Pomezia omaggia i Martiri delle Foibe

La sezione locale del Comitato 10 febbraio ripulisce il Monumento dedicato agli Italiani uccisi nelle cavità carsiche

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 17 settembre abbiamo eseguito la pulizia della stele che, nella nostra città, è dedicata ai Martiri delle Foibe. Quella stele che è stata fortemente voluta da Pietro Guido Bisesti, presidente e fondatore dell’associazione Coloni.

Pietro è stato consigliere comunale a Pomezia e in quel periodo lui e Rodolfo Serafini intitolarono una strada ai Martiri delle Foibe. Ma si voleva fare di più. Si era sempre parlato di realizzare una targa, un monumento che celebrasse questa pagina di storia così importante per noi. Quattro anni fa Pietro è riuscito a realizzarla e da allora, il 10 Febbraio di ogni anno, organizziamo presso di essa una commemorazione.

La manutenzione della stele ultimamente era stata un po’ trascurata, attorno vi era cresciuta molta erba e vi era stato irrispettosamente gettato qualche rifiuto. Abbiamo dunque pensato di provvedere, ripulendo l’area e riaccendendo il lume situato di fronte al monumento.

Lo abbiamo fatto per ricordare sia i Martiri, sia ciò che significa per noi quella targa. Lo abbiamo fatto in memoria di Pietro, che purtroppo è venuto a mancare e che sicuramente sarebbe rimasto male nel vedere trascurato il monumento da lui voluto. Lo abbiamo fatto in una giornata di settembre. Una come tante. Perché noi i nostri Martiri li ricordiamo tutti i giorni. E con loro tutti quelli che si sono impegnati per tramandarne la memoria.

A cura del Comitato 10 Febbraio Pomezia

Il 15 settembre 1947 e la perdita dell’Istria

L’entrata in vigore del Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, è una data che ha assunto una certa notorietà presso l’opinione pubblica italiana anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo proprio il 10 febbraio, laddove meno celebrata è la ricorrenza del 15 settembre 1947: si tratta della giornata in cui quel vero e proprio diktat imposto all’Italia dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale entrò in vigore. Al momento della firma non si sapeva ancora quando avrebbe preso effettiva efficacia, dovendo essere ancora ratificato da tutti i contraenti ed in questi sette mesi si consumarono altre tragiche pagine di storia del confine orientale italiano.

Ricordato che tale trattato internazionale aveva ricadute anche sugli italiani di Briga e Tenda (cedute alla Francia) nonché su quelli trapiantati nelle colonie e nel Dodecaneso (restituiti rispettivamente all’indipendenza – pur con l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1950-‘60 – ed alla Grecia), nei mesi in cui si perfezionò avvenne soprattutto l’esodo biblico da Pola, sotto Governo Militare Alleato. Proprio il fatto di non sapere quando esattamente sarebbe entrato in vigore il Trattato fece infatti sì che le operazioni di abbandono del capoluogo istriano si svolgessero in maniera particolarmente accelerata, con la motonave Toscana che ininterrottamente trasportava la quasi totalità dei 32.000 polesani ad Ancona e a Venezia. Umili masserizie e la bara contenente le spoglie di Nazario Sauro, famiglie con donne, vecchi e bambini di tutte le estrazioni sociali e politiche affollavano la banchina del porto istriano per imbarcarsi e manifestare con i fatti la voglia di appartenenza all’Italia che non poterono esprimere con un plebiscito, da più parti invocato, ma mai concesso, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli che ostentavano le potenze vincitrici del recente conflitto. All’arrivo nella penisola li attendevano treni di carri bestiame che li avrebbero condotti ai miseri Centri Raccolta Profughi ovvero all’oltraggiosa sosta alla stazione di Bologna, ove i ferrovieri sindacalizzati dalla Cgil impedirono che le associazioni umanitarie fornissero un pasto caldo ai polesani del convoglio destinato alla caserma Ugo Botti di La Spezia.

Nel resto dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia destinati ad entrare nella Jugoslavia l’esodo del 90% della comunità italiana ivi residente da secoli non poté svolgersi altrettanto celermente, poiché le autorità jugoslave ponevano ostacoli all’esercizio delle opzioni previste dal Trattato, in spregio alle cui clausole gli optanti per la cittadinanza italiana si vedevano inoltre privati delle proprietà.

Ma nel frattempo avvenne anche il dibattito in Assemblea costituente, in cui le province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, direttamente interessate dallo stravolgimento confinario, non avevano potuto eleggere i propri rappresentanti il 2 giugno 1946 (e tanto meno esprimersi nel Referendum istituzionale). Caddero nel vuoto le proteste dei padri costituenti giuliani eletti nel listone nazionale con i resti (Fausto Pecorari e Leo Valiani) così come le accuse di “cupidigia di servilismo” e di mancanza di spirito patriottico espresse da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce all’indirizzo dei diplomatici italiani che accettarono il diktat.

Solamente a fine agosto i vincitori del conflitto resero noto che il 15 settembre il trattato sarebbe entrato in vigore a tutti gli effetti. Quel giorno il comandante della guarnigione britannica di presidio a Pola, ormai deserta, cedeva le chiavi della città al collega jugoslavo, Gorizia poteva celebrare il ritorno entro i confini italiani e muoveva i primi passi il progetto del Territorio Libero di Trieste, diviso in zona A (il capoluogo giuliano sotto Governo Militare Angloamericano) e B (i distretti di Capodistria e di Buie sotto Amministrazione militare jugoslava), ma che mai si costituì ufficialmente causa la mancata indicazione del Governatore all’unanimità fra le potenze vincitrici del conflitto, ormai già attraversate dalla dialettica della Guerra fredda.

Lorenzo Salimbeni

Nino Benvenuti: un cuore oltre il ring

L’appello del Comitato 10 Febbraio per collaborare alla raccolta fondi per la realizzazione di un cortometraggio in ricordo dell’esodo istriano e dalmata

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Un grande campione non si arrende mai. Alla soglia degli ottant’anni Nino Benvenuti si lancia in una nuova sfida. L’obiettivo è quello di non dimenticare, di tenere vivo il ricordo del grande esodo istriano e dalmata che, tra il 1943 e il 1954, ha coinvolto oltre 350 mila persone.

Lui, istriano da tre generazioni, è convinto dell’importanza di far conoscere questa storia ai più giovani. “Il ricordo più forte che ho – ha scritto il grande campione – non riguarda i miei successi sportivi ma la mia terra, l’Istria”. Molti ragazzi “non ne conoscono neppure l’esistenza ma noi istriani e dalmati, nonostante siano passati tanti anni, l’abbiamo ancora nel cuore. Abbiamo subito violenze, prepotenze, soprusi. Molti di noi sono stati uccisi, in maggioranza nelle foibe” durante quella che può essere considerata “una vera e propria pulizia etnica. Altri 350 mila sono stati costretti ad abbandonare le loro case, il loro lavoro, la loro terra. Un esodo biblico. Ma la mia gente ha affrontato tutto questo con coraggio e dignità e la nostra storia vive con noi e in tutti noi, perché non è giusto dimenticare”. Ed è proprio per non dimenticare e per far conoscere una pagina di storia che molti ancora ignorano, che il grande campione ha scelto di girare un cortometraggio, che sarà diretto da Sebastiano Rizzo (regista impegnato in film sociali e di denuncia). Perché “un film è il modo migliore per arrivare alla gente, per uscire fuori dai confini in cui questa storia è stata relegata per anni”.

Per coprire almeno una parte dei fondi necessari a realizzarlo, Nino Benvenuti, assieme a Mauro Grimaldi (scrittore, storico dello sport e vice Presidente della Lega Calcio Professionisti) e al Comitato 10 febbraio (sorto con lo scopo di mantenere viva la memoria dell’Esodo giuliano-dalmata e della tragedia delle Foibe), chiedono la collaborazione di tutti: “Non stiamo parlando di grandi cifre, ma per me è importante che questo progetto venga condiviso da tutti attraverso la loro partecipazione morale e sostegno economico, anche piccolo, non importa. Questo – ha scritto il campione istriano – non è un progetto di Nino Benvenuti ma di tutti coloro che sono vicini a questo dramma, che ritengono giusto conservare il ricordo di questo popolo, di questi italiani”.

Tra le altre forme di finanziamento, Benvenuti e chi collabora con lui al cortometraggio hanno deciso di avvalersi della piattaforma di crowdfunding eppela. Donare è semplice. Basta collegarsi via internet al sito www.eppela.com, iscriversi ed effettuare la donazione cliccando sulla pagina del progetto “Nino Benvenuti: un cuore oltre il ring”.

Le donazioni partono da un minimo di 5 euro e sono previsti, per coloro che contribuiscono, alcuni simbolici omaggi tra cui la foto di Nino Benvenuti autografata, poster e copie del libro “Diari paralleli” a firma dello stesso grande campione. “L’obiettivo minimo è raggiungere 15 mila euro, quello auspicato 30 mila euro”, cifra quest’ultima che “servirà a coprire la metà dei costi complessivi” del progetto, “stimati in oltre 60 mila euro”.

Un risultato che è davvero importante, per tutti, riuscire a raggiungere. Per poter vedere scorrere sullo schermo “un racconto dove lo sport s’intreccia con le vicende della vita, dove ogni parola ha un suo peso, dove nulla è detto a caso. Una storia di sacrificio e volontà, l’epopea di un grande campione che dall’Istria ha saputo conquistare il cuore degli italiani e degli sportivi in tutto il mondo”. E per poter far conoscere a sempre più persone la storia delle terre che hanno dato i natali a Nino Benvenuti e dare ancora voce a memoria, valori, coraggio e anima di tutti coloro che, Italiani due volte, fino ad oggi si sono sentiti troppo spesso dimenticati dalla loro madrepatria.

Emanuele Merlino

 

Il cinema, Nazario Sauro e il suo martirio

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Abbiamo raccontato su queste pagine la vicenda di questo eroe, ma in altre Nazioni sarebbe stata protagonista di numerose pellicole

MerlinoVenezia

 

La Mostra del Cinema di Venezia è il tempio della cultura italiana. Settantaquattro anni di film, documentari, glamour. I film che vengono presentati a Venezia raccontano il mondo – o una visione del mondo – e spesso riescono a cambiare i costumi, le mode e, addirittura, le abitudini quotidiane.

E allora con grande orgoglio martedì 5 ho partecipato ad una conferenza su “Nazario Sauro e il cinema” organizzata dal CINIT – Cineforum Italiano e dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

La storia, incredibile ed eroica, di Nazario Sauro ed il suo martirio avvenuto a Pola il 10 agosto 1916 l’abbiamo, qui in Di là dall’acqua, già raccontata ed è così incredibile che in altre Nazioni sarebbe stata protagonista di numerosi film.

Invece ne è stato realizzato soltanto uno – “Fratelli d’Italia” di Fausto Saraceni – nel lontano 1952.

Tra l’altro non un film indimenticabile. Ma che comunque commuove.

Sauro viene anche citato addirittura da Totò in un film di cassetta del 1959 – “Arrangiatevi!” di Mauro Bolognini – ma poi l’oblio.

E immaginare oggi un film sul martire capodistriano sembra assurdo anche se siamo, o saremmo, negli anni del centenario della grande guerra. Ma forse è proprio l’idea di realizzare film sull’eroismo in generale che è fuori dalla visione imperante che domina in Italia.

L’intento di questo pezzo però non è né raccontare nello specifico la conferenza, più avanti troverete una relazione sul sito del Comitato 10 febbraio, né lamentarmi della situazione culturale della nostra Nazione – già lo facciamo troppo spesso e purtroppo a ragion veduta -.

L’intento è assolutamente l’inverso.

Il Comitato 10 febbraio è nato più di dieci anni fa in un buio locale romano dall’idea di 5 studenti universitari per raccontare la storia sconosciuta e negata del Confine Orientale. Le foibe, l’esodo ma anche l’irredentismo, la Repubblica di Venezia e tutta quella storia di cultura, amore e appartenenza che hanno legato l’Istria e la Dalmazia all’Italia. Ad un’idea d’Italia.

In questi anni tante cose sono cambiate in meglio e tanto è cambiato nel Comitato.

La volontà di pochissime persone ha creato un’associazione grande, riconosciuta, presente in tutta Italia. Capace di andare, in dieci anni, in centinaia e centinaia di scuole per raccontare a migliaia di studenti una storia che quasi mai trovano sui propri libri di testo.

Capace, con impegno e passione, di “costringere” consigli comunali a intitolare strade, realizzare monumenti, ad organizzare viaggi alla foiba di Basovizza.

Capace di unire davvero tutta Italia in un impegno d’amore sicuramente unico.

E allora che la storia di Nazario Sauro venga raccontata a Venezia è qualcosa di sicuramente importantissimo.

E che in questo momento davvero indimenticabile ci fosse il Comitato 10 febbraio è un riconoscimento al lavoro che tutti insieme stiamo realizzando.

Ormai sembra accettata l’idea che le parole alla fin fine non abbiano peso. Che “assumersi responsabilità” debba riguardare solo gli altri. E che i grandi ideali siano soltanto degli slogan buoni per strappare un applauso.

E invece esiste un mondo che non accetta tutto questo. Esiste un gruppo, sempre crescente, di uomini e donne che hanno professioni, idee, pensieri e, addirittura, accenti diversi che però sono prima di tutto Italiani.

Martedì sul “palco” della Mostra del Cinema abbiamo portato tutta la nostra storia, il nostro impegno e le nostre capacità.

Martedì abbiamo ricevuto l’applauso che il Comitato merita per quello che fa quotidianamente.

Amare l’Italia.

Con il nome e l’esempio dei “nostri grandi sul labbro” e con realizzando quello che davvero solo qualifica il valore di un uomo: le idee che diventano azioni.

Emanuele Merlino

La morte della Patria al confine orientale

La caotica situazione dell’8 settembre ebbe conseguenze catastrofiche in Istria e Dalmazia

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

8 settembre 1943, la morte della Patria nella celeberrima definizione di Ernesto Galli della Loggia: il Re con i vertici dello Stato in fuga dopo che il capo del governo aveva comunicato via radio a civili, autorità e militari che l’armistizio era stato firmato. Dopodiché, il caos: divisioni che si sciolgono come neve al sole salvo rare eccezioni, la presa di controllo del territorio italiano da parte tedesca per frenare l’avanzata anglo-americana, il coagularsi nella Repubblica Sociale Italiana di forze legate a Mussolini liberato dalla prigionia sul Gran Sasso e desiderose di proseguire il conflitto a fianco dell’alleato germanico, i partigiani e la guerra civile. Da quel giorno l’Italia non sarebbe più stata la stessa.

In quella caotica situazione ci fu chi seppe approfittarne astutamente: l’esercito partigiano di Tito non solo si impadronì di armi, munizioni, vettovagliamento e artiglierie abbandonate dalle divisioni italiane di presidio nelle zone di occupazione della ex Jugoslavia, ma riuscì addirittura a impadronirsi di porzioni del territorio metropolitano, nell’entroterra triestino, nell’Istria interna e a Spalato. Ebbe così luogo la prima ondata di stragi nelle foibe, di fucilazioni arbitrarie di prigionieri (almeno un centinaio nella città di Diocleziano), deportazioni e distruzioni dei simboli della presenza statuale italiana.  I partigiani sloveni e croati giunsero a dichiarare unilateralmente l’annessione dell’Istria alle future repubbliche federate nella Jugoslavia titoista, laddove reparti italiani che chiesero di combattere a fianco della resistenza jugoslava contro i tedeschi ed i loro collaborazionisti ricevettero un trattamento pessimo e furono sacrificati in numerose operazioni ad alto rischio (Divisione Garibaldi in Montenegro).

A Spalato giunsero ben presto i tedeschi a consegnare formalmente la città allo Stato Indipendente Croato, il quale vedeva così finalmente realizzato l’obiettivo di annettere la Dalmazia, in cui solamente a Zara, grazie all’opera del Prefetto Vincenzo Serrentino, riuscì a consolidarsi l’autorità della RSI. La città sarebbe poi stata devastata da pesanti bombardamenti angloamericani, richiesti da Tito che aveva convinto surrettiziamente i suoi alleati occidentali che il capoluogo dalmata costituiva un’importante base strategica.

La provincia che più di tutte pagò un tributo di sangue causa questo collasso militare, politico ed istituzionale fu l’Istria, con un migliaio circa di persone assassinate dai partigiani. Norma Cossetto risultò la vittima innocente che più di tutti sarebbe rimasta nell’immaginario collettivo, ma assieme a lei ed ai suoi famigliari (piccoli possidenti terrieri additati a nemici del popolo dai partigiani titini) furono sequestrati, torturati, sommariamente processati e scaraventati spesso ancora vivi negli abissi carsici noti come foibe funzionari comunali, insegnanti e funzionari pubblici che per il ruolo che svolgevano rappresentavano lo Stato italiano sul territorio.

 

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Una prima interpretazione storiografica interpretò questa mattanza come una jacquerie, per affinità con le sollevazioni contadine spontanee che avvenivano nella Francia medioevale, laddove una più attenta e recente analisi ha dimostrato che si trattò di un’insurrezione ben pianificata dal punto di vista operativo e che dal punto di vista ideologico possedeva solide fondamenta. Il comunismo che Tito ostentava rappresentava una paravento dietro al quale si riproponeva il progetto espansionista sloveno e croato sorto nella fase terminale dell’Impero austro-ungarico, allorché la possibile svolta trialista avrebbe riconosciuto nella compagine asburgica una terza corona slava che avrebbe amministrato anche le terre con presenza italiana maggioritaria o comunque significativa (Venezia Giulia e Dalmazia). Quell’approccio ideologico (austroslavismo) sosteneva che la marea slava dominante nelle campagne e nell’entroterra avrebbe travolto i centri urbani che costituivano le roccaforti dell’italianità e dall’Isonzo alle Bocche di Cattaro si sarebbe costituita un’entità slava alternativa al regno serbo dei Karageorgević.

A ottobre l’intervento delle truppe tedesche della Zona di Operazioni Litorale Adriatico avrebbe posto fine al dominio partigiano nell’entroterra istriano, ma a guerra finita nuovi massacri, violenze, eccidi e deportazioni avrebbero caratterizzato il ritorno in auge dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia cagionando migliaia di morti e di scomparsi nel nulla.

Il 30 agosto scorso è stata celebrata la Giornata mondiale dei desaparecidos e, anche se tale termine si ricollega alle vittime della dittature sudamericane foraggiate dagli Stati Uniti in funzione anticomunista, il Comitato 10 Febbraio auspica che pure l’Italia in questa giornata vorrà ricordare i suoi “desaparecidos” del confine orientale: goriziani, triestini, istriani, fiumani e dalmati scomparsi nel nulla, uccisi senza sapere ancor oggi dove siano stati sepolti o infoibati o annegati dai loro carnefici.

 

Lorenzo Salimbeni