Una carrellata di figure patriottiche per risollevare le sorti d’Italia

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Apprezzata presentazione romana, a cura del Comitato 10 Febbraio, del nuovo libro del professor Quaglieni

 

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«In ogni luogo dove c’è un Tricolore, io mi sento a casa»: ecco perché il Prof. Pier Franco Quaglieni ha scelto di entrare nel Comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio e presentare il suo ultimo libro “Figure dell’Italia civile” (Golem, Torino 2017) presso la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice nell’ambito di un incontro promosso dal C10F lo scorso martedì 13 giugno.

Introdotto da Michele Pigliucci (Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio), stimolato dal confronto con il Prof. Giuseppe Parlato (Presidente della Fondazione Spirito) e dagli spunti del moderatore della serata, il giovane ricercatore Arrigo Bonifacio, Quaglieni ha ricordato il suo impegno contro la rimozione dalla storia nazionale delle pagine riguardanti le Foibe e l’Esodo di 350.000 istriani, fiumani e dalmati. La sensibilità dimostrata per l’argomento ha consentito a Quaglieni di tenere una lectio magistralis a Palazzo Carignano di Torino nel 2005 in occasione della prima celebrazione del Giorno del Ricordo, mentre la conoscenza diretta di quelle problematiche gli è stata possibile anche grazie alla grande amicizia che lo aveva legato al fiumano Leo Valiani, il quale gli confidò che riteneva il Trattato di Osimo “un’infamia” e si rammaricava di non aver scritto nulla sulle tragedie che colpirono l’italianità adriatica nella fase finale della Seconda guerra mondiale.

«Mario Pannunzio – ha rammentato Quaglieni – non fu solo direttore del settimanale “Il Mondo”, ma anche del quotidiano “Risorgimento Liberale” e fu proprio dalle colonne di quella testata che, voce solitaria, denunciò non solo le Foibe e l’Esodo, ma anche le mattanze consumate nell’Alta Italia all’indomani della guerra: la sede della redazione romana finì bruciata da attivisti comunisti». Allievo di Leo Longanesi a “Omnibus”, Pannunzio è una delle 30 figure dell’Italia civile che l’autore passa in rassegna, fra l’aneddoto e la biografia: figurano parecchi piemontesi ed esponenti del Partito d’Azione, ma tutti anticomunisti. Fra costoro spicca Federico Chabod, il quale si spostò dalla cattedra universitaria alla presidenza del Consiglio regionale della Val d’Aosta al fine di impegnarsi per l’italianità valdostana, minacciata nell’immediato dopoguerra dalle mire gaulliste che soffiavano sul fuoco del separatismo valligiano francofono. Adempiuta vittoriosamente questa missione civile, Chabod si recò a insegnare a Napoli su invito di Benedetto Croce, ma Quaglieni si è ancora soffermato sulla dura critica mossa dall’illustre liberale nei confronti di Piero Gobetti: «Come si fa a considerare “maestro” un ragazzo morto a 25 anni? – si è chiesto Quaglieni – Rispettiamo il sacrificio del giovane antifascista, ma come intellettuale prese cantonate pazzesche, in particolare coniando l’ossimoro “rivoluzione liberale”, in quanto il liberale è riformista, non rivoluzionario, e ritenendo che la rivoluzione bolscevica avesse caratteristiche liberali»

Ricordando la figura di Concetto Marchesi, invece, Quaglieni ha riconosciuto al latinista e deputato comunista il merito di aver conferito la Laurea honoris causa a Norma Cossetto, studentessa istriana dell’ateneo padovano trucidata dai partigiani titini ed infoibata.

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È già in cantiere un secondo volume che completerà la carrellata di protagonisti dell’Italia civile descrivendo personalità come Guareschi e Longanesi, ma la fatica letteraria che è stata illustrata davanti ad un attento e partecipe pubblico ha lasciato un’amarezza nell’autore: «Idealmente si tratta di un libro rivolto ai giovani – ha spiegato il Direttore Generale del Centro Pannunzio – e perciò son stato ben lieto di presentarlo di recente in una Scuola superiore, ma l’impatto con gli studenti è stato terribile: ignoranza totale su chi fossero i personaggi di cui parlavo, anche da parte di giovani di origine straniera che non fanno nulla per capire la nostra storia e la nostra cultura. La scuola ha evidentemente rinunciato alla sua missione di formare gli italiani»

Anche alla luce di tale esperienza e valutando l’attuale classe dirigente «inconsistente e priva di cultura», Quaglieni nel dibattito finale si è dichiarato pessimista riguardo le sorti italiane, eppure ha voluto far sua una frase dell’insigne giurista friulano Francesco Carnelutti: «Amo disperatamente l’Italia»

Una frase che si adatta benissimo anche all’impegno assiduo che il Comitato 10 Febbraio mette in pratica per “un Ricordo che dura tutta l’anno”, con riferimento non solo alla complessa vicenda del confine orientale, ma anche alla salvaguardia della Storia Patria.

 

Lorenzo Salimbeni 

 

Il Comitato 10 Febbraio presenta le “Figure dell’Italia civile”

Martedì 13 giugno a partire dalle ore 18.00 presso i locali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, in piazza delle Muse 25 a Roma, verrà presentato a cura del Comitato 10 Febbraio il nuovo volume di Pier Franco Quaglieni (membro del Comitato scientifico del C10F) “Figure dell’Italia Civile” (Golem, Torino 2017).
Per accompagnare il lettore in un viaggio nella storia d’Italia del Novecento, secolo tanto complesso e ricco di sfaccettature, Quaglieni, Direttore Generale del Centro Pannunzio, di cui è stato tra i fondatori assieme ad Arrigo Olivetti e Mario Soldati, descrive alcuni dei protagonisti maggiormente significativi, provenienti dal mondo della storiografia, del giornalismo, dell’economia, della politica e delle istituzioni: figurano tra gli altri Rosario Romeo, Federico Chabod, Adriano Olivetti, Indro Montanelli e Giovanni Spadolini.
La narrazione si snoda attraverso un’originale serie di biografie di italiane e di italiani e non mancheranno approfondimenti sulla storia del confine orientale italiano, a partire dalla tragedia di Norma Cossetto, studentessa dell’Ateneo di Padova di cui fu rettore Concetto Marchesi, per giungere alle conseguenze del Trattato di pace del 10 febbraio 1947 e al ricordo del Senatore Lucio Toth, punto di riferimento nel mondo della diaspora giuliano-dalmata recentemente venuto a mancare.
Introduce Michele Pigliucci (Comitato 10 Febbraio), intervengono Giuseppe Parlato (Fondazione Ugo Spirito e Renzo de Felice) e Pier Franco Quaglieni, modera Arrigo Bonifacio (Comitato 10 Febbraio).
Seguirà un rinfresco. 

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Il patriottismo della libertà di Benedetto Croce

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il filosofo abruzzese fu tra i pochi padri costituenti nel 1947 a schierarsi contro la ratifica del Trattato di Pace che mutilava i confini d’Italia.

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L’amor di Patria, il culto del Risorgimento, l’opposizione al diktat del Trattato di Pace del 1947: questi e altri aspetti di Benedetto Croce sono stati al centro della relazione del professor Pier Franco Quaglieni, storico e direttore generale del Centro “Pannunzio”, nonché membro del Comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio, intervenuto domenica 27 novembre alla conferenza organizzata a Roma dal Circolo di cultura e di educazione politica Rex sul tema “Benedetto Croce figlio del Risorgimento a 150 anni dalla nascita del filosofo”.

Introdotto dal presidente del circolo Domenico Giglio e davanti a un pubblico in cui figuravano il Senatore Domenico Fisichella, il Direttore dell’Istituto per la Storia del Risorgimento di Bolzano Achille Ragazzoni ed il Direttore dell’Archivio – Museo Storico di Fiume Marino Micich, Quaglieni ha ripercorso la biografia di Croce partendo dagli attestati di gratitudine intellettuale che gli pervennero dalla rivista “Il Mondo” di Mario Pannunzio, la quale commemorò la scomparsa del filosofo definendolo “Italiano di verità” ed in uno degli ultimi editoriali rivendicò di essere stata “crociana” nel corso del proprio percorso. Nell’approcio alla storia italiana, Croce aveva riconosciuto il ruolo fondamentale del regno del Piemonte nel processo unitario, facendo da apripista ai lavori di Rosario Romeo sui connotati liberali dello Stato sabaudo, mentre denunciava i danni apportati alla cultura italiana da positivismo ed irrazionalismo, preferendo collegarsi nel solco di Francesco De Sanctis al classicismo.

«Benché fosse un intellettuale disorganico nel senso gramsciano del termine – spiega Quaglieni – Croce fece sentire la sua voce nei momenti decisivi della storia italiana. Dopo essersi scagliato contro la massoneria e le sue interferenze nel mondo accademico, durante la Grande Guerra fu neutralista, ma poi, pur non riuscendo a cogliere la continuità dell’intervento in guerra italiano con le vicende risorgimentali, dichiarò di provare un dolore fisico ogni volta che apprendeva degli immani sacrifici che il conflitto richiedeva»

Senatore del Regno e chiamato a ricoprire l’incarico di Ministro della Pubblica Istruzione da Giolitti nel 1920, Croce occupò brevemente questo dicastero, laddove la sua amicizia con Giovanni Gentile fece sì che nella riforma del 1923 affiorassero contributi e spunti di matrice crociana. Inizialmente sostenitore del governo Mussolini, visto come un antidoto all’ingovernabilità e ad una guerra civile con possibili esiti bolscevichi, Croce si sarebbe poi discostato dal regime in nome della sua religione della libertà. Il profondo patriottismo lo avrebbe tuttavia fatto aderire alla campagna di donazioni lanciata in risposta alle “inique sanzioni”, laddove in seguito alla promulgazione delle leggi razziali avrebbe pubblicamente espresso la propria solidarietà alla comunità ebraica. Riconosciuto da Piero Gobetti come un “formatore di coscienze”, Croce avrebbe ricevuto attestazioni di stima anche da Leo Valiani, intellettuale socialista fiumano approdato al Partito d’Azione, nel quale però il filosofo abruzzese non riusciva a identificarsi.

Sconvolto dalla tragica fine di Gentile, a guerra finita Croce avrebbe preso posizione a favore della monarchia, anteponendo la continuità istituzionale nelle forme di uno Stato laico ed erede del Risorgimento alle denunce di collusione con il fascismo rivolte a Vittorio Emanuele III. Il filosofo abruzzese prese parte ai lavori dell’Assemblea Costituente e rimase famoso il discorso che tenne contro la ratifica del Trattato di Pace imposto dalla potenze vincitrici il 10 febbraio 1947 a Parigi. L’amore per la verità ed il timore di una rivoluzione comunista fecero sì che Croce all’epoca fu tra i pochi a denunciare apertis verbis le stragi delle Foibe e ad attirare l’attenzione sulle drammatiche vicende degli esuli istriani, fiumani e dalmati in fuga dal regime di terrore che il dittatore jugoslavo Tito andava consolidando anche nelle terre strappate all’Italia.

Lorenzo Salimbeni