Le vittime delle foibe e dell’esodo sono testimoni di italianità

Il centenario della vittoria nella Prima guerra mondiale arricchisce i significati del Giorno del Ricordo

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

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Oltre a essere il quattordicesimo anno in cui si celebra il Giorno del Ricordo, il 2018 è anche il centesimo anniversario della vittoria della I Guerra Mondiale: una guerra crudele, tremenda, ma grazie alla quale l’Italia poté finalmente includere nei propri confini l’Istria, Zara e poco più tardi Fiume, completando così quel processo risorgimentale iniziato nel secolo precedente e portato avanti sulle penne dei poeti, prima che sulle punte delle baionette.

È una ricorrenza importante che rischia di passare sotto silenzio: quest’anno abbiamo perciò deciso che fosse importante celebrare il Giorno del Ricordo interrogandoci non soltanto sulla storia del confine orientale, delle tragedie che lo hanno insanguinato e delle vicende complesse che hanno causato l’esodo, bensì su quell’elemento comune che ci rende popolo e che ci lega al di là delle coordinate geografiche e delle epoche nelle quali ci è dato vivere: l’italianità.

Un’identità fatta di lingua, cultura, tradizione, storia comune, comune sentire, che rappresenta il presupposto stesso per l’amore per la nostra terra e per la nostra gente. Quella stessa identità che fu all’origine della scelta di quanti, in Istria e in Dalmazia, non potendo accettare di sentirsi stranieri in casa propria decisero – anche in conseguenza delle feroci persecuzioni titine finalizzate alla cancellazione dell’elemento italiano dalla Venezia Giulia – di abbandonare le proprie case e rifugiarsi nella Madrepatria perché, come recita Simone Cristicchi, “non si può vivere senza essere italiani”.

Abbiamo provato a raccontare tutto questo proponendo, per il Giorno del Ricordo 2018, un manifesto in cui Nazario Sauro – l’eroe italiano e istriano della Grande Guerra – compare al fianco di Dante Alighieri, simbolo indiscusso e invidiato della nostra grande identità nazionale. Ad accomunare i due personaggi, le cui vite furono temporalmente così distanti, fu proprio la comune appartenenza e dedizione all’italianità, al comune sentire della grande famiglia degli italiani che prescinde dal tempo, dallo spazio e dai confini degli Stati.

A congiungere i due personaggi c’è una plurisecolare presenza italiana sulle coste dell’Adriatico orientale di cui anche Dante era consapevole, allorchè scriveva nella Divina Commedia: «sì com’a Pola presso del Carnaro / ch’Italia chiude e suoi termini bagna».

Un accostamento non ardito, insomma, che deve ricordarci chi siamo, e trasmetterci quel sereno orgoglio dato dalla consapevolezza di fare parte di qualcosa di grande, di essere elementi di un popolo portatore di una missione importante nel mondo.

Il Giorno del Ricordo 2018 ha per noi questo significato: quello della riscoperta del significato di una celebrazione che non deve limitarsi al racconto di una storia, ma che da essa deve saper trarre ogni giorno il significato della nostra stessa identità nazionale.

 

Michele Pigliucci

Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio

Il Comitato 10 Febbraio patrocina la Corsa del Ricordo

Il messaggio del Presidente nazionale del C10F, Michele Pigliucci, alla presentazione della Corsa del Ricordo 2018

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Sin dalla prima edizione della Corsa, il Comitato 10 Febbraio ha caldamente sostenuto l’iniziativa, ritenendo che lo sport, come l’arte, sia oggi il viatico migliore per divulgare temi delicati e poco noti come la tragedia del nostro Confine Orientale. Ecco perché noi ci siamo stati, ci siamo e ci saremo. Con la certezza che la Corsa del Ricordo ogni anno crescerà sempre più e che un giorno giungerà a coinvolgere città straniere che ospitano comunità di esuli Giuliano-Dalmati. Lo spirito che guida la Corsa del Ricordo è simile a quello della nostra Associazione: raccontare a chi non sa, alle giovani generazioni e custodire una memoria fondamentale per la consapevolezza piena di chi siamo stati, siamo e saremo. Grazie a tutti gli organizzatori per aver concepito un momento di sport che diventa una festa e, nello stesso tempo, una celebrazione vitalistica ma solenne.
Il Comitato 10 Febbraio non mancherà di dar voce alla speciale iniziativa. Ovunque si corra per il Ricordo. 

Michele Pigliucci

La conferenza stampa di presentazione della Corsa del Ricorso su RomaToday

Una carrellata di figure patriottiche per risollevare le sorti d’Italia

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Apprezzata presentazione romana, a cura del Comitato 10 Febbraio, del nuovo libro del professor Quaglieni

 

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«In ogni luogo dove c’è un Tricolore, io mi sento a casa»: ecco perché il Prof. Pier Franco Quaglieni ha scelto di entrare nel Comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio e presentare il suo ultimo libro “Figure dell’Italia civile” (Golem, Torino 2017) presso la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice nell’ambito di un incontro promosso dal C10F lo scorso martedì 13 giugno.

Introdotto da Michele Pigliucci (Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio), stimolato dal confronto con il Prof. Giuseppe Parlato (Presidente della Fondazione Spirito) e dagli spunti del moderatore della serata, il giovane ricercatore Arrigo Bonifacio, Quaglieni ha ricordato il suo impegno contro la rimozione dalla storia nazionale delle pagine riguardanti le Foibe e l’Esodo di 350.000 istriani, fiumani e dalmati. La sensibilità dimostrata per l’argomento ha consentito a Quaglieni di tenere una lectio magistralis a Palazzo Carignano di Torino nel 2005 in occasione della prima celebrazione del Giorno del Ricordo, mentre la conoscenza diretta di quelle problematiche gli è stata possibile anche grazie alla grande amicizia che lo aveva legato al fiumano Leo Valiani, il quale gli confidò che riteneva il Trattato di Osimo “un’infamia” e si rammaricava di non aver scritto nulla sulle tragedie che colpirono l’italianità adriatica nella fase finale della Seconda guerra mondiale.

«Mario Pannunzio – ha rammentato Quaglieni – non fu solo direttore del settimanale “Il Mondo”, ma anche del quotidiano “Risorgimento Liberale” e fu proprio dalle colonne di quella testata che, voce solitaria, denunciò non solo le Foibe e l’Esodo, ma anche le mattanze consumate nell’Alta Italia all’indomani della guerra: la sede della redazione romana finì bruciata da attivisti comunisti». Allievo di Leo Longanesi a “Omnibus”, Pannunzio è una delle 30 figure dell’Italia civile che l’autore passa in rassegna, fra l’aneddoto e la biografia: figurano parecchi piemontesi ed esponenti del Partito d’Azione, ma tutti anticomunisti. Fra costoro spicca Federico Chabod, il quale si spostò dalla cattedra universitaria alla presidenza del Consiglio regionale della Val d’Aosta al fine di impegnarsi per l’italianità valdostana, minacciata nell’immediato dopoguerra dalle mire gaulliste che soffiavano sul fuoco del separatismo valligiano francofono. Adempiuta vittoriosamente questa missione civile, Chabod si recò a insegnare a Napoli su invito di Benedetto Croce, ma Quaglieni si è ancora soffermato sulla dura critica mossa dall’illustre liberale nei confronti di Piero Gobetti: «Come si fa a considerare “maestro” un ragazzo morto a 25 anni? – si è chiesto Quaglieni – Rispettiamo il sacrificio del giovane antifascista, ma come intellettuale prese cantonate pazzesche, in particolare coniando l’ossimoro “rivoluzione liberale”, in quanto il liberale è riformista, non rivoluzionario, e ritenendo che la rivoluzione bolscevica avesse caratteristiche liberali»

Ricordando la figura di Concetto Marchesi, invece, Quaglieni ha riconosciuto al latinista e deputato comunista il merito di aver conferito la Laurea honoris causa a Norma Cossetto, studentessa istriana dell’ateneo padovano trucidata dai partigiani titini ed infoibata.

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È già in cantiere un secondo volume che completerà la carrellata di protagonisti dell’Italia civile descrivendo personalità come Guareschi e Longanesi, ma la fatica letteraria che è stata illustrata davanti ad un attento e partecipe pubblico ha lasciato un’amarezza nell’autore: «Idealmente si tratta di un libro rivolto ai giovani – ha spiegato il Direttore Generale del Centro Pannunzio – e perciò son stato ben lieto di presentarlo di recente in una Scuola superiore, ma l’impatto con gli studenti è stato terribile: ignoranza totale su chi fossero i personaggi di cui parlavo, anche da parte di giovani di origine straniera che non fanno nulla per capire la nostra storia e la nostra cultura. La scuola ha evidentemente rinunciato alla sua missione di formare gli italiani»

Anche alla luce di tale esperienza e valutando l’attuale classe dirigente «inconsistente e priva di cultura», Quaglieni nel dibattito finale si è dichiarato pessimista riguardo le sorti italiane, eppure ha voluto far sua una frase dell’insigne giurista friulano Francesco Carnelutti: «Amo disperatamente l’Italia»

Una frase che si adatta benissimo anche all’impegno assiduo che il Comitato 10 Febbraio mette in pratica per “un Ricordo che dura tutta l’anno”, con riferimento non solo alla complessa vicenda del confine orientale, ma anche alla salvaguardia della Storia Patria.

 

Lorenzo Salimbeni 

 

Il Comitato 10 Febbraio presenta le “Figure dell’Italia civile”

Martedì 13 giugno a partire dalle ore 18.00 presso i locali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, in piazza delle Muse 25 a Roma, verrà presentato a cura del Comitato 10 Febbraio il nuovo volume di Pier Franco Quaglieni (membro del Comitato scientifico del C10F) “Figure dell’Italia Civile” (Golem, Torino 2017).
Per accompagnare il lettore in un viaggio nella storia d’Italia del Novecento, secolo tanto complesso e ricco di sfaccettature, Quaglieni, Direttore Generale del Centro Pannunzio, di cui è stato tra i fondatori assieme ad Arrigo Olivetti e Mario Soldati, descrive alcuni dei protagonisti maggiormente significativi, provenienti dal mondo della storiografia, del giornalismo, dell’economia, della politica e delle istituzioni: figurano tra gli altri Rosario Romeo, Federico Chabod, Adriano Olivetti, Indro Montanelli e Giovanni Spadolini.
La narrazione si snoda attraverso un’originale serie di biografie di italiane e di italiani e non mancheranno approfondimenti sulla storia del confine orientale italiano, a partire dalla tragedia di Norma Cossetto, studentessa dell’Ateneo di Padova di cui fu rettore Concetto Marchesi, per giungere alle conseguenze del Trattato di pace del 10 febbraio 1947 e al ricordo del Senatore Lucio Toth, punto di riferimento nel mondo della diaspora giuliano-dalmata recentemente venuto a mancare.
Introduce Michele Pigliucci (Comitato 10 Febbraio), intervengono Giuseppe Parlato (Fondazione Ugo Spirito e Renzo de Felice) e Pier Franco Quaglieni, modera Arrigo Bonifacio (Comitato 10 Febbraio).
Seguirà un rinfresco. 

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La scuola italiana dimentica esodo e foibe

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il volume della professoressa Maria Ballarin sul Trattato di pace del 1947 segnala le carenze più evidenti e spiega come si è giunti a questo oblio

Nel settantesimo anniversario del Trattato di pace imposto all’Italia il 10 febbraio 1947 e nel quarantennale della piena entrata in vigore del Trattato di Osimo, che segnò la sanzione definitiva del confine italo-jugoslavo, è importante vedere quale sia l’attenzione che i manuali scolastici ed i programmi ministeriali dedicano a queste ed altre vicende della complessa storia del confine orientale italiano. Il Comitato 10 Febbraio, in sinergia con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, giovedì 23 marzo ha pertanto presentato il volume “Il Trattato di pace 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia” (Leone Editore, Milano 2014) di Maria Ballarin, insegnante e attiva nell’associazionismo degli esuli giuliano-dalmati.

Introducendo l’appuntamento, il presidente nazionale del C10F Michele Pigliucci ha segnalato come anche quest’anno molti collaboratori del Comitato siano intervenuti a momenti di approfondimento promossi da scuole e comuni in tutta Italia, svolgendo un’opera preziosa anche per la definizione dell’identità italiana. Già in passato tali incontri hanno regalato suggestivi spunti di riflessione provenienti dagli studenti: alcuni anni fa ad Aprilia un ragazzino delle Medie aveva ad esempio elaborato un disegno in cui campeggiava la scritta “Anche se fa male, bisogna ricordare”.

Il professor Giuseppe Parlato, autore della prefazione del libro e presidente della Fondazione Spirito, ha evidenziato come le storiografie marxista, cattolica e liberale del dopoguerra si sono soffermate su quanto di cattivo compiuto dall’Italia fascista e omesso completamente ciò che gli italiani hanno subito di cattivo. D’altro canto Palmiro Togliatti era stato lungimirante nel ’47, allorché esortò i giovani “compagni” aventi la passione per studiare a fare gli insegnanti di storia e filosofia: la conseguente egemonia culturale avrebbe consentito di annichilire le ricerche indirizzate a svelare le crudeltà commesse da Tito anche da parte chi si rifaceva alla tradizione risorgimentale (e pertanto teoricamente sensibile nei confronti dei problemi patriottici) nell’ambito dei liberali, dei repubblicani e degli azionisti. I cattolici, invece, idealmente più affini ai devoti austriaci, sloveni e croati che ai patrioti italiani antipapalini e con influenze massoniche, si sono fatti da parte. A fronte di questi silenzi, la pubblicistica degli esuli si è generosamente cimentata con pubblicazioni e memorialistica, ma, salvo pregevoli eccezioni, senza applicare le corrette metodologie storiografiche e restando fuori dai circuiti editoriali più importanti.

Le responsabilità del Pci nel silenzio calato su queste pagine di storia patria sono state ampiamente segnalate nel testo in oggetto, come evidenziato da Lorenzo Salimbeni, segretario del Comitato scientifico del C10F. Quest’ultimo ha inoltre spiegato come la vulgata resistenziale abbia convinto gli italiani di aver vinto la guerra, sicché quel confine orientale, per il quale centinaia di migliaia di giovani si sacrificarono nella Grande guerra, era destinato a sparire dall’attenzione dell’opinione pubblica, affinché non si cogliessero le prove della sconfitta: cessioni territoriali, 20.000 vittime della ferocia titina fra i connazionali abbandonati dallo Stato italiano (tanto dopo l’8 settembre, quanto dopo il 25 aprile, presentati invece come passaggi fondativi della nuova Italia) e 350.000 istriani, fiumani e dalmati costretti a lasciare le terre in cui vivevano radicati da secoli.

“Il mio libro – ha quindi affermato Maria Ballarin – nasce per i colleghi delle Superiori, ai quali nulla è stato spiegato su questi argomenti. I reduci della resistenza che entravano nell’istruzione pubblica, infatti, hanno voluto storicizzare alacremente la loro esperienza partigiana, occultando invece le tragedie delle foibe e dell’esodo”. Dopo decenni in cui la contemporaneità è entrata nella programmazione scolastica dedicandosi alla decolonizzazione ed alle organizzazioni internazionali, annichilendo la storia patria, Ernesto Galli Della Loggia ha ben potuto parlare di “morte della Patria”, ampliando un intervento tenuto ad un convegno sulla dissoluzione della Jugoslavia. L’autrice ha, infine, lanciato un appello affinché le risorse che già collaborano con l’associazionismo degli esuli trovino un coordinamento tale da produrre un testo misto (come da direttive ministeriali: parte su cartaceo, parte online) ovvero un manuale oppure fascicoli di approfondimento grazie ai quali colmare le lacune di tanti docenti.

 

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