L’esodo dimenticato dei dalmati dopo la Grande guerra

L’Associazione Nazionale Dalmata ha ristampato il documentario che illustra la sorte dei nostri connazionali dopo il Trattato di Rapallo

Spalato

Grazie al generoso contributo della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, l’Associazione Nazionale Dalmata ha potuto ristampare il dvd “1921 L’esodo ignorato. Il dramma degli italiani di Dalmazia”, apparso in prima edizione una dozzina d’anni fa. Tale documentario è impreziosito da cartine geografiche, cartoline d’epoca e soprattutto immagini provenienti dall’archivio di Manlio Cace, che visse le giornate dell’entusiasmante arrivo dell’Italia il 6 novembre 1918 a Sebenico e la conseguente delusione della cessione al Regno dei Serbi Croati e Sloveni che dette origine all’esodo della sua famiglia, di profonde tradizioni irredentiste, assieme a migliaia di altri dalmati. Questo esilio di circa 20.000 nostri connazionali rappresentò nel modo più drammatico la “vittoria mutilata”.

Martedì 15 maggio il presidente dell’AND Guido Cace ha quindi presentato nella prestigiosa sede della Sala Zuccari nelle pertinenze del Senato della Repubblica tale prezioso documento, che compie innanzitutto una carrellata sui personaggi principali dell’irredentismo dalmata (Ziliotto, Ghiglianovich, Cippico, Salvi e Rismondo tanto per far dei nomi) e rammenta come il Patto di Londra firmato dall’Italia il 26 aprile 1915 contemplasse la cessione di tutta la Dalmazia settentrionale all’Italia in caso di sconfitta dell’Impero austro-ungarico. Vengono ricordati i dalmati che negli anni della Grande guerra subirono il carcere o l’internamento in quanto considerati sovversivi dalle autorità asburgiche, coloro i quali caddero sul campo di battaglia (14 caduti sui 209 dalmati che, esfiltrati in Italia, combatterono nel Regio Esercito) e la misteriosa sorte di Francesco Rismondo (caduto durante un assalto o ucciso durante un tentativo di fuga da una campo di prigionia austriaco?) ed il progetto di effettuare un volo su Zara da parte di Gabriele d’Annunzio per gettarvi volantini propagandistici come già fatto a Trento e a Trieste, ma poi non realizzatosi per la morte del suo pilota.

Giungiamo così alla fine del conflitto, con la nascita di una Fascio nazionale e di una Guardia nazionale a Zara che garantirono l’ordine pubblico fino all’arrivo, il 4 novembre 1918, della Torpediniera 55, che sbarcò le prime truppe italiane che, in nome delle potenze vincitrici, provvidero all’occupazione del territorio dalmata, imbattendosi ben presto nei comitati slavi che invece rivendicavano il litorale adriatico orientale per il nascente stato jugoslavo. Attingendo all’archivio fotografico Cace, il documentario si concentra quindi sugli avvenimenti di Sebenico, ove le torpediniere Pallade e Albatros il successivo 6 novembre sfilarono sotto il tricolore che già garriva sugli spalti del forte San Michele, nonostante l’opposizione degli jugoslavisti locali. Non solo il presidio militare, ma anche ospiti illustri come i nazionalisti Federzoni e Delcroix nonché Guglielmo Marconi giunsero nella città che dette i natali a Niccolò Tommaseo per ribadirne l’italianità.

Ciononostante il Trattato di Rapallo stipulato da Regno d’Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni il 12 novembre 1920 fissò il confine in maniera tale da lasciare solamente Zara sotto la sovranità italiana: nella Fiume dannunziana la risposta sarebbe stata il Natale di sangue, nella Dalmazia annessa al regno dei Karađeorđević ci sarebbe stato l’esodo della quasi totalità delle comunità italiane di Sebenico, Spalato e Traù, per cui 3.000 profughi si fermarono a Zara, altre migliaia si riversarono nella penisola, concentrandosi a Roma e a Trieste in particolare. Questo flusso di esuli si pose in continuità con l’emigrazione di quei dalmati che a fine Ottocento subirono le politiche discriminatorie austro-ungariche che avevano favorito l’ascesa della componente croata, maggiormente lealista rispetto agli italiani sospettati di irredentismo. Sebenico nel 1873, Spalato nel 1882 e in mezzo tante altre amministrazioni comunali passarono dalla tradizionale classe dirigente italiana a quella croata, nel 1905 l’italiano fu bandito dai documenti ufficiali e Zara rimase l’ultimo caposaldo di italianità dalmatica. Frange della storiografia nazionalista croata odierna sembrano ripercorrere questa mentalità snazionalizzatrice allorché presentano la Dalmazia esclusivamente come culla della cultura dalmata glissando sulle sue vestigia romane, veneziane ed italiche.

Commentando quanto appena visto, l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha ricordato come questo tragico esodo sia stato conseguenza del «principio wilsoniano delle nazionalità che dava agli uni e negava agli altri». Il Trattato di Rapallo viene quindi considerato come l’inevitabile conseguenza del fatto che inglesi e francesi avevano promesso nell’Adriatico orientale le stesse terre a interlocutori diversi, caldeggiando poi l’unione del governo serbo in esilio con i comitati jugoslavi fuoriusciti dalla duplice monarchia in maniera tale da giungere alla Dichiarazione di Corfù del 20 luglio 1917 che delineava il futuro Stato jugoslavo. Se Rapallo rappresentò una rinuncia a quanto era stato promesso, ancor più clamorosamente rinunciatario e remissivo si dimostrò secondo il diplomatico il Trattato di Osimo, con cui l’Italia nel 1975 definì ufficialmente il suo confine con la Jugoslavia titoista senza più rivendicare almeno la Zona B (Capodistria e Buie) del mai costituito Territorio Libero di Trieste. Ricordando, infine, i meriti divulgativi dell’Associazione Nazionale Dalmata, Terzi ha menzionato anche il terrificante reportage fotografico “Rapporto sul trattamento degli italiani dopo l’8 settembre 1943” che raccolse le prove delle stragi nelle foibe e della pulizia etnica scatenata dall’esercito partigiano di Tito in Istria. Basato su materiale raccolto dai Servizi segreti della Marina italiana, questo memoriale fu consegnato ad Alcide De Gasperi affinché lo presentasse alla Conferenza di Pace, ma lo statista trentino preferì non utilizzarlo per non spezzare i rapporti politici con socialisti e comunisti, sicché, come Vittorio Emanuele Orlando durante le trattative successive alla fine della Prima guerra mondiale, il rappresentante italiano perorò la propria causa quando ormai tutto era già stato deciso altrove.

Lorenzo Salimbeni

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