni, vettovagliamento e artiglierie abbandonate dalle divisioni italiane di presidio nelle zone di occupazione della ex Jugoslavia, ma riuscì addirittura a impadronirsi di porzioni del territorio metropolitano, nell’entroterra triestino, nell’Istria interna e a Spalato. Ebbe così luogo la prima ondata di stragi nelle foibe, di fucilazioni arbitrarie di prigionieri (almeno un centinaio nella città di Diocleziano), deportazioni e distruzioni dei simboli della presenza statuale italiana.  I partigiani sloveni e croati giunsero a dichiarare unilateralmente l’annessione dell’Istria alle future repubbliche federate nella Jugoslavia titoista, laddove reparti italiani che chiesero di combattere a fianco della resistenza jugoslava contro i tedeschi ed i loro collaborazionisti ricevettero un trattamento pessimo e furono sacrificati in numerose operazioni ad alto rischio (Divisione Garibaldi in Montenegro).

A Spalato giunsero ben presto i tedeschi a consegnare formalmente la città allo Stato Indipendente Croato, il quale vedeva così finalmente realizzato l’obiettivo di annettere la Dalmazia, in cui solamente a Zara, grazie all’opera del Prefetto Vincenzo Serrentino, riuscì a consolidarsi l’autorità della RSI. La città sarebbe poi stata devastata da pesanti bombardamenti angloamericani, richiesti da Tito che aveva convinto surrettiziamente i suoi alleati occidentali che il capoluogo dalmata costituiva un’importante base strategica.

La provincia che più di tutte pagò un tributo di sangue causa questo collasso militare, politico ed istituzionale fu l’Istria, con un migliaio circa di persone assassinate dai partigiani. Norma Cossetto risultò la vittima innocente che più di tutti sarebbe rimasta nell’immaginario collettivo, ma assieme a lei ed ai suoi famigliari (piccoli possidenti terrieri additati a nemici del popolo dai partigiani titini) furono sequestrati, torturati, sommariamente processati e scaraventati spesso ancora vivi negli abissi carsici noti come foibe funzionari comunali, insegnanti e funzionari pubblici che per il ruolo che svolgevano rappresentavano lo Stato italiano sul territorio.

 

sezionefoiba

 

Una prima interpretazione storiografica interpretò questa mattanza come una jacquerie, per affinità con le sollevazioni contadine spontanee che avvenivano nella Francia medioevale, laddove una più attenta e recente analisi ha dimostrato che si trattò di un’insurrezione ben pianificata dal punto di vista operativo e che dal punto di vista ideologico possedeva solide fondamenta. Il comunismo che Tito ostentava rappresentava una paravento dietro al quale si riproponeva il progetto espansionista sloveno e croato sorto nella fase terminale dell’Impero austro-ungarico, allorché la possibile svolta trialista avrebbe riconosciuto nella compagine asburgica una terza corona slava che avrebbe amministrato anche le terre con presenza italiana maggioritaria o comunque significativa (Venezia Giulia e Dalmazia). Quell’approccio ideologico (austroslavismo) sosteneva che la marea slava dominante nelle campagne e nell’entroterra avrebbe travolto i centri urbani che costituivano le roccaforti dell’italianità e dall’Isonzo alle Bocche di Cattaro si sarebbe costituita un’entità slava alternativa al regno serbo dei Karageorgević.

A ottobre l’intervento delle truppe tedesche della Zona di Operazioni Litorale Adriatico avrebbe posto fine al dominio partigiano nell’entroterra istriano, ma a guerra finita nuovi massacri, violenze, eccidi e deportazioni avrebbero caratterizzato il ritorno in auge dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia cagionando migliaia di morti e di scomparsi nel nulla.

Il 30 agosto scorso è stata celebrata la Giornata mondiale dei desaparecidos e, anche se tale termine si ricollega alle vittime della dittature sudamericane foraggiate dagli Stati Uniti in funzione anticomunista, il Comitato 10 Febbraio auspica che pure l’Italia in questa giornata vorrà ricordare i suoi “desaparecidos” del confine orientale: goriziani, triestini, istriani, fiumani e dalmati scomparsi nel nulla, uccisi senza sapere ancor oggi dove siano stati sepolti o infoibati o annegati dai loro carnefici.

 

Lorenzo Salimbeni

La Regione Toscana offende i martiri delle foibe

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il progetto delle istituzioni locali affidato agli Istituti della Resistenza. Escluse le organizzazioni di Esuli

 

Abisso_Plutone

 

Fa discutere – non poco – l’incredibile decisione della regione Toscana che, a proposito di una pagina della storia del nostro Paese altamente drammatica come la tragedia delle foibe e dell’esodo, ha scelto di affidare il progetto dedicato agli studenti all’Istituto storico della Resistenza, escludendo le associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati, che invece avrebbero a pieno titolo e per esperienza diretta la competenza necessaria per trattare un argomento tanto delicato. Un modo di “riscrivere la storia” che assume il sapore folle e amaro di una rivalsa ideologica che sa di pregiudizio e mistificazione.

Il programma prevede una Summer school di formazione per venticinque docenti (svoltasi dal 22 al 25 agosto) e, a febbraio, un viaggio studio in loco con gli studenti. Ai quali dunque verrà raccontato qualcosa che ha ben poco a che vedere con la verità. Anche perché secondo quanto emerso in rete, a curare l’agenda dell’evento è la discussa Alessandra Kersevan. Una secondo cui “commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare i rastrellatori fascisti e i collaboratori dei nazisti”.

Molte, sulla questione, le voci critiche. Tra esse quella di Giovanni Donzelli (FdI), secondo cui “organizzare un evento del genere senza coinvolgere associazioni di riferimento è grottesco, oltre che evidentemente strumentale. Ancora una volta la sinistra dimostra di non credere nella memoria condivisa e di essere ostaggio degli integralisti dell’antifascismo anche quando l’antifascismo non c’entra. La Regione ha il dovere di onorare la memoria delle Foibe, fatto storico che ha provocato l’occultamento di migliaia di cadaveri italiani, militari e civili, trucidati dall’esercito e dai partigiani comunisti”.

Quanto poi alle Associazioni culturali vicine o contigue al mondo dell’Esodo giuliano-dalmata. il presidente di Federesuli ha inviato una lettera al governatore Enrico Rossi e alle massime cariche istituzionali dello Stato, in cui si sottolinea “con rammarico ed una certa amarezza” l’esclusione. Scrive Antonio Ballarin: “nonostante il paziente lavoro di testimonianza volto a costruire, a dare visione futura, a riconciliare, a far capire che senza memoria non vi è futuro e senza coscienza del male non vi è possibilità di vita, resta sempre un alone di discriminazione che è duro a morire e che aleggia sul mondo dell’Adriatico orientale”. Ed aggiunge che “in questi anni le celebrazioni per il Giorno del Ricordo hanno ampiamente mostrato quale sia la direzione intrapresa da tutta la nostra gente. Non certo revanscismo e piagnistei, quanto, piuttosto testimonianza, memoria, prospettiva, generazione etica”.

A riprova di tutto questo, il presidente ricorda il Gruppo Lavoro per la conoscenza della storia degli Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, coordinato dal Miur ed attivo dal 2009, che “ogni anno istituisce seminari di carattere Nazionale ai quali partecipano circa 150 docenti, oltre ad un concorso nazionale per le scuole di ogni ordine e grado”. Un gruppo a cui tra l’altro proprio le Associazioni degli esuli invitarono rappresentanti di vari Istituti Storici per la Resistenza, “manifestando, in questo modo, una propensione decisamente opposta al settarismo, ben consci che senza la verità storica non è possibile nemmeno la giustizia”.

Quindi la conclusione: “l’amarezza espressa in questa lettera è proprio causata dal fatto che l’Istituzione dal Lei guidata, con la scelta di non includere alcune realtà culturali vicine o derivanti dal mondo dell’Esodo, mostra una preclusione aprioristica che non gioverà alla costruzione di una società migliore, ma creerà distorsioni interpretative e, in ultima analisi, divisione, lì dove invece, occorrerebbe agire con senso di responsabilità”.

 

Cristina Di Giorgi

Notizie confuse sui giornali quando si parla di Foibe

articolo_LaStampa


Claudio Bonante (Comitato 10 Febbraio Alessandria): “La Stampa giustifica le foibe?”

 

articolo_LaStampa

 

Ha destato stupore tra i componenti del Comitato 10 Febbraio la lettura di quanto scritto in un articolo pubblicato su “La Stampa” del 4 giugno, nelle pagine provinciali di Alessandria.

L’articolo, che parlava della cerimonia per il ritrovamento della piastrina di un giovane finanziere di Gavi ucciso dai partigiani titini insieme a 96 colleghi nel maggio del 1945, andava quasi a giustificare quel massacro, in quanto nelle foibe “… già i fascisti italiani, soltanto pochi anni prima, avevano gettato molte persone di etnia slava”. Un ragionamento pericoloso quello di cercare di giustificare eccidi con fatti accaduti in precedenza, sia perché la nazionalizzazione fascista degli “alloglotti” non si attuò tramite stragi nelle foibe, sia perché andando ulteriormente a ritroso bisogna ricordare la politica austro-ungarica del divide et impera che fomentò le comunità slave contro gli italiani di quelle terre.

«La pulizia etnica operata da Tito ancora oggi ci lascia attoniti: moralità e umanità sono le prime vittime delle foibe. I ricordi che emergono dalle profondità della terra ci ricordano quanto terrificante e profondo sia l’abisso che l’umanità ha saputo raggiungere – commenta Claudio Bonante, responsabile provinciale di Alessandria del Comitato 10 Febbraio – Come Comitato 10 Febbraio ci recheremo a rendere omaggio all’ossario dedicato a Luigi Traverso nel cimitero di Gavi: diremo una preghiera per questo ragazzo, ucciso a soli 18 anni per la colpa di essere italiano»

A cura del Comitato 10 Febbraio di Alessandria 

 

‘Le Foibe in Dalmazia si chiamano Mare Adriatico’

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il ricordo di Ottavio Missoni, di cui il 9 maggio si è celebrato il quarto anniversario della scomparsa

Missoni

 

Profondi occhi blu come il mare del Confine Orientale, tratto comune e distintivo di quasi tutti i dalmati. Occhi diversi, antichi e bellissimi. Sguardo di fuoco, a volte proiettato verso altro: la dimensione del suo vissuto strappato, della sua infanzia, della città che non c’è più, Zara. I riflessi di una giovinezza che ha continuato un’esistenza propria, verissima, nella sua anima. Perché spesso si sottovaluta una precipua capacità dell’uomo, dono o dannazione, a seconda di come la si vive. L’abilità di celebrare nel proprio cuore qualunque cosa, per sempre, in assoluta libertà.

E lui seppe usarlo bene, questo regalo. Non cadde nella facile e scontata malinconia, nella paura e nel dolore che svuota e depaupera. Usò quel tesoro per creare. Così nacque l’artista. Non solo il celebre stilista che tutti conosciamo, ma il fautore di arazzi di una bellezza e potenza inaudita, connotati da un linguaggio figurativo astratto che racchiude l’essenza, i colori, i suoni della nostra terra e che io ebbi la fortuna di ammirare bene, allestendo per lui la tappa romana di una mostra internazionale itinerante. Potrei narrare dei tanti ricordi personali, vissuti nei numerosi raduni. Ma non lo farò, perché quelli voglio custodirli nella dimensione del mio personale dono, il mio altrove. Desidero però ricordare Ottavio Missoni, a quattro anni dalla scomparsa, proponendo il testo di un’intervista, anzi di una nostra chiacchierata, che finì sul catalogo della mia mostra al Vittoriano e sul libro “Foibe ed Esodo. L’Italia negata”. Perché questo è quello che Lui, Sindaco del Libero Comune di Zara in esilio, voleva lasciare come testamento. Assieme a tanto di quell’altro che, fatalmente, da queste parole emergerà. Ciao Tai, ci manchi!

 

La Testimonianza

Come sognare una cosa che non c’è più? Per far rivivere Zara ci restano solo i ricordi”

 

Ottavio Missoni

 

Il Giorno del Ricordo è un momento di riflessione che accomuna tutti coloro che hanno subito la tragedia adriatica e vuole essere una compensazione per i troppi che non hanno una sepoltura nota e degna di questo nome, sulla quale parenti e amici possano deporre un fiore.

Personalmente, questa storia potrei iniziare a narrarla dal Natale 1941, l’ultimo che ho passato a Zara. Subito dopo, gennaio 1942, militare in Africa settentrionale, combattente sul fronte di El Alamein, quindi prigioniero degli inglesi, quattro anni, in Egitto. Al rientro, settembre 1946, la mia famiglia, mamma, papà e un fratello, dopo circa cinque anni li ho rivisti non a Zara, ma a Trieste.

Così arriviamo al nostro dramma di Esuli.

L’opinione pubblica italiana solo di recente è venuta pienamente a conoscenza dell’esodo che ha costretto noi Dalmati, unitamente a Fiumani ed Istriani a lasciare Zara e le altre terre della Dalmazia. Le cifre dicono che gli Esuli sono stati trecentosessantamila, senza mettere in conto i morti, infoibati in Istria e affogati nel Mare Adriatico in Dalmazia. Trecentosessantamila significa che l’esodo è stato totale. Oggi, si parlerebbe di “pulizia etnica”. In Italia si festeggia la giornata della “Liberazione”, ma c’è una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani e l’essere stati liberati dai nazional-comunisti di Tito.

Mi è stato chiesto che torti abbiamo subito noi esuli: stabilito che la guerra non si dovrebbe mai fare, ma se la si fa bisogna vincerla, il nostro vero torto fu di averla persa; ma è anche vero che per colpa di questa guerra che “non si doveva fare” gli istriani giuliano-dalmati hanno pagato un conto spaventoso, sia materialmente che moralmente, che non è possibile quantificare. Con tutto ciò i profughi hanno dato, nel complesso, un grande esempio di dignità, di apertura, di moderazione e tolleranza, di intelligenza e politica. Cinquant’anni dopo la loro tragica odissea, dimenticata e ignorata da quasi tutti hanno trovato, nella fedeltà alle loro origini e al loro destino, parole di conciliazione che dovrebbero essere un esempio per tutti.

Oggi ci si chiede come mai questo dramma sia stato ignorato per cinquant’anni. Evidentemente a molti la “verità” non faceva comodo e i molti dovevano essere in tanti. Così, i tanti, hanno semplicemente mistificato la “verità” tacendo. Dopo cinquant’anni se ne parla, il Parlamento ha istituzionalizzato il Giorno del Ricordo. Qualche onorevole ci ha chiesto scusa, a nome del Governo, per averci dimenticati per cinquant’anni: ho risposto che se aspettavano ancora un po’ non so a chi chiedevano scusa!

Si sono aperti dibattiti del perché solamente adesso, dopo cinquant’anni. Anche se il perché è abbastanza chiaro. Ma non ha importanza. Come si usa dire: “Meglio tardi che mai”. Così si può sperare che i nostri pronipoti abbiano l’opportunità di apprendere queste vicende dai libri di storia.

Ho detto all’inizio che al mio rientro dalla prigionia, settembre 1946, ho trovato i miei genitori a Trieste e non a Zara, città che più non esiste. Alla voce “Zara” dell’Enciclopedia Treccani si legge, tra l’altro: “La città fu sottoposta a ben cinquantaquattro durissimi bombardamenti aerei anglo-americani ed ebbe a subire gravissimi danni: oltre l’85% degli edifici fu distrutto o danneggiato; tremila cittadini vi lasciarono la vita; i superstiti, dopo l’ottobre 1944, completarono l’esodo iniziato un anno prima”. Giustamente, Enzo Bettiza l’ha definita la piccola “Dresda dell’Adriatico”.

Zara, una città fantasma. Noi siamo esuli “permanenti”. L’emigrante può sempre sognare che un giorno tornerà al suo paese, ritroverà il suo “borgo”, la sua osteria, i quattro amici. Ma come sognare una cosa che non è più? Per far rivivere Zara a noi rimangono solo i ricordi: una magica favola di una città che alla fine ti fa sorgere il dubbio che non sia mai stata realmente su questa terra. Zara, forse, esiste ormai solo nel cuore e nel disperato amore dei suoi cittadini dispersi nel mondo.

Sarà forse impossibile, come teme il mio amico Enzo Bettiza, o quanto meno molto difficile, ricostruire l’unità e l’armonia che regnava un tempo fra i diversi popoli dalmati. Per quanto mi riguarda i Dalmati, a qualunque etnia appartengano, per me saranno sempre i “fratelli della costa”. E io spero che questo Mare Adriatico, che per secoli ha unito le due sponde, sia culturalmente sia economicamente, e che per più di cinquant’anni le ha divise, torni ad unirle nel millenario solco della cultura mediterranea.

 

Carla Isabella Elena Cace