Basovizza, luogo simbolo del martirio giuliano-dalmata

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Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Cossiga fu il primo Presidente della Repubblica a recarsi alla Foiba di Basovizza, divenuta Monumento nazionale durante il mandato di Scalfaro

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Bilancio positivo per gli accessi al Monumento nazionale e al Centro di documentazione della Foiba di Basovizza, che è stato inaugurato il 10 febbraio 2008. In quello stesso giorno prese anche avvio la collaborazione tra la Lega Nazionale e il Comune di Trieste per la gestione (www.foibadibasovizza.it) del monumento stesso, che è possibile visitare sempre e gratuitamente.

Confermato da febbraio a giugno il periodo di maggior frequentazione dell’area, per la quale è stato segnalato il record lo scorso aprile, quando si ebbero ben 26mila visitatori. Nel corso degli anni si è individuato un indice pari al 48% relativo alla frequentazione di gruppi di studenti, a differenza del 17% dei gruppi di adulti e un restante 35% dei visitatori singoli.

A completare il quadro generale degli accessi si evidenzia un complessivo di 793mila visitatori in 9 anni. Dato che fa ben sperare nonostante i numeri in calo nell’ultimo biennio, in particolare nel 2016, quando i tagli ai finanziamenti pubblici hanno provocato una riduzione delle visite didattiche realizzate dagli istituti scolastici.

Dal 2008 ad oggi sono stati più di 380mila gli studenti che hanno affollato il Centro di documentazione di Basovizza: questa è un’ulteriore conferma del lusinghiero trend generale, dove il dato incoraggiante del 90% dei visitatori riferisce di studenti provenienti dalle diverse province italiane coinvolte nei percorsi didattici di ampliamento della conoscenza storica relativa al dramma che coinvolse il popolo istriano-fiumano e dalmata a guerra conclusa.

L’auspicio per il Giorno del Ricordo 2017, trascorsi 70 anni dal nefasto Trattato di pace che sconvolse il confine orientale della Venezia Giulia, è che si abbia conferma del lavoro svolto da istituzioni ed associazioni, portando i dati della frequenza del sito storico e didattico alla soglia di un milione di visitatori.

Un obiettivo questo raggiungibile nonostante la latitanza delle istituzioni durante la celebrazione solenne di questo 10 febbraio presso il Monumento nazionale di Basovizza, stante l’annunciata impossibilità del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a causa di un impegno in Spagna (come suo delegato, è stato incaricato di presenziare il Sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova).

Daniele Mosetti

Responsabile Friuli Venezia Giulia del Comitato 10 Febbraio

Istria, Fiume e Zara: i luoghi delle nostre radici

Articolo pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Il ‘Ricordo’ è anche richiamo doloroso, rabbia, nostalgia e disperato amore per la Patria perduta

ArenaPola

Ci sono luoghi incorporei: luoghi dello spirito, che hanno perso la loro dimensione materiale, assumendo i contorni di un pensiero, di una memoria, di un sogno. Essi vivono, incontrovertibilmente, una propria vita: e ci appaiono, come attraverso una visione, tanto fragili da temere che svaniscano in un momento e tanto radicati nella nostra anima da dominarne, in quei momenti, ogni palpito.

Sono i luoghi delle nostre radici, tinti del colore splendente delle nostre estati e del lampo metallico dei nostri inverni: noi siamo quei luoghi e non possiamo liberarci di questa tormentosa meraviglia, come non potremmo strappare da noi una parte del nostro stesso corpo.

Questa appartenenza, questo disperato bisogno della propria casa si moltiplica all’infinito per l’esule: il miraggio stregante delle pietre addolcite dal salmastro e sgretolate dal vento diviene, per chi ha perduto la propria Patria, il più straziante dei richiami, che è insieme rabbia e dolore e nostalgia struggente e disperato amore.

La cosa più mirabile, in questo incantesimo che ci lega alla nostra terra, è che, nel caso degli esuli, esso si trasmette di padre in figlio, si riaccende e si moltiplica nel riaccendersi e nel moltiplicarsi delle stirpi e dei nomi: non muore mai il ricordo né mai muore il rimpianto, ma si tramanda, come un segreto prezioso. Eppure, la Patria grande, quella che stava di là del mare, si è spesso dimostrata matrigna verso i suoi figli più fedeli e sfortunati: ciò nonostante, essi hanno continuato ad amarla di un amore doloroso, quasi increduto e non desiderato, come si ama ferocemente la bella senza misericordia, che ci ha dato tanta pena.

Così, generazione dopo generazione, anno dopo anno, gli esuli sono lì, a guardare di lontano questo luogo dello spirito che si chiama Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, che porta i nomi antichi e generosi di Pola, Zara, Fiume: non lo fanno più nella speranza di tornare padroni in casa propria, ma con la caparbietà di chi ama e che solo chi ama può comprendere. Perché il giorno dedicato al ricordo, il 10 febbraio, è un giorno d’amore, non di proclami, di insulti, di sfide: è il giorno in cui una comunità che venne ferita atrocemente e atrocemente tradita, silenziosamente, pianamente, ricorda i propri morti, le proprie case, la propria felicità passata. Ed è una comunità di donne e di uomini che lavorano, che vivono, che partecipano, che costruiscono, che creano: non sono genti piegate dal peso dei propri ricordi né da quello delle ingiustizie patite.

Essi ricordano, semplicemente, perché non è possibile dimenticare ciò che si è. Non hanno perdonato i carnefici, perché, senza pentimento, non è concepibile perdono, e senza giustizia non è concedibile misericordia: ma sono pacifici, quieti, non si lamentano, non gridano. Perché quello è il loro retaggio: perché così sono stati educati, dai loro antenati come dal loro dolore.

E noi, loro fratelli, in quasi tutto più fortunati, in questo li invidiamo: non li guardiamo con compassione, ma con orgoglio e non li compiangiamo, ma li ammiriamo, per questa loro dignitosa nostalgia e per i loro occhi senza lacrime, di duro cristallo. Li sentiamo, in qualche modo, migliori di noi: quasi che, attraverso la pena dell’esilio, avessero potuto distillare il senso ultimo dell’appartenenza dell’Italia. Come se fossero più Italiani di noi: come se avessero meritato di più, agli occhi della Patria.

Per questo, ricordando, come ogni anno, i martiri infoibati, i popoli scacciati dalle chiese e dalle case, i malaccolti, i disprezzati, oggi non bastano più le parole di solidarietà, ma occorrono parole di vera fraternità: perché in tempi così cupi per la nostra Patria, c’è un estremo bisogno di loro, degli esuli, della loro forza, della loro resistenza. Ci occorre che ci insegnino, che ci siano d’esempio: che ci raccontino quanto si possa desiderare una casa, quando la si è perduta. E, così, come loro, possiamo amare l’Italia di un amore più forte, come loro amano quel brandello di Italia che vive soltanto, ormai, nella loro anima e nei loro pensieri.

Marco Cimmino

Presidente Mattarella, subito la medaglia d’oro a Zara

Riportiamo da ilgiornale.it

Signor presidente, appena eletto capo dello Stato ha reso omaggio alle Fosse Ardeatine e ricordato la Resistenza. Se vuole rappresentare tutti gli italiani siamo certi che in egual maniera onorerà, nel suo settennato al Quirinale, le vittime delle foibe e dell’esodo.

Il 10 febbraio, giornata che ricorda il dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati, per rimanere viva, ha bisogno di simboli, che servono a perpetuare la memoria di una tragedia nazionale sepolta per oltre mezzo secolo.

Nel 2001 l’allora presidente, Carlo Azeglio Ciampi, firmò il decreto per l’assegnazione della medaglia d’oro al valor militare al gonfalone di Zara, la città dalmata, martire due volte. Prima distrutta da 54 bombardamenti degli alleati e poi «ripulita» dalla popolazione italiana, che ha scelto la via dell’esodo di fronte alle violenze di Tito.

La Croazia sorta sulle ceneri insanguinate dell’ex Jugoslavia protestò con veemenza considerando il riconoscimento del Quirinale una specie di ingerenza. Senza capire che la medaglia sarebbe stata appuntata sull’antico e glorioso gonfalone della città «fortunosamente riportato in Patria» come recita la motivazione, testimone di «un glorioso passato» e delle sue «vestigia veneto-romane». Adesso che la Croazia ha fatto il suo ingresso in Europa si spera che superi i retaggi ultranazionalisti, come abbiamo fatto noi. Se vuole dimostrare, nei fatti, di essere il presidente di tutti gli italiani dovrebbe non solo consegnare la medaglia attesa da 14 anni, ma mettere mano al secondo comma della motivazione. Un falso storico dettato da solerti funzionari del politicamente corretto, a scapito della verità, che fece infuriare Ciampi, suo predecessore. «Dal settembre 1943 in avanti la città ha continuato a battersi per mantenere la sua identità. I fanti, bersaglieri, alpini, marinai e avieri, tra cui molti zaratini del neocostituito battaglione partigiano italiano Mameli furono i primi ad affrontare l’invasore tedesco – si legge nella motivazione -. Le molte decine di caduti in combattimento e le centinaia di italiani vittime di esecuzioni sommarie o morti nei lager, annegati, sono stati il prezzo della resistenza».

La verità è un’altra, come si ricorda in altri passi della motivazione: Zara fu «sottoposta a violenti bombardamenti aerei a tappeto, distrutta più di ogni altro capoluogo di provincia del nostro Paese». Le bombe alleate volute da Tito uccisero 4000 persone e fecero a pezzi l’85% della città. Almeno 900 italiani furono annegati, infoibati o sommariamente giustiziati, dalla polizia segreta titina, che entrò a Zara nell’ottobre 1944. In seguito all’esodo rimasero solo 12 famiglie italiane, su oltre 21mila abitanti. Per questo signor presidente è doveroso appuntare sul gonfalone la medaglia d’oro ricordando tutti con le prime righe della motivazione: «Zara, città italiana per lingua, cultura e storia, ha dato alla patria nell’ultimo conflitto, tra morti e dispersi militari e civili, un decimo della sua popolazione».

P.s: Un’altra vergogna è il rango di cavaliere di Gran Croce concesso dal Quirinale a Tito, molti anni fa, che non si può levare essendo il maresciallo jugoslavo defunto da tempo. Al presidente siriano, Bashar al Assad, abbiamo tolto la stessa onorificenza per il carnaio in Siria. Forse con Tito si potrebbe almeno ammettere l’errore.

 

Fausto Biloslavo