La fine della Grande Guerra sul confine orientale

Per gli italiani delle terre redente significò la conclusione della Quarta guerra d’indipendenza

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Ts3nov1918

Fonte: Archivio Storico Digitale “Patria Italia” 

 

Il 3 novembre si celebra il Patrono di Trieste, San Giusto, che tradizione vuole sia stato martirizzato per annegamento. La sua salma miracolosamente poi riaffiorò dalle acque antistanti Tergeste romana. In quella data del 1918 dalle acque del golfo di Trieste giunsero invece il cacciatorpediniere Audace assieme ad altre navi della Regia Marina da guerra, con a bordo reparti di Bersaglieri e di Carabinieri Reali che per primi presero il controllo della città, la quale finalmente, da irredenta, diventava redenta.

Erano le tumultuose fasi conclusive di quella che per tanti italiani, cittadini del Regno o ancora sudditi dell’Impero austro-ungarico, fu una vera e propria Quarta guerra d’indipendenza. A Vittorio Veneto il Regio Esercito aveva sfondato le linee asburgiche, mentre la munitissima base navale di Pola della Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine era stata violata dagli incursori Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, i quali minarono ed affondarono l’ammiraglia nemica, la corazzata Viribus Unitis. Questa poderosa nave da battaglia recava nel nome il motto che simboleggiava il composito impero degli Asburgo, ormai lacerato dalle questioni nazionali al punto che l’imperatore Carlo I aveva fatto dono della sua flotta da guerra all’autoproclamato Stato degli Sloveni, Croati e Serbi, non riconosciuto da nessun altro Stato, fondato il 29 ottobre ed assorbito il successivo primo dicembre nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che di fatto rappresentava una crescita enorme del vecchio Regno di Serbia.

Non è casuale la disposizione dei nomi dei popoli associati nella denominazione di queste due entità statuali: la prima nasceva nell’alveo del vecchio impero per iniziativa di sudditi sloveni e croati (con il concorso minore di serbi di Bosnia e delle Krajine) lealisti fino all’ultimo nei confronti di Vienna e pronti a ricostituire un legame magari su basi federali, in nome del vecchio austroslavismo dai caratteri marcatamente anti-italiani; la seconda, destinata a diventare Regno di Jugoslavia, rappresentava il coronamento del progetto della Grande Serbia avvolto da una patina che attingeva agli ideali dello jugoslavismo, ma di fatto manteneva in subordine le componenti non serbe.

Inatteso interlocutore al confine orientale, la monarchia dei Karađorđević abbandonò la tradizionale amicizia risorgimentale italo-serba sotto la pressione dei nazionalisti sloveni e croati, i quali rivendicavano l’annessione alla nuova compagine statuale di tutte quelle terre adriatiche su cui pur insistevano cospicue comunità italiane. La divulgazione da parte della Repubblica dei Soviet dei contenuti del Patto di Londra (già sottoscritto obtorto collo dalla diplomazia zarista, la quale aveva cercato di tutelare le rivendicazioni slave sulle coste adriatiche, anche al fine di garantirsi approdi sicuri) aveva creato le prime fratture fra l’Italia e la diaspora jugoslava in esilio, che godeva altresì di buone entrature in Francia ed Inghilterra.

Il Congresso delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria svoltosi ad aprile del 1918 al Campidoglio trovò italiani e slavi unanimi nell’auspicare lo smembramento del vecchio impero ma tutt’altro che concordi sui nuovi assetti confinari, sicché a guerra finita non mancarono i momenti di tensione fra le truppe italiane che nella Venezia Giulia, in Istria ed in Dalmazia cercavano di raggiungere la linea fissata dal Patto di Londra e reparti serbi o milizie slave. Ancor più clamoroso il caso di Fiume, in cui il Consiglio Nazionale italiano, in opposizione a quello croato, proclamò il 30 ottobre 1918 in nome del principio di autodeterminazione dei popoli l’annessione all’Italia, salvo poi dover attendere la spedizione di Gabriele d’Annunzio (1919), il Trattato di Rapallo (1920), il conseguente Natale di Sangue ed infine il Trattato di Roma del 1924 per vedere realizzata questa dichiarazione patriottica.

Nelle complesse trattative bilaterali italo-jugoslave che la Conferenza di Pace a Parigi non era riuscita a dirimere, da una parte si rivendicava quanto era stato generosamente promesso a Londra nel 1915, dall’altra bisognava tenere in considerazione le rivendicazioni dei nazionalisti sloveni (a Trieste l’Austria aveva agevolato in funzione anti-italiana talmente tanto l’afflusso di lavoratori sloveni con famiglie al seguito, che risiedevano quasi più sloveni lì che a Lubiana) e croati (in particolare nei confronti della Dalmazia e di Fiume appunto).

Da parte nostra, oltre alla necessità di incorporare nella monarchia sabauda le comunità italiane dell’Adriatico orientale (risultato che parzialmente si otteneva con la linea confinaria proposta dal Presidente statunitense Woodrow Wilson), si contrapponevano due istanze di carattere militare. Il Regio Esercito voleva assicurarsi il confine sulla displuviale delle Alpi Giulie per esigenze di carattere difensivo, rinunciando ad una Dalmazia ormai prevalentemente slava e possibile focolaio di ribellioni separatiste, che comunque erano possibili anche nell’entroterra goriziano, triestino ed istriano; la Regia Marina, che durante il conflitto non ottenne quella clamorosa vittoria navale capace di cancellare la disfatta di Lissa del 1866, ma solamente successi dovuti alla temeraria audacia di singoli MAS, siluranti e incursori, voleva invece trasformare l’Adriatico in un lago italiano, sul quale non si affacciassero altre potenze marittime. Quest’ultima opzione dovette soccombere e solamente Zara entrò a far parte del Regno d’Italia, mentre da Spalato, Sebenico, Traù ed altre località della costa dalmata avveniva un esodo di circa 20.000 italiani che non si fidavano delle promesse di tutela contenute nel Trattato di Rapallo e temevano le prevaricazioni degli ultranazionalisti croati.

Ma oltre che nell’ambito di queste dispute confinarie, Roma e Belgrado si trovarono in contrapposizione pure in Austria, poiché la neonata Repubblica dovette fronteggiare le rivendicazioni slovene nei confronti della Stiria meridionale (destinate a realizzarsi con la cessione di Marburg/Maribor) e della Carinzia, scongiurate tramite un plebiscito che avvenne sotto tutela di un corpo militare interalleato in cui l’Italia giocò un ruolo fondamentale a sostegno di Vienna.

Nel corso degli anni Venti e Trenta i rapporti italo-jugoslavi vissero di alti e bassi, con entrambe le parti nei momenti di crisi pronte a soffiare sul fuoco dei reciproci irredentismi per destabilizzare l’antagonista, sino a giungere al conflitto dell’aprile 1941: anche in questo ambito si vide come “la guerra che doveva por fine a tutte le guerre” si concluse con una pace destinata a porre fine alla pace.

Lorenzo Salimbeni

4 Novembre: celebrare la Vittoria al Verano

Il cimitero monumentale di Roma contiene tante vestigia della Prima guerra mondiale

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Merlino4nov

 

Il 4 novembre del 1918 l’Italia vinse la Prima Guerra Mondiale. Una guerra dura, terribile, in bilico tra vittoria e sconfitta ma che, nelle trincee, ci fece diventare finalmente una Nazione. Una guerra fatta da uomini e mezzi ma, come ogni volta che si parla di Italia, anche di poesia ed arte. Proprio per questo è giusto ricordare, commemorare, celebrare la nostra Vittoria.

A Roma ci sono molti luoghi che ricordano il conflitto ma il più significativo è proprio il Cimitero Monumentale del Verano: là sono sepolti migliaia di uomini, famosi o meno, che hanno donato la propria vita all’Italia.

Non solo.

Molte di queste tombe sono anche straordinarie opere d’arte. Monumenti. Splendidi ricordi di alti ideali e di amor di patria. Marmo, frasi incise, fotografie.

Dalla tomba di Enrico Toti, l’eroe su una gamba sola che prima di morire scagliò la sua stampella contro gli austriaci, alla “scogliera del monte” dove riposano stretti nella morte, così come in vita, decine di fratelli caduti sui mille fronti della nostra guerra.

E poi frasi di dolore e coraggio.

“Per dare alla Patria i confini che le divine leggi della natura e i versi divinatori di Dante le assegnarono”.

Migliaia di nomi. Migliaia di versi. Mille ideali diversi uniti dall’amor di Patria.

“Indietreggiò il nemico

Fino a Trieste, fino a Trento,

e la Vittoria sciolse le ali del vento!

Fu sacro il patto antico:

tra le schiere furon visti

risorgere Oberdan, Sauro, Battisti…”.

Raccontare queste storie, raccontare la paura che si fa coraggio, il dolore terribile dei feriti e dei familiari dei morti e anche e soprattutto l’Italia.

“Vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di Padre”.

Forse oggi sembra strano pensare che ci sia stato un tempo in cui essere volontari o morire guardando sventolare la propria bandiera fosse molto più che un dovere. Eppure camminando per il Verano tutto sembra davvero più semplice e giusto.

“È bello, è divino per l’uomo onorato

morir per la patria, morir da soldato

col ferro nel pugno, coll’ira nel cuor.

Tal morte pel forte non è già sventura:

sventura è la vita dovuta a paura,

dovuta all’eterno de’ figli rossor…”

Sabato 4 novembre alle ore 15:00 come Comitato 10 febbraio – perché la guerra fu per Trieste – e Radici nel Mondo visiteremo proprio il Cimitero Monumentale del Verano.

A guidare la visita sarà Emanuele Merlino, Vice Presidente Nazionale del Comitato 10 febbraio e autore di uno spettacolo sulla Grande Guerra patrocinato dal Consiglio dei Ministri.

“Un viaggio in un’Italia diversa che commuove ancor oggi. Perché la guerra che vi racconterò e vedremo sarà quella dei grandi personaggi – spiega – ma anche, e soprattutto, quella di persone semplici come noi che si sono scoperti eroi. Per amor d’Italia”.

Per info e prenotazioni: info@radicinelmondo.it

E la vittoria sciolse le ali al vento

Merlino4nov

STORIE DI UOMINI E SOLDATI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE: VISITA GUIDATA DRAMMATIZZATA AL CIMITERO MONUMENTALE DEL VERANO DI ROMA

Merlino4nov

Una passeggiata tra le strade del Cimitero Monumentale del Verano dove riposano gli uomini che hanno scritto la storia d’Italia.

Con i testi e le interpretazioni di Emanuele Merlino (autore teatrale) ascolteremo le loro voci, voci di reduci, di uomini, di combattenti della Prima Guerra Mondiale. Voci di speranza, morte, eroismo, paura e vittoria.

Non ascolteremo la storia di un conflitto che ha cambiato gli equilibri del mondo e i confini delle Nazioni, ma le tante storie dei semplici uomini che l’hanno fatta, morendo nelle trincee o gettandosi con il petto contro il nemico, come per andare più avanti ancora.

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Sabato 4 Novembre 2017 • Ore 15:00

+++PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA+++

Quota di partecipazione: 5 €

Per informazioni e prenotazioni:
https://goo.gl/2Esj5y

Alla Mostra di Venezia incontro su “Nazario Sauro e il cinema”

Tra i relatori anche Emanuele Merlino in rappresentanza del C10F

 

Nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia 2017 martedì 5 settembre alle ore 17.00 presso lo spazio Regione Veneto all’interno dell’Hotel Excelsior si svolgerà un incontro, promosso dal Cinit-Cineforum Italiano in collaborazione con Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, sul tema “Nazario Sauro e il cinema. Questa tavola rotonda è dedicata alla figura del patriota italiano nato a Capodistria (di cui l’anno scorso si è celebrato il centenario della morte), in occasione dei 70 anni dalla traslazione della salma da Pola al Tempio votivo del Lido di Venezia, con la proiezione di filmati d’epoca e con uno sguardo sull’attenzione che il grande schermo gli ha dedicato.

Nazario Sauro e il cinema

Intervengono all’incontro, coordinato e introdotto da Alessandro Cuk, Vicepresidente Cinit-Cineforum Italiano, Roberto Ciambetti, Presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Renzo Codarin, Presidente nazionale ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), Emanuele Merlino, Comitato 10 febbraio e Davide Rossi, Comitato permanente per la valorizzazione del patrimonio veneto in Istria e Dalmazia.

Un breve filmato dell’Archivio Luce documenta l’inaugurazione a Capodistria del monumento dedicato a Nazario Sauro nel 1935 e un altro della Settimana Incom mostra il trasporto della salma di Sauro da Pola a Venezia nel 1947. Ma esiste anche un breve documentario, sempre del 1947, dell’Istituto Luce intitolato “Nazario Sauro – Eroe del mare” che racconta in maniera più ampia il passaggio del patriota da dove era sepolto a Pola fino alla nuova collocazione al Lido di Venezia.

A Nazario Sauro poi è stato dedicato anche un film del 1952 “Fratelli d’Italia” che racconta la storia del patriota di Capodistria, eroe della marina militare italiana durante la Grande Guerra. Catturato dagli austriaci viene condannato a morte. Sauro viene messo di fronte alla madre, che finge di non riconoscerlo e quasi convince i giudici. Ma arriva il marito della sorella, sottufficiale degli austriaci e la sua testimonianza manda Sauro sulla forca.

L’opera è diretta da Fausto Saraceni, sceneggiata da Ennio De Concini (che sarà premio Oscar nel 1963 per “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi e l’inventore in televisione della serie “La Piovra” negli anni Ottanta). Protagonista del film è Ettore Manni (al suo secondo film) che poi lavorerà, nella sua lunga carriera, con registi come Luigi Comencini, Alberto Lattuada, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Luigi Zampa, Ettore Scola e Federico Fellini.

Nazario Sauro, irredentista per la libertà dei popoli

Sauro_Rimembranza

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Come ogni anno, a Trieste il 10 agosto è stata commemorata la morte del patriota istriano

 

Dal 1966 un’imponente statua raffigurante Nazario Sauro domina il lungomare di Trieste, proprio davanti alla Stazione Marittima, e da quell’anno il Comitato Onoranze a Nazario Sauro organizza appunto una serie di eventi in memoria dell’irredentista nato a Capodistria il 20 settembre 1880 e morto a Pola sul capestro asburgico il 10 agosto 1916 dopo essere stato fatto prigioniero durante l’ennesima incursione compiuta per la Marina italiana contro le coste dell’Impero austro-ungarico nel corso della Grande guerra.

 

Sauro_Alzabandiera

 

Le cerimonie del 10 agosto scorso si sono aperte con l’alzabandiera presso tale monumento, alla presenza degli Assessori comunali Angela Brandi e Michele Lobianco, nonché della Presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, la quale ha dichiarato che «è  importante celebrare la figura di Nazario Sauro, sia come uomo, per il coraggio con il quale ha sempre difeso gli ideali nei quali credeva indossando la divisa della Regia Marina del Regno d’Italia, sia come eroe del mare e figlio dell’Istria. Quella di Nazario Sauro è una figura attuale perché ci ricorda quanto costò Trieste italiana e quanto è importante oggi la tutela dei valori europei di pace e convivenza»

È stata poco dopo apposta una corona alla lapide che nel Parco della Rimembranza cittadino ricorda il Tenente di Vascello Sauro, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, mentre nel tardo pomeriggio una Messa culminata con la Preghiera del Marinaio ha preceduto un breve corteo che ha raggiunto l’area dedicata al patriota capodistriano e nel cui antistante spiazzo marino sono giunte le imbarcazioni delle associazioni veliche e canottieri Saturnia, Pullino e Circolo Nazario Sauro.

 

Sauro_Rimembranza

 

Il Sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, ha citato una lettera che Sauro aveva disposto di consegnare alla moglie in caso di morte in battaglia, esortandola ad insegnare «ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo». Un applauso ha sottolineato il passaggio del discorso in cui è stato ricordato Manuele Braico, Presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane recentemente venuto a mancare e che è stato un simbolo del patriottismo che anima l’associazionismo degli esuli giuliani, fiumani e dalmati « In Italia ci sono – ha inoltre affermato Dipiazza – centinaia di vie, di piazze, di scuole intitolate a questo nostro irredentista istriano, simbolo di un patriottismo che ci insegna che dobbiamo amare il nostro paese, esserne orgogliosi, difenderne i valori e la cultura, perché l’Italia è la nostra madre. Trieste oggi commemora un eroe per nulla dimenticato, uno dei figli migliori di queste nostre terre martoriate dalla storia e saluta Nazario Sauro»

È intervenuto anche il Sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, il quale ha ricordato che il capoluogo isontino è profondamente legato all’Istria che dette i natali a Sauro, poiché il 20% dei suoi abitanti sono esuli di prima, seconda o terza generazione: «Mi piace pensare – ha affermato Ziberna – che Sauro in questo momento ci vede e sorride, perché parliamo di Patria. È un concetto che vogliamo esprimere forte e chiaro alle nuove generazioni, a differenza di certe altre istituzioni che non vogliono parlarne in nome di un finto buonismo»

Le conclusioni sono state affidate a Renzo Codarin, figura di spicco dell’associazionismo della diaspora adriatica e Presidente del Comitato Onoranze: «Quest’anno è il settantesimo dell’esodo da Pola – ha ricordato Codarin – e in quell’occasione venne riesumata la salma di Nazario Sauro, che partì a bordo del “Toscana” assieme agli altri esuli istriani e fu portata a Venezia, dove riposa al Lido»

 

Sauro_Dipiazza

 

Profondo è quindi il legame dei 350.000 esuli e dei loro discendenti con questa figura di patriota: l’Istria da cui proveniva ha sempre costituito il retroterra naturale di Trieste, sicché celebrare il martire irredentista capodistriano nel capoluogo giuliano significa riallacciare quest’antico legame. Trieste è diventata poi la capitale morale degli esuli, perciò ricorda ancor oggi sommessamente una figura che ha rappresentato nella complessa vicenda del confine orientale l’anelito di italianità che nel corso dei secoli si era consolidato in Istria, Carnaro e Dalmazia.

101 anni fa la morte di Nazario Sauro sul capestro di Pola suggellò il sacrificio di tanti giovani irredentisti giuliani, trentini e dalmati, che contribuirono a cementare nelle asperità della Prima Guerra Mondiale la consapevolezza di essere italiani senza distinzioni, da un estremo all’altro dello Stivale.

Lorenzo Salimbeni