Tre colpi di pistola durante l’esodo da Pola

 

Maria Pasquinelli uccise a pistolettate il 10 febbraio 1947 il generale britannico De Winton

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

 

Pasq1

Il 10 febbraio 1947 non fu firmato solamente il Trattato di pace che imponeva all’Italia pesantissime cessioni territoriali alla Jugoslavia di Tito: si consumò, infatti, a Pola, nel mezzo dell’esodo che stava svuotando la città, una pagina di rabbia e di disperazione che forse era il segnale d’inizio per una ribellione contro le decisioni del diktat parigino che, però, non ebbe luogo.

L’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 aveva posto fine ai quaranta giorni di stragi “titine” nella Venezia Giulia, fissando la Linea Morgan di demarcazione fra una Zona A sotto amministrazione militare angloamericana ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava, dalle quali l’Italia risultava ancora estromessa. Nella prima zona rientravano Gorizia, Trieste e Pola, poiché era stata delineata in maniera funzionale all’esigenza delle truppe alleate di assicurarsi il porto di Trieste e le vie di comunicazione verso l’Austria e la Germania meridionale, al fine di garantire i rifornimenti alle truppe lì di presidio. Originariamente l’accordo prevedeva che tutta la fascia costiera istriana rientrasse sotto il controllo delle truppe occidentali, ma le resistenze dei partigiani jugoslavi ad abbandonare tali località fecero sì che solamente Pola, antica piazzaforte austro-ungarica e base navale della imperial-regia flotta da guerra, venisse occupata da un presidio britannico.

Cercarono di raggiungere la città dell’arena decine di istriani che nell’entroterra stavano sperimentando il consolidamento del regime titoista, il quale violava i principi di un’amministrazione militare (garantire l’ordine pubblico in base alle leggi precedentemente vigenti) portando avanti un sempre più smaccato percorso annessionistico caratterizzato dall’annientamento del ricostituito Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria e dall’eliminazione di singoli oppositori del nuovo ordine, con particolare riferimento ai sacerdoti (ricordiamo ad esempio Don Bonifacio, infoibato e recentemente beatificato in quanto martire in odium fidei). La milizia jugoslava frenò tali tentativi, laddove agevolò l’afflusso a Pola di torpedoni di croati provenienti dall’entroterra nelle giornate del marzo 1946 in cui la Commissione alleata visitava il capoluogo istriano per valutarne la composizione etnica nell’ambito delle trattative per definire il nuovo confine. Ciononostante, a Pola, abitata quasi totalmente da italian, l’appartenenza alla Zona A continuava ad essere considerata un auspicio per il ritorno dell’Italia al termine della conferenza di pace. Solamente in estate le notizie che giungevano da Parigi e soprattutto la carneficina di Vergarolla, causata il 18 agosto dall’OZNA , la polizia segreta di Tito, fecero capire che la sorte della città era l’annessione alla Jugoslavia.

Facendo fede a quanto precedentemente dichiarato, quasi 30.000 polesani su 32.000 abitanti cominciarono ad organizzare l’esodo e nell’ufficio preposto al coordinamento delle operazioni prestava la sua opera la maestra Maria Pasquinelli. Testimone dopo l’8 settembre delle stragi titine compiute a Spalato, ove era in servizio dall’anno precedente, fu poi autrice di un’avventurosa raccolta di testimonianze in Istria riguardo gli infoibamenti di quel medesimo periodo. La Pasquinelli era stata in contatto con i reparti della Divisione Decima dislocati al confine orientale per creare, in sinergia con i servizi segreti e la X MAS del Regno del Sud e formazioni partigiane patriottiche, un fronte unico fra gli italiani con cui opporsi all’invasione jugoslava una volta che le truppe tedesche si fossero ritirate, ma tale progetto non si concretizzò.

Quel 10 febbraio, mentre si firmava il trattato di pace, la guarnigione inglese di Pola veniva passata in rassegna dal suo comandante Robert de Winton allorché echeggiarono tre colpi di pistola: Maria Pasquinelli aveva ucciso il General brigadiere di Sua Maestà. Fatta immediatamente prigioniera, le fu trovato in tasca un biglietto in cui motivava questo suo gesto ricollegandosi all’irredentismo di Oberdan e volendo vendicare la disperazione e la delusione degli istriani, ceduti dagli alleati al loro carnefice Tito. Condannata dapprima a morte dal tribunale militare angloamericano di Trieste, la sua pena fu poi commutata all’ergastolo, che successivamente le fu concesso di scontare in un carcere italiano. Mai pentitasi del suo gesto, non chiese la grazia, che le fu comunque concessa nel 1964 dal Presidente supplente della Repubblica Cesare Merzagora durante una missione all’estero del capo dello Stato Antonio Segni.

Lorenzo Salimbeni

 

Il 15 settembre 1947 e la perdita dell’Istria

L’entrata in vigore del Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 

esodo

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, è una data che ha assunto una certa notorietà presso l’opinione pubblica italiana anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo proprio il 10 febbraio, laddove meno celebrata è la ricorrenza del 15 settembre 1947: si tratta della giornata in cui quel vero e proprio diktat imposto all’Italia dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale entrò in vigore. Al momento della firma non si sapeva ancora quando avrebbe preso effettiva efficacia, dovendo essere ancora ratificato da tutti i contraenti ed in questi sette mesi si consumarono altre tragiche pagine di storia del confine orientale italiano.

Ricordato che tale trattato internazionale aveva ricadute anche sugli italiani di Briga e Tenda (cedute alla Francia) nonché su quelli trapiantati nelle colonie e nel Dodecaneso (restituiti rispettivamente all’indipendenza – pur con l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1950-‘60 – ed alla Grecia), nei mesi in cui si perfezionò avvenne soprattutto l’esodo biblico da Pola, sotto Governo Militare Alleato. Proprio il fatto di non sapere quando esattamente sarebbe entrato in vigore il Trattato fece infatti sì che le operazioni di abbandono del capoluogo istriano si svolgessero in maniera particolarmente accelerata, con la motonave Toscana che ininterrottamente trasportava la quasi totalità dei 32.000 polesani ad Ancona e a Venezia. Umili masserizie e la bara contenente le spoglie di Nazario Sauro, famiglie con donne, vecchi e bambini di tutte le estrazioni sociali e politiche affollavano la banchina del porto istriano per imbarcarsi e manifestare con i fatti la voglia di appartenenza all’Italia che non poterono esprimere con un plebiscito, da più parti invocato, ma mai concesso, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli che ostentavano le potenze vincitrici del recente conflitto. All’arrivo nella penisola li attendevano treni di carri bestiame che li avrebbero condotti ai miseri Centri Raccolta Profughi ovvero all’oltraggiosa sosta alla stazione di Bologna, ove i ferrovieri sindacalizzati dalla Cgil impedirono che le associazioni umanitarie fornissero un pasto caldo ai polesani del convoglio destinato alla caserma Ugo Botti di La Spezia.

Nel resto dell’Istria, del Carnaro e della Dalmazia destinati ad entrare nella Jugoslavia l’esodo del 90% della comunità italiana ivi residente da secoli non poté svolgersi altrettanto celermente, poiché le autorità jugoslave ponevano ostacoli all’esercizio delle opzioni previste dal Trattato, in spregio alle cui clausole gli optanti per la cittadinanza italiana si vedevano inoltre privati delle proprietà.

Ma nel frattempo avvenne anche il dibattito in Assemblea costituente, in cui le province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, direttamente interessate dallo stravolgimento confinario, non avevano potuto eleggere i propri rappresentanti il 2 giugno 1946 (e tanto meno esprimersi nel Referendum istituzionale). Caddero nel vuoto le proteste dei padri costituenti giuliani eletti nel listone nazionale con i resti (Fausto Pecorari e Leo Valiani) così come le accuse di “cupidigia di servilismo” e di mancanza di spirito patriottico espresse da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce all’indirizzo dei diplomatici italiani che accettarono il diktat.

Solamente a fine agosto i vincitori del conflitto resero noto che il 15 settembre il trattato sarebbe entrato in vigore a tutti gli effetti. Quel giorno il comandante della guarnigione britannica di presidio a Pola, ormai deserta, cedeva le chiavi della città al collega jugoslavo, Gorizia poteva celebrare il ritorno entro i confini italiani e muoveva i primi passi il progetto del Territorio Libero di Trieste, diviso in zona A (il capoluogo giuliano sotto Governo Militare Angloamericano) e B (i distretti di Capodistria e di Buie sotto Amministrazione militare jugoslava), ma che mai si costituì ufficialmente causa la mancata indicazione del Governatore all’unanimità fra le potenze vincitrici del conflitto, ormai già attraversate dalla dialettica della Guerra fredda.

Lorenzo Salimbeni

La scuola italiana dimentica esodo e foibe

17506302_10154733237553692_946172644_n

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il volume della professoressa Maria Ballarin sul Trattato di pace del 1947 segnala le carenze più evidenti e spiega come si è giunti a questo oblio

Nel settantesimo anniversario del Trattato di pace imposto all’Italia il 10 febbraio 1947 e nel quarantennale della piena entrata in vigore del Trattato di Osimo, che segnò la sanzione definitiva del confine italo-jugoslavo, è importante vedere quale sia l’attenzione che i manuali scolastici ed i programmi ministeriali dedicano a queste ed altre vicende della complessa storia del confine orientale italiano. Il Comitato 10 Febbraio, in sinergia con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, giovedì 23 marzo ha pertanto presentato il volume “Il Trattato di pace 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia” (Leone Editore, Milano 2014) di Maria Ballarin, insegnante e attiva nell’associazionismo degli esuli giuliano-dalmati.

Introducendo l’appuntamento, il presidente nazionale del C10F Michele Pigliucci ha segnalato come anche quest’anno molti collaboratori del Comitato siano intervenuti a momenti di approfondimento promossi da scuole e comuni in tutta Italia, svolgendo un’opera preziosa anche per la definizione dell’identità italiana. Già in passato tali incontri hanno regalato suggestivi spunti di riflessione provenienti dagli studenti: alcuni anni fa ad Aprilia un ragazzino delle Medie aveva ad esempio elaborato un disegno in cui campeggiava la scritta “Anche se fa male, bisogna ricordare”.

Il professor Giuseppe Parlato, autore della prefazione del libro e presidente della Fondazione Spirito, ha evidenziato come le storiografie marxista, cattolica e liberale del dopoguerra si sono soffermate su quanto di cattivo compiuto dall’Italia fascista e omesso completamente ciò che gli italiani hanno subito di cattivo. D’altro canto Palmiro Togliatti era stato lungimirante nel ’47, allorché esortò i giovani “compagni” aventi la passione per studiare a fare gli insegnanti di storia e filosofia: la conseguente egemonia culturale avrebbe consentito di annichilire le ricerche indirizzate a svelare le crudeltà commesse da Tito anche da parte chi si rifaceva alla tradizione risorgimentale (e pertanto teoricamente sensibile nei confronti dei problemi patriottici) nell’ambito dei liberali, dei repubblicani e degli azionisti. I cattolici, invece, idealmente più affini ai devoti austriaci, sloveni e croati che ai patrioti italiani antipapalini e con influenze massoniche, si sono fatti da parte. A fronte di questi silenzi, la pubblicistica degli esuli si è generosamente cimentata con pubblicazioni e memorialistica, ma, salvo pregevoli eccezioni, senza applicare le corrette metodologie storiografiche e restando fuori dai circuiti editoriali più importanti.

Le responsabilità del Pci nel silenzio calato su queste pagine di storia patria sono state ampiamente segnalate nel testo in oggetto, come evidenziato da Lorenzo Salimbeni, segretario del Comitato scientifico del C10F. Quest’ultimo ha inoltre spiegato come la vulgata resistenziale abbia convinto gli italiani di aver vinto la guerra, sicché quel confine orientale, per il quale centinaia di migliaia di giovani si sacrificarono nella Grande guerra, era destinato a sparire dall’attenzione dell’opinione pubblica, affinché non si cogliessero le prove della sconfitta: cessioni territoriali, 20.000 vittime della ferocia titina fra i connazionali abbandonati dallo Stato italiano (tanto dopo l’8 settembre, quanto dopo il 25 aprile, presentati invece come passaggi fondativi della nuova Italia) e 350.000 istriani, fiumani e dalmati costretti a lasciare le terre in cui vivevano radicati da secoli.

“Il mio libro – ha quindi affermato Maria Ballarin – nasce per i colleghi delle Superiori, ai quali nulla è stato spiegato su questi argomenti. I reduci della resistenza che entravano nell’istruzione pubblica, infatti, hanno voluto storicizzare alacremente la loro esperienza partigiana, occultando invece le tragedie delle foibe e dell’esodo”. Dopo decenni in cui la contemporaneità è entrata nella programmazione scolastica dedicandosi alla decolonizzazione ed alle organizzazioni internazionali, annichilendo la storia patria, Ernesto Galli Della Loggia ha ben potuto parlare di “morte della Patria”, ampliando un intervento tenuto ad un convegno sulla dissoluzione della Jugoslavia. L’autrice ha, infine, lanciato un appello affinché le risorse che già collaborano con l’associazionismo degli esuli trovino un coordinamento tale da produrre un testo misto (come da direttive ministeriali: parte su cartaceo, parte online) ovvero un manuale oppure fascicoli di approfondimento grazie ai quali colmare le lacune di tanti docenti.

 

CopertinaMaria

 

Il Trattato di pace del 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici

Locandina_Trattato_Web

Giovedì 23 marzo alle ore 17.30 presso i locali del Comitato 10 Febbraio – Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, in piazza delle Muse 25 a Roma sarà presentato il volume di Maria Ballarin, Il Trattato di pace 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia, con prefazione di Giuseppe Parlato (Leone Editore, Milano 2014).
Nel 1915 l’Italia entrò in guerra per annettersi il Trentino Alto Adige, una parte del Friuli e la Venezia Giulia. All’indomani del secondo conflitto quest’ultima regione venne quasi del tutto annessa alla Repubblica Federale di Jugoslavia in un modo così violento e traumatico da determinarne il pressoché totale spopolamento; i confini nazionali vennero sanciti solo nel 1975. Ma è soltanto dalla dissoluzione del confinante stato socialista nel 1995 che queste importanti vicende sono uscite dall’oblio cui sono state colpevolmente condannate per mezzo secolo da una congiura del silenzio attuata da tutte le istituzioni del nostro Paese. Questo studio cerca di ricostruire le responsabilità del mondo culturale e scolastico italiano che hanno concorso a rimuovere dalla coscienza collettiva nazionale una tanto significativa pagina della sua storia. 


Introduce Michele Pigliucci (Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio), interverranno, oltre all’Autrice, il Prof. Giuseppe Parlato (autore della prefazione e Presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice) e Lorenzo Salimbeni (Segretario del Comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio).

Locandina_Trattato_Web

Giorno del Ricordo 2017, quello che veramente ami non ti sarà strappato

A settant’anni dal Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 

c10f2017

Anni di dolore, omissioni, vergogna.

Ma nessuno ha mai davvero dimenticato.

Nessuno ha mai smesso di amare la propria casa.

L’amore per se stessi e per quello che si è non può essere strappato.

Lo dimostrano tutte le volte che abbiamo visto i simboli delle terre perdute, ogni volta che un esule – di prima, seconda o terza generazione – ha raccontato in una scuola, in una biblioteca, in un bar la propria storia e il profumo della propria terra, ogni volta che una strada o una piazza hanno cambiato nome per omaggiare i martiri di questa tragica storia e ogni volta che un italiano ha detto “Questa storia va raccontata” e poi alla domanda “Quindi sei di là? Hai origini istriane?” ha risposto “No. Sono Italiano”.

E tanto è bastato.

Oggi, a settant’anni dal Trattato di Pace di Parigi, il Comitato 10 Febbraio si affianca alle Associazioni degli Esuli per raccontare la storia di quello che oggi è il Confine Orientale.

Una storia di negazione.

Una storia d’amore.

I versi di Pound raccontano non soltanto l’appartenenza di un sentimento che nessuno può più negare o occultare, ma qualcosa di ben più grande, donato a tutti noi: “Quello che veramente ami non ti sarà strappato. Quello che veramente ami è la tua eredità”. La nostra.