Tito contro la resistenza patriottica giuliana

Il Capitano dei Carabinieri di Pola Casini organizzò un nucleo partigiano italiano in Istria

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
TitiniPola

Si comincia finalmente a parlare dell’eccidio delle Malghe di Porzûs, in cui il 7 febbraio 1945 i vertici della brigata partigiana patriottica Osoppo vennero eliminati dai gappisti del Partito comunista di Udine, i quali avevano anteposto all’appartenenza nazionale la lealtà ideologica all’esercito partigiano di Josip Broz Tito, che rivendicava per la rinascente Jugoslavia socialista ampie porzioni del Friuli Venezia Giulia. Tuttavia altri episodi caratterizzano la repressione da parte dell’Esercito di liberazione nazionale della Jugoslavia di forme di resistenza italiana antifascista, ma al contempo sostenitrice dell’italianità della maggior parte delle terre del confine orientale  ovvero anticomunista. Avvicinandoci alla ricorrenza del 25 aprile, intendiamo presentare alcuni di questi episodi, con l’auspicio di dare visibilità a pagine dimenticate o poco note della storia della lotta partigiana in queste province contese tra Italia e Jugoslavia.

La prima vicenda che vogliamo raccontare inizia all’indomani della dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Nella piazzaforte navale di Pola i Fanti di Marina del San Marco ivi di presidio congiuntamente ai Carabinieri al comando del Capitano Filippo Casini, poco più che trentenne genovese, sciolsero a fucilate, cagionando anche 3 morti ed alcuni feriti, il corteo di 300 persone (provenienti soprattutto dal contado a forte componente croata) organizzato dai dirigenti del Pci clandestino per richiedere la scarcerazione degli antifascisti e la consegna di armi con cui respingere i tedeschi che volevano prendere il controllo della fascia costiera nel timore di uno sbarco angloamericano. Nelle settimane seguenti l’entroterra istriano fu teatro della prima ondata di stragi nelle foibe da parte dei partigiani “titini” (quasi un migliaio le vittime), mentre le truppe germaniche consolidarono il controllo dei grossi centri urbani e della costa, inglobando le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Pola e Fiume nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di Governatorato militare in cui i poteri della Repubblica Sociale Italiana risultavano effimeri.

L’anno seguente il Capitano Casini, comandante interinale la Compagnia di Pola, forse su suggerimento di emissari del Regno del Sud, organizzò la defezione dei reparti da lui dipendenti (parte del presidio di Pola, la tenenza di Sanvincenti e le stazioni di Pedena, Gimino, Canfanaro e Lemme), raccogliendo così un centinaio d’uomini che si eclissarono dopo un combattimento simulato con i partigiani nella zona di Sanvincenti. Il Capitano, seguito nella sua avventura pure dalla moglie, intendeva allestire una banda partigiana che avrebbe dovuto diventare il fulcro della resistenza italiana in Istria, contro le ingerenze tedesche e jugoslave, affinché in sede di trattative di pace si potesse dimostrare l’esistenza di un genuino movimento partigiano italiano in Istria per contrastare i propositi annessionistici della nuova Jugoslavia. Prima di imbarcarsi in quest’impresa, Casini aveva spiegato in via confidenziale il suo progetto ad alcuni esponenti italiani, fra i quali il Vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano di Pola, Giuseppe Zacchi, che a guerra finita lo avrebbe raccontato sotto testimonianza giurata. La Banda Casini avrebbe colpito solamente i tedeschi ed i collaborazionisti slavi e non avrebbe ostacolato le azioni della Milizia di Difesa Territoriale (il corrispettivo nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale della Repubblica Sociale Italiana) contro i partigiani titini. Tale proposito è suffragato da una missiva datata 6 luglio 1944, nella quale Casini si riprometteva di “lottare apertamente contro le autentiche bande, quelle che costituiscono veramente il terrore delle popolazioni”.

In uno dei primi contatti presso Grisignana con le formazioni partigiane croate, comuniste di nome ma nazionaliste di fatto, già attive e ben radicate nell’entroterra, un ufficiale della banda venne riconosciuto come partecipante ad un precedente rastrellamento e pertanto ammazzato sul posto. Casini stesso fu arrestato a motivo delle sue responsabilità nella repressione del moto di piazza scoppiato a Pola all’indomani dell’8 settembre: condannato a morte, venne gettato nell’ottobre ’44 assieme alla moglie Luciana e ad altri suoi commilitoni in una foiba nella zona del Monte Maggiore, mentre i superstiti vennero trasferiti a forza in Croazia e non se ne saprà più nulla.

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria concessa a Casini recita: «Comandante di Compagnia territoriale e poi di Gruppo in territorio nazionale conteso e preteso dal nemico, difese con coraggio pari alla fede nei destini della nazione i sacrosanti diritti della Patria. Nella imminenza di decisiva azione bellica, seguito dal reparto che aveva saputo preparare all’audace impresa, passò in campo aperto contro il nemico invasore. Arrestato e processato per la sua ferma e coraggiosa affermazione dei diritti della Patria su quella regione, affrontò in compagnia della sua giovane moglie, l’estremo sacrificio, con la dignità propria degli spiriti grandi che sugellano col sangue la fedeltà ad un’idea, la dedizione alla Patria».

Lorenzo Salimbeni

Pola, Fiume e Zara affondano

I tristi presagi della disfatta navale di Capo Matapan, che segnò un duro colpo per la flotta italiana

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
IncrociatoriZara

Nella politica di potenza che il fascismo cercò di esercitare rientrava anche il proposito di rendere nuovamente il Mediterraneo un mare nostrum, andando così a confliggere con la potenza navale francese (l’affaccio mediterraneo dell’Esagono, nonché il possesso di Marocco, Algeria e Tunisia e dei mandati in Libano e Siria) e soprattutto britannica (i punti strategici di Gibilterra, Malta e Cipro, la Palestina mandataria ed il controllo dell’Egitto con il canale di Suez). Rinforzare ed ampliare la flotta da guerra risultò pertanto una delle priorità del regime, il quale da un lato pose il veto alla realizzazione di portaerei, confidando nelle basi aeree dislocate in territorio metropolitano nel cuore del Mediterraneo, ma dall’altro utilizzò le denominazioni delle nuove navi per celebrare le annessioni della Prima guerra mondiale. Sul finire degli anni Venti i cantieri di Livorno, Trieste e Genova Sestri dettero alla luce gli incrociatori della classe Trento (Trento, Trieste e Bolzano), nei quali si era privilegiata la velocità rispetto alla corazzatura, mentre all’inizio degli anni Trenta la classe Zara segnò il perfezionamento nella categoria degli incrociatori pesanti, con il varo dei natanti Zara appunto, Fiume, Pola e Gorizia, caratterizzati da un perfetto bilanciamento tra apprestamenti difensivi e velocità di crociera.

Queste navi furono quasi tutte protagoniste il 29 marzo 1941 della battaglia di Capo Matapan, a sud-ovest della Grecia: la Prima divisione incrociatori (Zara, Pola e Fiume) sarebbe stata annientata, la Terza (Trento, Trieste e Bolzano) ne sarebbe uscita indenne, ma in seguito un bombardamento statunitense alla base navale de La Maddalena (10 aprile 1943) avrebbe sostanzialmente messo fuori combattimento i Regi incrociatori Trieste e Gorizia. La catastrofe di Capo Matapan segnò un duro colpo (anche due cacciatorpediniere colarono a picco e la corazzata Vittorio Veneto risultò danneggiata) per il grosso della flotta italiana, uscita in mare aperto nel tentativo di intercettare i convogli britannici che dall’Egitto rifornivano la penisola ellenica e a causa dei quali l’offensiva che secondo Mussolini avrebbe dovuto spezzare le reni alla Grecia si stava risolvendo in un nulla di fatto. La superiorità tecnologica (uso del radar e di ottimi strumenti di decrittazione dei messaggi in codice) e tattica (dimestichezza con il combattimento notturno, impiego di una portaerei) della flotta dell’Ammiraglio Cunningham portò ad una schiacciante vittoria pochi giorni dopo che alcuni barchini esplosivi della Xma flottiglia MAS erano riusciti ad affondare una nave da battaglia ed una petroliera nella base britannica di Suda, nell’isola di Creta. La sindrome di Lissa colpiva ancora la Regia marina da guerra e, come nella Grande guerra, le uniche vittorie giungevano grazie all’azione di naviglio leggero e di incursori.

L’incrociatore Pola fu il primo ad essere gravemente danneggiato da un bombardamento aereo, venendo paralizzato e privato della corrente elettrica a bordo: le navi sorelle Fiume e Zara vennero colte di sorpresa e distrutte dai grossi calibri britannici mentre stavano arrivando con l’intento di trainare verso lidi più sicuri l’imbarcazione silurata. In seguito al Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 proprio le province di Pola, Fiume e Zara, assieme a gran parte di quelle di Gorizia e di Trieste, furono cedute alla Jugoslavia.

E proprio pochi giorni prima di questa catastrofe navale ebbero luogo gli eventi che portarono all’invasione della Jugoslavia. Il regno dei Karađeorđević aveva inizialmente aderito al Patto Tripartito, del quale facevano parte oltre a Germania, Italia e Giappone anche Slovacchia, Romania, Bulgaria ed Ungheria, creando una situazione di accerchiamento per Belgrado che ne rendeva impossibile qualsiasi politica filobritannica. Manifestazioni di piazza fortemente antinaziste ed un colpo di stato militare, però, portarono alla deposizione del reggente al trono ed alla denuncia dell’alleanza militare, contestualmente all’avvio di serrate trattative per addivenire ad un’alleanza con Londra o con Mosca che preservasse l’integrità e l’indipendenza del regno slavo. La furibonda reazione di Hitler fu più veloce e domenica 6 aprile, giorno di Pasqua, la Luftwaffe bombardò a tappeto Belgrado, segnando l’inizio delle ostilità: in una decina di giorni le forze tedesche, italiane ed ungheresi ebbero la meglio e la Jugoslavia sconfitta fu spartita a tavolino tra i suoi vincitori. Il Regio esercito, partendo dalla Venezia Giulia, ma anche dall’Albania (in cui si temeva un attacco jugoslavo capace di giungere fino alle spalle dell’armata impegnata sul fronte greco) e perfino da Zara (enclave incastonata in territorio jugoslavo che rischiava di venire rapidamente travolta dalle forze nemiche) contribuì ad una vittoria dovuta tuttavia alla superiorità tecnologica germanica (impiego massiccio di divisioni corazzate – alcune delle quali erano già destinate a scatenare l’offensiva contro l’Unione Sovietica – e dell’arma aerea) ed alla debolezza strutturale dell’esercito nemico (interi reggimenti costituiti in prevalenza da croati si arresero senza combattere). Nel territorio occupato ovvero amministrato da regimi fascisti (Stato Indipendente Croato) o militari subordinati ai tedeschi (Serbia) si sarebbe ben presto consolidato quell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia che sotto la guida di Josip Broz Tito si avrebbe poi realizzato l’invasione delle terre del confine orientale italiano, creando i presupposti per la pulizia etnica delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Lorenzo Salimbeni 

Tre colpi di pistola durante l’esodo da Pola

 

Maria Pasquinelli uccise a pistolettate il 10 febbraio 1947 il generale britannico De Winton

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

Pasq1

Il 10 febbraio 1947 non fu firmato solamente il Trattato di pace che imponeva all’Italia pesantissime cessioni territoriali alla Jugoslavia di Tito: si consumò, infatti, a Pola, nel mezzo dell’esodo che stava svuotando la città, una pagina di rabbia e di disperazione che forse era il segnale d’inizio per una ribellione contro le decisioni del diktat parigino che, però, non ebbe luogo.

L’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 aveva posto fine ai quaranta giorni di stragi “titine” nella Venezia Giulia, fissando la Linea Morgan di demarcazione fra una Zona A sotto amministrazione militare angloamericana ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava, dalle quali l’Italia risultava ancora estromessa. Nella prima zona rientravano Gorizia, Trieste e Pola, poiché era stata delineata in maniera funzionale all’esigenza delle truppe alleate di assicurarsi il porto di Trieste e le vie di comunicazione verso l’Austria e la Germania meridionale, al fine di garantire i rifornimenti alle truppe lì di presidio. Originariamente l’accordo prevedeva che tutta la fascia costiera istriana rientrasse sotto il controllo delle truppe occidentali, ma le resistenze dei partigiani jugoslavi ad abbandonare tali località fecero sì che solamente Pola, antica piazzaforte austro-ungarica e base navale della imperial-regia flotta da guerra, venisse occupata da un presidio britannico.

Cercarono di raggiungere la città dell’arena decine di istriani che nell’entroterra stavano sperimentando il consolidamento del regime titoista, il quale violava i principi di un’amministrazione militare (garantire l’ordine pubblico in base alle leggi precedentemente vigenti) portando avanti un sempre più smaccato percorso annessionistico caratterizzato dall’annientamento del ricostituito Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria e dall’eliminazione di singoli oppositori del nuovo ordine, con particolare riferimento ai sacerdoti (ricordiamo ad esempio Don Bonifacio, infoibato e recentemente beatificato in quanto martire in odium fidei). La milizia jugoslava frenò tali tentativi, laddove agevolò l’afflusso a Pola di torpedoni di croati provenienti dall’entroterra nelle giornate del marzo 1946 in cui la Commissione alleata visitava il capoluogo istriano per valutarne la composizione etnica nell’ambito delle trattative per definire il nuovo confine. Ciononostante, a Pola, abitata quasi totalmente da italian, l’appartenenza alla Zona A continuava ad essere considerata un auspicio per il ritorno dell’Italia al termine della conferenza di pace. Solamente in estate le notizie che giungevano da Parigi e soprattutto la carneficina di Vergarolla, causata il 18 agosto dall’OZNA , la polizia segreta di Tito, fecero capire che la sorte della città era l’annessione alla Jugoslavia.

Facendo fede a quanto precedentemente dichiarato, quasi 30.000 polesani su 32.000 abitanti cominciarono ad organizzare l’esodo e nell’ufficio preposto al coordinamento delle operazioni prestava la sua opera la maestra Maria Pasquinelli. Testimone dopo l’8 settembre delle stragi titine compiute a Spalato, ove era in servizio dall’anno precedente, fu poi autrice di un’avventurosa raccolta di testimonianze in Istria riguardo gli infoibamenti di quel medesimo periodo. La Pasquinelli era stata in contatto con i reparti della Divisione Decima dislocati al confine orientale per creare, in sinergia con i servizi segreti e la X MAS del Regno del Sud e formazioni partigiane patriottiche, un fronte unico fra gli italiani con cui opporsi all’invasione jugoslava una volta che le truppe tedesche si fossero ritirate, ma tale progetto non si concretizzò.

Quel 10 febbraio, mentre si firmava il trattato di pace, la guarnigione inglese di Pola veniva passata in rassegna dal suo comandante Robert de Winton allorché echeggiarono tre colpi di pistola: Maria Pasquinelli aveva ucciso il General brigadiere di Sua Maestà. Fatta immediatamente prigioniera, le fu trovato in tasca un biglietto in cui motivava questo suo gesto ricollegandosi all’irredentismo di Oberdan e volendo vendicare la disperazione e la delusione degli istriani, ceduti dagli alleati al loro carnefice Tito. Condannata dapprima a morte dal tribunale militare angloamericano di Trieste, la sua pena fu poi commutata all’ergastolo, che successivamente le fu concesso di scontare in un carcere italiano. Mai pentitasi del suo gesto, non chiese la grazia, che le fu comunque concessa nel 1964 dal Presidente supplente della Repubblica Cesare Merzagora durante una missione all’estero del capo dello Stato Antonio Segni.

Lorenzo Salimbeni

 

Una Costituzione nata senza il voto dei giuliano-dalmati

Il 2 giugno 1946 Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara furono estromesse dalle urne

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Cotituzione

Si sono celebrati in questi giorni i 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana (primo gennaio 1948), nella quale dovrebbero riconoscersi tutti gli italiani. L’Assemblea Costituente che la redasse venne eletta contestualmente al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sui cui esiti aleggiano da tempi varti dubbi, poiché parecchi sostengono che il risultato sia stato falsato a favore dell’opzione repubblicana. Solamente in tempi recenti si è messo in risalto che a quell’importantissimo appuntamento elettorale, che vedeva il ritorno degli italiani alle urne dopo i plebisciti dell’epoca mussoliniana e gli orrori della Seconda guerra mondiale, fu impedito di partecipare a decine di migliaia di nostri connazionali.

«Dei 573 seggi dell’Assemblea Costituente da assegnare – ha spiegato in più occasioni il professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste – e previsti dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, in realtà ne furono attribuiti soltanto 556, mancando all’appello i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia – Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. Con un ulteriore Decreto Luogotenenziale, di soli sei giorni successivo, fu, per l’appunto, sostanzialmente ritenuto impossibile lo svolgimento delle elezioni in quelle terre di confine, a causa della situazione internazionale»

Il momento fondativo dello Stato italiano uscito dalle macerie del conflitto si svolse pertanto senza coinvolgere i cittadini residenti in terre che, fino alle deliberazioni della Conferenza di Pace ancora in corso, risultavano formalmente sotto la sovranità italiana, in virtù dei trattati di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Rapallo (12 novembre 1920) e Roma (27 gennaio 1924). In quelle sedi il Regno d’Italia aveva ottenuto in maniera internazionalmente riconosciuta gran parte delle terre che rivendicava dall’Austria-Ungheria, definendo successivamente in maniera bilaterale con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il confine sulle Alpi Giulie e in Dalmazia nonché la spartizione dello Stato Libero di Fiume.

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, che secondo la Linea Morgan del 9 giugno 1945 ricadeva nella Zona A sotto amministrazione militare angloamericana, organizzò, tuttavia, il 2 giugno nella propria sede un seggio, facendo quindi pervenire a Roma i risultati, che ovviamente nessuno tenne in considerazione. Si trattò comunque di una manifestazione di italianità che faceva seguito all’imponente fiaccolata notturna del 21 marzo, con cui si volle manifestare la propria identità nazionale alla Commissione alleata che stava rilevando la composizione etnica dell’Istria dopo che nel corso di quel pomeriggio torpedoni di croati provenienti dall’entroterra avevano confuso le acque e dato luogo a scontri e disordini.

Invano giuliani, fiumani e dalmati avevano chiesto di indire in queste terre contese un plebiscito attraverso cui esprimere la propria appartenenza statuale in base al principio di autodeterminazione dei popoli che pur figurava nella Carta atlantica. Alcide De Gasperi non portò avanti tale istanza poiché temeva di dover fare altrettanto con riferimento alle sorti dell’Alto Adige: a Bolzano e dintorni la consultazione si sarebbe svolta regolarmente ed in maniera democratica, premiando sicuramente l’opzione austriaca. Al confine orientale, invece, l’amministrazione militare jugoslava nella Zona B lasciava pochi dubbi in merito alla repressione di qualsiasi forma di contrarietà rispetto all’annessione alla Jugoslavia titoista, come già si era potuto riscontrare in occasione delle elezioni amministrative istriane del 25 novembre 1945, durante le quali anche il boicottaggio delle urne in segno di dissenso fu reso impossibile poiché la gente veniva condotta a votare le liste compattamente filojugoslave con l’uso della forza. D’altro canto l’Italia pagò a caro prezzo la scelta maturata nel 1920 di non ratificare l’annessione delle nuove province attraverso un plebisicito (come era sempre avvenuto in epoca risorgimentale), poiché le autorità civili e militari temevano cospicui residui lealisti nei confronti degli Asburgo da parte della popolazione giuliana.

Grazie all’inserimento nel listone nazionale che eleggeva una quota di rappresentanti in base ai resti provenienti dai vari collegi, poterono figurare tra i padri costituenti almeno il fiumano Leo Valiani (Partito d’Azione) ed il triestino Fausto Pecorari (Democrazia Cristiana).

A parziale compensazione di questi torti, il presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando aprì i lavori ««nel ricordo del dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non hanno votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia».

Lorenzo Salimbeni

L’esodo degli istriani nella Prima guerra mondiale

Gli italiani residenti attorno alla base di Pola vennero tradotti nei campi di internamento

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Wagna

Allo scoppio della Prima guerra mondiale l’Impero austro-ungarico diramò provvedimenti di evacuazione che riguardavano le piazzeforti, con evidente riferimento a quelle che si trovavano a ridosso della frontiera con la Russia, teatro delle prime battaglie, ma anche la città di Pola rientrava in tale fattispecie. La località istriana, infatti, era la principale base navale dell’imperialregia flotta da guerra e perciò anche nelle sue pertinenze venne diffuso un bando che esortava la popolazione a prepararsi ad eventuali misure speciali. Nella primavera del 1915, allorché le mosse del Regno d’Italia lasciavano presagire la sua discesa in campo contro l’Austria, comparvero i primi bandi in cui si consigliava l’evacuazione ai civili. Alcuni si organizzarono con mezzi propri, recandosi da amici e parenti residenti in altre località dell’Impero; per quanto riguarda i cittadini italiani residenti nel Litorale Adriatico, i cosiddetti “regnicoli”, gli abili al servizio militare furono raccolti in appositi campi di internamento, mentre donne, vecchi e bambini riuscirono progressivamente a rimpatriare attraverso la Svizzera.

L’esortazione ad evacuare riguardò dapprima Pola e l’Istria meridionale, venendo poi allargata a Rovigno e all’Istria centrale, per cui si calcola che circa 50.000 persone (su una popolazione di 100.000) furono caricate sui treni e portate verso i campi di baracche costruiti in Stiria o nei pressi di Vienna. Quanti vissero l’esperienza di questi Barackenlager conobbero dapprima la traumatizzante esperienza dell’interminabile viaggio (nella memorialistica si riscontra spesso il neologismo “invagonati”, che rende bene l’idea di come queste persone fossero state stipate nei carri bestiame), dopodiché sperimentarono il disarmante approccio con le strutture che li avrebbero ospitati. Wagna, il più famoso di questi campi, nasceva ad esempio dal frettoloso ampliamento di un campo di addestramento militare, in cui i fabbricati erano pieni di spifferi e ciascuna baracca conteneva un centinaio di persone raccolte in condizioni igienico-sanitarie precarie e nella massima promiscuità. Le autorità asburgiche garantivano a tutti una diaria, ma se qualcuno riusciva a trovare lavoro in zona o preferiva sistemarsi in una struttura migliore al di fuori del campo, perdeva questa piccola retribuzione. Le disagiate condizioni di vita degli internati di nazionalità italiana furono invano portate all’attenzione del parlamento di Vienna dai Deputati Alcide De Gasperi, con riferimento speciale ai trentini, e Valentino Pittoni, a tutela degli sfollati del Litorale, finché ci scappò il morto. Nei cosiddetti “fatti di Wagna” le truppe dislocate a presidio del campo (gestito in maniera tale da somigliare più ad una prigione che a un ricovero per profughi) repressero una manifestazione di protesta in maniera così energica da provocare una vittima.

Allorché l’esercito italiano fu costretto alla ritirata fino al Piave, il Litorale Adriatico recuperò sicurezza ed i profughi cominciarono a tornare, ma così lentamente che, negli scioperi che sconvolsero l’Impero a fine gennaio del 1918, operai e militari manifestanti a Pola chiedevano anche l’immediato rientro dei propri congiunti. Le amministrazioni locali non si adoperarono eccessivamente nell’aiutare il reinserimento dei profughi, appigliandosi al cavillo che Pola, Rovigno ed il contado non erano mai stati ufficialmente “evacuati”, essendosi l’autorità limitata a “consigliare” di andarsene. Chi era ancora ospite dei Barackenlager sperimentava le contrapposizioni di stampo nazionale che stavano squassando le fondamenta dell’Impero, poiché il comitato sorto tra i profughi del Litorale per relazionarsi con l’amministrazione dei campi perse la sua compattezza. Tale comitato era sempre stato presieduto da elementi di nazionalità italiana, in quanto rappresentanti della componente maggioritaria degli sfollati della Provincia e comunque non vennero mai discriminati gli altri gruppi etnici; tuttavia gli elementi slavi e tedeschi nei primi mesi del 1918 si crearono strutture di rappresentanza alternative allo scopo di evidenziare la propria specificità al cospetto dell’amministrazione asburgica.

Complice la convulsa fase finale dell’Impero, il rientro degli sfollati istriani ebbe termine appena nei primi mesi del 1919, sotto l’autorità militare italiana insediatasi nel frattempo nella Venezia Giulia.

Lorenzo Salimbeni