L’esodo degli istriani nella Prima guerra mondiale

Gli italiani residenti attorno alla base di Pola vennero tradotti nei campi di internamento

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Wagna

Allo scoppio della Prima guerra mondiale l’Impero austro-ungarico diramò provvedimenti di evacuazione che riguardavano le piazzeforti, con evidente riferimento a quelle che si trovavano a ridosso della frontiera con la Russia, teatro delle prime battaglie, ma anche la città di Pola rientrava in tale fattispecie. La località istriana, infatti, era la principale base navale dell’imperialregia flotta da guerra e perciò anche nelle sue pertinenze venne diffuso un bando che esortava la popolazione a prepararsi ad eventuali misure speciali. Nella primavera del 1915, allorché le mosse del Regno d’Italia lasciavano presagire la sua discesa in campo contro l’Austria, comparvero i primi bandi in cui si consigliava l’evacuazione ai civili. Alcuni si organizzarono con mezzi propri, recandosi da amici e parenti residenti in altre località dell’Impero; per quanto riguarda i cittadini italiani residenti nel Litorale Adriatico, i cosiddetti “regnicoli”, gli abili al servizio militare furono raccolti in appositi campi di internamento, mentre donne, vecchi e bambini riuscirono progressivamente a rimpatriare attraverso la Svizzera.

L’esortazione ad evacuare riguardò dapprima Pola e l’Istria meridionale, venendo poi allargata a Rovigno e all’Istria centrale, per cui si calcola che circa 50.000 persone (su una popolazione di 100.000) furono caricate sui treni e portate verso i campi di baracche costruiti in Stiria o nei pressi di Vienna. Quanti vissero l’esperienza di questi Barackenlager conobbero dapprima la traumatizzante esperienza dell’interminabile viaggio (nella memorialistica si riscontra spesso il neologismo “invagonati”, che rende bene l’idea di come queste persone fossero state stipate nei carri bestiame), dopodiché sperimentarono il disarmante approccio con le strutture che li avrebbero ospitati. Wagna, il più famoso di questi campi, nasceva ad esempio dal frettoloso ampliamento di un campo di addestramento militare, in cui i fabbricati erano pieni di spifferi e ciascuna baracca conteneva un centinaio di persone raccolte in condizioni igienico-sanitarie precarie e nella massima promiscuità. Le autorità asburgiche garantivano a tutti una diaria, ma se qualcuno riusciva a trovare lavoro in zona o preferiva sistemarsi in una struttura migliore al di fuori del campo, perdeva questa piccola retribuzione. Le disagiate condizioni di vita degli internati di nazionalità italiana furono invano portate all’attenzione del parlamento di Vienna dai Deputati Alcide De Gasperi, con riferimento speciale ai trentini, e Valentino Pittoni, a tutela degli sfollati del Litorale, finché ci scappò il morto. Nei cosiddetti “fatti di Wagna” le truppe dislocate a presidio del campo (gestito in maniera tale da somigliare più ad una prigione che a un ricovero per profughi) repressero una manifestazione di protesta in maniera così energica da provocare una vittima.

Allorché l’esercito italiano fu costretto alla ritirata fino al Piave, il Litorale Adriatico recuperò sicurezza ed i profughi cominciarono a tornare, ma così lentamente che, negli scioperi che sconvolsero l’Impero a fine gennaio del 1918, operai e militari manifestanti a Pola chiedevano anche l’immediato rientro dei propri congiunti. Le amministrazioni locali non si adoperarono eccessivamente nell’aiutare il reinserimento dei profughi, appigliandosi al cavillo che Pola, Rovigno ed il contado non erano mai stati ufficialmente “evacuati”, essendosi l’autorità limitata a “consigliare” di andarsene. Chi era ancora ospite dei Barackenlager sperimentava le contrapposizioni di stampo nazionale che stavano squassando le fondamenta dell’Impero, poiché il comitato sorto tra i profughi del Litorale per relazionarsi con l’amministrazione dei campi perse la sua compattezza. Tale comitato era sempre stato presieduto da elementi di nazionalità italiana, in quanto rappresentanti della componente maggioritaria degli sfollati della Provincia e comunque non vennero mai discriminati gli altri gruppi etnici; tuttavia gli elementi slavi e tedeschi nei primi mesi del 1918 si crearono strutture di rappresentanza alternative allo scopo di evidenziare la propria specificità al cospetto dell’amministrazione asburgica.

Complice la convulsa fase finale dell’Impero, il rientro degli sfollati istriani ebbe termine appena nei primi mesi del 1919, sotto l’autorità militare italiana insediatasi nel frattempo nella Venezia Giulia.

Lorenzo Salimbeni

Il 15 settembre 1947 e la perdita dell’Istria

L’entrata in vigore del Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 

esodo

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, è una data che ha assunto una certa notorietà presso l’opinione pubblica italiana anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo proprio il 10 febbraio, laddove meno celebrata è la ricorrenza del 15 settembre 1947: si tratta della giornata in cui quel vero e proprio diktat imposto all’Italia dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale entrò in vigore. Al momento della firma non si sapeva ancora quando avrebbe preso effettiva efficacia, dovendo essere ancora ratificato da tutti i contraenti ed in questi sette mesi si consumarono altre tragiche pagine di storia del confine orientale italiano.

Ricordato che tale trattato internazionale aveva ricadute anche sugli italiani di Briga e Tenda (cedute alla Francia) nonché su quelli trapiantati nelle colonie e nel Dodecaneso (restituiti rispettivamente all’indipendenza – pur con l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1950-‘60 – ed alla Grecia), nei mesi in cui si perfezionò avvenne soprattutto l’esodo biblico da Pola, sotto Governo Militare Alleato. Proprio il fatto di non sapere quando esattamente sarebbe entrato in vigore il Trattato fece infatti sì che le operazioni di abbandono del capoluogo istriano si svolgessero in maniera particolarmente accelerata, con la motonave Toscana che ininterrottamente trasportava la quasi totalità dei 32.000 polesani ad Ancona e a Venezia. Umili masserizie e la bara contenente le spoglie di Nazario Sauro, famiglie con donne, vecchi e bambini di tutte le estrazioni sociali e politiche affollavano la banchina del porto istriano per imbarcarsi e manifestare con i fatti la voglia di appartenenza all’Italia che non poterono esprimere con un plebiscito, da più parti invocato, ma mai concesso, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli che ostentavano le potenze vincitrici del recente conflitto. All’arrivo nella penisola li attendevano treni di carri bestiame che li avrebbero condotti ai miseri Centri Raccolta Profughi ovvero all’oltraggiosa sosta alla stazione di Bologna, ove i ferrovieri sindacalizzati dalla Cgil impedirono che le associazioni umanitarie fornissero un pasto caldo ai polesani del convoglio destinato alla caserma Ugo Botti di La Spezia.

Nel resto dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia destinati ad entrare nella Jugoslavia l’esodo del 90% della comunità italiana ivi residente da secoli non poté svolgersi altrettanto celermente, poiché le autorità jugoslave ponevano ostacoli all’esercizio delle opzioni previste dal Trattato, in spregio alle cui clausole gli optanti per la cittadinanza italiana si vedevano inoltre privati delle proprietà.

Ma nel frattempo avvenne anche il dibattito in Assemblea costituente, in cui le province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, direttamente interessate dallo stravolgimento confinario, non avevano potuto eleggere i propri rappresentanti il 2 giugno 1946 (e tanto meno esprimersi nel Referendum istituzionale). Caddero nel vuoto le proteste dei padri costituenti giuliani eletti nel listone nazionale con i resti (Fausto Pecorari e Leo Valiani) così come le accuse di “cupidigia di servilismo” e di mancanza di spirito patriottico espresse da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce all’indirizzo dei diplomatici italiani che accettarono il diktat.

Solamente a fine agosto i vincitori del conflitto resero noto che il 15 settembre il trattato sarebbe entrato in vigore a tutti gli effetti. Quel giorno il comandante della guarnigione britannica di presidio a Pola, ormai deserta, cedeva le chiavi della città al collega jugoslavo, Gorizia poteva celebrare il ritorno entro i confini italiani e muoveva i primi passi il progetto del Territorio Libero di Trieste, diviso in zona A (il capoluogo giuliano sotto Governo Militare Angloamericano) e B (i distretti di Capodistria e di Buie sotto Amministrazione militare jugoslava), ma che mai si costituì ufficialmente causa la mancata indicazione del Governatore all’unanimità fra le potenze vincitrici del conflitto, ormai già attraversate dalla dialettica della Guerra fredda.

Lorenzo Salimbeni

Nino Benvenuti: un cuore oltre il ring

L’appello del Comitato 10 Febbraio per collaborare alla raccolta fondi per la realizzazione di un cortometraggio in ricordo dell’esodo istriano e dalmata

BenvenutiRiace

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Un grande campione non si arrende mai. Alla soglia degli ottant’anni Nino Benvenuti si lancia in una nuova sfida. L’obiettivo è quello di non dimenticare, di tenere vivo il ricordo del grande esodo istriano e dalmata che, tra il 1943 e il 1954, ha coinvolto oltre 350 mila persone.

Lui, istriano da tre generazioni, è convinto dell’importanza di far conoscere questa storia ai più giovani. “Il ricordo più forte che ho – ha scritto il grande campione – non riguarda i miei successi sportivi ma la mia terra, l’Istria”. Molti ragazzi “non ne conoscono neppure l’esistenza ma noi istriani e dalmati, nonostante siano passati tanti anni, l’abbiamo ancora nel cuore. Abbiamo subito violenze, prepotenze, soprusi. Molti di noi sono stati uccisi, in maggioranza nelle foibe” durante quella che può essere considerata “una vera e propria pulizia etnica. Altri 350 mila sono stati costretti ad abbandonare le loro case, il loro lavoro, la loro terra. Un esodo biblico. Ma la mia gente ha affrontato tutto questo con coraggio e dignità e la nostra storia vive con noi e in tutti noi, perché non è giusto dimenticare”. Ed è proprio per non dimenticare e per far conoscere una pagina di storia che molti ancora ignorano, che il grande campione ha scelto di girare un cortometraggio, che sarà diretto da Sebastiano Rizzo (regista impegnato in film sociali e di denuncia). Perché “un film è il modo migliore per arrivare alla gente, per uscire fuori dai confini in cui questa storia è stata relegata per anni”.

Per coprire almeno una parte dei fondi necessari a realizzarlo, Nino Benvenuti, assieme a Mauro Grimaldi (scrittore, storico dello sport e vice Presidente della Lega Calcio Professionisti) e al Comitato 10 febbraio (sorto con lo scopo di mantenere viva la memoria dell’Esodo giuliano-dalmata e della tragedia delle Foibe), chiedono la collaborazione di tutti: “Non stiamo parlando di grandi cifre, ma per me è importante che questo progetto venga condiviso da tutti attraverso la loro partecipazione morale e sostegno economico, anche piccolo, non importa. Questo – ha scritto il campione istriano – non è un progetto di Nino Benvenuti ma di tutti coloro che sono vicini a questo dramma, che ritengono giusto conservare il ricordo di questo popolo, di questi italiani”.

Tra le altre forme di finanziamento, Benvenuti e chi collabora con lui al cortometraggio hanno deciso di avvalersi della piattaforma di crowdfunding eppela. Donare è semplice. Basta collegarsi via internet al sito www.eppela.com, iscriversi ed effettuare la donazione cliccando sulla pagina del progetto “Nino Benvenuti: un cuore oltre il ring”.

Le donazioni partono da un minimo di 5 euro e sono previsti, per coloro che contribuiscono, alcuni simbolici omaggi tra cui la foto di Nino Benvenuti autografata, poster e copie del libro “Diari paralleli” a firma dello stesso grande campione. “L’obiettivo minimo è raggiungere 15 mila euro, quello auspicato 30 mila euro”, cifra quest’ultima che “servirà a coprire la metà dei costi complessivi” del progetto, “stimati in oltre 60 mila euro”.

Un risultato che è davvero importante, per tutti, riuscire a raggiungere. Per poter vedere scorrere sullo schermo “un racconto dove lo sport s’intreccia con le vicende della vita, dove ogni parola ha un suo peso, dove nulla è detto a caso. Una storia di sacrificio e volontà, l’epopea di un grande campione che dall’Istria ha saputo conquistare il cuore degli italiani e degli sportivi in tutto il mondo”. E per poter far conoscere a sempre più persone la storia delle terre che hanno dato i natali a Nino Benvenuti e dare ancora voce a memoria, valori, coraggio e anima di tutti coloro che, Italiani due volte, fino ad oggi si sono sentiti troppo spesso dimenticati dalla loro madrepatria.

Emanuele Merlino

 

Nino Benvenuti: ho bisogno del vostro aiuto per raccontare la mia Istria

La lettera di Nino Benvenuti al Comitato 10 Febbraio e ai tanti amici e sostenitori: con l’aiuto di tutti racconterò la mia amata Istria in un cortometraggio

Cari amici,
se la matematica non è un’opinione, il prossimo 26 aprile compirò 80 anni.
Sono salito su un ring oltre 200 volte e ho tanti ricordi, molti dei quali li ho condivisi con voi. Vi ricordate quanti eravamo la notte del 17 aprile 1967? Insieme a me, sul ring, idealmente c’erano 18 milioni di italiani, con le orecchie incollate alla radiolina per la diretta di Paolo Valenti, a gioire per la conquista, al Madison Square Garden di New York, del titolo mondiale dei pesi medi. Ma c’è un ricordo, su tutti, a cui sono particolarmente legato. È quello della nostra terra. Dell’Istria, della Dalmazia. Vorrei dare un contributo a questa terra, per continuare a tenere vivo il ricordo e riempire quelle pagine di storia rimaste bianche per troppo tempo.
Così per i miei 80 anni ho deciso di affrontare una nuova sfida e di vincerla con il vostro aiuto. Quella di raccontare, soprattutto alle giovani generazioni – che non ne conoscono neppure l’esistenza – la storia di un popolo che con grande coraggio e dignità ha affrontato il dramma dell’esodo ma che non è scomparso e vive in tutti noi. Per fare questo, un gruppo di amici mi aiuterà a girare un cortometraggio dove accompagnerò lo spettatore nel ricordo che ci consentirà di ampliare la portata mediatica della nostra storia, di renderla visibile ad un pubblico sempre più vasto.
Il costo complessivo per la realizzazione del cortometraggio si aggira attorno ai 70.000 euro e prevede, oltre che una serie di sinergie economiche private e istituzionali, una raccolta fondi attraverso il coinvolgimento della mia gente, dei miei tifosi, degli sportivi, perché vorrei dare a questo messaggio un significato forte attraverso la più ampia partecipazione.
In questo percorso credo che le Associazioni dalmate e istriane possono darmi una mano, anche con contributi minimi ma è importante che la mia gente mi sia vicino.
Il progetto è coordinato da Mauro Grimaldi, storico dello sport e attualmente vice presidente della Lega Calcio Professionisti. La raccolta avverrà attraverso il sito di crowfunding EPPELA (www.eppela.com) e sarà in linea dal 13 settembre per 40 giorni. Nel sito è presente il progetto e le modalità per fare la donazione, che parte da un contributo minimo di 5 euro, ma ognuno può dare ciò che vuole. Anche poco, perché ogni piccola risorsa sarà utile per raggiungere il nostro obiettivo.
È attiva anche una mail per qualsiasi informazione: infobenvenuti@libero.it e una pagina Facebook coordinata dal “Comitato 10 febbraio”, che ringrazio per la collaborazione in questo progetto.
In alternativa i fondi saranno raccolti anche attraverso un bonifico sul conto corrente 00104607754 presso UNICREDIT (IBAN – IT79W0200805269000104607754).
Il mio sogno è presentarlo il 10 febbraio, in occasione del giorno del ricordo.
Per questo chiedo un piccolo sforzo a tutti perché non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo dimenticare.

Nino Benvenuti

Nino Benvenuti: un cuore oltre il ring
Nino Benvenuti: un cuore oltre il ring

La morte della Patria al confine orientale

La caotica situazione dell’8 settembre ebbe conseguenze catastrofiche in Istria e Dalmazia

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

8 settembre 1943, la morte della Patria nella celeberrima definizione di Ernesto Galli della Loggia: il Re con i vertici dello Stato in fuga dopo che il capo del governo aveva comunicato via radio a civili, autorità e militari che l’armistizio era stato firmato. Dopodiché, il caos: divisioni che si sciolgono come neve al sole salvo rare eccezioni, la presa di controllo del territorio italiano da parte tedesca per frenare l’avanzata anglo-americana, il coagularsi nella Repubblica Sociale Italiana di forze legate a Mussolini liberato dalla prigionia sul Gran Sasso e desiderose di proseguire il conflitto a fianco dell’alleato germanico, i partigiani e la guerra civile. Da quel giorno l’Italia non sarebbe più stata la stessa.

In quella caotica situazione ci fu chi seppe approfittarne astutamente: l’esercito partigiano di Tito non solo si impadronì di armi, munizioni, vettovagliamento e artiglierie abbandonate dalle divisioni italiane di presidio nelle zone di occupazione della ex Jugoslavia, ma riuscì addirittura a impadronirsi di porzioni del territorio metropolitano, nell’entroterra triestino, nell’Istria interna e a Spalato. Ebbe così luogo la prima ondata di stragi nelle foibe, di fucilazioni arbitrarie di prigionieri (almeno un centinaio nella città di Diocleziano), deportazioni e distruzioni dei simboli della presenza statuale italiana.  I partigiani sloveni e croati giunsero a dichiarare unilateralmente l’annessione dell’Istria alle future repubbliche federate nella Jugoslavia titoista, laddove reparti italiani che chiesero di combattere a fianco della resistenza jugoslava contro i tedeschi ed i loro collaborazionisti ricevettero un trattamento pessimo e furono sacrificati in numerose operazioni ad alto rischio (Divisione Garibaldi in Montenegro).

A Spalato giunsero ben presto i tedeschi a consegnare formalmente la città allo Stato Indipendente Croato, il quale vedeva così finalmente realizzato l’obiettivo di annettere la Dalmazia, in cui solamente a Zara, grazie all’opera del Prefetto Vincenzo Serrentino, riuscì a consolidarsi l’autorità della RSI. La città sarebbe poi stata devastata da pesanti bombardamenti angloamericani, richiesti da Tito che aveva convinto surrettiziamente i suoi alleati occidentali che il capoluogo dalmata costituiva un’importante base strategica.

La provincia che più di tutte pagò un tributo di sangue causa questo collasso militare, politico ed istituzionale fu l’Istria, con un migliaio circa di persone assassinate dai partigiani. Norma Cossetto risultò la vittima innocente che più di tutti sarebbe rimasta nell’immaginario collettivo, ma assieme a lei ed ai suoi famigliari (piccoli possidenti terrieri additati a nemici del popolo dai partigiani titini) furono sequestrati, torturati, sommariamente processati e scaraventati spesso ancora vivi negli abissi carsici noti come foibe funzionari comunali, insegnanti e funzionari pubblici che per il ruolo che svolgevano rappresentavano lo Stato italiano sul territorio.

 

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Una prima interpretazione storiografica interpretò questa mattanza come una jacquerie, per affinità con le sollevazioni contadine spontanee che avvenivano nella Francia medioevale, laddove una più attenta e recente analisi ha dimostrato che si trattò di un’insurrezione ben pianificata dal punto di vista operativo e che dal punto di vista ideologico possedeva solide fondamenta. Il comunismo che Tito ostentava rappresentava una paravento dietro al quale si riproponeva il progetto espansionista sloveno e croato sorto nella fase terminale dell’Impero austro-ungarico, allorché la possibile svolta trialista avrebbe riconosciuto nella compagine asburgica una terza corona slava che avrebbe amministrato anche le terre con presenza italiana maggioritaria o comunque significativa (Venezia Giulia e Dalmazia). Quell’approccio ideologico (austroslavismo) sosteneva che la marea slava dominante nelle campagne e nell’entroterra avrebbe travolto i centri urbani che costituivano le roccaforti dell’italianità e dall’Isonzo alle Bocche di Cattaro si sarebbe costituita un’entità slava alternativa al regno serbo dei Karageorgević.

A ottobre l’intervento delle truppe tedesche della Zona di Operazioni Litorale Adriatico avrebbe posto fine al dominio partigiano nell’entroterra istriano, ma a guerra finita nuovi massacri, violenze, eccidi e deportazioni avrebbero caratterizzato il ritorno in auge dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia cagionando migliaia di morti e di scomparsi nel nulla.

Il 30 agosto scorso è stata celebrata la Giornata mondiale dei desaparecidos e, anche se tale termine si ricollega alle vittime della dittature sudamericane foraggiate dagli Stati Uniti in funzione anticomunista, il Comitato 10 Febbraio auspica che pure l’Italia in questa giornata vorrà ricordare i suoi “desaparecidos” del confine orientale: goriziani, triestini, istriani, fiumani e dalmati scomparsi nel nulla, uccisi senza sapere ancor oggi dove siano stati sepolti o infoibati o annegati dai loro carnefici.

 

Lorenzo Salimbeni