Le tragiche giornate di maggio

Il 1° maggio 1945 Tito vince la “corsa per Trieste”: deportazioni, infoibati e stragi in tutta la Venezia Giulia

 Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Bandiere tricolori, canti patriottici, reduci della guerra, partigiani che hanno fatto la Resistenza e ragazzi sfilano per le strade di Trieste il 5 maggio 1945: raffiche di mitra, morti, fucilate, feriti, urla pronunciate in una lingua straniera e la folla che fugge pongono fine a questa rivendicazione di italianità, di libertà e di democrazia. Sembrava una manifestazione come tante altre di quelle che si succedevano in quei giorni in Italia, ma l’esito è tragico e unico nel suo genere perché l’evento ha luogo nel capoluogo della Venezia Giulia, una provincia di frontiera nella quale la Seconda guerra mondiale non è finita il 25 aprile, ma anzi prosegue con una nuova occupazione straniera, una nuova lotta clandestina e nuove vittime.

L’atipicità della situazione triestina emerge già nell’insurrezione del Comitato di Liberazione Nazionale, che qui avviene appena il 30 aprile, poiché la città era ancora saldamente in mano tedesca nell’ambito della Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di governatorato militare germanico che dopo l’8 settembre ’43 si è esteso su Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, Pola e Fiume annichilendo le autorità della nascente Repubblica Sociale Italiana ed avviando oltre un anno e mezzo di accanita lotta antipartigiana in cui alla dialettica fascismo/antifascismo si sovrapponeva un conflitto per la futura appartenenza territoriale di queste terre di confine. Le autorità naziste, rispolverando il mito di Trieste sbocco al mare della Mitteleuropa (già rappresentata dall’Impero austro-ungarico che dette origine alle fortune portuali ed economiche triestine e adesso incarnata dal Reich millenario di Adolf Hitler), hanno raccolto consenso tra nostalgici asburgici, frange di sloveni ed altri collaborazionisti italofobi e nell’antiguerriglia applicano le tattiche più violente e cruente affinate nei combattimenti contro i partigiani sovietici sul fronte orientale ed enunciate nel manualetto “Bandenkampf”. Il Partito comunista sloveno è egemone tra le forze della resistenza e pone inesorabilmente il destino di queste province all’interno della rinascente Jugoslavia, socialista e federale sotto l’egida di Josip Broz “Tito”. La RSI dispone di poche truppe sul campo: ha potuto solamente allestire alcuni reparti della Milizia Difesa Territoriale (le autorità tedesche hanno vietato la costituzione di reparti della Guardia Nazionale Repubblicana) mentre in Istria e nel Carnaro vi sono nuclei della Divisione Decima, avanguardia di un progetto più articolato di difesa della frontiera orientale che non si è concretizzato. Il CLN è diviso al suo interno poiché i comunisti appoggiano le rivendicazioni slave, comunica poco e male con i vertici di Milano e già debole in partenza subisce particolarmente la repressione nazista tramite delazioni, deportazioni e arresti presso il campo di detenzione della Risiera di San Sabba, in cui avvengono spietati interrogatori, opera un forno crematorio e partono i treni per i campi di concentramento.

A fine aprile si svolge, inoltre, la “corsa per Trieste”: da una parte le armate anglo-americane vogliono conquistare Trieste per sfruttare il porto e di suoi collegamenti con l’Europa centrale come base logistica per la fase finale del conflitto e per i rifornimenti alle truppe che occuperanno Austria e Germania meridionale; dall’altra Tito ha dato ordine di trascurare la liberazione di località come Lubiana e Zagabria, la cui appartenenza alla futura Jugoslavia è fuori discussione, per concentrarsi sull’occupazione di Trieste, Gorizia, dell’Istria e di Fiume, in modo da costituire con la presenza militare nel corso delle imminenti trattative di pace una caparra sull’annessione internazionalmente riconosciuta.

Con il supporto dei militi della Legione triestina della Guardia di Finanza e dei Volontari della Libertà infiltrati nel corpo di polizia della Guardia Civica istituita dal Podestà Pagnini, il CLN triestino riesce il 30 aprile a scatenare nel centro di Trieste l’insurrezione antitedesca, mentre nelle periferie operano i partigiani sloveni e comunisti, di modo che alla fine della giornata le truppe tedesche sono asserragliate in alcuni punti fortificati in attesa di arrendersi ad un esercito regolare. Alle prime luci dell’alba dell’indomani giungono a Trieste le avanguardie dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, anticipando le colonne motorizzate neozelandesi che aprono la strada alle armate alleate e di fatto la città piomba nuovamente nel conflitto.

Le autorità cielleniste vengono esautorate e si ricostituisce un CLN clandestino, si dichiara l’annessione di Trieste alla Jugoslavia (tanto che gli orologi vengono portati sul fuso orario di Belgrado) ed entra in azione l’OZNA, la polizia politica jugoslava, la quale, grazie a liste di proscrizione compilate da comunisti italiani e sloveni locali scatena un’ondata di arresti, processi ed esecuzioni contro i fascisti, considerando però “fascista” chiunque si oppone al progetto annessionistico titoista. In questa maniera non solo persone implicate con il decaduto regime e militari che si sono arresi, ma anche partigiani di ispirazione patriottica, intellettuali ed imprenditori spariscono nel nulla. Chi infoibato, chi deportato verso i campi di concentramento allestiti in Jugoslavia, morendo di stenti durante le marce forzate di avvicinamento ovvero a causa delle terrificanti condizioni detentive. Pure Gorizia, Fiume e Pola vivono quest’incubo, che per l’entroterra istriano rappresenta la replica della prima tragica ondata di uccisioni nelle foibe avvenuta all’indomani dell’8 settembre. La presenza delle truppe angloamericane in città è ininfluente, come dimostrano i morti ed i feriti della manifestazione patriottica del 5 maggio (una lapide oggi li ricorda sul luogo dell’eccidio, all’incrocio tra il centralissimo corso Italia e via Imbriani), poiché non si vuole giungere allo scontro con gli alleati jugoslavi o perché, ragionano cinicamente i vertici britannici soprattutto, queste stragi in futuro potranno tornare utili nell’ambito di una propaganda anticomunista.

Alla luce di queste violenze e crudeltà, che avranno parzialmente fine il successivo 12 giugno, allorché gli occupanti jugoslavi dovranno lasciare Gorizia, Trieste e Pola all’amministrazione militare angloamericana, è chiaro perché per gli esuli istriani, fiumani e dalmati e per tanti giuliani la data del 25 aprile non rappresenta la fine della Seconda guerra mondiale, ma soltanto l’inizio di un calvario caratterizzato da migliaia di morti e da decine di migliaia di esuli.

Lorenzo Salimbeni 

I partigiani comunisti triestini eliminati dai titini

La “delazione slava” portò all’eliminazione dei dirigenti del PCI contrari all’espansionismo jugoslavo

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
Frausin_GiganteCon il consolidarsi del regime di Benito Mussolini in Italia, la Francia diventò il luogo in cui gli antifascisti che volevano scampare alla repressione meglio riuscirono a concentrarsi ed organizzarsi. L’invasione tedesca nella primavera del 1940, l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno, la capitolazione francese e l’impostazione filotedesca delle Repubblica di Vichy  resero quel territorio inospitale per questi transfughi, che si sparpagliarono verso lidi più sicuri, nella neutrale Svizzera ovvero in Jugoslavia, scelta che presero in particolare militanti e dirigenti del Partito comunista d’Italia. Costoro entrarono quindi in contatto con il Partito comunista jugoslavo, costretto alla clandestinità dalla “dittatura monarchica” allora vigente, ma in perfetto collegamento con il Comintern di Mosca, la centrale nevralgica di coordinamento tra i partiti comunisti nel mondo. Come illustra il compianto William Klinger nel suo volume “Il terrore del popolo. Storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito” (Trieste, 2012), i dirigenti comunisti sloveni e croati, facendo da tramite nelle comunicazioni tra gli esfiltrati italiani e l’Unione Sovietica, cominciarono a manipolare i messaggi provenienti dall’URSS, al fine di convincere i “compagni” della necessità di assimilarsi al movimento clandestino jugoslavo e soprattutto di accettarne le rivendicazioni territoriali nei confronti della Venezia Giulia, di Fiume e di Zara. Nell’aprile 1941 anche il Regno dei Karađeorđević fu invaso, sconfitto e spartito a tavolino da Germania e Italia sostenute dagli alleati balcanici e nel territorio occupato cominciò a svilupparsi con crescenti successi l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia egemonizzato dai comunisti di Josip Broz “Tito”. La capacità di resistere ai vari cicli operativi antipartigiani, l’accaparramento di armi e munizioni per effetto dello sbandamento militare delle truppe italiane di occupazione dopo l’8 settembre e la liberazione di Belgrado con il supporto dell’Armata Rossa nell’autunno 1944 contribuirono a consolidare questa vera e propria armata e ad incrementare il suo fascino ideologico agli occhi dei comunisti italiani.

Le precarie forze del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste organizzatesi successivamente all’8 settembre ’43 si trovarono ben presto a confrontarsi con i più agguerriti ed efficienti partigiani del Partito comunista sloveno, ben radicati nelle periferie cittadine e nell’altipiano carsico, nonché in collegamento operativo dal 1941 con il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno, sorto nella Slovenia occupata e che nel suo programma rivendicava a guerra finita le annessioni della Venezia Giulia abitata da connazionali (il Litorale sloveno) nonché ampie porzioni della Carinzia, il Land austriaco in cui risiedeva una cospicua comunità slovena. L’ostentazione dell’ideologia comunista non bastava per fare accettare questi propositi nazionalisti ai ciellenisti ed in particolare la classe dirigente comunista triestina cercò di mediare ovvero di rimandare  guerra finita una ridiscussione dei confini che fosse rispettosa di tutte le comunità nazionali presenti sul territorio. Nel corso del  1944 il segretario comunista triestino Luigi Frausin ed il suo successore Antonio Gigante (originario di Brindisi e giunto nel capoluogo giuliano dopo essere fuggito dal campo di prigionia di Anghiari nelle tumultuose giornate successive alla dichiarazione dell’Armistizio) furono catturati dalle forze di repressione dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, torturati dalla Gestapo e quindi eliminati nel campo di detenzione della Risiera di San Sabba.  Non esiste la “pistola fumante” e la prova scritta sarà difficilmente rintracciabile, ma testimonianze e analisi della situazione, come ha ricostruito Paolo Geri in un articolo sulla testata triestina online La Bora, portarono nel dopoguerra dirigenti del Pci locale a denunciare che dietro a tali arresti ci fosse stata una “delazione slava” (come risulta anche nella motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare alla Memoria conferita a “Franz” Frausin). Se la prima dichiarazione in tal senso di Vittorio Vidali durante un’intervista  rilasciata a “l’Unità” nel 1950 poteva essere condizionata dal clima di violenta contrapposizione nel Territorio Libero di Trieste tra comunisti cominformisti legati al PCI ed al comunismo staliniano e comunisti titoisti che erano clamorosamente usciti dal Cominform nel 1948, ben più ponderata fu l’affermazione del Senatore Paolo Sema, autorevole comunista istriano esule da Pirano, dichiarata durante un seminario presso la Scuola di partito di Cascina nel 1981 e poi pubblicata nel volume degli atti della giornata di studio per i tipi di Editori Riuniti, la casa editrice di riferimento del PCI.

Una volta privato dei suoi vertici, il Partito comunista triestino finì per sfilarsi dal CLN per venire fagocitato nelle strutture clandestine di matrice jugoslava,anteponendo così la fedeltà ideologica all’appartenenza nazionale, laddove i partigiani sloveni dimostrarono di essere prima di tutto interessati alle proprie rivendicazioni territoriali ed in seconda battuta seguaci dell’internazionalismo proletario.

Lorenzo Salimbeni

La Risiera di San Sabba, snodo delle tragedie del confine orientale

Campo di detenzione tedesco dopo l’8 settembre, fu in seguito Centro Raccolta Profughi

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Il confine orientale italiano è stato teatro non solamente delle pagine di storia nazionale che vengono commemorate in occasione della Giornata del Ricordo, ma anche di tragedie connesse al Giorno della Memoria. Quest’anno, in particolare, è stata data molta enfasi agli 80 anni dalla proclamazione delle leggi razziali, annunciate da Benito Mussolini proprio a Trieste in occasione di un viaggio sui luoghi della Grande guerra, ricorrendo il ventennale della vittoria, culminato con l’inaugurazione del Sacrario militare di Redipuglia.

Si trattò di un duro colpo nei confronti di esponenti della comunità ebraica italiana in generale, ma triestina in particolare, che avevano completato un percorso di assimilazione caratterizzato dall’adesione appassionata al percorso risorgimentale e perfino al regime fascista, visto come tappa finale del trionfo di quell’italianità in cui si erano identificati. Le cose sarebbero andate sicuramente peggio allorché l’8 settembre 1943 avvenne l’eclissi del Regno d’Italia sostituito dall’ingombrante presenza dell’esercito germanico e delle SS a supporto della nascente Repubblica Sociale Italiana. In particolare le province di Udine, Gorizia, Lubiana (annessa in regime di autonomia nel 1941), Trieste, Pola e Fiume entrarono a far parte della Zona di Operazioni Litorale Adriatico, in cui le prerogative della RSI erano puramente formali e di fatto si trattava di un governatorato militare facente capo all’Alto Commissario Friedrich Rainer, Gauleiter della Carinzia.

Rastrellamenti, perquisizioni ed arresti ridussero ai minimi termini le comunità ebraiche di Trieste, Gorizia e Fiume, radicate da secoli ed avviate ai campi di concentramento transitando attraverso la Risiera di San Sabba. Si trattava di una vecchia pileria del riso requisita dalle truppe tedesche giunte in città dopo la proclamazione dell’Armistizio: era stata adibita in prima battuta a campo di internamento per i soldati italiani fatti prigionieri in seguito allo sbandamento politico, militare ed istituzionale dell’8 settembre e successivamente diventò un campo di prigionia in cui vennero detenuti in condizioni disumane partigiani, antifascisti ed intere famiglie di ebrei in attesa di essere avviati verso Dachau, Auschwitz e Mauthausen. Il Vescovo di Trieste Antonio Santin cercò spesso di intercedere per molti dei prigionieri di questo campo, riuscendo ad esempio a far liberare l’ex volontario irredentista Giani Stuparich con la sua famiglia, ma non sempre riuscì ad ottenere la scarcerazione di ebrei che avevano contratto matrimonio con coniugi cattolici.

Punto di riferimento in Italia per l’arcipelago concentrazionario nazionalsocialista, la Risiera vide consumarsi tra le sue squallide mura anche durissimi interrogatori accompagnati da torture e violenze che si protraevano spesso sino alla morte del prigioniero. Onde ovviare allo smaltimento di questi cadaveri, l’essiccatoio che serviva per la lavorazione del riso venne convertito in forno crematorio, che fu distrutto dai tedeschi con la dinamite nella notte tra il 29 ed il 30 aprile 1945, alla vigilia dell’insurrezione del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste che avrebbe costretto i tedeschi ad asserragliarsi in pochi punti strategici del centro cittadino in attesa di arrendersi ad un esercito regolare. Si calcola che oltre 8.000 persone siano transitate per la Risiera in direzione dei campi di concentramento, mentre la stima delle vittime oscilla tra le 3.000 e le 5.000 unità.

Le forze di polizia teutoniche agli ordini di Odilo Lotario Globočnik si avvalsero nel loro spietato lavoro del supporto di collaborazionisti ucraini che erano stati fatti evacuare dalle località di origine causa il tracollo del fronte russo, ma dopo aver accumulato una macabra esperienza in fatto di operazioni di sterminio nell’ambito della devastante Operazione Reinhard. La lotta antipartigiana era altresì condotta secondo i dettami del «Bandenkampf», un manuale di operazioni antiguerriglia redatto sulla base dell’esperienza maturata sul fronte orientale che aveva indotto l’esercito tedesco ad attuare le più dure rappresaglie contro le forze della resistenza ed i loro presunti fiancheggiatori. In queste attività prestarono la loro opera anche gli uomini dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, istituito nel 1942 allo scopo di fronteggiare la lotta partigiana slovena che dal territorio della provincia di Lubiana andava espandendosi all’interno delle comunità slave triestine e goriziane.

Dichiarata Monumento nazionale nel 1965, la Risiera durante gli anni del Governo Militare Angloamericano che fece seguito alla mancata realizzazione del Territorio Libero di Trieste previsto dal diktat del 10 Febbraio 1947, fu adattata a Centro Raccolta Profughi a beneficio di una quota delle migliaia di istriani, fiumani e dalmati, che raggiungevano il capoluogo giuliano usufruendo delle opzioni previste dal Trattato di Pace ovvero con mezzi di fortuna e sfidando la sorveglianza armata jugoslava lungo il confine, nonché di dissidenti nei confronti dei regimi che andavano consolidandosi nell’Europa orientale.

Lorenzo Salimbeni

 

Una Costituzione nata senza il voto dei giuliano-dalmati

Il 2 giugno 1946 Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara furono estromesse dalle urne

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Si sono celebrati in questi giorni i 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana (primo gennaio 1948), nella quale dovrebbero riconoscersi tutti gli italiani. L’Assemblea Costituente che la redasse venne eletta contestualmente al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sui cui esiti aleggiano da tempi varti dubbi, poiché parecchi sostengono che il risultato sia stato falsato a favore dell’opzione repubblicana. Solamente in tempi recenti si è messo in risalto che a quell’importantissimo appuntamento elettorale, che vedeva il ritorno degli italiani alle urne dopo i plebisciti dell’epoca mussoliniana e gli orrori della Seconda guerra mondiale, fu impedito di partecipare a decine di migliaia di nostri connazionali.

«Dei 573 seggi dell’Assemblea Costituente da assegnare – ha spiegato in più occasioni il professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste – e previsti dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, in realtà ne furono attribuiti soltanto 556, mancando all’appello i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia – Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. Con un ulteriore Decreto Luogotenenziale, di soli sei giorni successivo, fu, per l’appunto, sostanzialmente ritenuto impossibile lo svolgimento delle elezioni in quelle terre di confine, a causa della situazione internazionale»

Il momento fondativo dello Stato italiano uscito dalle macerie del conflitto si svolse pertanto senza coinvolgere i cittadini residenti in terre che, fino alle deliberazioni della Conferenza di Pace ancora in corso, risultavano formalmente sotto la sovranità italiana, in virtù dei trattati di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Rapallo (12 novembre 1920) e Roma (27 gennaio 1924). In quelle sedi il Regno d’Italia aveva ottenuto in maniera internazionalmente riconosciuta gran parte delle terre che rivendicava dall’Austria-Ungheria, definendo successivamente in maniera bilaterale con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il confine sulle Alpi Giulie e in Dalmazia nonché la spartizione dello Stato Libero di Fiume.

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, che secondo la Linea Morgan del 9 giugno 1945 ricadeva nella Zona A sotto amministrazione militare angloamericana, organizzò, tuttavia, il 2 giugno nella propria sede un seggio, facendo quindi pervenire a Roma i risultati, che ovviamente nessuno tenne in considerazione. Si trattò comunque di una manifestazione di italianità che faceva seguito all’imponente fiaccolata notturna del 21 marzo, con cui si volle manifestare la propria identità nazionale alla Commissione alleata che stava rilevando la composizione etnica dell’Istria dopo che nel corso di quel pomeriggio torpedoni di croati provenienti dall’entroterra avevano confuso le acque e dato luogo a scontri e disordini.

Invano giuliani, fiumani e dalmati avevano chiesto di indire in queste terre contese un plebiscito attraverso cui esprimere la propria appartenenza statuale in base al principio di autodeterminazione dei popoli che pur figurava nella Carta atlantica. Alcide De Gasperi non portò avanti tale istanza poiché temeva di dover fare altrettanto con riferimento alle sorti dell’Alto Adige: a Bolzano e dintorni la consultazione si sarebbe svolta regolarmente ed in maniera democratica, premiando sicuramente l’opzione austriaca. Al confine orientale, invece, l’amministrazione militare jugoslava nella Zona B lasciava pochi dubbi in merito alla repressione di qualsiasi forma di contrarietà rispetto all’annessione alla Jugoslavia titoista, come già si era potuto riscontrare in occasione delle elezioni amministrative istriane del 25 novembre 1945, durante le quali anche il boicottaggio delle urne in segno di dissenso fu reso impossibile poiché la gente veniva condotta a votare le liste compattamente filojugoslave con l’uso della forza. D’altro canto l’Italia pagò a caro prezzo la scelta maturata nel 1920 di non ratificare l’annessione delle nuove province attraverso un plebisicito (come era sempre avvenuto in epoca risorgimentale), poiché le autorità civili e militari temevano cospicui residui lealisti nei confronti degli Asburgo da parte della popolazione giuliana.

Grazie all’inserimento nel listone nazionale che eleggeva una quota di rappresentanti in base ai resti provenienti dai vari collegi, poterono figurare tra i padri costituenti almeno il fiumano Leo Valiani (Partito d’Azione) ed il triestino Fausto Pecorari (Democrazia Cristiana).

A parziale compensazione di questi torti, il presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando aprì i lavori ««nel ricordo del dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non hanno votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia».

Lorenzo Salimbeni

La Guerra Fredda al Confine orientale

Christian Jennings delinea quella che fu la prospettiva britannica nei confronti dei regimi comunisti

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Flashpoint Trieste Copertina

Ufficiali dell’esercito indiano e neozelandese, agenti dei servizi segreti britannici e statunitensi, gerarchi nazionalsocialisti e comandanti partigiani jugoslavi intrecciano le loro vicende attorno a Trieste, città contesa fra angloamericani e “titini” nelle pagine di “Flashpoint Trieste. La prima battaglia della Guerra Fredda” (Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2017) dello storico e giornalista Christian Jennings.

La spinta delle armate alleate che hanno risalito lo stivale dall’estate ’43 in poi è dovuta non tanto al desiderio di favorire la cobelligerante Italia nella salvaguardia di quello che era il suo confine con la Jugoslavia, bensì alla necessità di assicurarsi il porto ed i suoi collegamenti con l’Austria, al fine di garantire i rifornimenti per le truppe che saranno impegnate nella “denazificazione” dello Stato mitteleuropeo. I piani dei comandanti devono però fare i conti con la declinante combattività dei subordinati, i quali nelle ultime giornate di aprile 1945 hanno visto capitolare le truppe tedesche e della Repubblica Sociale Italiana, ritengono conclusa la loro guerra e sperano solamente di tornare a casa (molti di loro hanno alle spalle anche la campagna dell’Africa settentrionale).

Ben più motivato appare l’altro concorrente in quella che fu “la corsa per Trieste”, vale a dire l’esercito di Tito. Intonando il grido di battaglia “Trst je naš” (“Trieste è nostra”), le formazioni partigiane nazionalcomuniste puntano lo scalo adriatico e vi giungono il primo maggio 1945 con alcune ore di anticipo rispetto alle avanguardie angloamericane. Cominciano così i Quaranta giorni di terrore e di massacri a Trieste, che vengono macabramente descritti, così come in precedenza sono state correttamente poste in evidenza tanto le stragi della prima ondata di uccisioni di massa nelle foibe (successiva all’8 settembre) quanto le crudeltà commesse nel campo di internamento della Risiera di San Sabba dai comandanti tedeschi della Zona di Operazioni Litorale Adriatico con il loro seguito di collaborazionisti ucraini, già protagonisti della Soluzione finale sul fronte orientale.

La definizione della linea Morgan il 9 giugno 1945 porrà Trieste, Gorizia e l’enclave di Pola sotto Governo Militare Angloamericano nella cosiddetta Zona A, mentre la B (resto dell’entroterra triestino, goriziano ed istriano) ricadde sotto la giurisdizione militare jugoslava: in quest’ultimo ambito la persecuzione nei confronti degli italiani sarebbe proseguita ad opera della polizia segreta OZNA. Durante la Conferenza di pace, inoltre, sarebbe avvenuto secondo Jennings uno degli episodi che avrebbero portato allo strappo fra Stalin e Tito, poiché il Cremlino, temendo di dover cedere qualcosa con riferimento alle proprie istanze come contropartita, non perorò fino in fondo la richiesta jugoslava di annettere Trieste alla nascente Repubblica Federale.

Molto spazio nell’opera lo occupa quindi Tito, dipinto come un personaggio scaltro, deciso e cinico, capace di accreditarsi agli occhi delle potenze alleate come legittimo successore sul campo del governo in esilio (i partigiani nazionalisti cetnici avevano abbandonato la lotta di resistenza per collaborare con gli occupanti in chiave anticomunista) e ricevendo quindi il tesoro pubblico che era stato portato in salvo dopo la sconfitta dell’aprile 1941. Jozip Broz costruì un’armata partigiana che libererà quasi da sola il territorio nazionale e si spingerà anche al di là dei vecchi confini, mirando ad annettere le porzioni di Austria ed Italia nelle quali insistevano minoranze slave, massacrando in quel frangente le migliaia di collaborazionisti in fuga con le famiglie al seguito e respinti dalle truppe britanniche di presidio in Carinzia.

La tensione attorno al capoluogo giuliano crea del resto i presupposti già nella primavera 1945 per la rottura del fronte antifascista e lo sbocco verso la Guerra fredda; Winston Churchill, prima di venire sconfitto alle urne, rispolvera il suo carattere anticomunista, arrivando a pensare l’impensabile (Operazione Unthinkable appunto): armare 100.000 prigionieri tedeschi con i quali scatenare un nuovo conflitto contro Mosca, ma gli Stati Uniti frenano poiché attendono lo spiegamento dell’Armata Rossa in Estremo Oriente, per attaccare via terra il Giappone che ancora combatte.

Oltre ad esporre le vicende che a livello politico, militare e diplomatico condussero alla Guerra fredda, Jennings descrive episodi che avrebbero potuto degenerare, dando il via in maniera accidentale al nuovo conflitto: un soldato neozelandese ucciso da fuoco partigiano durante le trattative di resa del presidio tedesco di Opicina ovvero la guardia confinaria jugoslava decapitata alcune settimane dopo da un Ghurka che era stato offeso.

Lorenzo Salimbeni