‘Le Foibe in Dalmazia si chiamano Mare Adriatico’

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia

Il ricordo di Ottavio Missoni, di cui il 9 maggio si è celebrato il quarto anniversario della scomparsa

Missoni

 

Profondi occhi blu come il mare del Confine Orientale, tratto comune e distintivo di quasi tutti i dalmati. Occhi diversi, antichi e bellissimi. Sguardo di fuoco, a volte proiettato verso altro: la dimensione del suo vissuto strappato, della sua infanzia, della città che non c’è più, Zara. I riflessi di una giovinezza che ha continuato un’esistenza propria, verissima, nella sua anima. Perché spesso si sottovaluta una precipua capacità dell’uomo, dono o dannazione, a seconda di come la si vive. L’abilità di celebrare nel proprio cuore qualunque cosa, per sempre, in assoluta libertà.

E lui seppe usarlo bene, questo regalo. Non cadde nella facile e scontata malinconia, nella paura e nel dolore che svuota e depaupera. Usò quel tesoro per creare. Così nacque l’artista. Non solo il celebre stilista che tutti conosciamo, ma il fautore di arazzi di una bellezza e potenza inaudita, connotati da un linguaggio figurativo astratto che racchiude l’essenza, i colori, i suoni della nostra terra e che io ebbi la fortuna di ammirare bene, allestendo per lui la tappa romana di una mostra internazionale itinerante. Potrei narrare dei tanti ricordi personali, vissuti nei numerosi raduni. Ma non lo farò, perché quelli voglio custodirli nella dimensione del mio personale dono, il mio altrove. Desidero però ricordare Ottavio Missoni, a quattro anni dalla scomparsa, proponendo il testo di un’intervista, anzi di una nostra chiacchierata, che finì sul catalogo della mia mostra al Vittoriano e sul libro “Foibe ed Esodo. L’Italia negata”. Perché questo è quello che Lui, Sindaco del Libero Comune di Zara in esilio, voleva lasciare come testamento. Assieme a tanto di quell’altro che, fatalmente, da queste parole emergerà. Ciao Tai, ci manchi!

 

La Testimonianza

Come sognare una cosa che non c’è più? Per far rivivere Zara ci restano solo i ricordi”

 

Ottavio Missoni

 

Il Giorno del Ricordo è un momento di riflessione che accomuna tutti coloro che hanno subito la tragedia adriatica e vuole essere una compensazione per i troppi che non hanno una sepoltura nota e degna di questo nome, sulla quale parenti e amici possano deporre un fiore.

Personalmente, questa storia potrei iniziare a narrarla dal Natale 1941, l’ultimo che ho passato a Zara. Subito dopo, gennaio 1942, militare in Africa settentrionale, combattente sul fronte di El Alamein, quindi prigioniero degli inglesi, quattro anni, in Egitto. Al rientro, settembre 1946, la mia famiglia, mamma, papà e un fratello, dopo circa cinque anni li ho rivisti non a Zara, ma a Trieste.

Così arriviamo al nostro dramma di Esuli.

L’opinione pubblica italiana solo di recente è venuta pienamente a conoscenza dell’esodo che ha costretto noi Dalmati, unitamente a Fiumani ed Istriani a lasciare Zara e le altre terre della Dalmazia. Le cifre dicono che gli Esuli sono stati trecentosessantamila, senza mettere in conto i morti, infoibati in Istria e affogati nel Mare Adriatico in Dalmazia. Trecentosessantamila significa che l’esodo è stato totale. Oggi, si parlerebbe di “pulizia etnica”. In Italia si festeggia la giornata della “Liberazione”, ma c’è una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani e l’essere stati liberati dai nazional-comunisti di Tito.

Mi è stato chiesto che torti abbiamo subito noi esuli: stabilito che la guerra non si dovrebbe mai fare, ma se la si fa bisogna vincerla, il nostro vero torto fu di averla persa; ma è anche vero che per colpa di questa guerra che “non si doveva fare” gli istriani giuliano-dalmati hanno pagato un conto spaventoso, sia materialmente che moralmente, che non è possibile quantificare. Con tutto ciò i profughi hanno dato, nel complesso, un grande esempio di dignità, di apertura, di moderazione e tolleranza, di intelligenza e politica. Cinquant’anni dopo la loro tragica odissea, dimenticata e ignorata da quasi tutti hanno trovato, nella fedeltà alle loro origini e al loro destino, parole di conciliazione che dovrebbero essere un esempio per tutti.

Oggi ci si chiede come mai questo dramma sia stato ignorato per cinquant’anni. Evidentemente a molti la “verità” non faceva comodo e i molti dovevano essere in tanti. Così, i tanti, hanno semplicemente mistificato la “verità” tacendo. Dopo cinquant’anni se ne parla, il Parlamento ha istituzionalizzato il Giorno del Ricordo. Qualche onorevole ci ha chiesto scusa, a nome del Governo, per averci dimenticati per cinquant’anni: ho risposto che se aspettavano ancora un po’ non so a chi chiedevano scusa!

Si sono aperti dibattiti del perché solamente adesso, dopo cinquant’anni. Anche se il perché è abbastanza chiaro. Ma non ha importanza. Come si usa dire: “Meglio tardi che mai”. Così si può sperare che i nostri pronipoti abbiano l’opportunità di apprendere queste vicende dai libri di storia.

Ho detto all’inizio che al mio rientro dalla prigionia, settembre 1946, ho trovato i miei genitori a Trieste e non a Zara, città che più non esiste. Alla voce “Zara” dell’Enciclopedia Treccani si legge, tra l’altro: “La città fu sottoposta a ben cinquantaquattro durissimi bombardamenti aerei anglo-americani ed ebbe a subire gravissimi danni: oltre l’85% degli edifici fu distrutto o danneggiato; tremila cittadini vi lasciarono la vita; i superstiti, dopo l’ottobre 1944, completarono l’esodo iniziato un anno prima”. Giustamente, Enzo Bettiza l’ha definita la piccola “Dresda dell’Adriatico”.

Zara, una città fantasma. Noi siamo esuli “permanenti”. L’emigrante può sempre sognare che un giorno tornerà al suo paese, ritroverà il suo “borgo”, la sua osteria, i quattro amici. Ma come sognare una cosa che non è più? Per far rivivere Zara a noi rimangono solo i ricordi: una magica favola di una città che alla fine ti fa sorgere il dubbio che non sia mai stata realmente su questa terra. Zara, forse, esiste ormai solo nel cuore e nel disperato amore dei suoi cittadini dispersi nel mondo.

Sarà forse impossibile, come teme il mio amico Enzo Bettiza, o quanto meno molto difficile, ricostruire l’unità e l’armonia che regnava un tempo fra i diversi popoli dalmati. Per quanto mi riguarda i Dalmati, a qualunque etnia appartengano, per me saranno sempre i “fratelli della costa”. E io spero che questo Mare Adriatico, che per secoli ha unito le due sponde, sia culturalmente sia economicamente, e che per più di cinquant’anni le ha divise, torni ad unirle nel millenario solco della cultura mediterranea.

 

Carla Isabella Elena Cace

Lucio Toth, un patriota dalmata

Toth e Falcone

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Ritratto del Senatore nella X Legislatura e punto di riferimento per l’associazionismo degli Esuli, recentemente venuto a mancare

Toth e Falcone

 

Lucio Toth, morto a Roma il 28 aprile 2017, era nato in una famiglia di origine spalatina e di tradizione irredentista il 30 dicembre 1934 a Zara, capoluogo della Dalmazia che in seguito al Trattato di Rapallo del 1920 faceva parte del Regno d’Italia.
Durante la Seconda guerra mondiale, devastata dai bombardamenti angloamericani e quindi occupata dall’esercito nazionalcomunista di Tito, Zara fu la prima città a sperimentare il terribile Esodo, tanto che l’unica città dalmata abitata in maniera nettamente prevalente da italiani vide rovesciarsi la composizione etnica a favore della componente croata: pure la famiglia Toth seguì la fiumana degli esuli, giungendo infine a Roma.
L’amore di Lucio per la propria terra e per la sua storia emerse anche al culmine del suo percorso universitario presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna, allorché discusse con il prof. Giovanni de Vergottini la sua Tesi di Laurea in Storia del Diritto Italiano dedicata ai rapporti dei Comuni della Dalmazia medioevale con il resto d’Italia, evidenziando quindi le affinità giuridiche e statutarie grazie alle quali si manifestava l’appartenenza dell’Adriatico orientale all’ecumene culturale italico.
Intraprese nel 1963 una brillante carriera di Magistrato (conclusasi addirittura in Cassazione), impegnandosi contestualmente nell’attivismo cattolico (diventando Presidente del Movimento Cattolico Lavoratori),  e nell’associazionismo degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Sbocco prestigioso di queste due sue passioni furono l’elezione al Senato della Repubblica nelle liste della Democrazia Cristiana a Napoli nel 1987 e quindi la presidenza dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, la più rappresentativa e antica sigla della diaspora adriatica, seguita dalla presidenza della Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati.
Eletto dal congresso nazionale di Muggia (TS) nel 1992, Toth guidò l’Anvgd fino alle dimissioni nel 2012, attraversando perciò anni di grandi trasformazioni geopolitiche nelle terre dell’Adriatico orientale sconvolte dalla dissoluzione della Jugoslavia. Autorevole interlocutore per le istituzioni italiane, alle quali sottoponeva assiduamente le questioni ancora aperte legate al confine orientale italiano, comprese parimenti la necessità di riaprire il dialogo con i “rimasti”, in nome della comune matrice italiana e con l’auspicio di salvaguardare la peculiare italianità istriano-quarnerino-dalmata come prezioso patrimonio di un’Europa unita e pacifica. Cattolico di matrice liberale, patriota e parimenti europeista, era, infatti, consapevole di come la sua terra d’origine sia storicamente stata un luogo di contatto fra popoli e culture e di come la dimensione europea rappresentasse la cornice nella quale stemperare gli eccessi cagionati dagli opposti nazionalismi.
Seppe così meritarsi la stima ed il rispetto dei suoi interlocutori, i quali compresero la profondità del legame che manteneva con le sue terre d’origine ed apprezzarono il prezioso impegno profuso da questa figura di intellettuale europeo per ricostruire la storia ed il futuro dell’Adriatico orientale.
Membro della Commissione storico-culturale italo-slovena che fra il 1993 ed il 2000 elaborò un documento comune sulle relazioni italo-slovene dal 1880 al 1956, preparato e convinto della bontà della causa giuliano-dalmata, Toth seppe lavorare con le istituzioni in maniera tale da creare i presupposti per l’assegnazione al gonfalone della Città di Zara della Medaglia d’Oro al Valor Militare, che purtroppo non è stata ancora apposta causa ostracismi croati, e affinché la Legge istitutiva del Giorno del Ricordo fosse patrimonio condiviso della comunità nazionale. Il dibattito, moderato dai direttori de “Il Piccolo di Trieste” e del “Primorski dnevnik” (quotidiano triestino in lingua slovena), che intrattenne ad aprile 2009 con il Senatore Miloš Budin, autorevole esponente della comunità slovena in Italia, fu invece propedeutico per lo storico Concerto dei Tre Presidenti (l’italiano Napolitano, lo sloveno Türk ed il croato Josipović) in Piazza Unità d’Italia a Trieste nel luglio dell’anno seguente.
L’amore per la propria terra e la passione per lo studio della storia condussero Toth a scrivere due romanzi: “La casa di calle San Zorzi” (2008), dedicato alle vicende dalmate del Novecento, e “Spiridione Lascarich, Alfiere della Serenissima” (2011), in cui raccontò le guerre dei dalmati e di Venezia contro l’avanzata ottomana nei Balcani durante il XVII secolo. Autore inoltre di saggi di carattere storico e giuridico (coautore in particolare di un commento al Codice penale), con il suo ultimo libro “Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri” (2016) volle tributare l’estremo atto di amore per la sua Dalmazia.

 

Lorenzo Salimbeni

Il Trattato di pace del 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici

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Giovedì 23 marzo alle ore 17.30 presso i locali del Comitato 10 Febbraio – Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, in piazza delle Muse 25 a Roma sarà presentato il volume di Maria Ballarin, Il Trattato di pace 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia, con prefazione di Giuseppe Parlato (Leone Editore, Milano 2014).
Nel 1915 l’Italia entrò in guerra per annettersi il Trentino Alto Adige, una parte del Friuli e la Venezia Giulia. All’indomani del secondo conflitto quest’ultima regione venne quasi del tutto annessa alla Repubblica Federale di Jugoslavia in un modo così violento e traumatico da determinarne il pressoché totale spopolamento; i confini nazionali vennero sanciti solo nel 1975. Ma è soltanto dalla dissoluzione del confinante stato socialista nel 1995 che queste importanti vicende sono uscite dall’oblio cui sono state colpevolmente condannate per mezzo secolo da una congiura del silenzio attuata da tutte le istituzioni del nostro Paese. Questo studio cerca di ricostruire le responsabilità del mondo culturale e scolastico italiano che hanno concorso a rimuovere dalla coscienza collettiva nazionale una tanto significativa pagina della sua storia. 


Introduce Michele Pigliucci (Presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio), interverranno, oltre all’Autrice, il Prof. Giuseppe Parlato (autore della prefazione e Presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice) e Lorenzo Salimbeni (Segretario del Comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio).

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“Nave che mi porti sulla rotta istriana”

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

La canzone della Compagnia dell’Anello: storia, memoria e Ricordo

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Note e identità. Quella più profonda, quella che definisce l’essenza stessa dell’essere italiani. Quella che diversi musicisti alternativi – o, appunto, identitari – hanno tradotto in canzoni dedicate agli italiani di Istria e Dalmazia. Tra loro innanzitutto la Compagnia dell’Anello, che ha scritto brani che non sono solo parole, ma poesia delle radici in un’Italia che ha dimenticato l’esodo e la sofferenza patita da migliaia di connazionali.

“Noi per primi – dice Mario Bortoluzzi, voce e componente storico del gruppo, in un’intervista a Barbadillo.it – anche per motivi di vicinanza culturale e geografica, abbiamo contribuito a ricordare il dramma delle foibe e dell’esodo, in anni in cui solo il MSI ne parlava. Oggi quei fatti sono ricordati ufficialmente anche dallo Stato Italiano attraverso l’istituzione del Giorno del Ricordo”. Poi c’è stato Simone Cristicchi, che ha girato l’Italia e non solo con il suo “Magazzino 18”. Nello spettacolo tra l’altro viene ricordata anche una canzone della Compagnia: “anche le pietre parlano italiano”, recita infatti ad un certo punto Cristicchi. Si tratta del poetico ed evocativo verso del ritornello di “Di là dall’acqua”, uno dei brani più conosciuti del gruppo padovano. Scelto tra l’altro come titolo di questa rubrica proprio in quanto sintesi perfetta della storia di Istria, Fiume e Dalmazia e dell’importanza della stessa per l’Italia tutta. Un brano che gli insegnanti delle scuole fanno eseguire a cori di studenti. “Ogni volta – è ancora Bortoluzzi a raccontarlo – riusciamo a commuoverci”.

Commozione dunque. La stessa che si prova quando, cantando “Di là dall’acqua” e vari altri brani che la Compagnia dell’Anello e non solo hanno dedicato alle italianissime terre di Istria, Fiume e Dalmazia, si chiudono gli occhi. In quegli intensissimi momenti sembra quasi di essere in quelle regioni. E si riesce a percepirne la forza, la dignità, il dolore. Ma anche e soprattutto l’amore. Quello che ancora oggi si legge negli occhi di esuli e sopravvissuti. Quello che vive in chi, ogni giorno non dimentica “quanto ha sofferto il popolo istriano”. Che abita in una terra in cui “anche le pietre parlano italiano”.

Le canzoni dunque. “Fischiettate, cantate, ripetute. Che – conclude Bortoluzzi – fanno riflettere, fanno capire piano, piano ciò che è successo in quelle terre. Aver contribuito a far cadere il velo è stato per noi un onore”. Continuare a tramandare e ricordare è un dovere.

La canzone

Nave che mi porti sulla rotta istriana,
nave quanti porti hai visto, nave italiana,
nave che attraversi il golfo di Venezia,
agile vai avanti anche solo per inerzia.

Portami veloce sulla costa polesana,
corri più in fretta come una volpe verso la tana,
e tu signora bella non sarai più sola:
danzeremo insieme nell’arena di Pola.

Ascolta in silenzio la voce delle onde
ti porterà sicura verità profonde
perché in Istria non ti sembri strano:
anche le pietre parlano italiano,
anche le pietre parlano italiano.

Siamo nel Quarnaro e sempre più vicini
solo ci circonda la danza dei delfini.
E poi Arbe e Veglia ci guardano passare,
anche dopo cinquant’anni non si può dimenticare.

Ascolta in silenzio la voce delle onde
ti porterà sicura verità profonde
perché in Dalmazia non ti sembri strano:
anche le pietre parlano italiano,
anche le pietre parlano italiano.

Nave che mi porti sulla rotta di Junger,
nave quanta gente è scappata da Fiume
pensa agli stolti che in televisione
chiamano Dubrovnik Ragusa la bella.

Ascolta in silenzio la voce delle onde
ti porterà sicura verità profonde
perché in Italia non dimentichiamo
quanto ha sofferto il popolo istriano,
perché in Italia non dimentichiamo
quanto sta soffrendo il popolo istriano

Cristina Di Giorgi

La storia di Lidia Muggia, scampata alle foibe

Articolo pubblicato su Lameziainstrada.com

Questa terra ho nelle vene/ Questa terra mi appartiene/ Terra nostra per la storia/Nel mio sangue la memoria/Terra e sangue sempre uniti/Non possono esser divisi/Terra mia santificata con il sangue /Terra sacra/Questa è la mia religione/Unità della Nazione/Religione insanguinata…”.

Sono alcuni, struggenti versi, di ‘ Terra Rossa’, una celebre canzone scritta nel 2002 da Christian Pertan, artista giuliano.

Versi che agiscono da preludio alla storia altrettanto struggente che si sta per narrare, versi che costituiscono sinfonia preliminare al racconto del grande cuore pronto a schiudersi, di una donna.

La signora Lidia Muggia vive da circa mezzo secolo a Reggio Calabria, ma è nata in Istria ed lì che conserva le proprie origini di cui  orgogliosamente  è fiera.

È in Istria, nella citata ‘ terra rossa’, che la signora Lidia deposita anima, cuore e ricordi e i suoi racconti vissuti diventano poesia che toccano le corde dell’anima.

Esule istriana, scampata dai bestiali appetiti sanguinari dei partigiani di Tito e dalle truppe di Hitler, accetta di aprirsi, raccontando una pagina drammatica della propria vita.

Domanda: Buongiorno signora Muggia. Grazie per avere accettato la richiesta da parte di questa testata. La sua è una storia molto forte, un passato intenso e difficile per chi è stato esule.

Risposta: Sono nata in Istria, a Rovigno d’ Istria precisamente,  mia mamma era istriana e mio padre pure. La mia infanzia non è stata facile, anzi, tutt’altro che bella direi. Mio padre è morto a 33 anni per problemi cardiaci lasciando sola mia madre e noi 4 figli nel mezzo di una guerra che sembrava essere senza fine. I miei fratelli andarono ad abitare in altre città d’ Italia, gli unici che rimasero a vivere con mia madre fummo io e mio fratello. Grazie al lavoro di mia madre, dipendente del comparto ferroviario, abitavamo in un casello ferroviario, ma la nostra vita era nel mezzo di un inferno. La nostra casa era circondata: al di là del filo spinato soggiornavano i partigiani di Tito, e al di qua le truppe naziste. In mezzo c’eravamo noi, poveri italiani che non avevamo mai fatto del male a nessuno, ma che dovevamo sottostare alle angherie, alle minacce, alle violenze psicologiche da parte di queste truppe. Sia i comunisti di Tito, sia i nazisti, facevano spesso irruzione a casa nostra pretendendo cibo e bevande ed è per questo che mia madre, con il fucile puntato, era spesso costretta a cucinare per questi soldati. La mia terra in cui sono nata e vissuta era italiana, la cultura era italiana per derivazione storica, ma è stata sin da allora una terra martoriata, contesa, invasa. Avevo circa sei anni, ma lo ricordo come se fosse ieri. Un giorno scoppiò una bomba che fece saltare in aria un treno e fu una carneficina. Casa mia divenne un ricovero di feriti, famiglie che si ritrovarono privi di un loro caro, nonché ricordo anche persone che non riuscirono a guarire e morirono dentro le stanze della mia abitazione. Nonostante mia madre si prese cura di tutte queste persone, un giorno, fu prelevata dagli slavi ed accusata di essere collaborazionista con gli autori dell’attentato ( sebbene non siano mai stati trovati gli esecutori materiali della strage). Fu un trauma per me, lo ricordo come se fosse ieri. I comunisti slavi entrarono in casa e presero mia madre, in quel momento non sapevo dove l’avrebbero portata e se l’avessi più rivista. Fortunatamente, una famiglia di Padova che abitava nelle vicinanze si prese cura di me nell’attesa del ritorno di mia madre. La mia povera mamma fu tenuta in ostaggio otto giorni all’interno dei quartier generali dei comunisti e fu sottoposta ad interrogatorio. Volevano sapere da lei chi era l’attentatore, sospettavano che sapesse qualcosa, ma mia madre, ovviamente, era innocente ed all’oscuro di tutto. Mia madre era una donna di famiglia, pensava a sopravvivere in mezzo ad una guerra e, soprattutto, cercava di fare sopravvivere me e mio fratello avendo nel cuore il dramma di essersi separata dal resto della famiglia. Era impensabile che fosse collaborazionista con unità terroristiche. Dopo otto giorni di interrogatorio, finalmente, si resero conto che avevano sbagliato obiettivo e liberarono mia madre che ritornò da noi, ma i giorni non furono facili. L’addio alla nostra terra era ormai nell’aria, tra il 1945 ed il 1946 si misero in moto i prodromi umani, sociali, delle due grandi tragedie che colpirono la nostra terra: le foibe e l’esodo. L’Istria, ormai, non era più italiana ed il comunicato dei comunisti slavi, fu chiaro, preciso, diretto: chi voleva restare doveva rinunciare a tutto, beni di qualsiasi tipo e soprattutto, alla nazionalità italiana. Diversamente, avrebbe dovuto lasciare l’ Istria e diventare esule. Come potevamo opporci a delle truppe militari che, con intenti criminali, avevano già invaso tutto il territorio ? Diventammo esuli, non avevamo scelta, se fossimo rimasti a ribellarci saremmo stati uccisi e gettati nelle foibe come accaduto a persone che conosceva mia madre.  Ci piangeva il cuore: la nostra terra, italiana, era stata abbandonata, venduta, tradita ed occupata da gente spregevole che commetteva orrendi delitti verso chiunque era italiano. I comunisti slavi, sotto gli ordini di Tito, si appropriarono di tutto quello che era nella disponibilità degli italiani: case, beni mobili ed immobili, terreni, effetti personali di qualsiasi tipo, ogni cosa, mi creda. La gente della mia terra, sia le persone uccise che le persone diventate esuli, non era composta né da fascisti, né da criminali: eravamo solo italiani, gente che abitava le nostre terre da secoli in forma pacifica e dalle nostre terre è stata allontanata con il sangue, la sopraffazione, gli stupri, gli impalamenti e tanto altro ancora. Diventammo, dunque, esuli contro la nostra volontà e partimmo con le lacrime agli occhi lasciando tutto, proprio tutto. Non avevamo più niente di tutto quello che ci apparteneva, di tutto quello che costituiva la nostra identità, i titini ci presero tutto quello che era nostro da secoli. Io , mia madre e mio fratello fummo fatti salire su un carro bestiame e quando arrivammo a Trieste fummo sottoposti ad una umiliante perquisizione da parte dei soldati partigiani di Tito: trattati come bestie, ci spogliarono dalla testa ai piedi incuranti del freddo invernale, fummo controllati in forma capillare come  guerriglieri intenti a nascondere ordigni bellici. Dopo questa umiliazione restammo a vivere su un treno merci fermo al binario di una stazione per un mese: ricordo perfettamente il freddo sofferto per la presenza di molta neve che scendeva a fiocchi sulla città giuliana, era un inverno molto freddo. Dopo qualche mese fummo spostati e finimmo a vivere all’interno di una scuola dove alloggiavano 60 famiglie e ricordo che la sofferenza più grande era quella di sopravvivere in mezzo alle pulci ed alla sporcizia. Dopo tale periodo finimmo a vivere in una sala d’attesa della stazione ferroviaria di S. Anna, una zona attigua a Trieste, e per cause di forze maggiore mia madre decise di mandare in collegio mio fratello. Un altro pezzo della nostra famiglia  doveva distaccarsi da noi, un dolore continuo che colpiva i nostri affetti, che aveva avuto inizio dalla perdita di mio padre. Ma mia madre era una donna forte ed avendo esperienza come professionista nel comparto delle ferrovie italiane, riuscì a trovare un alloggio all’interno della stazione di S. Croce di Trieste, una località che si trova non molto lontano dalle foibe di Basovizza. Cominciammo a vivere a Trieste stabilmente, ma da esuli. E da esuli eravamo trattati dalla gente. Nonostante eravamo in territorio italiano, respiravamo tutto l’odio verso di noi, tutto il disprezzo della gente che ci circondava: eravamo colpevoli di essere non semplicemente esuli italiani, ma esuli istriani, di non esserci piegati al bolscevismo. Eravamo colpevoli di non essere stati gettati dentro una foiba, di non essere stati fucilati, di non essere stati impalati. Eravamo trattati come criminali, le persone ci sputavano dietro quando camminavamo, per non parlare dell’ostilità che incontravo all’interno della scuola che frequentavo. Non ero chiamata con il mio nome e cognome, ma ero identificata con l’appellativo di ‘italijanska’, in senso dispregiativo. “Oggi interroghiamo l’italijanska”, oppure, ‘C’e’ oggi l’Italijanska?”, questi erano i modi ed i toni con i quali venivo considerata a scuola non solo dai compagni di classe, ma dall’intera classe docente. Quando andavo a fare la spesa per comprare il latte, il pane, i commercianti si rivolgevano in slavo, mi salutavano in slavo come forma di provocazione e di prevaricazione umana, territoriale, culturale. Tutto questo accadeva anche se eravamo in territorio italiano, a Trieste ! Io non cedevo alle provocazioni, ai ricatti meschini, a qualcuno di loro rispondevo in tono deciso: “Voi non avrete mai da parte mia il saluto in slavo, qui siamo in Italia ed io parlo italiano, io sono italiana ! Come potete mai pretendere che io cambi lingua, se sono un’italiana in patria? “. Eravamo odiati, ripeto, perché italiani in Italia e continuavamo a subire umiliazioni anche di questo tipo. Basta anche pensare, ad esempio, che numerose persone tramutavano il loro cognome in slavo nonostante fossero italiani da sempre: io rimanevo sconcertata davanti a queste scelte, io e la mia famiglia non siamo mai stati rinnegati e mai abbiamo tradito le nostre radici, fieri ed orgogliosi da sempre di essere italiani e del nostro cognome italiano che abbiamo inteso sempre conservare. Continuammo a vivere per anni in un clima difficile come puo’ ben capire, convivere non era semplice, poi con il tempo in parte ci abituammo a tutto ciò, in parte le tensioni cominciarono a scemare. Poi un giorno conobbi mio marito, un ex Maresciallo del Corpo della Guardia di Finanza che lavorava a Trieste e dopo diversi anni di fidanzamento ci trasferimmo in Sicilia, per poi restare definitivamente in Calabria. Mia madre venne sempre con me, non l’ho mai abbandonata. Poi purtroppo e’ deceduta nel 1989. “

 Domanda:  Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92  rinnova la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Dal 1945 al 2004, pertanto, si è vissuto in una sorta di oblio della memoria: in tutti questi anni ha raccontato la sua storia a qualcuno ?

Risposta:  “Si parlava fra di noi, si parlava in famiglia o fra amici, fra vicini di casa, fra conoscenti. Per tanti anni la nostra tragedia era stata considerata come una tragedia di serie b, o peggio, come se non fosse mai accaduta, taciuta da sempre. Sono madre e sono nonna, ho raccontato nel tempo molti episodi della mia vita ai miei figli e ai miei nipoti, fino a quando un giorno mio nipote, Boris Cecio, in quarta elementare, fece un tema parlando delle foibe. Mi creda, non me l’aspettavo ed il contenuto del saggio colpì anche gli insegnanti che riuscirono a valorizzare il contenuto. Negli anni a venire ho trovato molto apprezzabili gli eventi culturali promossi a Reggio Calabria in ricordo alle vicende del versante orientale della Nazione, eventi a cui partecipo sempre e non posso che ringraziare la sensibilità umana e la professionalità della Professoressa Giuseppina Princi, Dirigente scolastica del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Reggio Calabria, Istituto scolastico molto presente ed attivo culturalmente. Desidero ricordare l’impegno e la presenza importante del Comitato 10 Febbraio di Reggio Calabria che ringrazio con profondo affetto, con il quale, ogni anno, onoriamo i caduti delle foibe ponendo un mazzo di fiori al monumento di Norma Cossetto,  martire di tale eccidio.”.

Domanda: Nel corso di questi anni, è stata mai in contatto con altri esuli ?

Risposta: “ No, non sono riuscita ad avere contatti con altri esuli. Questa è stata una tragedia talmente forte e dolorosa, che ha fatto disperdere tutti i figli di una terra violentata. Molti, come ad esempio una colonia di esuli di Zara, sono andati all’estero, in Australia, altri sono rimasti in Italia. Mia sorella, ad esempio, è rimasta a vivere a Brescia, altri in vari zone del Paese. Nessuno ha mai mantenuto contatti con altri esuli, se non che non fossero vicini a loro geograficamente. Anni fa, nell’ambito di celebrazioni svolte a Reggio Calabria, ebbi il piacere di conoscere il Sig. Carlini, anch’esso esule giuliano.“

Domanda: L’Istria la considera sempre la sua terra ?

Risposta: “Si, certo, è sempre la mia terra, anche se sono dovuta andare via come ho raccontato. Io sono istriana, è lì che si conservano le mie radici” .

Domanda: E’ più tornata nella sua terra ?

Risposta:  Si, sono tornata qualche anno fa dopo che mancavo da circa sessant’anni, ed è stata un’emozione incredibile anche se al mio arrivo in Istria caddi e mi fratturai una gamba. Ho vissuto quei giorni con grande commozione, anche se tutto era ormai cambiato, tutto mi riportava alla mia infanzia, tutto quello che mi circondava, nella sua difformità al passato, mi faceva scattare dei flash mentali che mi riportavano inesorabilmente ai ricordi di un tempo archiviati, mai cancellati nella memoria del tempo: passato e presente rivivevano dentro me e davanti a me in maniera incredibile. Rovigno d’ Istria, la mia città, non me la ricordavo più, era cambiata radicalmente e non trovai più la mia casa d’infanzia. Non eravamo più in Italia, ma in Croazia, tutto quello che era Italia adesso era un’altra Nazione ed anche nella mia Rovigno i cartelli cittadini la identificavano in Rovinj, in croato. Ad un certo punto mentre cercavo la mia casa fui colta da un un flash che mi catapultò di colpo ad un episodio che accadde  quando ero bambina: giocavamo fra bimbi a creare un cumulo di terra e casualmente ci spostammo mentre su quel cumulo di terra cadde una granata sganciata non so da chi. Noi bimbi restammo vivi per miracolo ! Questi ricordi improvvisi, uniti ad altri, ripiombavano nella mia mente dopo tantissimo tempo: non erano stati dimenticati, solo temporaneamente rimossi. Lei non può immaginare l’emozione che ho avuto nel trovare, finalmente, la tomba di mio padre, era la prima volta che andavo a trovarlo. Non fu facile trovarlo, per l’esatta collocazione del loculo dovetti risalire dapprima alle tombe di antenati, parenti e poi finalmente mi ritrovai innanzi la tomba dove riposa mio padre. Io e mio padre eravamo uno di fronte all’altro dopo una vita vissuta, passata. Mio padre mi aveva lasciato bambina, io l’avevo perso da piccola, ma in quel momento ci ritrovammo ed io ero grande, cresciuta, ero madre ed ero nonna. Pregai davanti a lui ed a lui mi rivolgevo. La sua tomba era ben curata, ma seppi che quando mio fratello si recò innanzi alla lapide di nostro padre qualche anno prima, trovò sulla lapide anziché la croce, la stella rossa comunista come forma di sfregio. Mio fratello fece rimuovere quel simbolo vergognoso oggetto di profanazione, ridiede dignità alla lapide apponendo una croce, dando incarico a qualcuno affinché mantenesse decoro e dignità alla tomba nel corso del tempo. E così è stato, grazie a Dio”.

Domanda: Così come accade per le vittime della shoah, anche i  martiri delle foibe sono stati oltraggiati da una corrente di pensiero, esigua ma dai contenuti criminali, che tende a negare, sminuire, la tragedia accaduta. Cosa ha dire in merito al negazionismo e nei confronti dei negazionisti ?

Risposta: Mi domando e mi chiedo: come si fa a negare una tragedia di questo tipo ? Come si fa a negare un olocausto avvenuto sotto gli occhi di tutti, un genocidio compiuto ai danni di quelle popolazioni, come negare uno scempio disumano accaduto e, tra l’altro, ampiamente documentato
? Si facciano un giro nella foiba di Monrupino per rendersi conto di quello che è successo o vadano a Basovizza per capire cosa è successo. Come già riferito in precedenza, mio marito è un ex Maresciallo della Guardia di Finanza in pensione e desidero ricordare che è stata proprio la Guardia di Finanza, in compagnia dell’ Arma dei Carabinieri, a pagare il maggior tributo di sangue per difendere la Democrazia. Sono centinaia i finanzieri e carabinieri prelevati, sequestrati e tenuti come ostaggi e gettati nella foibe di Basovizza. Io non posso scordare quante persone vicino a noi sono state prelevate dai partigiani di Tito, dall’ Ozna ( la polizia politica di Tito) e fucilate, massacrate, condotte in campi di concentramento o gettati nelle foibe. Il terrore fra le popolazioni era la condizione naturale in cui si viveva e ci si muoveva nella quotidianità. Come si fa a negare ? Proprio l’altro giorno, in occasione del giorno della memoria, in televisione sentivo parlare uno scrittore che parlava proprio di questo malcostume: la filosofia della negazione, che altro non è che la filosofia della dannazione. Ma non si vergogna questa gente che nega l’esistenza di  un eccidio così’ brutale davanti a tanti morti e deportati ? Vede, Dottore Romeo, i miei racconti adesso affondano in un altro episodio della mia infanzia, a furia di scavare verso il passato ed andare a fondo all’anima, in questo momento sobbalza fuori un altro flash, un altro ricordo che adesso le narro. Ero piccola e con mia madre incontrammo nei boschi una ragazzina dalmata ( quindi, ai tempi, italiana) che vagava spaesata, in totale stato confusionale. Non era in grado di riferire nulla sulla propria identità, sul proprio nome, sulla propria età, era terrorizzata e mentalmente bloccata. Mia madre la accolse a casa nostra, fece di tutto per farle superare il panico che attanagliava i suoi occhi sbarrati e la trattò come una figlia. Anche io la accolsi come una sorella e quando riuscimmo a tranquillizzarla, scoprimmo che quella ragazzina era stata ripetutamente seviziata sia dalle truppe comuniste di Tito che dai nazisti. Una violenza sessuale subita in tempo di guerra è una ferita profonda, nel corpo e nella mente, che una donna porterà sempre dietro. Quella ragazzina non aveva più padre e madre, ma restò a vivere con noi per diversi anni, divenne un componente della nostra famiglia, ci prendemmo sempre cura di lei con amore sincero. Con il tempo è riuscita a superare quel trauma, è felicemente sposata, si è rifatta una vita all’estero. Chissà, adesso è nonna come me e potrà prendersi cura dei suoi nipotini. Ricordo che un giorno un tedesco, che era entrato arbitrariamente a casa nostra, ad un certo punto, dopo avere consumato il pasto, ebbe un improvviso stato di alterazione mentale: gridava, piangeva, guardava mia madre e la chiamava ‘mamma’ in lacrime, urlando. Questo accadde perché la guerra non solo è un elemento distruttivo che arreca morte, ma la guerra stravolge, sconvolge, scardina tutti i normali meccanismi mentali di un essere umano, demolisce il sistema naturale dei neuroni del cervello e conduce alla follia. La follia da guerra, appunto, perché la guerra è follia, nasce per volontà di folli e dalla conseguente delirio delle masse. Le ho raccontato anche questi episodi sia  perché improvvisamente, come spesso accade, il pensiero ed il ricordo  del grande cuore di mia madre mi sobbalza dall’anima e sia perché definisco impossibile negare un genocidio”.

Domanda. Qual è messaggio che vuole estendere alle generazioni future, presenti e passate?

Risposta. “La gioventù di oggi ha tutto, benessere, tecnologia, comodità: ma deve curare la memoria del proprio passato. Solo curando, ricercando, studiando gli avvenimenti del passato, potrà capire il presente ed evitare errori già accaduti. Quando vado nelle scuole di Reggio Calabria a parlare di foibe ai ragazzi, mi rivolgo a tutti con molta umiltà, affinché facciano tesoro della storia di noi esuli, affinché conoscano la storia di quei tanti eroi e di tutta quella gente caduta. Molti, purtroppo, sono sepolti senza neanche un fiore intorno”.

Domanda. Cosa prova dentro di lei  ? Qual e’ il sentimento che alberga maggiormente il suo cuore dopo ciò che ha vissuto ?

Risposta. “ Io non provo odio, l’odio è sentimento terribile ed è una parola troppo grossa, un qualcosa che io non ho mai provato. Provo rabbia per tutto ciò che è accaduto, quello si, senz’altro. Ma provo anche tanto amore per il prossimo, per la mia famiglia, per chi mi vuole bene. E provo fiducia e fede in Dio”.

 

Le foibe e ed il dramma degli esuli.

Parlare con la signora Lidia Muggia significa parlare, addentrasi, toccare con la mano la storia, la vera storia, e vuol dire trovarsi davanti ad un pezzo di umanità preziosa, carica di profonda dignità.

Parlare con la signora Lidia Muggia significa sentire i brividi delle sue parole, i sobbalzi emotivi della sua voce, il cuore della sua anima che fuoriesce libero da dentro in un vortice di sentimenti ed emozioni.

Una grande donna, a cui andrebbe tributato un riconoscimento morale in cerimonia ufficiale,  punto di riferimento e modello educativo verso generazioni che guardano al futuro e memoria storica certa di generazioni trascorse.

Alla stessa signora Muggia, e a tutti gli esuli di quelle terre martoriate, vanno tributati gli onori non solo di questa testata, ma da parte di una comunità internazionale e di quella società civile che guarda all’etica dei valori come il baluardo del proprio cammino.

“Quello che ami veramente rimane, il resto è scorie. Quello che veramente ami non ti sarà strappato. Quello che veramente ami è la tua vera eredità. “  Ezra Pound.

Domenico Romeo