La Risiera di San Sabba, snodo delle tragedie del confine orientale

Campo di detenzione tedesco dopo l’8 settembre, fu in seguito Centro Raccolta Profughi

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Il confine orientale italiano è stato teatro non solamente delle pagine di storia nazionale che vengono commemorate in occasione della Giornata del Ricordo, ma anche di tragedie connesse al Giorno della Memoria. Quest’anno, in particolare, è stata data molta enfasi agli 80 anni dalla proclamazione delle leggi razziali, annunciate da Benito Mussolini proprio a Trieste in occasione di un viaggio sui luoghi della Grande guerra, ricorrendo il ventennale della vittoria, culminato con l’inaugurazione del Sacrario militare di Redipuglia.

Si trattò di un duro colpo nei confronti di esponenti della comunità ebraica italiana in generale, ma triestina in particolare, che avevano completato un percorso di assimilazione caratterizzato dall’adesione appassionata al percorso risorgimentale e perfino al regime fascista, visto come tappa finale del trionfo di quell’italianità in cui si erano identificati. Le cose sarebbero andate sicuramente peggio allorché l’8 settembre 1943 avvenne l’eclissi del Regno d’Italia sostituito dall’ingombrante presenza dell’esercito germanico e delle SS a supporto della nascente Repubblica Sociale Italiana. In particolare le province di Udine, Gorizia, Lubiana (annessa in regime di autonomia nel 1941), Trieste, Pola e Fiume entrarono a far parte della Zona di Operazioni Litorale Adriatico, in cui le prerogative della RSI erano puramente formali e di fatto si trattava di un governatorato militare facente capo all’Alto Commissario Friedrich Rainer, Gauleiter della Carinzia.

Rastrellamenti, perquisizioni ed arresti ridussero ai minimi termini le comunità ebraiche di Trieste, Gorizia e Fiume, radicate da secoli ed avviate ai campi di concentramento transitando attraverso la Risiera di San Sabba. Si trattava di una vecchia pileria del riso requisita dalle truppe tedesche giunte in città dopo la proclamazione dell’Armistizio: era stata adibita in prima battuta a campo di internamento per i soldati italiani fatti prigionieri in seguito allo sbandamento politico, militare ed istituzionale dell’8 settembre e successivamente diventò un campo di prigionia in cui vennero detenuti in condizioni disumane partigiani, antifascisti ed intere famiglie di ebrei in attesa di essere avviati verso Dachau, Auschwitz e Mauthausen. Il Vescovo di Trieste Antonio Santin cercò spesso di intercedere per molti dei prigionieri di questo campo, riuscendo ad esempio a far liberare l’ex volontario irredentista Giani Stuparich con la sua famiglia, ma non sempre riuscì ad ottenere la scarcerazione di ebrei che avevano contratto matrimonio con coniugi cattolici.

Punto di riferimento in Italia per l’arcipelago concentrazionario nazionalsocialista, la Risiera vide consumarsi tra le sue squallide mura anche durissimi interrogatori accompagnati da torture e violenze che si protraevano spesso sino alla morte del prigioniero. Onde ovviare allo smaltimento di questi cadaveri, l’essiccatoio che serviva per la lavorazione del riso venne convertito in forno crematorio, che fu distrutto dai tedeschi con la dinamite nella notte tra il 29 ed il 30 aprile 1945, alla vigilia dell’insurrezione del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste che avrebbe costretto i tedeschi ad asserragliarsi in pochi punti strategici del centro cittadino in attesa di arrendersi ad un esercito regolare. Si calcola che oltre 8.000 persone siano transitate per la Risiera in direzione dei campi di concentramento, mentre la stima delle vittime oscilla tra le 3.000 e le 5.000 unità.

Le forze di polizia teutoniche agli ordini di Odilo Lotario Globočnik si avvalsero nel loro spietato lavoro del supporto di collaborazionisti ucraini che erano stati fatti evacuare dalle località di origine causa il tracollo del fronte russo, ma dopo aver accumulato una macabra esperienza in fatto di operazioni di sterminio nell’ambito della devastante Operazione Reinhard. La lotta antipartigiana era altresì condotta secondo i dettami del «Bandenkampf», un manuale di operazioni antiguerriglia redatto sulla base dell’esperienza maturata sul fronte orientale che aveva indotto l’esercito tedesco ad attuare le più dure rappresaglie contro le forze della resistenza ed i loro presunti fiancheggiatori. In queste attività prestarono la loro opera anche gli uomini dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, istituito nel 1942 allo scopo di fronteggiare la lotta partigiana slovena che dal territorio della provincia di Lubiana andava espandendosi all’interno delle comunità slave triestine e goriziane.

Dichiarata Monumento nazionale nel 1965, la Risiera durante gli anni del Governo Militare Angloamericano che fece seguito alla mancata realizzazione del Territorio Libero di Trieste previsto dal diktat del 10 Febbraio 1947, fu adattata a Centro Raccolta Profughi a beneficio di una quota delle migliaia di istriani, fiumani e dalmati, che raggiungevano il capoluogo giuliano usufruendo delle opzioni previste dal Trattato di Pace ovvero con mezzi di fortuna e sfidando la sorveglianza armata jugoslava lungo il confine, nonché di dissidenti nei confronti dei regimi che andavano consolidandosi nell’Europa orientale.

Lorenzo Salimbeni

 

Una Costituzione nata senza il voto dei giuliano-dalmati

Il 2 giugno 1946 Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara furono estromesse dalle urne

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Si sono celebrati in questi giorni i 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana (primo gennaio 1948), nella quale dovrebbero riconoscersi tutti gli italiani. L’Assemblea Costituente che la redasse venne eletta contestualmente al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sui cui esiti aleggiano da tempi varti dubbi, poiché parecchi sostengono che il risultato sia stato falsato a favore dell’opzione repubblicana. Solamente in tempi recenti si è messo in risalto che a quell’importantissimo appuntamento elettorale, che vedeva il ritorno degli italiani alle urne dopo i plebisciti dell’epoca mussoliniana e gli orrori della Seconda guerra mondiale, fu impedito di partecipare a decine di migliaia di nostri connazionali.

«Dei 573 seggi dell’Assemblea Costituente da assegnare – ha spiegato in più occasioni il professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste – e previsti dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, in realtà ne furono attribuiti soltanto 556, mancando all’appello i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia – Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. Con un ulteriore Decreto Luogotenenziale, di soli sei giorni successivo, fu, per l’appunto, sostanzialmente ritenuto impossibile lo svolgimento delle elezioni in quelle terre di confine, a causa della situazione internazionale»

Il momento fondativo dello Stato italiano uscito dalle macerie del conflitto si svolse pertanto senza coinvolgere i cittadini residenti in terre che, fino alle deliberazioni della Conferenza di Pace ancora in corso, risultavano formalmente sotto la sovranità italiana, in virtù dei trattati di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Rapallo (12 novembre 1920) e Roma (27 gennaio 1924). In quelle sedi il Regno d’Italia aveva ottenuto in maniera internazionalmente riconosciuta gran parte delle terre che rivendicava dall’Austria-Ungheria, definendo successivamente in maniera bilaterale con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il confine sulle Alpi Giulie e in Dalmazia nonché la spartizione dello Stato Libero di Fiume.

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, che secondo la Linea Morgan del 9 giugno 1945 ricadeva nella Zona A sotto amministrazione militare angloamericana, organizzò, tuttavia, il 2 giugno nella propria sede un seggio, facendo quindi pervenire a Roma i risultati, che ovviamente nessuno tenne in considerazione. Si trattò comunque di una manifestazione di italianità che faceva seguito all’imponente fiaccolata notturna del 21 marzo, con cui si volle manifestare la propria identità nazionale alla Commissione alleata che stava rilevando la composizione etnica dell’Istria dopo che nel corso di quel pomeriggio torpedoni di croati provenienti dall’entroterra avevano confuso le acque e dato luogo a scontri e disordini.

Invano giuliani, fiumani e dalmati avevano chiesto di indire in queste terre contese un plebiscito attraverso cui esprimere la propria appartenenza statuale in base al principio di autodeterminazione dei popoli che pur figurava nella Carta atlantica. Alcide De Gasperi non portò avanti tale istanza poiché temeva di dover fare altrettanto con riferimento alle sorti dell’Alto Adige: a Bolzano e dintorni la consultazione si sarebbe svolta regolarmente ed in maniera democratica, premiando sicuramente l’opzione austriaca. Al confine orientale, invece, l’amministrazione militare jugoslava nella Zona B lasciava pochi dubbi in merito alla repressione di qualsiasi forma di contrarietà rispetto all’annessione alla Jugoslavia titoista, come già si era potuto riscontrare in occasione delle elezioni amministrative istriane del 25 novembre 1945, durante le quali anche il boicottaggio delle urne in segno di dissenso fu reso impossibile poiché la gente veniva condotta a votare le liste compattamente filojugoslave con l’uso della forza. D’altro canto l’Italia pagò a caro prezzo la scelta maturata nel 1920 di non ratificare l’annessione delle nuove province attraverso un plebisicito (come era sempre avvenuto in epoca risorgimentale), poiché le autorità civili e militari temevano cospicui residui lealisti nei confronti degli Asburgo da parte della popolazione giuliana.

Grazie all’inserimento nel listone nazionale che eleggeva una quota di rappresentanti in base ai resti provenienti dai vari collegi, poterono figurare tra i padri costituenti almeno il fiumano Leo Valiani (Partito d’Azione) ed il triestino Fausto Pecorari (Democrazia Cristiana).

A parziale compensazione di questi torti, il presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando aprì i lavori ««nel ricordo del dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non hanno votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia».

Lorenzo Salimbeni

La Guerra Fredda al Confine orientale

Christian Jennings delinea quella che fu la prospettiva britannica nei confronti dei regimi comunisti

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Ufficiali dell’esercito indiano e neozelandese, agenti dei servizi segreti britannici e statunitensi, gerarchi nazionalsocialisti e comandanti partigiani jugoslavi intrecciano le loro vicende attorno a Trieste, città contesa fra angloamericani e “titini” nelle pagine di “Flashpoint Trieste. La prima battaglia della Guerra Fredda” (Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2017) dello storico e giornalista Christian Jennings.

La spinta delle armate alleate che hanno risalito lo stivale dall’estate ’43 in poi è dovuta non tanto al desiderio di favorire la cobelligerante Italia nella salvaguardia di quello che era il suo confine con la Jugoslavia, bensì alla necessità di assicurarsi il porto ed i suoi collegamenti con l’Austria, al fine di garantire i rifornimenti per le truppe che saranno impegnate nella “denazificazione” dello Stato mitteleuropeo. I piani dei comandanti devono però fare i conti con la declinante combattività dei subordinati, i quali nelle ultime giornate di aprile 1945 hanno visto capitolare le truppe tedesche e della Repubblica Sociale Italiana, ritengono conclusa la loro guerra e sperano solamente di tornare a casa (molti di loro hanno alle spalle anche la campagna dell’Africa settentrionale).

Ben più motivato appare l’altro concorrente in quella che fu “la corsa per Trieste”, vale a dire l’esercito di Tito. Intonando il grido di battaglia “Trst je naš” (“Trieste è nostra”), le formazioni partigiane nazionalcomuniste puntano lo scalo adriatico e vi giungono il primo maggio 1945 con alcune ore di anticipo rispetto alle avanguardie angloamericane. Cominciano così i Quaranta giorni di terrore e di massacri a Trieste, che vengono macabramente descritti, così come in precedenza sono state correttamente poste in evidenza tanto le stragi della prima ondata di uccisioni di massa nelle foibe (successiva all’8 settembre) quanto le crudeltà commesse nel campo di internamento della Risiera di San Sabba dai comandanti tedeschi della Zona di Operazioni Litorale Adriatico con il loro seguito di collaborazionisti ucraini, già protagonisti della Soluzione finale sul fronte orientale.

La definizione della linea Morgan il 9 giugno 1945 porrà Trieste, Gorizia e l’enclave di Pola sotto Governo Militare Angloamericano nella cosiddetta Zona A, mentre la B (resto dell’entroterra triestino, goriziano ed istriano) ricadde sotto la giurisdizione militare jugoslava: in quest’ultimo ambito la persecuzione nei confronti degli italiani sarebbe proseguita ad opera della polizia segreta OZNA. Durante la Conferenza di pace, inoltre, sarebbe avvenuto secondo Jennings uno degli episodi che avrebbero portato allo strappo fra Stalin e Tito, poiché il Cremlino, temendo di dover cedere qualcosa con riferimento alle proprie istanze come contropartita, non perorò fino in fondo la richiesta jugoslava di annettere Trieste alla nascente Repubblica Federale.

Molto spazio nell’opera lo occupa quindi Tito, dipinto come un personaggio scaltro, deciso e cinico, capace di accreditarsi agli occhi delle potenze alleate come legittimo successore sul campo del governo in esilio (i partigiani nazionalisti cetnici avevano abbandonato la lotta di resistenza per collaborare con gli occupanti in chiave anticomunista) e ricevendo quindi il tesoro pubblico che era stato portato in salvo dopo la sconfitta dell’aprile 1941. Jozip Broz costruì un’armata partigiana che libererà quasi da sola il territorio nazionale e si spingerà anche al di là dei vecchi confini, mirando ad annettere le porzioni di Austria ed Italia nelle quali insistevano minoranze slave, massacrando in quel frangente le migliaia di collaborazionisti in fuga con le famiglie al seguito e respinti dalle truppe britanniche di presidio in Carinzia.

La tensione attorno al capoluogo giuliano crea del resto i presupposti già nella primavera 1945 per la rottura del fronte antifascista e lo sbocco verso la Guerra fredda; Winston Churchill, prima di venire sconfitto alle urne, rispolvera il suo carattere anticomunista, arrivando a pensare l’impensabile (Operazione Unthinkable appunto): armare 100.000 prigionieri tedeschi con i quali scatenare un nuovo conflitto contro Mosca, ma gli Stati Uniti frenano poiché attendono lo spiegamento dell’Armata Rossa in Estremo Oriente, per attaccare via terra il Giappone che ancora combatte.

Oltre ad esporre le vicende che a livello politico, militare e diplomatico condussero alla Guerra fredda, Jennings descrive episodi che avrebbero potuto degenerare, dando il via in maniera accidentale al nuovo conflitto: un soldato neozelandese ucciso da fuoco partigiano durante le trattative di resa del presidio tedesco di Opicina ovvero la guardia confinaria jugoslava decapitata alcune settimane dopo da un Ghurka che era stato offeso.

Lorenzo Salimbeni

La fine della Grande Guerra sul confine orientale

Per gli italiani delle terre redente significò la conclusione della Quarta guerra d’indipendenza

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

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Fonte: Archivio Storico Digitale “Patria Italia” 

 

Il 3 novembre si celebra il Patrono di Trieste, San Giusto, che tradizione vuole sia stato martirizzato per annegamento. La sua salma miracolosamente poi riaffiorò dalle acque antistanti Tergeste romana. In quella data del 1918 dalle acque del golfo di Trieste giunsero invece il cacciatorpediniere Audace assieme ad altre navi della Regia Marina da guerra, con a bordo reparti di Bersaglieri e di Carabinieri Reali che per primi presero il controllo della città, la quale finalmente, da irredenta, diventava redenta.

Erano le tumultuose fasi conclusive di quella che per tanti italiani, cittadini del Regno o ancora sudditi dell’Impero austro-ungarico, fu una vera e propria Quarta guerra d’indipendenza. A Vittorio Veneto il Regio Esercito aveva sfondato le linee asburgiche, mentre la munitissima base navale di Pola della Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine era stata violata dagli incursori Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, i quali minarono ed affondarono l’ammiraglia nemica, la corazzata Viribus Unitis. Questa poderosa nave da battaglia recava nel nome il motto che simboleggiava il composito impero degli Asburgo, ormai lacerato dalle questioni nazionali al punto che l’imperatore Carlo I aveva fatto dono della sua flotta da guerra all’autoproclamato Stato degli Sloveni, Croati e Serbi, non riconosciuto da nessun altro Stato, fondato il 29 ottobre ed assorbito il successivo primo dicembre nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che di fatto rappresentava una crescita enorme del vecchio Regno di Serbia.

Non è casuale la disposizione dei nomi dei popoli associati nella denominazione di queste due entità statuali: la prima nasceva nell’alveo del vecchio impero per iniziativa di sudditi sloveni e croati (con il concorso minore di serbi di Bosnia e delle Krajine) lealisti fino all’ultimo nei confronti di Vienna e pronti a ricostituire un legame magari su basi federali, in nome del vecchio austroslavismo dai caratteri marcatamente anti-italiani; la seconda, destinata a diventare Regno di Jugoslavia, rappresentava il coronamento del progetto della Grande Serbia avvolto da una patina che attingeva agli ideali dello jugoslavismo, ma di fatto manteneva in subordine le componenti non serbe.

Inatteso interlocutore al confine orientale, la monarchia dei Karađorđević abbandonò la tradizionale amicizia risorgimentale italo-serba sotto la pressione dei nazionalisti sloveni e croati, i quali rivendicavano l’annessione alla nuova compagine statuale di tutte quelle terre adriatiche su cui pur insistevano cospicue comunità italiane. La divulgazione da parte della Repubblica dei Soviet dei contenuti del Patto di Londra (già sottoscritto obtorto collo dalla diplomazia zarista, la quale aveva cercato di tutelare le rivendicazioni slave sulle coste adriatiche, anche al fine di garantirsi approdi sicuri) aveva creato le prime fratture fra l’Italia e la diaspora jugoslava in esilio, che godeva altresì di buone entrature in Francia ed Inghilterra.

Il Congresso delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria svoltosi ad aprile del 1918 al Campidoglio trovò italiani e slavi unanimi nell’auspicare lo smembramento del vecchio impero ma tutt’altro che concordi sui nuovi assetti confinari, sicché a guerra finita non mancarono i momenti di tensione fra le truppe italiane che nella Venezia Giulia, in Istria ed in Dalmazia cercavano di raggiungere la linea fissata dal Patto di Londra e reparti serbi o milizie slave. Ancor più clamoroso il caso di Fiume, in cui il Consiglio Nazionale italiano, in opposizione a quello croato, proclamò il 30 ottobre 1918 in nome del principio di autodeterminazione dei popoli l’annessione all’Italia, salvo poi dover attendere la spedizione di Gabriele d’Annunzio (1919), il Trattato di Rapallo (1920), il conseguente Natale di Sangue ed infine il Trattato di Roma del 1924 per vedere realizzata questa dichiarazione patriottica.

Nelle complesse trattative bilaterali italo-jugoslave che la Conferenza di Pace a Parigi non era riuscita a dirimere, da una parte si rivendicava quanto era stato generosamente promesso a Londra nel 1915, dall’altra bisognava tenere in considerazione le rivendicazioni dei nazionalisti sloveni (a Trieste l’Austria aveva agevolato in funzione anti-italiana talmente tanto l’afflusso di lavoratori sloveni con famiglie al seguito, che risiedevano quasi più sloveni lì che a Lubiana) e croati (in particolare nei confronti della Dalmazia e di Fiume appunto).

Da parte nostra, oltre alla necessità di incorporare nella monarchia sabauda le comunità italiane dell’Adriatico orientale (risultato che parzialmente si otteneva con la linea confinaria proposta dal Presidente statunitense Woodrow Wilson), si contrapponevano due istanze di carattere militare. Il Regio Esercito voleva assicurarsi il confine sulla displuviale delle Alpi Giulie per esigenze di carattere difensivo, rinunciando ad una Dalmazia ormai prevalentemente slava e possibile focolaio di ribellioni separatiste, che comunque erano possibili anche nell’entroterra goriziano, triestino ed istriano; la Regia Marina, che durante il conflitto non ottenne quella clamorosa vittoria navale capace di cancellare la disfatta di Lissa del 1866, ma solamente successi dovuti alla temeraria audacia di singoli MAS, siluranti e incursori, voleva invece trasformare l’Adriatico in un lago italiano, sul quale non si affacciassero altre potenze marittime. Quest’ultima opzione dovette soccombere e solamente Zara entrò a far parte del Regno d’Italia, mentre da Spalato, Sebenico, Traù ed altre località della costa dalmata avveniva un esodo di circa 20.000 italiani che non si fidavano delle promesse di tutela contenute nel Trattato di Rapallo e temevano le prevaricazioni degli ultranazionalisti croati.

Ma oltre che nell’ambito di queste dispute confinarie, Roma e Belgrado si trovarono in contrapposizione pure in Austria, poiché la neonata Repubblica dovette fronteggiare le rivendicazioni slovene nei confronti della Stiria meridionale (destinate a realizzarsi con la cessione di Marburg/Maribor) e della Carinzia, scongiurate tramite un plebiscito che avvenne sotto tutela di un corpo militare interalleato in cui l’Italia giocò un ruolo fondamentale a sostegno di Vienna.

Nel corso degli anni Venti e Trenta i rapporti italo-jugoslavi vissero di alti e bassi, con entrambe le parti nei momenti di crisi pronte a soffiare sul fuoco dei reciproci irredentismi per destabilizzare l’antagonista, sino a giungere al conflitto dell’aprile 1941: anche in questo ambito si vide come “la guerra che doveva por fine a tutte le guerre” si concluse con una pace destinata a porre fine alla pace.

Lorenzo Salimbeni

Nazario Sauro, irredentista per la libertà dei popoli

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Come ogni anno, a Trieste il 10 agosto è stata commemorata la morte del patriota istriano

 

Dal 1966 un’imponente statua raffigurante Nazario Sauro domina il lungomare di Trieste, proprio davanti alla Stazione Marittima, e da quell’anno il Comitato Onoranze a Nazario Sauro organizza appunto una serie di eventi in memoria dell’irredentista nato a Capodistria il 20 settembre 1880 e morto a Pola sul capestro asburgico il 10 agosto 1916 dopo essere stato fatto prigioniero durante l’ennesima incursione compiuta per la Marina italiana contro le coste dell’Impero austro-ungarico nel corso della Grande guerra.

 

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Le cerimonie del 10 agosto scorso si sono aperte con l’alzabandiera presso tale monumento, alla presenza degli Assessori comunali Angela Brandi e Michele Lobianco, nonché della Presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, la quale ha dichiarato che «è  importante celebrare la figura di Nazario Sauro, sia come uomo, per il coraggio con il quale ha sempre difeso gli ideali nei quali credeva indossando la divisa della Regia Marina del Regno d’Italia, sia come eroe del mare e figlio dell’Istria. Quella di Nazario Sauro è una figura attuale perché ci ricorda quanto costò Trieste italiana e quanto è importante oggi la tutela dei valori europei di pace e convivenza»

È stata poco dopo apposta una corona alla lapide che nel Parco della Rimembranza cittadino ricorda il Tenente di Vascello Sauro, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, mentre nel tardo pomeriggio una Messa culminata con la Preghiera del Marinaio ha preceduto un breve corteo che ha raggiunto l’area dedicata al patriota capodistriano e nel cui antistante spiazzo marino sono giunte le imbarcazioni delle associazioni veliche e canottieri Saturnia, Pullino e Circolo Nazario Sauro.

 

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Il Sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, ha citato una lettera che Sauro aveva disposto di consegnare alla moglie in caso di morte in battaglia, esortandola ad insegnare «ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo». Un applauso ha sottolineato il passaggio del discorso in cui è stato ricordato Manuele Braico, Presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane recentemente venuto a mancare e che è stato un simbolo del patriottismo che anima l’associazionismo degli esuli giuliani, fiumani e dalmati « In Italia ci sono – ha inoltre affermato Dipiazza – centinaia di vie, di piazze, di scuole intitolate a questo nostro irredentista istriano, simbolo di un patriottismo che ci insegna che dobbiamo amare il nostro paese, esserne orgogliosi, difenderne i valori e la cultura, perché l’Italia è la nostra madre. Trieste oggi commemora un eroe per nulla dimenticato, uno dei figli migliori di queste nostre terre martoriate dalla storia e saluta Nazario Sauro»

È intervenuto anche il Sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, il quale ha ricordato che il capoluogo isontino è profondamente legato all’Istria che dette i natali a Sauro, poiché il 20% dei suoi abitanti sono esuli di prima, seconda o terza generazione: «Mi piace pensare – ha affermato Ziberna – che Sauro in questo momento ci vede e sorride, perché parliamo di Patria. È un concetto che vogliamo esprimere forte e chiaro alle nuove generazioni, a differenza di certe altre istituzioni che non vogliono parlarne in nome di un finto buonismo»

Le conclusioni sono state affidate a Renzo Codarin, figura di spicco dell’associazionismo della diaspora adriatica e Presidente del Comitato Onoranze: «Quest’anno è il settantesimo dell’esodo da Pola – ha ricordato Codarin – e in quell’occasione venne riesumata la salma di Nazario Sauro, che partì a bordo del “Toscana” assieme agli altri esuli istriani e fu portata a Venezia, dove riposa al Lido»

 

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Profondo è quindi il legame dei 350.000 esuli e dei loro discendenti con questa figura di patriota: l’Istria da cui proveniva ha sempre costituito il retroterra naturale di Trieste, sicché celebrare il martire irredentista capodistriano nel capoluogo giuliano significa riallacciare quest’antico legame. Trieste è diventata poi la capitale morale degli esuli, perciò ricorda ancor oggi sommessamente una figura che ha rappresentato nella complessa vicenda del confine orientale l’anelito di italianità che nel corso dei secoli si era consolidato in Istria, Carnaro e Dalmazia.

101 anni fa la morte di Nazario Sauro sul capestro di Pola suggellò il sacrificio di tanti giovani irredentisti giuliani, trentini e dalmati, che contribuirono a cementare nelle asperità della Prima Guerra Mondiale la consapevolezza di essere italiani senza distinzioni, da un estremo all’altro dello Stivale.

Lorenzo Salimbeni