Pubblichiamo l’intervento del Presidente Nazionale del Comitato 10 Febbraio, Silvano Olmi, che ha aperto il Convegno di Bari.
«Quando fra cento anni anche i discendenti degli esuli saranno scomparsi, e con loro quel patos e quei valori che ci hanno tramandato, che cosa resterà della memoria se la Storia non avrà fatto la sua parte?»
Buon giorno a tutti,
saluto le signore presenti in sala, le autorità, i sindaci, le iscritte e gli iscritti al Comitato 10 Febbraio, gli amici e le amiche che hanno voluto farci visita, le associazioni combattentistiche e d’arma con le quali collaboriamo in particolare per la manifestazione patriottica “Una Rosa per Norma Cossetto”, le associazioni degli Esuli.
Saluto il Senatore Zullo e la consigliera metropolitana Casamassima; l’Associazione Nazionale Sottufficiali d’Italia, rappresentata dal Presidente Nazionale Gaetano Ruocco e Giovanni Crisafulli; ASSOARMA con il Presidente del Consiglio Periferico di Bari, generale di Divisione Roberto Caputi Baracchini; l’Associazione Nazionale Sanità Militare Italiana, presenti con il delegato regionale Domenico Palladino e Gaetano Di Pietro presidente della sezione di Bari, accompagnati dai soci Carlo Adamo, Ferdinando Amendola e la professoressa Maria Luisa De Natale; Antonio Maffione segretario generale dell’Unione Nazionale Sottufficiali Italiani; l’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia nella persona del Vice Presidente Nazionale per l’Area Centromeridionale, Tenente Antonio Maria La Scala.
Grazie a Roberto Kudlicka, figlio di Esuli, che ci onora con la sua presenza.
Un ringraziamento particolare alle persone che hanno contribuito a organizzare questo appuntamento: ai relatori che hanno dato la loro disponibilità, all’infaticabile Francesca Carpenetti vice presidente del C10F, a Fiorenzo Patera che ha curato la parte organizzativa, all’amico carissimo Carlo Moramarco che in questi giorni si è prodigato tanto per la buona riuscita dell’evento, a Raffaella Casamassima, a Valentina, Rossella, Fabio, Gaetano, e a tutti quelli che fanno parte dello Staff.
Ringrazio le forze dell’ordine che contribuiscono al regolare svolgimento di questa riunione.
Se qualcuno non è stato citato mi scuso e lo invito a segnalare la sua presenza al tavolo dell’organizzazione.
“Tra cento anni”.
Ho voluto iniziare questo mio intervento con le parole del compianto professor Giuseppe Parlato, membro del Comitato Scientifico del Comitato 10 Febbraio, prematuramente scomparso lo scorso anno. Con questa frase concludeva il suo intervento al Quirinale, in occasione del Giorno del Ricordo 2019.
Sono parole che fanno riflettere, e fanno sorgere un’altra domanda: Perché questo convegno?
L’esodo istriano, fiumano e dalmata, come sappiamo, è una vicenda complessa, che coinvolse 350mila persone. Italiani che furono costretti ad abbandonare quelle terre, a lasciare tutto, pur di rimanere italiani.
Un esodo che qualcuno cerca di sminuire. Quante volte abbiamo sentito alcuni “professionisti della storia” ripetere che un esodo di 350mila persone era poca cosa rispetto agli spostamenti di popolazioni durante la seconda guerra mondiale. Appunto, durante la guerra, dimenticando per sbadataggine o volutamente, che la gran parte dell’esodo degli italiani dal confine orientale avvenne a guerra abbondantemente finita e durò per diversi anni.
Le autorità nazionali dell’epoca fecero fatica a comprendere la misura e la portata del fenomeno esodo, in un’Italia distrutta dai bombardamenti anglo-americani, con una situazione sociale ed economica assai gravosa, che risentiva fortemente della catastrofe bellica e non consentiva di superare, in tempi rapidi, il livello di emergenza materiale nel quale versavano ampie fasce di popolazione.
Un’Italia che ancora risentiva dello sfacelo morale provocato dalla resa incondizionata e dall’orrore e i dai lutti dovuti alla guerra civile.
Il Governo affrontò il problema degli esuli con la creazione di centri di raccolta (nel 1947 erano 109 su tutto il territorio nazionale, diversi anche in Puglia, in particolare sei in questa bella città di Bari e il Campo 65 di Altamura).
Inoltre attuò una politica di sussidi a chi si trovava in condizioni di indigenza. Furono una quarantina i centri di accoglienza nelle regioni del Sud.
I campi profughi, nati quale strumento per affrontare e tamponare un’emergenza apparentemente temporanea, diventarono permanenti e gli ultimi restarono in attività fino al 1970. Non erano alberghi a 5 stelle, occorre ricordarlo a certi finti smemorati. Chi ci viveva era costretto in promiscuità, in stanzoni gelidi divisi da coperte stese su fili fissati ai muri, dentro vecchie caserme o manicomi dismessi.
Occorre interrogarsi, e chissà se riduzionisti e giustificazionisti si pongono la domanda, sul trauma che vissero gli Esuli che si ritrovarono a vivere improvvisamente al di fuori della terra natia, non solo in termini geografici, ma anche e soprattutto umani. Un’umanità dispersa, legata dal comune destino di cercare riparo e ricostruirsi una vita. In alcuni campi non mancarono fenomeni di autolesionismo e suicidi.
Migliaia di esuli, impauriti dal crimine contro l’umanità costituito dalle foibe, costretti a partire verso mete sconosciute e lontane e a districarsi nella legislazione assistenziale attuata in favore dei profughi, la cui attuazione non fu semplice e a volte viziata dalla burocrazia.
Disposizioni governative che, oltre al lavoro, cercarono di dare una casa ai nostri connazionali, quali il Piano Fanfani, la legge Tupini del 1949, la Legge Aldisio del 1950, la Legge Scelba del 1952, la prima a varare un piano di edilizia popolare esclusivamente riservato ai profughi.
Cooperative di profughi e quartieri giuliano-dalmati servirono ad accogliere inizialmente i profughi ospitati nei campi, concorrendo così al loro progressivo svuotamento, e successivamente quelli residenti al di fuori dei centri di raccolta che erano ospitati presso amici, parenti o in alloggi di fortuna.
Una modalità, quello dei quartieri “dedicati ai profughi”, che serviva anche a “contenere” gli Esuli visto che essi costituivano per il Partito Comunista Italiano delle “mine vaganti”.
Infatti, il partito di Togliatti, che nella sua propaganda presentava il regime di Tito come il paradiso dei proletari, non poteva permettere che italiani andassero in giro a raccontare la cruda realtà e i crimini di un regime dittatoriale marxista-leninista.
Questo almeno fino a quando non si realizzò la rottura dei rapporti del dittatore jugoslavo con Stalin e, dramma nel dramma, i comunisti fedeli alla linea Togliatti finirono nell’isola calva, nell’inferno di Goli Otok, triturati nel sistema concentrazionario jugoslavo.
Nell’ottica delle narrazioni incompiute, devo segnalare l’occasione perduta con il film televisivo “Il Marciatore”. Nel film diretto dal regista Alessandro Casale, dedicato al grande atleta Abdon Pamich, andato in onda recentemente su Rai 1, viene ripetuto il vecchio stereotipo, frutto della propaganda, secondo il quale gli Esuli dal confine orientale vennero trattati male dagli italiani.
Invece, ad accogliere gli Esuli che sbarcavano dalle navi al canto di bandiera rossa, con l’esposizione di cartelli e urla pieni di insulti, erano i militanti rossi, ben indottrinati, come ci ha raccontato il filosofo Zecchi durante il convegno di Jesolo di due anni fa.
Questa è la verità che ancora nel 2026 qualcuno fa fatica a raccontare ma che noi del Comitato 10 Febbraio non vogliamo dimenticare.
Anche nelle Regioni del Sud, dobbiamo dirlo, a fronte di una grande solidarietà dimostrata dalla popolazione, non mancarono atteggiamenti ostili da parte di militanti comunisti fortemente ideologizzati come potranno trattare gli illustri relatori del Convegno.
E anche nel Sud, purtroppo, si contarono i Martiri delle foibe, italiani che dopo il 1918 si recarono in Istria, a Fiume e in Dalmazia per contribuire con il loro lavoro alla costruzione della struttura statale italiana sulle ceneri di quella austro-ungarica.
Perché, è bene riaffermarlo, noi italiani non tornammo in quelle terre da sempre italiane perché scesi da un’astronave giunta da Marte o dalla Luna. Ci tornammo dopo aver vinto una guerra che ci costò migliaia di morti e feriti.
Una guerra che completò il sogno risorgimentale dei nostri Avi.
Dal secondo dopoguerra, grazie all’opera delle associazioni degli esuli e di alcuni volenterosi, sono stati fatti degli elenchi, che risentono ovviamente di imprecisioni dovute alla difficoltà di raccogliere i dati e di individuare le vittime, molte delle quali “scomparse”.
Per questo il nostro sodalizio, che fa parte del Comitato di coordinamento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha chiesto la costituzione di un gruppo di lavoro per creare un Albo d’Oro ufficiale degli infoibati.
Questo, che all’apparenza può sembrare un provvedimento burocratico, serve a individuare chiaramente le vittime e a ridargli la dignità che è stata tolta loro da un regime brutale e assassino; e allo stesso tempo a informare eventuali discendenti sull’opportunità dettata dalla legge del ricordo di chiedere la medaglia e l’attestato previsto.
E si torna alla domanda iniziale: «Quando fra cento anni anche i discendenti degli esuli saranno scomparsi, e con loro quel patos e quei valori che ci hanno tramandato, che cosa resterà della memoria se la Storia non avrà fatto la sua parte?»
Noi la Storia vogliamo scriverla o comunque dare il nostro contributo affinché sia detta sempre la verità. Perché la nostra è una battaglia ideale, una ricerca di giustizia.
Ve lo promettiamo, il Comitato 10 Febbraio sarà sempre in prima fila per difendere la memoria degli Esuli e Vittime delle foibe.
Anche tra cento anni.
Grazie.