Pola, Fiume e Zara affondano

I tristi presagi della disfatta navale di Capo Matapan, che segnò un duro colpo per la flotta italiana

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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Nella politica di potenza che il fascismo cercò di esercitare rientrava anche il proposito di rendere nuovamente il Mediterraneo un mare nostrum, andando così a confliggere con la potenza navale francese (l’affaccio mediterraneo dell’Esagono, nonché il possesso di Marocco, Algeria e Tunisia e dei mandati in Libano e Siria) e soprattutto britannica (i punti strategici di Gibilterra, Malta e Cipro, la Palestina mandataria ed il controllo dell’Egitto con il canale di Suez). Rinforzare ed ampliare la flotta da guerra risultò pertanto una delle priorità del regime, il quale da un lato pose il veto alla realizzazione di portaerei, confidando nelle basi aeree dislocate in territorio metropolitano nel cuore del Mediterraneo, ma dall’altro utilizzò le denominazioni delle nuove navi per celebrare le annessioni della Prima guerra mondiale. Sul finire degli anni Venti i cantieri di Livorno, Trieste e Genova Sestri dettero alla luce gli incrociatori della classe Trento (Trento, Trieste e Bolzano), nei quali si era privilegiata la velocità rispetto alla corazzatura, mentre all’inizio degli anni Trenta la classe Zara segnò il perfezionamento nella categoria degli incrociatori pesanti, con il varo dei natanti Zara appunto, Fiume, Pola e Gorizia, caratterizzati da un perfetto bilanciamento tra apprestamenti difensivi e velocità di crociera.

Queste navi furono quasi tutte protagoniste il 29 marzo 1941 della battaglia di Capo Matapan, a sud-ovest della Grecia: la Prima divisione incrociatori (Zara, Pola e Fiume) sarebbe stata annientata, la Terza (Trento, Trieste e Bolzano) ne sarebbe uscita indenne, ma in seguito un bombardamento statunitense alla base navale de La Maddalena (10 aprile 1943) avrebbe sostanzialmente messo fuori combattimento i Regi incrociatori Trieste e Gorizia. La catastrofe di Capo Matapan segnò un duro colpo (anche due cacciatorpediniere colarono a picco e la corazzata Vittorio Veneto risultò danneggiata) per il grosso della flotta italiana, uscita in mare aperto nel tentativo di intercettare i convogli britannici che dall’Egitto rifornivano la penisola ellenica e a causa dei quali l’offensiva che secondo Mussolini avrebbe dovuto spezzare le reni alla Grecia si stava risolvendo in un nulla di fatto. La superiorità tecnologica (uso del radar e di ottimi strumenti di decrittazione dei messaggi in codice) e tattica (dimestichezza con il combattimento notturno, impiego di una portaerei) della flotta dell’Ammiraglio Cunningham portò ad una schiacciante vittoria pochi giorni dopo che alcuni barchini esplosivi della Xma flottiglia MAS erano riusciti ad affondare una nave da battaglia ed una petroliera nella base britannica di Suda, nell’isola di Creta. La sindrome di Lissa colpiva ancora la Regia marina da guerra e, come nella Grande guerra, le uniche vittorie giungevano grazie all’azione di naviglio leggero e di incursori.

L’incrociatore Pola fu il primo ad essere gravemente danneggiato da un bombardamento aereo, venendo paralizzato e privato della corrente elettrica a bordo: le navi sorelle Fiume e Zara vennero colte di sorpresa e distrutte dai grossi calibri britannici mentre stavano arrivando con l’intento di trainare verso lidi più sicuri l’imbarcazione silurata. In seguito al Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 proprio le province di Pola, Fiume e Zara, assieme a gran parte di quelle di Gorizia e di Trieste, furono cedute alla Jugoslavia.

E proprio pochi giorni prima di questa catastrofe navale ebbero luogo gli eventi che portarono all’invasione della Jugoslavia. Il regno dei Karađeorđević aveva inizialmente aderito al Patto Tripartito, del quale facevano parte oltre a Germania, Italia e Giappone anche Slovacchia, Romania, Bulgaria ed Ungheria, creando una situazione di accerchiamento per Belgrado che ne rendeva impossibile qualsiasi politica filobritannica. Manifestazioni di piazza fortemente antinaziste ed un colpo di stato militare, però, portarono alla deposizione del reggente al trono ed alla denuncia dell’alleanza militare, contestualmente all’avvio di serrate trattative per addivenire ad un’alleanza con Londra o con Mosca che preservasse l’integrità e l’indipendenza del regno slavo. La furibonda reazione di Hitler fu più veloce e domenica 6 aprile, giorno di Pasqua, la Luftwaffe bombardò a tappeto Belgrado, segnando l’inizio delle ostilità: in una decina di giorni le forze tedesche, italiane ed ungheresi ebbero la meglio e la Jugoslavia sconfitta fu spartita a tavolino tra i suoi vincitori. Il Regio esercito, partendo dalla Venezia Giulia, ma anche dall’Albania (in cui si temeva un attacco jugoslavo capace di giungere fino alle spalle dell’armata impegnata sul fronte greco) e perfino da Zara (enclave incastonata in territorio jugoslavo che rischiava di venire rapidamente travolta dalle forze nemiche) contribuì ad una vittoria dovuta tuttavia alla superiorità tecnologica germanica (impiego massiccio di divisioni corazzate – alcune delle quali erano già destinate a scatenare l’offensiva contro l’Unione Sovietica – e dell’arma aerea) ed alla debolezza strutturale dell’esercito nemico (interi reggimenti costituiti in prevalenza da croati si arresero senza combattere). Nel territorio occupato ovvero amministrato da regimi fascisti (Stato Indipendente Croato) o militari subordinati ai tedeschi (Serbia) si sarebbe ben presto consolidato quell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia che sotto la guida di Josip Broz Tito si avrebbe poi realizzato l’invasione delle terre del confine orientale italiano, creando i presupposti per la pulizia etnica delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Lorenzo Salimbeni 

Tutti contro tutti nella Jugoslavia del 1941-1943

La guerra partigiana di Tito si intersecò con le contrapposizioni ideologiche, nazionaliste e religiose

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Molto spesso i giustificazionisti delle stragi delle foibe compiute dai partigiani nazionalcomunisti “titini” si appellano ai crimini di guerra compiuti dalle truppe italiane in Jugoslavia fra l’aprile 1941 ed il settembre 1943, glissando sul carattere marcatamente anti-italiano assunto dal nazionalismo sloveno e croato, ben presente nel movimento partigiano di Tito e conseguenza della politica del divide et impera esercitata dalle autorità austro-ungariche nella fase conclusiva dell’Impero asburgico.

Il periodo bellico che costoro chiamano in causa è estremamente complicato e presenta un’intricata rete di alleanze, contrapposizioni e conflittualità latenti  di cui la storiografia italiana si è occupata diffusamente in tempi recenti, dopo le pionieristiche opere di Teodoro Sala e di Enzo Collotti, ed i titoli delle opere più significative e scientificamente accurate denotano la particolarità della vicenda trattata. Ha fatto da apripista «L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943)» (Carocci, Roma 2007) di Eric Gobetti, il quale ha poi ampliato lo spettro della sua analisi, che in questo volume riguardava precipuamente le truppe italiane di presidio in Bosnia-Erzegovina, con «Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943)» (Laterza, Roma-Bari 2013), riguardante tanto il difficile rapporto di alleanza con gli ultranazionalisti ustaša croati (incattiviti con l’Italia per la mancata annessione dell’intera Dalmazia allo Stato Indipendente Croato) quanto l’ambigua sinergia sviluppata in funzione anticomunista con le bande paramilitari dei cetnici serbi. Un quadro d’insieme dei tanti teatri operativi che videro le forze del Regio esercito impegnate nella penisola balcanica (Albania, Grecia, Montenegro, Kosovo, Slovenia, Bosnia-Erzegovina) emerge dal poderoso volume «Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945» (Mulino, Bologna 2011) di Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti, mentre è fresca di stampa la nuova edizione aggiornata e ampliata de «I Cetnici nella Seconda guerra mondiale. Dalla resistenza alla collaborazione con l’esercito italiano» (LEG, Gorizia 2017) di Stefano Fabei.

Da queste letture emerge una situazione oltremodo ingarbugliata, sicché nel Regno di Jugoslavia sconfitto e spartito a tavolino dalle potenze dell’Asse nell’aprile 1941 Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria procedettero ad annessioni ed all’istituzione di governatorati militari, Ante Pavelić poté realizzare l’indipendenza croata ed all’Albania sotto controllo italiano dal 1939 fu assegnato il Kosovo. I cetnici, nazionalisti e monarchici, di “Draža” Mihailović furono i primi a scatenare la guerriglia, ma ridimensionarono le loro iniziative onde evitare le rappresaglie nei confronti dei civili; i partigiani comunisti di Tito, invece, si attivarono solamente dopo l’attacco della Germania all’Unione Sovietica ed inizialmente collaborarono con i cetnici, che però si distaccarono una volta appurati i progetti titoisti di creare a guerra finita una Jugoslavia non più monarchica bensì comunista; l’esercito e le milizie di Zagabria scatenarono violenze, deportazioni e stermini nei confronti di serbi, ebrei e zingari per giungere alla pulizia etnica della Grande Croazia, causando non solo la reazione armata dei cetnici, ma anche l’interposizione delle truppe italiane inorridite di fronte alle violenze gratuite frutto di ultranazionalismo e cattolicesimo esasperato; le comunità islamiche sparpagliate tra Bosnia, Erzegovina e Montenegro dovettero subire le incursioni di bande cetniche ferocemente antimusulmane e videro nell’ideologia comunista di Tito una protezione dalle prevaricazioni dei serbo-ortodossi.

Alla guerra di resistenza nei confronti degli occupanti stranieri e dei loro collaborazionisti indigeni, insomma, si sovrappose una guerra civile in cui si incrociavano vecchie contrapposizioni religiose e nuovi contrasti ideologici inerenti i futuri assetti statuali. Di fronte alle attività partigiane i comandi italiani, come tutte le potenze in conflitto, applicarono le leggi di guerra allora vigenti, esortando i sottoposti a ricorrere alla rappresaglia nei termini più duri (coerentemente con la famigerata circolare 3c emessa dal generale Roatta), anche se il generale Robotti ebbe a lamentarsi che «si ammazza troppo poco». Deportazioni nei campi di internamento, fucilazioni di ostaggi e incendi di villaggi conniventi con la guerriglia rappresentarono forme di rappresaglia che esasperarono i rapporti tra civili e italiani (cosa cui Tito mirava insistendo con imboscate ed attentati), ma d’altro canto l’opera di protezione fornita dal Regio esercito a serbi ed ebrei perseguitati dai croati dette origine a “un debito di gratitudine”, come titola il libro di Menachem Shelah (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 2009), la cui famiglia fu salvata dal furore ustaša proprio dai reparti italiani.

Lorenzo Salimbeni 

 

La Guerra Fredda al Confine orientale

Christian Jennings delinea quella che fu la prospettiva britannica nei confronti dei regimi comunisti

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Ufficiali dell’esercito indiano e neozelandese, agenti dei servizi segreti britannici e statunitensi, gerarchi nazionalsocialisti e comandanti partigiani jugoslavi intrecciano le loro vicende attorno a Trieste, città contesa fra angloamericani e “titini” nelle pagine di “Flashpoint Trieste. La prima battaglia della Guerra Fredda” (Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2017) dello storico e giornalista Christian Jennings.

La spinta delle armate alleate che hanno risalito lo stivale dall’estate ’43 in poi è dovuta non tanto al desiderio di favorire la cobelligerante Italia nella salvaguardia di quello che era il suo confine con la Jugoslavia, bensì alla necessità di assicurarsi il porto ed i suoi collegamenti con l’Austria, al fine di garantire i rifornimenti per le truppe che saranno impegnate nella “denazificazione” dello Stato mitteleuropeo. I piani dei comandanti devono però fare i conti con la declinante combattività dei subordinati, i quali nelle ultime giornate di aprile 1945 hanno visto capitolare le truppe tedesche e della Repubblica Sociale Italiana, ritengono conclusa la loro guerra e sperano solamente di tornare a casa (molti di loro hanno alle spalle anche la campagna dell’Africa settentrionale).

Ben più motivato appare l’altro concorrente in quella che fu “la corsa per Trieste”, vale a dire l’esercito di Tito. Intonando il grido di battaglia “Trst je naš” (“Trieste è nostra”), le formazioni partigiane nazionalcomuniste puntano lo scalo adriatico e vi giungono il primo maggio 1945 con alcune ore di anticipo rispetto alle avanguardie angloamericane. Cominciano così i Quaranta giorni di terrore e di massacri a Trieste, che vengono macabramente descritti, così come in precedenza sono state correttamente poste in evidenza tanto le stragi della prima ondata di uccisioni di massa nelle foibe (successiva all’8 settembre) quanto le crudeltà commesse nel campo di internamento della Risiera di San Sabba dai comandanti tedeschi della Zona di Operazioni Litorale Adriatico con il loro seguito di collaborazionisti ucraini, già protagonisti della Soluzione finale sul fronte orientale.

La definizione della linea Morgan il 9 giugno 1945 porrà Trieste, Gorizia e l’enclave di Pola sotto Governo Militare Angloamericano nella cosiddetta Zona A, mentre la B (resto dell’entroterra triestino, goriziano ed istriano) ricadde sotto la giurisdizione militare jugoslava: in quest’ultimo ambito la persecuzione nei confronti degli italiani sarebbe proseguita ad opera della polizia segreta OZNA. Durante la Conferenza di pace, inoltre, sarebbe avvenuto secondo Jennings uno degli episodi che avrebbero portato allo strappo fra Stalin e Tito, poiché il Cremlino, temendo di dover cedere qualcosa con riferimento alle proprie istanze come contropartita, non perorò fino in fondo la richiesta jugoslava di annettere Trieste alla nascente Repubblica Federale.

Molto spazio nell’opera lo occupa quindi Tito, dipinto come un personaggio scaltro, deciso e cinico, capace di accreditarsi agli occhi delle potenze alleate come legittimo successore sul campo del governo in esilio (i partigiani nazionalisti cetnici avevano abbandonato la lotta di resistenza per collaborare con gli occupanti in chiave anticomunista) e ricevendo quindi il tesoro pubblico che era stato portato in salvo dopo la sconfitta dell’aprile 1941. Jozip Broz costruì un’armata partigiana che libererà quasi da sola il territorio nazionale e si spingerà anche al di là dei vecchi confini, mirando ad annettere le porzioni di Austria ed Italia nelle quali insistevano minoranze slave, massacrando in quel frangente le migliaia di collaborazionisti in fuga con le famiglie al seguito e respinti dalle truppe britanniche di presidio in Carinzia.

La tensione attorno al capoluogo giuliano crea del resto i presupposti già nella primavera 1945 per la rottura del fronte antifascista e lo sbocco verso la Guerra fredda; Winston Churchill, prima di venire sconfitto alle urne, rispolvera il suo carattere anticomunista, arrivando a pensare l’impensabile (Operazione Unthinkable appunto): armare 100.000 prigionieri tedeschi con i quali scatenare un nuovo conflitto contro Mosca, ma gli Stati Uniti frenano poiché attendono lo spiegamento dell’Armata Rossa in Estremo Oriente, per attaccare via terra il Giappone che ancora combatte.

Oltre ad esporre le vicende che a livello politico, militare e diplomatico condussero alla Guerra fredda, Jennings descrive episodi che avrebbero potuto degenerare, dando il via in maniera accidentale al nuovo conflitto: un soldato neozelandese ucciso da fuoco partigiano durante le trattative di resa del presidio tedesco di Opicina ovvero la guardia confinaria jugoslava decapitata alcune settimane dopo da un Ghurka che era stato offeso.

Lorenzo Salimbeni

Il martirio di Zara in un romanzo

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

La vicenda di una famiglia dalmata nel contesto dei bombardamenti angloamericani e delle stragi partigiane

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Zara, 2 novembre 1943: i bombardieri Alleati sorvolano la città e la luce del tramonto è oscurata da più di cinque tonnellate di bombe che si schiantano al suolo con un rombo tremendo, accompagnate da grida di dolore e di morte. Con questa tetra immagine si apre “La Zaratina. La tragedia dell’esodo dalmata” di Silvio Testa (Marsilio, Venezia 2017).

Rovinoso e coinvolgente, il romanzo ripercorre senza sconti ciò che fu l’esodo dalmata, una delle pagine più cupe e dimenticate della storia italiana. Dopo una breve introduzione in cui si ricordano le decisioni politiche seguenti l’armistizio dell’8 settembre, ci si immerge immediatamente nel clima plumbeo proprio di quegli anni, caratterizzato da una profondo malessere nei confronti delle istituzioni politiche italiane e, allora come oggi, da un mancato senso di appartenenza al medesimo popolo; l’idea di essere parte di una Nazione latita, nonostante i dolori e il sangue che furono necessari per costruire il Regno. E stringe in una morsa terribile Zara e tutti gli altri territori ex irredenti occupati dai Tedeschi ma popolati da famiglie che, per quanto italiane, vengono ripudiate e tacciate di fascismo dai propri stessi compatrioti.

Mentre le SS e la Wehrmacht impediscono l’insediamento di un prefetto degli ustaša di Ante Pavelic, i fascisti irredentisti croati, favorendo la continuazione di un’amministrazione completamente italiana, gli Alleati proseguono nell’opera di distruzione del capoluogo costiero, alternando bombardamenti a spezzonamenti sino ad affondare il traghetto Corridoni – storico simbolo della città – e a radere al suolo la quasi totalità delle abitazioni e dei magazzini adibiti a riserve di viveri. Abbandonata dai Tedeschi in rotta, Zara è ormai arrivata al punto di non ritorno, dimenticata tanto dagli Alleati, impegnati nella riconquista della penisola, quanto dalla Repubblica Sociale Italiana, impegnata a risolvere i conflitti sul fronte meridionale e a contrastare i primi episodi di Resistenza partigiana.

Inizia così la triste diaspora italiana, narrata attraverso gli occhi di una famiglia originaria della Dalmazia che, abbattuta dalla scure della guerra, tenta disperatamente di sfuggire ai bombardamenti e vede scemare sempre più i propri guadagni a causa dell’interruzione degli scambi commerciali con la madrepatria; deve inoltre far fronte al dilagare del Titoismo, i cui partigiani, marciando su Zara nell’autunno del 1944, perpetrano nei confronti della popolazione italiana superstite uno dei più violenti genocidi che la Storia ricordi. Violenze di ogni genere, sfregio dei cadaveri e fucilazioni in piazza; il terrore delle bombe viene presto sostituito dalla paura verso i partigiani titini, capaci di sopprimere intere famiglie per la sola colpa di essere italiane, per poi gettarne i cadaveri all’interno delle foibe oppure direttamente in mare, come accade sulla costa di Ugliano. Presto viene istituito il Tribunale del Popolo per giudicare criminali di guerra e collaborazionisti con condanne ai lavori forzati, alla confisca dei beni e ad esecuzioni sommarie.

Chiunque poteva essere un confidente o un delatore; si aveva paura di parlare. Colti da un profondo sconforto, gli italiani delle terre adriatiche pregano, accettando la fine ormai imminente, oppure si disperdono, come i membri della famiglia le cui vicende intessono la trama del libro, per poi perdersi e non incontrarsi più, italiani senza patria, senza orgoglio e senza onore. Con un velo di dolore si chiude la triste vicenda dell’esodo dalmata, dimenticata da molti e raccontata da pochi, riportata sapientemente alla luce da Silvio Testa con quella fine grandezza di stile che solo i sommi romanzieri possono infondere.

 

Federica Cresto

Gruppo Lettori Premio Acqui Storia