Il Natale di sangue di d’Annunzio a Fiume

Le truppe del Regio Esercito posero fine alla Reggenza Italiana del Carnaro

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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La marcia di Gabriele d’Annunzio da Ronchi a Fiume il 12 settembre 1919 doveva risolvere con un audace colpo di mano l’impasse in merito alla definizione del confine tra l’Italia ed il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. L’annessione all’Italia del porto del Carnaro non era contemplata dal Patto di Londra, ma fu proclamata dal Consiglio Nazionale fiumano il 30 ottobre 1918, appellandosi al principio di autodeterminazione dei popoli che rientrava in quel programma di 14 punti destinati a garantire la pace al mondo ed in base ai quali il presidente Woodrow Wilson aveva trascinato gli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale. La ridefinizione del confine in Dalmazia rispetto a quanto promesso nella capitale britannica il 26 aprile 1915 e gli ostacoli posti dalle altre potenze vincitrici riguardo l’annessione di Fiume (senza soffermarsi sulla mancata partecipazione alla spartizione dell’Impero Ottomano e delle colonie germaniche) alimentarono la retorica della “vittoria mutilata”, che scosse Gabriele d’Annunzio dal torpore del suo aureo ritiro veneziano.

Nata in ambito militare e nazionalista, la spedizione fiumana avrebbe poi trasformato Fiume in una “città di vita”, scenario di una “quinta stagione” che avrebbe dovuto realizzare gli ideali palingenetici che la guerra aveva suscitato e la conferenza di pace ampiamente frustrato, con particolare riferimento ai nuovi assetti confinari europei ed all’autonomia promessa alle colonie allorché Francia ed Inghilterra dovettero rimpinguare le fila dei propri esangui eserciti con robuste iniezioni di reparti coloniali. La Lega dei Popoli Oppressi e la Carta del Carnaro furono i progetti che meglio incarnarono lo spirito libertario e rivoluzionario che alcuni collaboratori del Vate (Alceste De Ambris, Leon Kochnitzky, Eugenio Coselschi, Ludovico Toeplitz, Giovanni Bonmartini ed Henry Furst) cercarono di imprimere ad una spedizione che rischiava continuamente di ridursi a una leva con cui il Regno d’Italia cercava di destabilizzare il vicino stato jugoslavo intessendo a partire da agenti presenti a Fiume (Giovanni Giuriati, Corrado Zoli e Giovanni Host Venturi) contatti con separatisti croati, sloveni, montenegrini e kosovari. Le relazioni con rappresentanti irlandesi, indiani ed egiziani portarono a nulla causa la mancanza di adeguati finanziamenti con cui alimentare fermenti rivoluzionari, laddove il lavorio alle fragili fondamenta del regno dei Karađeorđević cominciava e farsi minaccioso, sicché il 12 novembre 1920 a Rapallo Roma e Belgrado definirono il loro confine. Fiume sarebbe diventata uno Stato libero (come era avvenuto a Danzica e a Memel); della Dalmazia, solamente Zara assieme a qualche isola sarebbe entrata a far parte del Regno d’Italia; il confine terrestre veniva fissato lungo lo spartiacque delle Alpi Giulie, venendo così incontro alle richieste del Regio Esercito e deludendo le aspettative della Marina italiana, che voleva l’intera Dalmazia per assicurarsi il pieno controllo dell’Adriatico. Deluso da questa sistemazione, d’Annunzio si trovò isolato a protestare, poiché l’Ammiraglio Millo, governatore militare della Dalmazia che nei mesi precedenti gli aveva dato prova di amicizia e fatto credere di essere parimenti pronto all’insubordinazione militare qualora tutta la Dalmazia non fosse stata annessa, rientrò nei ranghi e fece ritirare le proprie truppe dai territori passati sotto la sovranità jugoslava.

Onde evitare ingerenze straniere, il presidente del consiglio Giovanni Giolitti si impegnò a por fine alla sedizione dannunziana che nel frattempo, onde dimostrare la propria vitalità, aveva occupato le isole di Arbe e Veglia. Ancora alcuni militari disertarono per raggiungere Fiume e dare man forte al Comandante, il quale poteva contare su circa 2.500 legionari, ma le truppe agli ordini del generale Caviglia stavano ormai stringendo d’assedio dal mare e da terra il capoluogo quarnerino. Benito Mussolini esortò gli squadristi giuliani a non intervenire, poiché aveva compreso che la causa fiumana era destinata a soccombere; tuttavia il governo temeva ripercussioni sull’ordine pubblico interno qualora fosse stato necessario ricorrere ad un’azione di forza, pertanto approfittò della vacanza natalizia nella pubblicazione dei giornali per procedere con l’attacco alle postazioni difensive approntate dai disertori dannunziani e dai volontari fiumani.

Dal 24 al 29 dicembre si consumò quello che il poeta abruzzese stesso definì il Natale di sangue, il quale provocò 25 morti e 139 feriti nelle truppe regolari e 31 morti e 61 feriti tra gli insorti, fra cui molti civili: avvilito da questo episodio di guerra civile fra italiani, d’Annunzio decise di arrendersi, onde evitare ulteriori lutti e danni alla città, che veniva sottoposta a cannoneggiamento. Il Comandante avrebbe tenuto come suo ultimo discorso pubblico a Fiume una vibrante orazione funebre al cimitero di Cosala, ove furono sepolti i caduti di quelle giornate.

Lorenzo Salimbeni 

 

L’esodo degli istriani nella Prima guerra mondiale

Gli italiani residenti attorno alla base di Pola vennero tradotti nei campi di internamento

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Allo scoppio della Prima guerra mondiale l’Impero austro-ungarico diramò provvedimenti di evacuazione che riguardavano le piazzeforti, con evidente riferimento a quelle che si trovavano a ridosso della frontiera con la Russia, teatro delle prime battaglie, ma anche la città di Pola rientrava in tale fattispecie. La località istriana, infatti, era la principale base navale dell’imperialregia flotta da guerra e perciò anche nelle sue pertinenze venne diffuso un bando che esortava la popolazione a prepararsi ad eventuali misure speciali. Nella primavera del 1915, allorché le mosse del Regno d’Italia lasciavano presagire la sua discesa in campo contro l’Austria, comparvero i primi bandi in cui si consigliava l’evacuazione ai civili. Alcuni si organizzarono con mezzi propri, recandosi da amici e parenti residenti in altre località dell’Impero; per quanto riguarda i cittadini italiani residenti nel Litorale Adriatico, i cosiddetti “regnicoli”, gli abili al servizio militare furono raccolti in appositi campi di internamento, mentre donne, vecchi e bambini riuscirono progressivamente a rimpatriare attraverso la Svizzera.

L’esortazione ad evacuare riguardò dapprima Pola e l’Istria meridionale, venendo poi allargata a Rovigno e all’Istria centrale, per cui si calcola che circa 50.000 persone (su una popolazione di 100.000) furono caricate sui treni e portate verso i campi di baracche costruiti in Stiria o nei pressi di Vienna. Quanti vissero l’esperienza di questi Barackenlager conobbero dapprima la traumatizzante esperienza dell’interminabile viaggio (nella memorialistica si riscontra spesso il neologismo “invagonati”, che rende bene l’idea di come queste persone fossero state stipate nei carri bestiame), dopodiché sperimentarono il disarmante approccio con le strutture che li avrebbero ospitati. Wagna, il più famoso di questi campi, nasceva ad esempio dal frettoloso ampliamento di un campo di addestramento militare, in cui i fabbricati erano pieni di spifferi e ciascuna baracca conteneva un centinaio di persone raccolte in condizioni igienico-sanitarie precarie e nella massima promiscuità. Le autorità asburgiche garantivano a tutti una diaria, ma se qualcuno riusciva a trovare lavoro in zona o preferiva sistemarsi in una struttura migliore al di fuori del campo, perdeva questa piccola retribuzione. Le disagiate condizioni di vita degli internati di nazionalità italiana furono invano portate all’attenzione del parlamento di Vienna dai Deputati Alcide De Gasperi, con riferimento speciale ai trentini, e Valentino Pittoni, a tutela degli sfollati del Litorale, finché ci scappò il morto. Nei cosiddetti “fatti di Wagna” le truppe dislocate a presidio del campo (gestito in maniera tale da somigliare più ad una prigione che a un ricovero per profughi) repressero una manifestazione di protesta in maniera così energica da provocare una vittima.

Allorché l’esercito italiano fu costretto alla ritirata fino al Piave, il Litorale Adriatico recuperò sicurezza ed i profughi cominciarono a tornare, ma così lentamente che, negli scioperi che sconvolsero l’Impero a fine gennaio del 1918, operai e militari manifestanti a Pola chiedevano anche l’immediato rientro dei propri congiunti. Le amministrazioni locali non si adoperarono eccessivamente nell’aiutare il reinserimento dei profughi, appigliandosi al cavillo che Pola, Rovigno ed il contado non erano mai stati ufficialmente “evacuati”, essendosi l’autorità limitata a “consigliare” di andarsene. Chi era ancora ospite dei Barackenlager sperimentava le contrapposizioni di stampo nazionale che stavano squassando le fondamenta dell’Impero, poiché il comitato sorto tra i profughi del Litorale per relazionarsi con l’amministrazione dei campi perse la sua compattezza. Tale comitato era sempre stato presieduto da elementi di nazionalità italiana, in quanto rappresentanti della componente maggioritaria degli sfollati della Provincia e comunque non vennero mai discriminati gli altri gruppi etnici; tuttavia gli elementi slavi e tedeschi nei primi mesi del 1918 si crearono strutture di rappresentanza alternative allo scopo di evidenziare la propria specificità al cospetto dell’amministrazione asburgica.

Complice la convulsa fase finale dell’Impero, il rientro degli sfollati istriani ebbe termine appena nei primi mesi del 1919, sotto l’autorità militare italiana insediatasi nel frattempo nella Venezia Giulia.

Lorenzo Salimbeni

Olmi protesta per l’oltraggio di un rapper al Sacrario di Redipuglia

Il consigliere comunale di Tarquinia Silvano Olmi protesta pubblicamente per l’oltraggio al Sacrario di Redipuglia.

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Un rapper di Udine, tale Justin Owusu, ha girato parte di un videoclip di una sua canzone all’interno del Sacrario Militare di Redipuglia. Il filmato sembra sia stato rimosso da YouTube dopo poche ore, viste le numerose proteste che ha scatenato.

“Trovo questa cosa assolutamente censurabile – dichiara Silvano Olmi, referente del Comitato 10 Febbraio in provincia di Viterbo– forse questo signore non si è reso conto di trovarsi in un luogo sacro a tutti gli italiani.

A Redipuglia riposano centomila caduti italiani della Prima Guerra Mondiale, tra i quali un mio bisnonno. Aver girato il filmato proprio su quelle tombe é secondo me una cosa oltraggiosa.

Ho già interessato la dirigenza dell’Associazione Nazionale Sottufficiali d’Italia, alla quale mi onoro di essere iscritto, affinché il sodalizio prenda una ferma posizione sulla vicenda e chi ha sbagliato paghi.

La canzone del signor Owusu si intitola “Chi sbaglia impara” – conclude Olmi – ecco, da questo gravissimo errore prenda lo spunto per approfondire la conoscenza della nostra storia e della nostra cultura e soprattutto chieda scusa all’Italia.”

Il filmato è visibile sul sito facebook del giornale Udine Today:

https://www.facebook.com/udinetoday/videos/1143348872442089/?hc_ref=ARRuAD2fUob0KrguniRNwXwuxexR6NtGPkfxKZJ8aY1QBcUgeUTRKZMSyEy21uqYc9U&pnref=story 

 

Gli italiani irredenti e la Rivoluzione di Ottobre

Le vicende dei giuliani e dalmati dell’esercito austro-ungarico prigionieri dell’esercito zarista

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Nel centenario della Rivoluzione di Ottobre, c’è una pagina di storia che riguarda anche alcune centinaia di nostri connazionali, coinvolti nelle vicende dei “dieci giorni che fecero tremare il mondo”. Al momento dell’entrata in guerra dell’Austria-Ungheria il 28 luglio 1914, infatti, non tutti i nostri connazionali in età da chiamata alle armi ancora sudditi degli Asburgo scelsero di esfiltrare in Italia per evitare l’arruolamento ovvero per entrare come volontari nel Regio Esercito auspicando una Quarta guerra d’indipendenza. In particolare triestini, goriziani ed istriani andarono a costituire le fila del 97° imperial-regio Reggimento di fanteria Freiherr von Waldstätten, partito immediatamente per il fronte russo: impegnato sul fronte della Galizia, subì terrificanti perdite e moltissimi furono anche i prigionieri.

Ancor prima del 24 maggio 1915, l’Italia cominciò ad interessarsi della sorte di questi soldati di lingua e cultura italiana, ma solamente nell’estate 1916 partì finalmente una Missione militare che doveva vagliare il lealismo ovvero l’italianità di questi ospiti del campo di prigionia di Kirsanov. Nella spedizione, comandata dall’ufficiale dei Carabinieri Cosma Manera, vi erano anche sei elementi che provenivano proprio dalle terre irredente (gli istriani Vigini e Sbisà, il goriziano Venier ed i triestini Reiss-Romoli, Iellersitz-Illesi e Nordio) e contribuirono a vagliare il primo scaglione di 4.000 “italiani d’Austria” che, attraverso il porto di Arcangelo, a ridosso del Circolo polare artico, sarebbero partiti in autunno alla volta dell’Italia. Vennero quindi dislocati a Torino, ma si erano da poco consumate le tragiche vicende che avevano portato alla cattura in battaglia, al processo ed all’impiccagione degli irredentisti Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro, per cui non si ritenne opportuno inviare al fronte questi nuovi soldati.

Ben diversa fu la sorte della seconda aliquota di trentini (1900 circa) e giuliani (600) che poterono manifestare la propria appartenenza all’Italia alla nuova Missione militare ancora agli ordini di Manera, di cui facevano parte anche il trentino Bazzani ed il fiumano Baccich (futuro Legionario dannunziano), che iniziò ad operare nel bel mezzo della Rivoluzione bolscevica. La selezione di questi uomini, infatti, rispondeva al desiderio delle potenze dell’Intesa di sostenere le Armate bianche controrivoluzionarie, inviando missioni militari di supporto (il Giappone in primis) oppure svolgendo opera di persuasione nei confronti dei prigionieri austro-ungarici (si costituì anche una Legione cecoslovacca). Essendo bloccata dalle forze rivoluzionarie la via per i porti del mar Glaciale Artico, costoro dovettero affrontare il gelido inverno siberiano del 1917/’18 per arrivare infine alla concessione italiana di Tientsin, in Cina, ove furono inquadrati nei Battaglioni neri (dal colore delle mostrine). Fino al 1920, la Legione Redenta di Siberia trovò impiego, assieme a contingenti di Alpini giunti dall’Italia, nella protezione delle linee ferroviarie dell’Estremo oriente, su cui si davano battaglia i treni corazzati sovietici e quelli dell’Ammiraglio Kolčak: si distinse in particolare un gruppo di combattenti zaratini. Il successo finale dell’Armata Rossa anche in queste lande all’estrema frontiera dell’impero portò alla smobilitazione della coalizione anticomunista e finalmente gli ex sudditi asburgici poterono essere inviati in Italia, taluni sulla rotta navale che attraversava l’Oceano Indiano, Suez ed il Mediterraneo, altri attraversando gli Stati Uniti e l’Atlantico: quest’ultima opzione era la preferita dalle autorità sabaude, poiché il contatto durante il tragitto con le comunità italo-americane avrebbe consolidato un’italianità sulla cui effettiva sincerità permanevano perplessità.

Indubbiamente ci furono anche scelte di comodo, finalizzate a ridurre i tempi della prigionia ovvero ad anticipare il rientro a casa, ma ci furono anche casi opposti, di prigionieri tedeschi e austro-ungarici che scelsero di affiancare i rivoluzionari ed aderirono convintamente alla causa socialista: il plotone d’esecuzione dei Romanov a Ekaterinburg era costituito da ex soldati imperial-regi. Nella Brigata Internazionale che l’Armata Rossa costituì, con la persuasione e con la costrizione, fra i detenuti del campo di prigionia siberiana di Omsk, figurava anche il sottufficiale croato Josip Broz, destinato ad assumere nei successivi anni di militanza comunista, una volta rimpatriato nel neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, il nome di battaglia di Tito.

Lorenzo Salimbeni

 

La fine della Grande Guerra sul confine orientale

Per gli italiani delle terre redente significò la conclusione della Quarta guerra d’indipendenza

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Fonte: Archivio Storico Digitale “Patria Italia” 

 

Il 3 novembre si celebra il Patrono di Trieste, San Giusto, che tradizione vuole sia stato martirizzato per annegamento. La sua salma miracolosamente poi riaffiorò dalle acque antistanti Tergeste romana. In quella data del 1918 dalle acque del golfo di Trieste giunsero invece il cacciatorpediniere Audace assieme ad altre navi della Regia Marina da guerra, con a bordo reparti di Bersaglieri e di Carabinieri Reali che per primi presero il controllo della città, la quale finalmente, da irredenta, diventava redenta.

Erano le tumultuose fasi conclusive di quella che per tanti italiani, cittadini del Regno o ancora sudditi dell’Impero austro-ungarico, fu una vera e propria Quarta guerra d’indipendenza. A Vittorio Veneto il Regio Esercito aveva sfondato le linee asburgiche, mentre la munitissima base navale di Pola della Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine era stata violata dagli incursori Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, i quali minarono ed affondarono l’ammiraglia nemica, la corazzata Viribus Unitis. Questa poderosa nave da battaglia recava nel nome il motto che simboleggiava il composito impero degli Asburgo, ormai lacerato dalle questioni nazionali al punto che l’imperatore Carlo I aveva fatto dono della sua flotta da guerra all’autoproclamato Stato degli Sloveni, Croati e Serbi, non riconosciuto da nessun altro Stato, fondato il 29 ottobre ed assorbito il successivo primo dicembre nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che di fatto rappresentava una crescita enorme del vecchio Regno di Serbia.

Non è casuale la disposizione dei nomi dei popoli associati nella denominazione di queste due entità statuali: la prima nasceva nell’alveo del vecchio impero per iniziativa di sudditi sloveni e croati (con il concorso minore di serbi di Bosnia e delle Krajine) lealisti fino all’ultimo nei confronti di Vienna e pronti a ricostituire un legame magari su basi federali, in nome del vecchio austroslavismo dai caratteri marcatamente anti-italiani; la seconda, destinata a diventare Regno di Jugoslavia, rappresentava il coronamento del progetto della Grande Serbia avvolto da una patina che attingeva agli ideali dello jugoslavismo, ma di fatto manteneva in subordine le componenti non serbe.

Inatteso interlocutore al confine orientale, la monarchia dei Karađorđević abbandonò la tradizionale amicizia risorgimentale italo-serba sotto la pressione dei nazionalisti sloveni e croati, i quali rivendicavano l’annessione alla nuova compagine statuale di tutte quelle terre adriatiche su cui pur insistevano cospicue comunità italiane. La divulgazione da parte della Repubblica dei Soviet dei contenuti del Patto di Londra (già sottoscritto obtorto collo dalla diplomazia zarista, la quale aveva cercato di tutelare le rivendicazioni slave sulle coste adriatiche, anche al fine di garantirsi approdi sicuri) aveva creato le prime fratture fra l’Italia e la diaspora jugoslava in esilio, che godeva altresì di buone entrature in Francia ed Inghilterra.

Il Congresso delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria svoltosi ad aprile del 1918 al Campidoglio trovò italiani e slavi unanimi nell’auspicare lo smembramento del vecchio impero ma tutt’altro che concordi sui nuovi assetti confinari, sicché a guerra finita non mancarono i momenti di tensione fra le truppe italiane che nella Venezia Giulia, in Istria ed in Dalmazia cercavano di raggiungere la linea fissata dal Patto di Londra e reparti serbi o milizie slave. Ancor più clamoroso il caso di Fiume, in cui il Consiglio Nazionale italiano, in opposizione a quello croato, proclamò il 30 ottobre 1918 in nome del principio di autodeterminazione dei popoli l’annessione all’Italia, salvo poi dover attendere la spedizione di Gabriele d’Annunzio (1919), il Trattato di Rapallo (1920), il conseguente Natale di Sangue ed infine il Trattato di Roma del 1924 per vedere realizzata questa dichiarazione patriottica.

Nelle complesse trattative bilaterali italo-jugoslave che la Conferenza di Pace a Parigi non era riuscita a dirimere, da una parte si rivendicava quanto era stato generosamente promesso a Londra nel 1915, dall’altra bisognava tenere in considerazione le rivendicazioni dei nazionalisti sloveni (a Trieste l’Austria aveva agevolato in funzione anti-italiana talmente tanto l’afflusso di lavoratori sloveni con famiglie al seguito, che risiedevano quasi più sloveni lì che a Lubiana) e croati (in particolare nei confronti della Dalmazia e di Fiume appunto).

Da parte nostra, oltre alla necessità di incorporare nella monarchia sabauda le comunità italiane dell’Adriatico orientale (risultato che parzialmente si otteneva con la linea confinaria proposta dal Presidente statunitense Woodrow Wilson), si contrapponevano due istanze di carattere militare. Il Regio Esercito voleva assicurarsi il confine sulla displuviale delle Alpi Giulie per esigenze di carattere difensivo, rinunciando ad una Dalmazia ormai prevalentemente slava e possibile focolaio di ribellioni separatiste, che comunque erano possibili anche nell’entroterra goriziano, triestino ed istriano; la Regia Marina, che durante il conflitto non ottenne quella clamorosa vittoria navale capace di cancellare la disfatta di Lissa del 1866, ma solamente successi dovuti alla temeraria audacia di singoli MAS, siluranti e incursori, voleva invece trasformare l’Adriatico in un lago italiano, sul quale non si affacciassero altre potenze marittime. Quest’ultima opzione dovette soccombere e solamente Zara entrò a far parte del Regno d’Italia, mentre da Spalato, Sebenico, Traù ed altre località della costa dalmata avveniva un esodo di circa 20.000 italiani che non si fidavano delle promesse di tutela contenute nel Trattato di Rapallo e temevano le prevaricazioni degli ultranazionalisti croati.

Ma oltre che nell’ambito di queste dispute confinarie, Roma e Belgrado si trovarono in contrapposizione pure in Austria, poiché la neonata Repubblica dovette fronteggiare le rivendicazioni slovene nei confronti della Stiria meridionale (destinate a realizzarsi con la cessione di Marburg/Maribor) e della Carinzia, scongiurate tramite un plebiscito che avvenne sotto tutela di un corpo militare interalleato in cui l’Italia giocò un ruolo fondamentale a sostegno di Vienna.

Nel corso degli anni Venti e Trenta i rapporti italo-jugoslavi vissero di alti e bassi, con entrambe le parti nei momenti di crisi pronte a soffiare sul fuoco dei reciproci irredentismi per destabilizzare l’antagonista, sino a giungere al conflitto dell’aprile 1941: anche in questo ambito si vide come “la guerra che doveva por fine a tutte le guerre” si concluse con una pace destinata a porre fine alla pace.

Lorenzo Salimbeni