Le tragiche giornate di maggio

Il 1° maggio 1945 Tito vince la “corsa per Trieste”: deportazioni, infoibati e stragi in tutta la Venezia Giulia

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Bandiere tricolori, canti patriottici, reduci della guerra, partigiani che hanno fatto la Resistenza e ragazzi sfilano per le strade di Trieste il 5 maggio 1945: raffiche di mitra, morti, fucilate, feriti, urla pronunciate in una lingua straniera e la folla che fugge pongono fine a questa rivendicazione di italianità, di libertà e di democrazia. Sembrava una manifestazione come tante altre di quelle che si succedevano in quei giorni in Italia, ma l’esito è tragico e unico nel suo genere perché l’evento ha luogo nel capoluogo della Venezia Giulia, una provincia di frontiera nella quale la Seconda guerra mondiale non è finita il 25 aprile, ma anzi prosegue con una nuova occupazione straniera, una nuova lotta clandestina e nuove vittime.

L’atipicità della situazione triestina emerge già nell’insurrezione del Comitato di Liberazione Nazionale, che qui avviene appena il 30 aprile, poiché la città era ancora saldamente in mano tedesca nell’ambito della Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di governatorato militare germanico che dopo l’8 settembre ’43 si è esteso su Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, Pola e Fiume annichilendo le autorità della nascente Repubblica Sociale Italiana ed avviando oltre un anno e mezzo di accanita lotta antipartigiana in cui alla dialettica fascismo/antifascismo si sovrapponeva un conflitto per la futura appartenenza territoriale di queste terre di confine. Le autorità naziste, rispolverando il mito di Trieste sbocco al mare della Mitteleuropa (già rappresentata dall’Impero austro-ungarico che dette origine alle fortune portuali ed economiche triestine e adesso incarnata dal Reich millenario di Adolf Hitler), hanno raccolto consenso tra nostalgici asburgici, frange di sloveni ed altri collaborazionisti italofobi e nell’antiguerriglia applicano le tattiche più violente e cruente affinate nei combattimenti contro i partigiani sovietici sul fronte orientale ed enunciate nel manualetto “Bandenkampf”. Il Partito comunista sloveno è egemone tra le forze della resistenza e pone inesorabilmente il destino di queste province all’interno della rinascente Jugoslavia, socialista e federale sotto l’egida di Josip Broz “Tito”. La RSI dispone di poche truppe sul campo: ha potuto solamente allestire alcuni reparti della Milizia Difesa Territoriale (le autorità tedesche hanno vietato la costituzione di reparti della Guardia Nazionale Repubblicana) mentre in Istria e nel Carnaro vi sono nuclei della Divisione Decima, avanguardia di un progetto più articolato di difesa della frontiera orientale che non si è concretizzato. Il CLN è diviso al suo interno poiché i comunisti appoggiano le rivendicazioni slave, comunica poco e male con i vertici di Milano e già debole in partenza subisce particolarmente la repressione nazista tramite delazioni, deportazioni e arresti presso il campo di detenzione della Risiera di San Sabba, in cui avvengono spietati interrogatori, opera un forno crematorio e partono i treni per i campi di concentramento.

A fine aprile si svolge, inoltre, la “corsa per Trieste”: da una parte le armate anglo-americane vogliono conquistare Trieste per sfruttare il porto e di suoi collegamenti con l’Europa centrale come base logistica per la fase finale del conflitto e per i rifornimenti alle truppe che occuperanno Austria e Germania meridionale; dall’altra Tito ha dato ordine di trascurare la liberazione di località come Lubiana e Zagabria, la cui appartenenza alla futura Jugoslavia è fuori discussione, per concentrarsi sull’occupazione di Trieste, Gorizia, dell’Istria e di Fiume, in modo da costituire con la presenza militare nel corso delle imminenti trattative di pace una caparra sull’annessione internazionalmente riconosciuta.

Con il supporto dei militi della Legione triestina della Guardia di Finanza e dei Volontari della Libertà infiltrati nel corpo di polizia della Guardia Civica istituita dal Podestà Pagnini, il CLN triestino riesce il 30 aprile a scatenare nel centro di Trieste l’insurrezione antitedesca, mentre nelle periferie operano i partigiani sloveni e comunisti, di modo che alla fine della giornata le truppe tedesche sono asserragliate in alcuni punti fortificati in attesa di arrendersi ad un esercito regolare. Alle prime luci dell’alba dell’indomani giungono a Trieste le avanguardie dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, anticipando le colonne motorizzate neozelandesi che aprono la strada alle armate alleate e di fatto la città piomba nuovamente nel conflitto.

Le autorità cielleniste vengono esautorate e si ricostituisce un CLN clandestino, si dichiara l’annessione di Trieste alla Jugoslavia (tanto che gli orologi vengono portati sul fuso orario di Belgrado) ed entra in azione l’OZNA, la polizia politica jugoslava, la quale, grazie a liste di proscrizione compilate da comunisti italiani e sloveni locali scatena un’ondata di arresti, processi ed esecuzioni contro i fascisti, considerando però “fascista” chiunque si oppone al progetto annessionistico titoista. In questa maniera non solo persone implicate con il decaduto regime e militari che si sono arresi, ma anche partigiani di ispirazione patriottica, intellettuali ed imprenditori spariscono nel nulla. Chi infoibato, chi deportato verso i campi di concentramento allestiti in Jugoslavia, morendo di stenti durante le marce forzate di avvicinamento ovvero a causa delle terrificanti condizioni detentive. Pure Gorizia, Fiume e Pola vivono quest’incubo, che per l’entroterra istriano rappresenta la replica della prima tragica ondata di uccisioni nelle foibe avvenuta all’indomani dell’8 settembre. La presenza delle truppe angloamericane in città è ininfluente, come dimostrano i morti ed i feriti della manifestazione patriottica del 5 maggio (una lapide oggi li ricorda sul luogo dell’eccidio, all’incrocio tra il centralissimo corso Italia e via Imbriani), poiché non si vuole giungere allo scontro con gli alleati jugoslavi o perché, ragionano cinicamente i vertici britannici soprattutto, queste stragi in futuro potranno tornare utili nell’ambito di una propaganda anticomunista.

Alla luce di queste violenze e crudeltà, che avranno parzialmente fine il successivo 12 giugno, allorché gli occupanti jugoslavi dovranno lasciare Gorizia, Trieste e Pola all’amministrazione militare angloamericana, è chiaro perché per gli esuli istriani, fiumani e dalmati e per tanti giuliani la data del 25 aprile non rappresenta la fine della Seconda guerra mondiale, ma soltanto l’inizio di un calvario caratterizzato da migliaia di morti e da decine di migliaia di esuli.

Lorenzo Salimbeni 

I partigiani comunisti triestini eliminati dai titini

La “delazione slava” portò all’eliminazione dei dirigenti del PCI contrari all’espansionismo jugoslavo

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
Frausin_GiganteCon il consolidarsi del regime di Benito Mussolini in Italia, la Francia diventò il luogo in cui gli antifascisti che volevano scampare alla repressione meglio riuscirono a concentrarsi ed organizzarsi. L’invasione tedesca nella primavera del 1940, l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno, la capitolazione francese e l’impostazione filotedesca delle Repubblica di Vichy  resero quel territorio inospitale per questi transfughi, che si sparpagliarono verso lidi più sicuri, nella neutrale Svizzera ovvero in Jugoslavia, scelta che presero in particolare militanti e dirigenti del Partito comunista d’Italia. Costoro entrarono quindi in contatto con il Partito comunista jugoslavo, costretto alla clandestinità dalla “dittatura monarchica” allora vigente, ma in perfetto collegamento con il Comintern di Mosca, la centrale nevralgica di coordinamento tra i partiti comunisti nel mondo. Come illustra il compianto William Klinger nel suo volume “Il terrore del popolo. Storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito” (Trieste, 2012), i dirigenti comunisti sloveni e croati, facendo da tramite nelle comunicazioni tra gli esfiltrati italiani e l’Unione Sovietica, cominciarono a manipolare i messaggi provenienti dall’URSS, al fine di convincere i “compagni” della necessità di assimilarsi al movimento clandestino jugoslavo e soprattutto di accettarne le rivendicazioni territoriali nei confronti della Venezia Giulia, di Fiume e di Zara. Nell’aprile 1941 anche il Regno dei Karađeorđević fu invaso, sconfitto e spartito a tavolino da Germania e Italia sostenute dagli alleati balcanici e nel territorio occupato cominciò a svilupparsi con crescenti successi l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia egemonizzato dai comunisti di Josip Broz “Tito”. La capacità di resistere ai vari cicli operativi antipartigiani, l’accaparramento di armi e munizioni per effetto dello sbandamento militare delle truppe italiane di occupazione dopo l’8 settembre e la liberazione di Belgrado con il supporto dell’Armata Rossa nell’autunno 1944 contribuirono a consolidare questa vera e propria armata e ad incrementare il suo fascino ideologico agli occhi dei comunisti italiani.

Le precarie forze del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste organizzatesi successivamente all’8 settembre ’43 si trovarono ben presto a confrontarsi con i più agguerriti ed efficienti partigiani del Partito comunista sloveno, ben radicati nelle periferie cittadine e nell’altipiano carsico, nonché in collegamento operativo dal 1941 con il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno, sorto nella Slovenia occupata e che nel suo programma rivendicava a guerra finita le annessioni della Venezia Giulia abitata da connazionali (il Litorale sloveno) nonché ampie porzioni della Carinzia, il Land austriaco in cui risiedeva una cospicua comunità slovena. L’ostentazione dell’ideologia comunista non bastava per fare accettare questi propositi nazionalisti ai ciellenisti ed in particolare la classe dirigente comunista triestina cercò di mediare ovvero di rimandare  guerra finita una ridiscussione dei confini che fosse rispettosa di tutte le comunità nazionali presenti sul territorio. Nel corso del  1944 il segretario comunista triestino Luigi Frausin ed il suo successore Antonio Gigante (originario di Brindisi e giunto nel capoluogo giuliano dopo essere fuggito dal campo di prigionia di Anghiari nelle tumultuose giornate successive alla dichiarazione dell’Armistizio) furono catturati dalle forze di repressione dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, torturati dalla Gestapo e quindi eliminati nel campo di detenzione della Risiera di San Sabba.  Non esiste la “pistola fumante” e la prova scritta sarà difficilmente rintracciabile, ma testimonianze e analisi della situazione, come ha ricostruito Paolo Geri in un articolo sulla testata triestina online La Bora, portarono nel dopoguerra dirigenti del Pci locale a denunciare che dietro a tali arresti ci fosse stata una “delazione slava” (come risulta anche nella motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare alla Memoria conferita a “Franz” Frausin). Se la prima dichiarazione in tal senso di Vittorio Vidali durante un’intervista  rilasciata a “l’Unità” nel 1950 poteva essere condizionata dal clima di violenta contrapposizione nel Territorio Libero di Trieste tra comunisti cominformisti legati al PCI ed al comunismo staliniano e comunisti titoisti che erano clamorosamente usciti dal Cominform nel 1948, ben più ponderata fu l’affermazione del Senatore Paolo Sema, autorevole comunista istriano esule da Pirano, dichiarata durante un seminario presso la Scuola di partito di Cascina nel 1981 e poi pubblicata nel volume degli atti della giornata di studio per i tipi di Editori Riuniti, la casa editrice di riferimento del PCI.

Una volta privato dei suoi vertici, il Partito comunista triestino finì per sfilarsi dal CLN per venire fagocitato nelle strutture clandestine di matrice jugoslava,anteponendo così la fedeltà ideologica all’appartenenza nazionale, laddove i partigiani sloveni dimostrarono di essere prima di tutto interessati alle proprie rivendicazioni territoriali ed in seconda battuta seguaci dell’internazionalismo proletario.

Lorenzo Salimbeni

Tito contro la resistenza patriottica giuliana

Il Capitano dei Carabinieri di Pola Casini organizzò un nucleo partigiano italiano in Istria

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
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Si comincia finalmente a parlare dell’eccidio delle Malghe di Porzûs, in cui il 7 febbraio 1945 i vertici della brigata partigiana patriottica Osoppo vennero eliminati dai gappisti del Partito comunista di Udine, i quali avevano anteposto all’appartenenza nazionale la lealtà ideologica all’esercito partigiano di Josip Broz Tito, che rivendicava per la rinascente Jugoslavia socialista ampie porzioni del Friuli Venezia Giulia. Tuttavia altri episodi caratterizzano la repressione da parte dell’Esercito di liberazione nazionale della Jugoslavia di forme di resistenza italiana antifascista, ma al contempo sostenitrice dell’italianità della maggior parte delle terre del confine orientale  ovvero anticomunista. Avvicinandoci alla ricorrenza del 25 aprile, intendiamo presentare alcuni di questi episodi, con l’auspicio di dare visibilità a pagine dimenticate o poco note della storia della lotta partigiana in queste province contese tra Italia e Jugoslavia.

La prima vicenda che vogliamo raccontare inizia all’indomani della dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Nella piazzaforte navale di Pola i Fanti di Marina del San Marco ivi di presidio congiuntamente ai Carabinieri al comando del Capitano Filippo Casini, poco più che trentenne genovese, sciolsero a fucilate, cagionando anche 3 morti ed alcuni feriti, il corteo di 300 persone (provenienti soprattutto dal contado a forte componente croata) organizzato dai dirigenti del Pci clandestino per richiedere la scarcerazione degli antifascisti e la consegna di armi con cui respingere i tedeschi che volevano prendere il controllo della fascia costiera nel timore di uno sbarco angloamericano. Nelle settimane seguenti l’entroterra istriano fu teatro della prima ondata di stragi nelle foibe da parte dei partigiani “titini” (quasi un migliaio le vittime), mentre le truppe germaniche consolidarono il controllo dei grossi centri urbani e della costa, inglobando le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Pola e Fiume nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di Governatorato militare in cui i poteri della Repubblica Sociale Italiana risultavano effimeri.

L’anno seguente il Capitano Casini, comandante interinale la Compagnia di Pola, forse su suggerimento di emissari del Regno del Sud, organizzò la defezione dei reparti da lui dipendenti (parte del presidio di Pola, la tenenza di Sanvincenti e le stazioni di Pedena, Gimino, Canfanaro e Lemme), raccogliendo così un centinaio d’uomini che si eclissarono dopo un combattimento simulato con i partigiani nella zona di Sanvincenti. Il Capitano, seguito nella sua avventura pure dalla moglie, intendeva allestire una banda partigiana che avrebbe dovuto diventare il fulcro della resistenza italiana in Istria, contro le ingerenze tedesche e jugoslave, affinché in sede di trattative di pace si potesse dimostrare l’esistenza di un genuino movimento partigiano italiano in Istria per contrastare i propositi annessionistici della nuova Jugoslavia. Prima di imbarcarsi in quest’impresa, Casini aveva spiegato in via confidenziale il suo progetto ad alcuni esponenti italiani, fra i quali il Vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano di Pola, Giuseppe Zacchi, che a guerra finita lo avrebbe raccontato sotto testimonianza giurata. La Banda Casini avrebbe colpito solamente i tedeschi ed i collaborazionisti slavi e non avrebbe ostacolato le azioni della Milizia di Difesa Territoriale (il corrispettivo nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale della Repubblica Sociale Italiana) contro i partigiani titini. Tale proposito è suffragato da una missiva datata 6 luglio 1944, nella quale Casini si riprometteva di “lottare apertamente contro le autentiche bande, quelle che costituiscono veramente il terrore delle popolazioni”.

In uno dei primi contatti presso Grisignana con le formazioni partigiane croate, comuniste di nome ma nazionaliste di fatto, già attive e ben radicate nell’entroterra, un ufficiale della banda venne riconosciuto come partecipante ad un precedente rastrellamento e pertanto ammazzato sul posto. Casini stesso fu arrestato a motivo delle sue responsabilità nella repressione del moto di piazza scoppiato a Pola all’indomani dell’8 settembre: condannato a morte, venne gettato nell’ottobre ’44 assieme alla moglie Luciana e ad altri suoi commilitoni in una foiba nella zona del Monte Maggiore, mentre i superstiti vennero trasferiti a forza in Croazia e non se ne saprà più nulla.

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria concessa a Casini recita: «Comandante di Compagnia territoriale e poi di Gruppo in territorio nazionale conteso e preteso dal nemico, difese con coraggio pari alla fede nei destini della nazione i sacrosanti diritti della Patria. Nella imminenza di decisiva azione bellica, seguito dal reparto che aveva saputo preparare all’audace impresa, passò in campo aperto contro il nemico invasore. Arrestato e processato per la sua ferma e coraggiosa affermazione dei diritti della Patria su quella regione, affrontò in compagnia della sua giovane moglie, l’estremo sacrificio, con la dignità propria degli spiriti grandi che sugellano col sangue la fedeltà ad un’idea, la dedizione alla Patria».

Lorenzo Salimbeni

Tutti contro tutti nella Jugoslavia del 1941-1943

La guerra partigiana di Tito si intersecò con le contrapposizioni ideologiche, nazionaliste e religiose

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Molto spesso i giustificazionisti delle stragi delle foibe compiute dai partigiani nazionalcomunisti “titini” si appellano ai crimini di guerra compiuti dalle truppe italiane in Jugoslavia fra l’aprile 1941 ed il settembre 1943, glissando sul carattere marcatamente anti-italiano assunto dal nazionalismo sloveno e croato, ben presente nel movimento partigiano di Tito e conseguenza della politica del divide et impera esercitata dalle autorità austro-ungariche nella fase conclusiva dell’Impero asburgico.

Il periodo bellico che costoro chiamano in causa è estremamente complicato e presenta un’intricata rete di alleanze, contrapposizioni e conflittualità latenti  di cui la storiografia italiana si è occupata diffusamente in tempi recenti, dopo le pionieristiche opere di Teodoro Sala e di Enzo Collotti, ed i titoli delle opere più significative e scientificamente accurate denotano la particolarità della vicenda trattata. Ha fatto da apripista «L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943)» (Carocci, Roma 2007) di Eric Gobetti, il quale ha poi ampliato lo spettro della sua analisi, che in questo volume riguardava precipuamente le truppe italiane di presidio in Bosnia-Erzegovina, con «Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943)» (Laterza, Roma-Bari 2013), riguardante tanto il difficile rapporto di alleanza con gli ultranazionalisti ustaša croati (incattiviti con l’Italia per la mancata annessione dell’intera Dalmazia allo Stato Indipendente Croato) quanto l’ambigua sinergia sviluppata in funzione anticomunista con le bande paramilitari dei cetnici serbi. Un quadro d’insieme dei tanti teatri operativi che videro le forze del Regio esercito impegnate nella penisola balcanica (Albania, Grecia, Montenegro, Kosovo, Slovenia, Bosnia-Erzegovina) emerge dal poderoso volume «Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945» (Mulino, Bologna 2011) di Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti, mentre è fresca di stampa la nuova edizione aggiornata e ampliata de «I Cetnici nella Seconda guerra mondiale. Dalla resistenza alla collaborazione con l’esercito italiano» (LEG, Gorizia 2017) di Stefano Fabei.

Da queste letture emerge una situazione oltremodo ingarbugliata, sicché nel Regno di Jugoslavia sconfitto e spartito a tavolino dalle potenze dell’Asse nell’aprile 1941 Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria procedettero ad annessioni ed all’istituzione di governatorati militari, Ante Pavelić poté realizzare l’indipendenza croata ed all’Albania sotto controllo italiano dal 1939 fu assegnato il Kosovo. I cetnici, nazionalisti e monarchici, di “Draža” Mihailović furono i primi a scatenare la guerriglia, ma ridimensionarono le loro iniziative onde evitare le rappresaglie nei confronti dei civili; i partigiani comunisti di Tito, invece, si attivarono solamente dopo l’attacco della Germania all’Unione Sovietica ed inizialmente collaborarono con i cetnici, che però si distaccarono una volta appurati i progetti titoisti di creare a guerra finita una Jugoslavia non più monarchica bensì comunista; l’esercito e le milizie di Zagabria scatenarono violenze, deportazioni e stermini nei confronti di serbi, ebrei e zingari per giungere alla pulizia etnica della Grande Croazia, causando non solo la reazione armata dei cetnici, ma anche l’interposizione delle truppe italiane inorridite di fronte alle violenze gratuite frutto di ultranazionalismo e cattolicesimo esasperato; le comunità islamiche sparpagliate tra Bosnia, Erzegovina e Montenegro dovettero subire le incursioni di bande cetniche ferocemente antimusulmane e videro nell’ideologia comunista di Tito una protezione dalle prevaricazioni dei serbo-ortodossi.

Alla guerra di resistenza nei confronti degli occupanti stranieri e dei loro collaborazionisti indigeni, insomma, si sovrappose una guerra civile in cui si incrociavano vecchie contrapposizioni religiose e nuovi contrasti ideologici inerenti i futuri assetti statuali. Di fronte alle attività partigiane i comandi italiani, come tutte le potenze in conflitto, applicarono le leggi di guerra allora vigenti, esortando i sottoposti a ricorrere alla rappresaglia nei termini più duri (coerentemente con la famigerata circolare 3c emessa dal generale Roatta), anche se il generale Robotti ebbe a lamentarsi che «si ammazza troppo poco». Deportazioni nei campi di internamento, fucilazioni di ostaggi e incendi di villaggi conniventi con la guerriglia rappresentarono forme di rappresaglia che esasperarono i rapporti tra civili e italiani (cosa cui Tito mirava insistendo con imboscate ed attentati), ma d’altro canto l’opera di protezione fornita dal Regio esercito a serbi ed ebrei perseguitati dai croati dette origine a “un debito di gratitudine”, come titola il libro di Menachem Shelah (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 2009), la cui famiglia fu salvata dal furore ustaša proprio dai reparti italiani.

Lorenzo Salimbeni 

 

La morte della Patria al confine orientale

La caotica situazione dell’8 settembre ebbe conseguenze catastrofiche in Istria e Dalmazia

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

8 settembre 1943, la morte della Patria nella celeberrima definizione di Ernesto Galli della Loggia: il Re con i vertici dello Stato in fuga dopo che il capo del governo aveva comunicato via radio a civili, autorità e militari che l’armistizio era stato firmato. Dopodiché, il caos: divisioni che si sciolgono come neve al sole salvo rare eccezioni, la presa di controllo del territorio italiano da parte tedesca per frenare l’avanzata anglo-americana, il coagularsi nella Repubblica Sociale Italiana di forze legate a Mussolini liberato dalla prigionia sul Gran Sasso e desiderose di proseguire il conflitto a fianco dell’alleato germanico, i partigiani e la guerra civile. Da quel giorno l’Italia non sarebbe più stata la stessa.

In quella caotica situazione ci fu chi seppe approfittarne astutamente: l’esercito partigiano di Tito non solo si impadronì di armi, munizioni, vettovagliamento e artiglierie abbandonate dalle divisioni italiane di presidio nelle zone di occupazione della ex Jugoslavia, ma riuscì addirittura a impadronirsi di porzioni del territorio metropolitano, nell’entroterra triestino, nell’Istria interna e a Spalato. Ebbe così luogo la prima ondata di stragi nelle foibe, di fucilazioni arbitrarie di prigionieri (almeno un centinaio nella città di Diocleziano), deportazioni e distruzioni dei simboli della presenza statuale italiana.  I partigiani sloveni e croati giunsero a dichiarare unilateralmente l’annessione dell’Istria alle future repubbliche federate nella Jugoslavia titoista, laddove reparti italiani che chiesero di combattere a fianco della resistenza jugoslava contro i tedeschi ed i loro collaborazionisti ricevettero un trattamento pessimo e furono sacrificati in numerose operazioni ad alto rischio (Divisione Garibaldi in Montenegro).

A Spalato giunsero ben presto i tedeschi a consegnare formalmente la città allo Stato Indipendente Croato, il quale vedeva così finalmente realizzato l’obiettivo di annettere la Dalmazia, in cui solamente a Zara, grazie all’opera del Prefetto Vincenzo Serrentino, riuscì a consolidarsi l’autorità della RSI. La città sarebbe poi stata devastata da pesanti bombardamenti angloamericani, richiesti da Tito che aveva convinto surrettiziamente i suoi alleati occidentali che il capoluogo dalmata costituiva un’importante base strategica.

La provincia che più di tutte pagò un tributo di sangue causa questo collasso militare, politico ed istituzionale fu l’Istria, con un migliaio circa di persone assassinate dai partigiani. Norma Cossetto risultò la vittima innocente che più di tutti sarebbe rimasta nell’immaginario collettivo, ma assieme a lei ed ai suoi famigliari (piccoli possidenti terrieri additati a nemici del popolo dai partigiani titini) furono sequestrati, torturati, sommariamente processati e scaraventati spesso ancora vivi negli abissi carsici noti come foibe funzionari comunali, insegnanti e funzionari pubblici che per il ruolo che svolgevano rappresentavano lo Stato italiano sul territorio.

 

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Una prima interpretazione storiografica interpretò questa mattanza come una jacquerie, per affinità con le sollevazioni contadine spontanee che avvenivano nella Francia medioevale, laddove una più attenta e recente analisi ha dimostrato che si trattò di un’insurrezione ben pianificata dal punto di vista operativo e che dal punto di vista ideologico possedeva solide fondamenta. Il comunismo che Tito ostentava rappresentava una paravento dietro al quale si riproponeva il progetto espansionista sloveno e croato sorto nella fase terminale dell’Impero austro-ungarico, allorché la possibile svolta trialista avrebbe riconosciuto nella compagine asburgica una terza corona slava che avrebbe amministrato anche le terre con presenza italiana maggioritaria o comunque significativa (Venezia Giulia e Dalmazia). Quell’approccio ideologico (austroslavismo) sosteneva che la marea slava dominante nelle campagne e nell’entroterra avrebbe travolto i centri urbani che costituivano le roccaforti dell’italianità e dall’Isonzo alle Bocche di Cattaro si sarebbe costituita un’entità slava alternativa al regno serbo dei Karageorgević.

A ottobre l’intervento delle truppe tedesche della Zona di Operazioni Litorale Adriatico avrebbe posto fine al dominio partigiano nell’entroterra istriano, ma a guerra finita nuovi massacri, violenze, eccidi e deportazioni avrebbero caratterizzato il ritorno in auge dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia cagionando migliaia di morti e di scomparsi nel nulla.

Il 30 agosto scorso è stata celebrata la Giornata mondiale dei desaparecidos e, anche se tale termine si ricollega alle vittime della dittature sudamericane foraggiate dagli Stati Uniti in funzione anticomunista, il Comitato 10 Febbraio auspica che pure l’Italia in questa giornata vorrà ricordare i suoi “desaparecidos” del confine orientale: goriziani, triestini, istriani, fiumani e dalmati scomparsi nel nulla, uccisi senza sapere ancor oggi dove siano stati sepolti o infoibati o annegati dai loro carnefici.

 

Lorenzo Salimbeni