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Gli studenti di Imola alla scoperta della storia degli Esuli dal confine orientale

  • Giugno 8, 2026

Gli studenti di Imola alla scoperta della storia degli Esuli dal confine orientale

Riceviamo e pubblichiamo dalla professoressa Merli questo interessante “diario di viaggio” che volentieri pubblichiamo.
L’IIS Alberghetti di Imola ha partecipato al bando di concorso ministeriale dedicato alla diffusione della storia del confine orientale italiano.
Grazie ai fondi stanziati, 26 alunni delle classi Quarta e Quinta APM hanno avuto l’opportunità di intraprendere un percorso formativo unico alla scoperta della memoria e dell’identità nazionale.
​L’iniziativa è stata resa possibile dall’impegno delle docenti Mulinacci e Cenni, che hanno curato con dedizione ogni adempimento burocratico e progettuale.
Un ringraziamento particolare va al Dirigente Scolastico, prof. Macciantelli, e alla DSGA per il supporto fornito e per aver consentito, con il loro tempestivo intervento, la concreta realizzazione dell’iniziativa.
​Il viaggio ha visto il coinvolgimento diretto della professoressa Merli, che insieme alle colleghe ha accompagnato il gruppo in un itinerario guidato dalla Federazione degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati.
Gli studenti sono stati supportati da guide specializzate e testimoni diretti dell’Esodo, che hanno offerto loro l’opportunità di confrontarsi con la storia viva e di approfondire una pagina fondamentale del nostro passato.
Primo giorno: 28 aprile 2026
La prima giornata si è svolta a Trieste ed è stata dedicata all’approfondimento di una delle pagine più dolorose e spesso trascurate della storia italiana: l’esodo giuliano-dalmata e il dramma delle foibe.
La giornata è cominciata con la visita al Magazzino 18, luogo simbolo dell’esodo. Qui sono conservate le masserizie abbandonate dagli italiani costretti a lasciare le proprie terre. In origine erano circa 70.000 metri cubi di beni; oggi ne restano circa 2.000, spostati e riordinati nel tempo grazie al lavoro dei volontari. Il Magazzino rappresenta in modo tangibile il dramma dell’esilio: ogni oggetto è contrassegnato da un numero e ogni numero corrisponde a una persona, a una famiglia. L’esule diventa così un numero, perdendo identità e dignità. Anche la parola “esule”, per lungo tempo, è stata pronunciata quasi sottovoce, imposta come un’etichetta e trasmessa persino alle generazioni successive con espressioni come “nipote di esule”.
È stato approfondito il tema dei centri di raccolta profughi, che arrivarono ad accogliere tra le 2.000 e le 3.000 famiglie a settimana per circa un anno. Le condizioni di vita erano estremamente difficili: si viveva in box di circa 4×5 metri, progettati inizialmente dagli americani, con letti a castello che ospitavano anche 11 o 12 persone. Le famiglie potevano lasciare questi spazi solo quando raggiungevano un minimo di autosufficienza. Il 95% delle masserizie non venne mai ritirato: molte persone morirono nei campi, si ammalarono o si tolsero la vita. Gli anziani spesso si lasciavano morire, mentre molti ragazzi, considerati adulti già a 13 anni, venivano mandati a lavorare anche lontano, subendo dolorosi distacchi dalle famiglie.
Successivamente si è visitato il Campo profughi di Padriciano, inizialmente nato come riformatorio e attivo fino alla metà degli anni ’70. Qui vissero circa 4.000 persone. Le famiglie erano ospitate in una trentina di baracche di legno, suddivise in piccoli spazi interni e prive di servizi essenziali: spesso era presente solo una lampadina. Inizialmente uomini e donne dormivano separati, ma successivamente le famiglie riuscirono a riunirsi.
Le condizioni erano durissime, soprattutto durante l’inverno del 1956, quando si raggiunsero temperature di -17°C. Per scaldarsi si utilizzavano fornelletti che talvolta causarono incendi nelle baracche. I bambini frequentavano collegi spesso lontani, aumentando ulteriormente le fratture familiari. Le prefetture si occuparono della gestione delle famiglie, che poterono lasciare il campo solo quando il capofamiglia trovava lavoro; le vedove, invece, difficilmente riuscivano a rendersi autonome, poiché impegnate a crescere i figli.
La giornata si è conclusa con la visita alla Foiba di Basovizza, originariamente un pozzo minerario, poi utilizzato come discarica e, tragicamente, per gli infoibamenti degli italiani. Al suo interno giacciono ancora i resti di circa 1.500/2.000 corpi. Inserita nel contesto del territorio carsico, la Foiba di Basovizza è oggi un Monumento Nazionale, simbolo della memoria e del rispetto per le vittime.
Seconda giornata: 29 aprile 2026
La seconda giornata si è svolta a Pirano, città simbolo dell’identità italiana sulla costa istriana, oggi parte della Slovenia ma profondamente segnata dalla sua storia veneziana. Attualmente Pirano conta ufficialmente circa 3.800 abitanti, anche se i residenti effettivi sono circa 300. Un dato che colpisce, soprattutto se confrontato con il passato: nel XIV secolo la popolazione raggiungeva circa 7.000 persone. Prima del 1947, il 98% degli abitanti era di lingua e cultura italiana, elemento che rende evidente la portata dell’esodo e delle profonde trasformazioni demografiche del secondo dopoguerra.
Passeggiando per la città emerge chiaramente come Pirano “respiri Venezia”. L’influenza della Repubblica di Venezia è visibile nell’architettura, nell’urbanistica e nei dettagli artistici. La città si dedicò alla Serenissima nel 1283, mantenendo un proprio statuto e un’identità definita all’interno di un rapporto solido e duraturo. Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dalla toponomastica: le insegne stradali riportano il doppio nome, italiano e sloveno, a testimonianza della complessità identitaria del territorio. Tuttavia, a fronte del riconoscimento formale del bilinguismo, l’insegnamento della lingua italiana nelle scuole risulta oggi limitato a poche ore, contribuendo a una progressiva perdita linguistica.
Tra i luoghi più rappresentativi visitati spicca Piazza Tartini, cuore della città, intitolata al grande compositore e violinista Giuseppe Tartini, considerato tra i più importanti musicisti europei del Settecento e definito “Maestro delle Nazioni”. La sua abitazione, oggi nota come Casa Tartini (un tempo Casa Pizzagrua), rappresenta un simbolo della tradizione culturale italiana della città ed è sede di iniziative legate alla musica barocca. Casa Tartini è stata anche luogo di riferimento per la Comunità degli Italiani di Pirano, che ancora oggi svolge un ruolo fondamentale nella tutela e nella valorizzazione dell’identità italiana del territorio.
Il tessuto urbano racconta una storia complessa: molti edifici sono stati nazionalizzati, in alcuni casi anche più volte, riflettendo i profondi cambiamenti politici del Novecento. Si percepisce ancora oggi quello che è stato definito “il silenzio degli anziani”: una memoria non raccontata, spesso per la durezza delle esperienze vissute. Dal punto di vista architettonico, Pirano conserva tracce di grande ricchezza: un tempo si contavano 23-24 chiese, segno di una forte vitalità religiosa e culturale. Con l’avvento del socialismo si osserva però un progressivo declino stilistico, evidente anche in modifiche più semplici e funzionali apportate agli edifici e alle finestre.
Tra gli altri luoghi visitati: Porta Campo, l’antico ghetto ebraico e Piazza Portadomo, caratterizzata da una cisterna centrale un tempo fondamentale per l’approvvigionamento idrico. L’acqua era a pagamento e sorvegliata da appositi guardiani, a testimonianza della sua importanza vitale per la comunità. Interessante anche la presenza di elementi architettonici tipici, come le “finestre con sburto”. Rilevante, inoltre, è il contributo della Regione Veneto, che ancora oggi promuove bandi per la manutenzione e la conservazione del patrimonio storico italiano presente nell’area.
Un passaggio di particolare rilievo riguarda la chiesa di Sant’Andrea e il tema della memoria storica. Pirano firmò la propria Dedizione a Venezia nel 1283, rimanendo fedele alla Serenissima fino alla sua caduta nel 1797. Il luogo in cui tale decisione fu presa esiste ancora oggi: si trova lungo la salita che dalla Pusterla conduce al Duomo e, a metà percorso, è visibile ciò che resta dell’antica chiesetta di Sant’Andrea. Nel 1883 un’iscrizione marmorea ricordava quell’evento fondamentale per la storia cittadina; oggi, tuttavia, tale memoria risulta sostanzialmente dimenticata: un caso emblematico di come anche passaggi fondativi possano essere progressivamente rimossi, configurando una sorta di “damnatio memoriae”.
A Pola, la visita all’Arena ha offerto un’ulteriore chiave di lettura del viaggio. L’anfiteatro romano, tra i meglio conservati al mondo, testimonia una presenza millenaria e una stratificazione culturale che affonda le proprie radici nell’età romana e si sviluppa nei secoli successivi in un contesto pienamente inserito nella storia italiana e adriatica. Di fronte a una tale continuità storica, il dramma dell’esodo giuliano-dalmata appare ancora più evidente: non si è trattato soltanto di uno spostamento di popolazioni, ma di una frattura improvvisa che ha interrotto un legame secolare tra territorio, cultura e comunità. L’Arena diventa così anche un luogo di riflessione: le pietre che raccontano duemila anni di storia contrastano con il silenzio lasciato da chi è stato costretto ad abbandonare queste terre.
Terza giornata: 30 aprile 2026
La terza giornata si è svolta presso il Museo M9, attraverso un laboratorio dedicato al tema del confine, parola chiave per comprendere la storia del Novecento lungo l’Adriatico orientale.
Il lavoro si è aperto con un brainstorming sul significato del termine “confine”, mettendolo a confronto con il concetto di “frontiera”. Se il confine delimita e separa, la frontiera racconta invece uno spazio di incontro, scambio e contaminazione. La frontiera adriatica è stata per secoli proprio questo: un crogiolo di culture, lingue e identità diverse. Tuttavia, nella prima metà del Novecento, questa ricchezza si è trasformata in motivo di conflitto. In quest’area, la linea di confine cambiò fino a sette volte, segnando profondamente la vita delle popolazioni locali.
Al termine della Prima Guerra Mondiale, l’Italia ottenne diversi territori, tra cui la città di Fiume. Tuttavia, dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti di questi territori vennero perduti, determinando una drammatica ridefinizione dei confini. Un passaggio particolarmente significativo riguarda le politiche di assimilazione forzata: durante il periodo fascista fu imposto l’obbligo di italianizzare i cognomi slavi; dopo il 1947 la situazione si ribaltò, con una slavizzazione forzata dei cognomi italiani. Questo clima di pressione e ostilità contribuì direttamente all’esodo.
Attraverso la visione del video “Pola addio”, è emersa con forza la drammaticità di quei momenti. A Pola, tra le 25.000 e le 27.000 persone furono costrette a lasciare la propria città, imbarcandosi sulla motonave Toscana.
Le immagini raccontano una città svuotata: negozi chiusi, scritte in lingua slava, il leone di San Marco scalpellato, simbolo di un’identità cancellata. Si vedono famiglie in partenza con poche masserizie, spesso disposte in modo da nascondere perfino la vista del mare, quasi a rendere meno doloroso l’addio. Alcuni portano con sé perfino le bare dei propri cari, vittime di violenze, come ultimo gesto di dignità. Ognuno sembra voler trattenere un frammento della propria città, della propria storia. È un addio definitivo: “Non si torna”. Il video aveva anche lo scopo preciso di sensibilizzare la popolazione italiana all’accoglienza di queste persone.
Il tema dell’esodo è stato poi approfondito nelle sue diverse fasi. I primi a partire furono proprio i polesani, dando vita a una fuga di massa. Seguì una seconda ondata dalla cosiddetta “Zona B”, da Capodistria fino a Cittanova. I profughi vennero distribuiti in centri di raccolta sparsi su tutto il territorio italiano. Attraverso il video “Il Ricordo”, si è dato spazio alle testimonianze dirette di chi visse quell’esperienza da bambino o adolescente. Racconti segnati dalla povertà, dalla vita nei campi profughi, dai pianti e dagli addii nelle stazioni.
Emergono storie di infanzie spezzate, di ragazzi costretti a lavorare già a 13 anni, di famiglie divise. Il dolore di chi è partito si accompagna a quello di chi è rimasto: spesso anziani, morti poco dopo senza la possibilità di un ultimo saluto. Molti testimoni raccontano di aver compreso solo con il tempo le scelte dei propri genitori. Altri sottolineano come la sensazione di essere “profughi” non li abbia mai abbandonati, nonostante abbiano ricostruito una vita dignitosa con sacrifici enormi. Ciò che emerge con maggiore forza è il senso di essere diventati stranieri nella propria patria.
L’attività laboratoriale si è conclusa con la realizzazione di elaborati grafici ispirati alla complessità degli eventi affrontati. I ragazzi hanno riconosciuto in questo momento una sintesi particolarmente efficace del percorso svolto.

Si desidera esprimere un sentito ringraziamento al Ministero dell’Istruzione e del Merito per l’iniziativa promossa. È stata un’occasione unica di approfondimento su una vicenda storica ancora poco conosciuta, che riguarda connazionali e che appartiene a pieno titolo alla nostra storia nazionale recente. Il viaggio ha permesso di restituire voce e dignità a una memoria che troppo a lungo è rimasta silenziosa.