Tito contro la resistenza patriottica giuliana

Il Capitano dei Carabinieri di Pola Casini organizzò un nucleo partigiano italiano in Istria

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 
TitiniPola

Si comincia finalmente a parlare dell’eccidio delle Malghe di Porzûs, in cui il 7 febbraio 1945 i vertici della brigata partigiana patriottica Osoppo vennero eliminati dai gappisti del Partito comunista di Udine, i quali avevano anteposto all’appartenenza nazionale la lealtà ideologica all’esercito partigiano di Josip Broz Tito, che rivendicava per la rinascente Jugoslavia socialista ampie porzioni del Friuli Venezia Giulia. Tuttavia altri episodi caratterizzano la repressione da parte dell’Esercito di liberazione nazionale della Jugoslavia di forme di resistenza italiana antifascista, ma al contempo sostenitrice dell’italianità della maggior parte delle terre del confine orientale  ovvero anticomunista. Avvicinandoci alla ricorrenza del 25 aprile, intendiamo presentare alcuni di questi episodi, con l’auspicio di dare visibilità a pagine dimenticate o poco note della storia della lotta partigiana in queste province contese tra Italia e Jugoslavia.

La prima vicenda che vogliamo raccontare inizia all’indomani della dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Nella piazzaforte navale di Pola i Fanti di Marina del San Marco ivi di presidio congiuntamente ai Carabinieri al comando del Capitano Filippo Casini, poco più che trentenne genovese, sciolsero a fucilate, cagionando anche 3 morti ed alcuni feriti, il corteo di 300 persone (provenienti soprattutto dal contado a forte componente croata) organizzato dai dirigenti del Pci clandestino per richiedere la scarcerazione degli antifascisti e la consegna di armi con cui respingere i tedeschi che volevano prendere il controllo della fascia costiera nel timore di uno sbarco angloamericano. Nelle settimane seguenti l’entroterra istriano fu teatro della prima ondata di stragi nelle foibe da parte dei partigiani “titini” (quasi un migliaio le vittime), mentre le truppe germaniche consolidarono il controllo dei grossi centri urbani e della costa, inglobando le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Pola e Fiume nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico, una sorta di Governatorato militare in cui i poteri della Repubblica Sociale Italiana risultavano effimeri.

L’anno seguente il Capitano Casini, comandante interinale la Compagnia di Pola, forse su suggerimento di emissari del Regno del Sud, organizzò la defezione dei reparti da lui dipendenti (parte del presidio di Pola, la tenenza di Sanvincenti e le stazioni di Pedena, Gimino, Canfanaro e Lemme), raccogliendo così un centinaio d’uomini che si eclissarono dopo un combattimento simulato con i partigiani nella zona di Sanvincenti. Il Capitano, seguito nella sua avventura pure dalla moglie, intendeva allestire una banda partigiana che avrebbe dovuto diventare il fulcro della resistenza italiana in Istria, contro le ingerenze tedesche e jugoslave, affinché in sede di trattative di pace si potesse dimostrare l’esistenza di un genuino movimento partigiano italiano in Istria per contrastare i propositi annessionistici della nuova Jugoslavia. Prima di imbarcarsi in quest’impresa, Casini aveva spiegato in via confidenziale il suo progetto ad alcuni esponenti italiani, fra i quali il Vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano di Pola, Giuseppe Zacchi, che a guerra finita lo avrebbe raccontato sotto testimonianza giurata. La Banda Casini avrebbe colpito solamente i tedeschi ed i collaborazionisti slavi e non avrebbe ostacolato le azioni della Milizia di Difesa Territoriale (il corrispettivo nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale della Repubblica Sociale Italiana) contro i partigiani titini. Tale proposito è suffragato da una missiva datata 6 luglio 1944, nella quale Casini si riprometteva di “lottare apertamente contro le autentiche bande, quelle che costituiscono veramente il terrore delle popolazioni”.

In uno dei primi contatti presso Grisignana con le formazioni partigiane croate, comuniste di nome ma nazionaliste di fatto, già attive e ben radicate nell’entroterra, un ufficiale della banda venne riconosciuto come partecipante ad un precedente rastrellamento e pertanto ammazzato sul posto. Casini stesso fu arrestato a motivo delle sue responsabilità nella repressione del moto di piazza scoppiato a Pola all’indomani dell’8 settembre: condannato a morte, venne gettato nell’ottobre ’44 assieme alla moglie Luciana e ad altri suoi commilitoni in una foiba nella zona del Monte Maggiore, mentre i superstiti vennero trasferiti a forza in Croazia e non se ne saprà più nulla.

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria concessa a Casini recita: «Comandante di Compagnia territoriale e poi di Gruppo in territorio nazionale conteso e preteso dal nemico, difese con coraggio pari alla fede nei destini della nazione i sacrosanti diritti della Patria. Nella imminenza di decisiva azione bellica, seguito dal reparto che aveva saputo preparare all’audace impresa, passò in campo aperto contro il nemico invasore. Arrestato e processato per la sua ferma e coraggiosa affermazione dei diritti della Patria su quella regione, affrontò in compagnia della sua giovane moglie, l’estremo sacrificio, con la dignità propria degli spiriti grandi che sugellano col sangue la fedeltà ad un’idea, la dedizione alla Patria».

Lorenzo Salimbeni

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